Dramma

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GOMORRA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:48
Titolo Originale: "GOMORRA"
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Matteo Garrone
Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Roberto Saviano, Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Gianni Di Gregorio dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano
Produzione: Domenico Procacci, in collaborazione con Sky Cinema e con il supporto del Ministero dei Beni Culturali
Durata: 135'
Interpreti: Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Salvatore Cantalupo, Salvatore Abruzzese, Marco Macor, Ciro Petrone, Carmine Paternoster

Con la connivenza delle parti vitali della Nazione, uno Sato post-civile si è insediato in Campania e ha trasformato questa regione nella sentina del Belpaese. È il messaggio desolante di un film che mette il dito nella piaga camorrista perché spurghi davanti agli occhi dello spettatore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è riuscito nel suo intento di denuncia. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi. Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens.
Pubblico 
Maggiorenni
Una insistita scena di sesso; scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia

Il quartiere cementificato di Scampia, le Vele – lo sfacelo dei mega condomini-dormitorio – sono sfondo di cinque storie d'umanità derelitta. Cinque vicende di disperato degrado raccontate in parallelo. Alla loro radice, un unico male morale che detta leggi contro natura a coscienze prive di alternativa.

Poco più che bambino, come tutti i suoi coetanei, Totò (Abruzzese) è iniziato alla vita camorrista con rito barbarico: farsi sparare da pochi metri indossando un giubbotto antiproiettile. Una guerra tra clan, l'affermazione degli "Scissionisti", costringerà Totò a scegliere con chi stare, e a dimostrarlo, facendo attivamente sua la barbarie che lo ha circondato dalla nascita.

La faida in corso si abbatte anche sull'esistenza di Don Ciro (Imparato), un pavido contabile. L'uomo campa distribuendo soldi per conto della Camorra alle famiglie dei carcerati. Stipendiato dal clan perdente, Don Ciro proverà a tradire, passando al clan rivale, per continuare a scamparla, mimetizzato nella sua mediocrità impiegatizia.

Le leggi di questo mondo non possono essere violate.

Ci provano a violarle, assecondandone la logica fino alle estreme conseguenze, due ragazzi affascinati dal film Scarface e dal mito del boss con nessuno sopra di sé. Marco (Macor) e Ciro (Petrone), due giovani involuti, dagli atteggiamenti animaleschi, si illudono di potersi affrancare superando in spietatezza il loro capoclan. Non faranno in tempo ad accorgersi di quanto irrealistico fosse il loro sogno sbandato.

Dallo Stato nello Stato si può solo andare via, anche se il film nega ai suoi personaggi qualsiasi avvisaglia di un altrove migliore.

Se ne andrà Pasquale (Cantalupo), sarto in una manifattura ricattata e connivente con la Camorra. Prestatosi a dare lezioni di sartoria alla concorrenza cinese, scampato ad una rappresaglia, Pasquale finirà per mollare tutto e fare il camionista. Guiderà verso il Nord, dove si trovano – denuncia il film – le griffes di moda, principali committenti del lavoro nero nei laboratori campani dove Pasquale operava.

Se ne andrà anche Roberto (Paternoster), giovane tecnico illusosi di aver trovato un'occasione. E' stato assunto da Franco (Servillo), imprenditore di successo nello smaltimento dei rifiuti. Ma il titolare è proprio l'emblema del meccanismo per cui una terra dimenticata agisce per la propria autodistruzione. Gli industriali del Nord, infatti, affidano a Franco le loro scorie e fanno finta di non sapere, di essere stati convinti dalle sue assicurazioni di correttezza. Tutto, invece, finisce a riempire crateri scavati con l'appoggio della criminalità. Di fronte ad un uomo che, senza remore, avvelena la sua terra, Roberto si dimetterà:  volterà le spalle a Franco, senza sapere, però, dove andare.

La parlata dialettale sottotitolata in italiano, gli attori non professionisti, la macchina da presa che pedina vicinissima i personaggi e si muove come l'occhio di un antropologo che studi i costumi di tribù arcaiche: Garrone ha concepito il suo film come un'immersione iperrealistica nell'universo di Scampia. Brutture fisiche e ambientali riprese con minuzia a specchio di un collasso morale. L'inquadratura si apre poche volte ad accogliere il paesaggio. Quando lo fa, è per dare l'idea di una catastrofe di proporzioni bibliche. Così è per la visione d'insieme delle Vele. Così è, soprattutto, per la discarica gestita da Franco: un gigantesco girone infernale attraversato da camion guidati da bambini involontariamente soggiogati ad un'anormalità aberrante, eppure data per scontata.

L'idea degli autori è che questo macro cosmo sia funzionale al metabolismo del Sistema Paese. La Campania è la pattumiera d'Italia. Il Nord, la cui presenza-assenza è oggetto di accenni severi (l'industriale veneto, le griffes), scarica qui i liquami del suo benessere consumistico. Di questo benessere giungono anche barlumi: il centro estetico della sparatoria d'inizio film, le magliette alla moda che seducono Totò, il piercing, le sopracciglia rasate come il tronista Costantino. Gli indigeni assimilano questi elementi nel loro stile di vita sub umano, facendolo sembrare ancora più atroce.

Il discorso di Garrone consta solo della pars destruens. Il film è riuscito nel suo intento di denuncia – intento, peraltro, comune a gran parte del nostro cinema di autore –. Colpisce, tuttavia, la freddezza e una certa mancanza di empatia e di com-passione nel descrivere i personaggi e i loro drammi.

Autore: Paolo Braga
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIVO (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 12:12
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Olearo)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci

 Nel giugno del 1992, il VII governo Andreotti cessa la sua attività. In quello stesso anno viene ucciso in un agguato mafioso Salvo Lima, della sua stessa corrente. Il tentativo di farsi eleggere Presidente della Repubblica fallisce ma viene nominato senatore a vita sempre nello stesso anno. Terminato il suo impegno attivo nella politica, viene coinvolto in due processi: quello di Palermo per associazione mafiosa, conclusosi con sentenza della Corte di Cassazione nel 2004 e quello di Perugia per coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film che indaga sulla nostra storia recente dovrebbe dare un contributo di approfondimento e di riflessione. Sorrentino ci fornisce invece una suggestione visiva sul mistero del potere
Pubblico 
Adolescenti
Per la complessità del tema trattato
Giudizio Artistico 
 
Il film è visivamente suggestivo e Toni Servillo si mantiene abilmente in bilico fra realismo e caricatura

Le prime sequenze del film servono per introdurre l'Andreotti caricatura, la maschera che il regista Sorrentino e Toni Servillo hanno saputo creare: un Giulio dalla voce flebile e monotòna, che emette quelle battute che oramai sono rimaste celebri; il suo camminare felpato ma a piccoli scatti, le rotazioni del corpo come se fosse ingessato e quelle orecchie fin troppo in fuori. Subito dopo una caricatura di gruppo: i protagonisti della sua corrente. Cirino Pomicino, Sbardella, Evangelisti, Lima, Ciarrapico, Scotti. Un sorta di "compagni di merenda" ben attenti alla distribuzione dei poteri  e perché no, anche a vagliare l'esistenza di un po' di affetto verso di loro da parte del loro indiscutibile capo.

Manca ancora da aggiungere Enea, la dolce e fedele segretaria e Livia, la moglie comprensiva ed affettuosa e il film è già impostato: da questo momento in poi si alternano, in modo alquanto ripetitivo,  immagini di Roma alle primissime ore della mattina quando Giulio va in chiesa a pregare, i suoi ingressi nel transatlantico o nell'aula di Montecitorio, il suo partecipare forzato e in disparte a qualche festa mondana. In sottofondo in rapidissima sequenza, a marcare il segni dei tempi, i morti ammazzati di mafia o i suicidi di tangentopoli (sequenze giustamente rapidissime per non appesantire il film ma anche di difficile comprensione non solo per chi è straniero ma anche per chi, più giovane, non ha vissuto quegli eventi).

E' molto importante che il cinema ci aiuti a scavare nei misteri della nostra storia recente (dopo la sentenza conclusiva, molto "bilanciata" della Corte di Cassazione al processo per mafia, c'è chi dice che Andreotti è stato assolto e chi dice che è stato condannato: probabilmente entrambi hanno ragione). In America, su misteri atroci come l'omicidio del presidente Kennedy molti film sono stati fatti, sviluppando con coerenza e coraggio varie teorie di complotto. Ovviamente nessuno di questi lavori ha potuto vantarsi di aver descritto la verità, mancando prove definitive, ma il cinema fa bene a non far dimenticare quelle zone buie della storia e a mostrare con coerenza  diverse interpretazioni dei fatti partendo da un presupposto plausibile.  Diciamo subito che il film di Sorrentino non è una docu-fiction che cerca di restituirci l'atmosfera di uno specifico periodo storico, né un  documentario che percorre i fatti accaduti per sviluppare finalmente una sua ipotesi su quella verità da tanto tempo attesa, né un film di satira politica  tipo Farenheit 9/11 ma è piuttosto una suggestione visiva sul  mistero del potere.

Il regista ha trovato una sua particolare chiave estetica per darci l'idea di un potere che medita nel buio della notte in chiesa, le sue prossime mosse, che si muove da solo nelle ampie e cupe sale dei palazzi di potere, che manovra a distanza, senza farsi individuare, che nega e mente sistematicamente, per far si che dall'equilibrio di poteri opposti lui ne tragga il beneficio di restare sempre al timone. Questo approccio così ideologico, se è la forza del film, ne è anche la sua debolezza: una volta impostato l'Andreotti-simbolo, questo resta se stesso  per tutto il film, adducendo non pochi momenti di noia. Non traspare, se non raramente, l'Andreotti-uomo (i rapporti con la moglie, gli incontri domenicali con i suoi compaesani di Segni, i suoi tormenti per la morte di Moro): se risulta spesso cinico, ciò  non è imputabile a lui come Giulio,  ma all'uomo-simbolo del potere che Sorrentino ci vuole trasmettere. Il punto più debole del film è proprio quando il regista viene meno alla regola che si è imposto inizialmente di affidarsi alle immagini e mette in bocca al divo Andreotti un proclama dichiarativo  di cosa sia il potere (riportato integralmente in coda alla recensione).

Alla fine dobbiamo concludere che il film manca di coraggio: se voleva accusare Andreotti doveva farlo con più decisione, sviluppando però con coerenza il suo teorema (non è il caso di disturbare film del calibro di Indagine su di  un cittadino al di sopra di ogni sospetto).
Se invece ha voluto dirci che il potere in generale è ambiguo e che sul nostro recente passato ci sono troppi dubbi irrisolti, ebbene, questo lo sapevamo già; il film non ha quindi svolto alcuna funzione di stimolo critico.

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In questo monologo, Andreotti simula un colloquio con la moglie Livia:

I tuoi occhi non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese. Per troppi anni il potere sono stato io. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene. La contraddizione mostruosa che fa di me un uomo cinico e indecifrabile anche per te; gli occhi tuoi pieni,  puliti e incantati non sanno la responsabilità diretta o indiretta per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984 e che hanno avuto per la precisione 208 morti e 817 feriti. A tutti i familiari delle vittime io dico si, confesso è stato anche per mia colpa , mia colpa, mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il paese, provocare il terrore, isolare le parti politiche estreme, per rafforzare i partiti di centro come la DC. La hanno definita strategia della tensione: sarebbe più corretto dire strategia della sopravvivenza. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Aldo, per vocazione o per necessità, ma  tutti irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere  che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo! Noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta! Abbiamo un mandato noi, un mandato divino! Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa  e lo so anch'io.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL DIVO (F. Arlanch)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:44
Titolo Originale: "IL DIVO (F. Arlanch)"
Paese: Italia
Anno: 2007
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film
Durata: 110'
Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera degli Espositi, Giulio Bosetti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci. Massimo Popolizio, Giorgio Colangeli

Un ritratto di Giulio Andreotti nella prima metà degli anni ’90 – dall’insediamento del suo settimo governo all’apertura del processo che lo vide imputato come mandante dell’omicidio di Mino Pecorelli – come bilancio della storia italiana del Dopoguerra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film insinua, lascia intendere, dice qualcosa facendo finta di non dirla. È esasperante. Anzi è andreottiano
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sebbene la visionarietà registica e il buon cast garantiscano l’oggettiva qualità dello spettacolo, il film non può dirsi riuscito
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ONCE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 11:31
 
Titolo Originale: Once
Paese: Irlanda
Anno: 2006
Regia: John Carney
Sceneggiatura: John Carney
Produzione: Samson Films/Bord Sacannan Na Heireann/The Irish Film Board/RTE
Interpreti: Glen Hansard e Marketa Irglova

Dublino. Un giovane cantautore irlandese si mantiene riparando aspirapolvere e suonando per le strade. Un giorno davanti a lui si ferma una ragazza emigrata dalla Repubblica Ceca, che mantiene se stessa, sua madre e sua figlia facendo vari mestieri, ma che è una pianista di talento. È proprio lei che lo convince a prendere sul serio la sua passione e a produrre un CD con le sue canzoni da presentare ad una casa discografica di Londra.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Film girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato. Belle canzoni interpretate dai protagonisti

Sono moltissimi i film che nel corso di questa stagione hanno inserito (a sproposito) la parola amore nel loro titolo, senza poi essere capaci di cogliere minimamente la profondità di questo sentimento, ma accontentandosi di lucrare su un romanticismo d’accatto o su una versione adulterata del medesimo.

Poi arriva un piccolo film come questo, girato con poche risorse e molta ispirazione, superbamente scritto e recitato e lo spettatore ha finalmente la bella sorpresa di scoprire che il grande schermo può essere il luogo per raccontare una storia piena di delicatezza sull’amore e la vocazione senza nemmeno bisogno di metterlo nel titolo.

Il fugace incontro tra un protagonista di cui non conosciamo il nome, ma intuiamo subito la ferita interiore (l’abbandono da parte di una donna, la fragilità emotiva, l’incapacità di perseguire i propri sogni), e una ragazza ceca dal sorriso sempre aperto nonostante un passato e un presente non facili è l’occasione per esplorare in modo per una volta non banale il rapporto tra un uomo e una donna, senza cadere nelle trappole di un determinismo fatto di relazioni usa e getta.

Merito di un personaggio femminile che incarna con naturalezza la linea morale (priva di qualunque moralismo) di una vicenda che rifiuta lo stereotipo anche nella rappresentazione di un’immigrazione europea fatta di individui per una volta rappresentati con una simpatia umana aliena da ogni facile pietismo .

Lei (anche in questo caso non c’è un nome, ma una personalità che riempie lo schermo grazie ad una recitazione spontanea e intensa) affronta la vita (che non le ha risparmiato colpi e delusioni) senza perdere la speranza di realizzare i suoi sogni, conservando le sue certezze su ciò che è importante e vero (il rapporto con madre e figlia, ma anche la definitività del suo matrimonio giovanile e forse non molto meditato) e così “costringendo” il protagonista a un rapporto profondo, puro ed esigente e per questo realmente importante. Lo sfida con dolcezza, lo richiama, lo punzecchia e gli sta vicino, quasi materna in alcuni passaggi e fino alla fine pronta a richiamarlo all’integrità di un rapporto che per questo può sbocciare pienamente.

Aiutano senza dubbio le belle canzoni interpretate dai protagonisti, che sono parte integrante della storia, occasione di incontro, comunicazione e ispirazione che coinvolgono anche i personaggi di contorno (la madre di lei e il padre di lui, il tecnico della sala di registrazione, ma anche gli occasionali benevoli spettatori per strada e nei negozi).

La ripresa, spesso con camera a mano, si mette al servizio della storia, evitando virtuosismi  ed esaltando primi piani espressivi, consentendo così allo spettatore di calarsi nelle atmosfere e condividere sentimenti dei personaggi, commuovendosi di fronte al lento, ma certo evolversi del loro rapporto.

Che non ha l’esito scontato di tante pellicole meno intelligenti, ma proietta lo spettatore in un futuro pieno di possibilità.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Martedì, 25. Maggio 2021 - 21:10


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NOI DUE SCONOSCIUTI

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/27/2010 - 10:26
 
Titolo Originale: Things we lost in the fire
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Susanne Bier
Sceneggiatura: Allan Loeb
Produzione: Sam Mendes e Sam Mercer per Neal Street Production/Dreamworks
Durata: 119'
Interpreti: Halle Berry, Benicio Del Toro, David Duchovny

Audrey Burke è una madre e moglie felice; gli unici screzi con l’amato marito Brian riguardano l’amicizia di lunga data che lui ha con il disastrato Jerry, ex avvocato con il demone della droga. Quando Brian muore all’improvviso Audrey decide, un po’ per disperazione e un po’ per tenere fede all’impegno del marito, di invitare Jerry a stare con lei e i figli. L’uomo, che combatte duramente contro la sua dipendenza, stringe un rapporto molto stretto con i piccoli Harper e Dory, che conquista grazie ai ricordi legati alla sua lunga amicizia con Brian. Nonostante le difficoltà di accettare davvero la perdita, anche Audrey e Jerry troveranno nel ricordo dell’amore che li univa a Brian e in una nuova amicizia la forza per ricominciare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa che apre ad una dimensione della vita non puramente terrena
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Susanne Bier , la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi con tocchi lievi, privilegiando immagini molto ravvicinate.

La speranza di un cambiamento o di un nuovo inizio nasce dalla memoria viva di un amore vero sperimentato sulla propria pelle.

Sembra esserne convinta la regista Susanne Bier che, a un anno dal bel Dopo il matrimonio, torna a parlare di legami affettivi, lutti e catarsi in una vicenda che ha molti punti in comune con la precedente.

Se là era la prospettiva di una morte inevitabile a mettere insieme i personaggi e a costringerli a una dolorosa, ma positiva resa dei conti, qui è la morte di un uomo buono (ma mai banalmente dipinto come perfetto) a provocare prima la crisi e poi la rinascita di due persone a lui strettamente legate.

Nel suo primo film americano, la regista nata alla corte del Dogma di Lars von Trier (la scuola che prescrive una assoluta povertà di mezzi nel raccontare le sue storie), segue due personaggi profondamente feriti.

Da una parte la bella Audrey, madre e moglie felice il cui unico fastidio sono le periodiche visite che il marito Brian fa all’amico disastrato Jerry, dal suo punto di vista togliendo tempo ed energie alla famiglia in nome di una causa persa.Dall’altra proprio Jerry, un uomo incapace di risollevarsi dalla dipendenza dalla droga  e quasi incredulo di fronte alla fedele amicizia di Brian che, se non può guarirlo, non smette mai di offrirgli la sua umana compagnia.

Ed è proprio in un gesto di spontanea fedeltà alla vita di  Brian (che, non a caso, finisce proprio come era stata vissuta, nel sacrificio per un altro) che Audrey è disposta a mettere in gioco la sua vita prendendo con sé Jerry e trasmettendogli il semplice insegnamento di lui “accetta il buono che c’è”.

Coerentemente al realismo delle dinamiche affettive ed esistenziali che racconta, la Bier non nasconde la contraddittorietà del legame che si crea tra Jerry e Audrey, a volte perfino un po’ gelosa di quella parte di passato che Brian ha condiviso con l’amico (e da cui lei, in fondo, ha sempre voluto tenersi fuori): altrettanto vero è il rapporto che Jerry stringe con i figli dell’amico, con cui condivide ricordi di esperienze familiari che pure non ha mai vissuto.

Il film non illude che il percorso di guarigione sia semplice (e infatti Jerry avrà bisogno di un aiuto “professionale”, veicolato dal bel personaggio di un’altra ex-tossicodipendente) , ma indica chiaramente nella solidità e nella forza del ricordo di Brian (capace di un amore autentico e incondizionato per i suoi famigliari e i suoi amici) la leva capace di condurre a un autentico cambiamento.

Rifiutate le trappole di un coinvolgimento romantico tra Audrey e Jerry (che anzi dice chiaramente che considererebbe un tradimento prendere il posto dell’amico morto al fianco di sua moglie e dei suoi figli), la Bier ci regala una storia profondamente commovente e vera in cui vince una speranza più forte della morte e la presenza dei defunti attraverso una memoria reale e fiduciosa apre ad una dimensione della vita non puramente terrena.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: IRIS
Data Trasmissione: Giovedì, 5. Dicembre 2013 - 23:45


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E VENNE IL GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 13:24
Titolo Originale: The Happening
Paese: USA, India
Anno: 2008
Regia: M. Night Skyamalan
Sceneggiatura: M. Night Skyamalan
Durata: 91'
Interpreti: Mark Wahlberg, John Leguizamo, Zooey Desschanel

Una tranquilla  giornata al Central Park. Gente che passeggia, mamme con i bambini. A un certo punto tutti si fermano; poi, come presi da un raptus, si suicidano con il primo strumento contundente che riescono a trovare.  Il fenomeno si propaga rapidamente per tutto il Nord Est americano. Eliot Moore, professore di scienze in un liceo di Philadelfia, prende il treno con sua moglie un suo amico e la figlia di lui, per rifugiarsi in un piccolo paese della Pennsylvania. Ben presto però si accorge che "Il male" è arrivato fin lì, anche se forse, usando le sue conoscenze scientifiche, ha intuito cosa sta accadendo....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La gioia di una famiglia (ri)unità è l'unico valore chiaro espresso dal film, mentre la visione di una apocalittica fine dell'umanità appare senza ragione e senza speranza.
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune scene di morte cruenta e horror
Giudizio Artistico 
 
Night Skyamalan è sempre bravo a creare situazioni di attesa dell'imprevedibile ma questa volta fa troppe concessioni al genere splatter

Nelle prime sequenze del film, è stato inserito un dialogo fra Eliot Moore, professore di scienze e i suoi alunni che è illuminante per comprendere il credo dell'autore.
Il professore invita gli alunni a individuare le cause che hanno determinato la sparizione delle api dopo che i ragazzi hanno formulato varie ipotesi, ecco la conclusione del professore: quello delle api é "un atto della natura che non capiremo mai del tutto. Alla fine la scienza tirerà fuori una ragione plausibile ma non sarà nient'altro che una teoria. Perché noi non vogliamo accettare che esistono forze che vanno al di là della nostra conoscenza".

Night Skyamalan, per bocca del suo protagonista,  traccia un taglio netto fra il potere della scienza che non può andare oltre il "fenomeno", si ferma cioè a ciò che cade sotto i nostri sensi e nulla può dire sulla vera essenza di quelle forze che pur reali, agiscono oltre di essi . Eliot ricorda, quasi con pedanteria, le regole auree dell'analisi scientifica: "identificare le variabili, analizzare l'esperimento, interpretare i dati ottenuti..":  con questi mezzi noi potremmo costruire una teoria, un modello matematico che lega i fenomeni analizzati con regole di causa ed effetto ma non sapremo mai la vera essenza e la ragione di ciò che è accaduto. "Un bravo scienziato ha un profondo rispetto per le leggi della natura " sottolinea Eliott.

Sarà solo con la  nostra fede o la nostra meditazione filosofica che  riusciremo a dare un senso, un significato a queste "forze" extrasensoriali.  Questa seconda parte del ragionamento è però estranea all'autore, che si ferma invece un attimo prima ed è questa la sua peculiarità  ma anche il suo limite: sa rappresentare molto bene il senso del mistero ma lo conserva come tale: non riesce ( o non vuole) darcene una ragione e quindi il mistero resta totalmente e freddamente altro da noi, senza possibilità, da parte nostra, di comunicare con "esso" o con "Lui".

Fin dal primo film, che resta il suo capolavoro, Sesto senso (1999)  Skyamalan si è rivelato il regista dell'invisibile, della vita oltre la morte;  ma anche The village (2004) é stato un momento importante del suo percorso, dove solo l'amore dimostra di saper superare le nostre paure ancestrali. Il regista indo-americano  è anche molto bravo nel saper  impregnare le sue sequenze di un allarme emotivo che riesce a mantenere sempre desta l'attenzione dello spettatore ma in quest'ultima opera sembra uscire  dai limiti che finora si era posto:  finisce per sconfinare nel gore (un uomo, raggiunto come gli altri dall'impulso al suicidio, si fa sbranare dalle belve, facendo guadagnare al film un vietato ai minori) e nell'horror puro come nella sequenza,  caricata di tensione oltre misura, della donna che vive da sola in una casa isolata.

Per fortuna il regista ama trattare anche in questo film un tema che gli è caro: quello della famiglia.  Una coppia in crisi recupera le radici del proprio amore e quando alla fine  la minaccia si dissolve nello stesso modo misterioso con cui era apparsa, riesce a costituire, con l'attesa di un figlio,  l'embrione di una nuova società con cui iniziare tutto dall'inizio.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: rai4
Data Trasmissione: Lunedì, 22. Luglio 2019 - 23:00


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ALEXANDRA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 13:08
 
Titolo Originale: "ALEXANDRA"
Paese: RUSSIA, FRANCIA
Anno: 2007
Regia: Aleksandr Sokurov
Sceneggiatura: Aleksandr Sokurov
Durata: 110'
Interpreti: Galina Vishnevskaya, Vasily Shetvtsov, Raisa Gighaeva

Alexandra è la nonna di un giovane capitano delle truppe russe di stanza in Cecenia.  Ha avuto il permesso di raggiungere suo nipote e per qualche giorno condivide la vita dei soldati accampati ai bordi di una città. Simpatizza con questi giovani ragazzi di leva ma vuole anche andare in paese: incontra così una donna cecena, anziana come lei e scoprono che possono intendersi, come donne e come madri, al di là delle ostilità fra i loro due popoli

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una nonna russa si incontra con delle donne cecene e riescono a comprendersi al di là della guerra che divide i loro due popoli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Grande realismo nella descrizione dell'ambiente e dei personaggi, ritmo molto lento secondo i nostri parametri

Alexandra si muove con la pesantezza della sua età e della sua stazza ma ha un piglio deciso e sa quel che vuole. Il viaggio fino al campo militare dove è di stanza suo nipote non è agevole (prima un treno, poi addirittura su un carro blindato) ma non si vergogna di farsi aiutare da questi soldatini, loro sì molto impacciati, che potrebbero essere tutti suoi nipoti. Anche la vita nel campo fatto di tende in mezzo alla polvere e al fango, in un confort ridotto all'essenziale e all'odore di tutti quei rozzi soldati non la deprimono: riesce sempre ad avere i capelli a posto e il vestito in ordine. La storia si dipana lentamente in soggettiva su Alexandra, che di fatto riesce a parlare poco con suo nipote, spesso in missione e ha tutto il tempo per gironzolare per il campo, fra la costernazione di soldati e ufficiali, perché lei, moglie, madre e nonna di soldati, ha in un certo senso più diritto degli altri di conoscere e vedere tutto. Anche il regista è figlio di ufficiali e lo si vede, quando il nipote fa salire la nonna su un carro blindato e gli mostra con un certo orgoglio i vari comandi; non esita neanche a farle vedere come si impugna correttamente un fucile mitragliatore.

Ma Alexandra vuole andare più in là: con tono perentorio invita i soldati di guardia ad alzare la barra d'ingresso al campo per farla passare; in cambio comprerà per loro in paese dei pacchetti di sigarette.

Qui lo scenario cambia: palazzi sventrati, ragazzini che giocano fra la polvere e la sporcizia, gli sguardi ostili dei pochi giovani che incontra e che fanno finta di non conoscere il russo. Solo una donna incontrata al mercato le parla, la vede affaticata e la invita a casa (una casa misera, sventrata dai proiettili) a prendere un tè insieme. Le due donne si intendono subito: la loro è stata una vita di poche gioie ma tante attese e sofferenze, per dei  mariti e dei figli coinvolti in vario modo nella guerra. Toccherà proprio a uno di quegli adolescenti taciturni e ostili, parente dell'anziana donna cecena, a riaccompagnare Alexandra al campo. Il giovane ne approfitterà per chiederle perché le truppe russe non se ne vanno lasciandoli in pace; lei non entra in temi politici che sono più grandi di lei, ma è fiduciosa che le due etnie potranno intendersi.

Il film è tutto qui. Alexandr Sokurov autore impegnato sul tema del potere e della dittatura (su Hitler su Stalin, su Lenin, su Hirohito,..) e che non disdegna soluzioni tecniche ardite (L'arca russa è il più lungo piano-sequenza realizzato in un racconto cinematografico), qui si contraddistingue per la sua linearità e semplicità. Anche se non usa il piano-sequenza, Sokurov racconta minuto per minuto cosa accade, anche nei silenzi e quando c'è poco da dire. Qualcuno ha accusato l'autore di essere stato troppo "tiepido" nell'affrontare la guerra cecena: in effetti la guerra è presente in modo solo indiretto, attraverso la colonna dei blindati che lascia ogni mattina il campo e le immagini dei palazzi sventrati dai colpi.  Ma il regista aveva bisogno di creare silenzio intorno, per lasciare che si ascoltassero le voci di quelle donne che proprio perché madri e nonne, sentono in modo più diretto e istintivo, la necessità della pace.

Il film, un po' difficile per i nostri palati troppo sofisticati (per la lentezza del racconto, per l'audio in originale con sottotitoli in italiano) si fa apprezzare per come è riuscito a scolpire con estremo realismo personaggi di grande umanità .

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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12

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/24/2010 - 12:37
Titolo Originale: 12 razgnevannyh muzhchin
Paese: Russia
Anno: 2007
Regia: Nikita Mikhalkov
Sceneggiatura: Nikita Mikhalkov, Vladimir Moiseyenko, Aleksandr Novototsky
Produzione: TRITe
Durata: 153'
Interpreti: Nikita Mikhalkov, Sergei Makovetsky, Sergei Garmash, Aleksei Petrenko

Mosca, al giorno d'oggi. Un ragazzo ceceno è accusato di aver ucciso il suo patrigno. Le prove appaiono schiaccianti. La giuria popolare, formata da 12 uomini, si riunisce in camera di consiglio. Un solo giurato ha dei dubbi sulla effettiva colpevolezza del ragazzo; a poco a poco, rivedendo tutte le prove a suo carico, altri giurati iniziano ad essere meno sicuri del giudizio di colpevolezza...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
12 giurati riescono a metter da parte i loro pregiudizi per affrontare con coscienza priva di pregiudizi una causa di omicidio
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune raccapriccianti scene di guerra. Un linguaggio con espliciti riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottima regia ma anche molto bravi tutti gli interpreti

Nel magnifico film La parola ai giurati (12 Angry Men-1957)  di Sidney Lumet , ricavato a sua volta da un'opera teatrale, 12 giurati hanno nelle loro mani la vita o la condanna a morte di un ragazzo di 19 anni accusato di aver ucciso il padrigno. 11 persone sono interessate sopratutto a fare in fretta (fa molto caldo) pressati dai loro impegni personali e invischiati in pregiudizi nei confronti  dei ragazzi dei quartieri malfamati della città. Solo il dodicesimo (interpretato da Peter Fonda) vuole cercare di capire, di entrare più in dettaglio, prima di emettere un giudizio di colpevolezza. La forza del film sta tutta qui: chiusi nella camera di consiglio gli uomini discutono, si confrontano, litigano fino a trovarsi concordi nell'evidenza dell'insufficienza di prove.

"Ho sempre pensato che questa è la cosa più notevole della democrazia: noi siamo stati invitati per posta per venire in tribunale per decidere sulla colpevolezza o innocenza di un uomo che non abbiamo mai visto prima. Non abbiamo nulla da guadagnare o da perdere col nostro verdetto. E' proprio per questo signori che siamo forti " dichiara uno dei giurati.

Attraverso le parole di questo bravo cittadino si manifesta l'anima pulsante del film: grazie all'esistenza di una vera democrazia, sotto lo stimolo di pochi  "eroi" che sono in grado di dare il buon esempio agli altri, giustizia e verità trionferanno.

Nikita Mikhalkov, che aveva già curato la versione russa dell'opera teatrale, riprende il film del '57 trasferendolo in una Mosca di oggi, apparentemente con poche varianti: ora l'accusato è un ragazzo ceceno, la scena si svolge non nella sala del consiglio ma in una palestra, perché l'edificio del tribunale è in ristrutturazione. Il film è meno claustrofobico, perché vi sono saltuarie riprese in esterno che servono a farci conoscere l'infanzia del ragazzo nel pieno del conflitto ceceno.

La dinamica è la stessa: persone di varia estrazione che guardano l'orologio cercando di chiudere al più presto la seduta, molti pregiudizi (questa volta contro i ceceni e gli ebrei) ma un solo giusto che invita gli altri a riflettere prima di emettere il verdetto.

Il realtà il lavoro di Mikhalkov, è profondamente diverso nello spirito.

E' significativo a questo proposito il colloquio fra due giurati in presenza di tutti gli altri: "Da diversi secoli il mondo civile si muove seguendo la legge" osserva il primo quasi a rievocare il suo collega americano nel film del '57. L'altro, che si considera il vero portavoce dell' "anima russa", ribatte: La legge è astratta, è priva di anima, non è viva. Un russo non vive senza un rapporto interpensonale, secondo l'equazione se non rubo non vado in galera" Un esempio tipico, osserva il giurato è questa palesta: costruita male, con le tubature in evidenza, tutto è stato aggiustato alla meglio, perché " esistono rapporti interpersonali, rapporti russi".

Nel film americano prevale il tema della validità delle prove, attraverso l'impiego di una logica rigorosa; conosciamo in modo indiretto la vita privata dei vari personaggi attraverso le poche parole che si scambiano  durante i minuti di pausa. Nel caso del film russo è diverso: a turno i dodici personaggi mettono a nudo se stessi con una lunga confessione: raccontano di debolezze avute nel passato, del modo con cui quel ragazzo che debbono giudicare non è molto dissimile da loro quando erano giovani o ricordano di come loro stessi, in qualche momento di fragilità, si sono potuti salvare solo grazie alla solidarietà degli altri.
Se nel film del '57 prevale quindi la fiducia nella democrazia e nella forza della ragione, qui siamo più dalle parti di Dostoevskij, della fiducia dell'uomo di risollevarsi dalle proprie colpe, del  "Chi è senza peccato alzi la prima pietra ".

L'apologia dell'animo russo è un tema ricorrente nella produzione di Mikhalkov; significativo a questo proposito Il barbiere di Siberia - 1998: , il rispetto della propria dignità,  della parola data, l'orgoglio verso il paese in cui si è nati ne erano le motivazioni principali. In questo "12", l'autore non rinuncia a un finale non presente nel film del '57 ma molto "russo": Mikhalkov, che è anche uno degli interpreti e figura come un ex- ufficiale, cercherà da solo di aiutare il ragazzo per individuare i veri colpevoli.
Alquanto ambigua la posizione dell'autore nei confronti della guerra cecena (ben lontano dal pacifismo di Alexandra): i genitori del ragazzo ceceno vengono brutalmente uccisi durante il conflitto e la scena finale sembra alludere al fatto che gli assassini siano proprio dei guerriglieri ceceni, non le truppe russe.

Il film riesce a tenere desta l'attenzione dello spettatore nonostante le sue due ore e mezza, grazie all' abilità dell'autore e alla notevole bravura dei protagonisti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 12:26
Titolo Originale: "UN GIORNO PERFETTO "
Paese: Italia
Anno: 2008
Regia: Ferzan Özpetek
Sceneggiatura: Ferzan Özpetek, Sandro Petraglia dal romanzo di Melania Mazzucco
Produzione: Domenico Procacci per Fandango, Raicinema
Durata: 105'
Interpreti: Valerio Mastrandrea, Isabella Ferrari, Stefania Sandrelli, Monica Guerritore, Nicole Grimaudo, Federico Costantini

Emma e Antonio sono separati da circa un anno ma lui, poliziotto di scorta ad un politico inquisito, non ha accettato la cosa e continua a tormentare la moglie per convincerla a tornare insieme. Una notte la polizia è convocata dai vicini di casa che hanno sentito degli spari nella casa di Antonio. Il film segue le ventiquattrore precedenti a questo momento e ci conduce pian piano verso l’inevitabile tragedia, mentre le vite di Antonio, Emma e dei loro figli si intrecciano con quelle di altri personaggi problematici sullo sfondo di Roma.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La famiglia tradizionale è in crisi e non c’è bisogno di cercarne la ragione, perché, forse, questo è il suo stato inevitabile. Questa è la convinzione di Ferzan Özpetek.
Pubblico 
Maggiorenni
Una scena di tentato stupro, numerose scene di tensione e violenza.
Giudizio Artistico 
 
Scene madri di gusto dubbio, storie che si aprono e non si chiudono, comportamenti patologici privi di motivazioni, ambientazioni lontane da un minimo realismo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BURN AFTER READING A PROVA DI SPIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/23/2010 - 11:59
Titolo Originale: Burn After Reading
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Produzione: Ethan Coen, Joel Coen, Tim Bevan ed Eric Fellner per Working Title Films, Mike Zoss Productions
Durata: 95'
Interpreti: George Clooney, Tild Swinton, Brad Pitt, John Malkovich, Frances McDormand

Osbourne Cox è un analista della CIA che si trova da un giorno all'altro senza lavoro. Decide di scrivere le sue memorie ma distrattamente lascia il CD del suo lavoro nella palestra di fitness che frequenta. Se ne accorgono Linda e Chad che lavorano nella stessa palestra e decidono di ricattare Cox, anche perché Linda ha bisogno di 50.000 dollari per farsi un intervento di chirurgia estetica. Al rifiuto di Cox i due decidono di rivolgersi ai russi...Nel frattempo Harry, un ex poliziotto dipendente del ministero del Tesoro ha una tresca con la moglie di Cox e finisce per scoprire le manovre di Chad...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un mondo senza senso dei fratelli Coen, non c'è alcuna condanna per il consumismo sessuale ed altri vizi dei protagonisti ma questi sono solo un'occasione per costruire situazioni surreali
Pubblico 
Maggiorenni
Bestemmie e dialoghi con frequenti allusioni sessuali
Giudizio Artistico 
 
Ottimo tratteggio sopra le righe dei loro personaggi da parte di George Clooney e Brad Pitt ma la sceneggiatura è molto semplice

In questa storia di quarantenni-cinquantenni (ovviamente senza figli), Linda (Frances McDormand)decide di farsi un trattamento completo di chirurgia estetica ed è disposta a tutto (vuole diventare una "donna nuova") pur di reperire i soldi necessari. Harry (George Clooney)  non si limita ad avere una relazione extraconiugale ma,  affetto da consumismo sessuale acuto, utilizza un sito Internet per cuori solitari per procurarsi  incontri sessuali di una notte; quando poi deve  fare un regalo alla sua mogliettina non trova idea migliore che costruirgli una sedia con incorporato un meccanismo per l'autoeccitazione. Ovviamente anche la moglie, scrittrice di candidi libri per ragazzi, spesso lontana da casa per motivi di lavoro si è organizzata la sua adeguata relazione extraconiugale. Fitness è tutto: Harry (George Clooney) si sente male se non si fa la sua corsetta quotidiana mentre Chad (Brad Pitt), massaggiatore da palestra, invece di camminare corre e non usa mai la macchina ma la bicicletta. Ovviamente i funzionari della CIA sono tutti molto stupidi mentre ogni volta che si cerca di contattare per telefono un'azienda di servizi, il sistema di risposta automatica non ti consente mai di farti parlare con chi vuoi. Completa il quadro un pastore ortodosso che è non stato capace di seguire con coerenza la propria vocazione ed ora è diventato un manager di una palestra di fitness.

Son questi solo alcuni dei risvolti della storia  e delle gag messi in piedi dai fratelli Coen per deridere sia le istituzioni che il comportamento privato degli americani d'oggi.

Si ride spesso ma la storia vira di più sul demenziale surreale che non sulla  satira, che avrebbe almeno  l'intento di sferzare per correggere. Qui invece sembra che il divertimento sia strettamente connesso al nonsense della nostra esistenza;  nessun personaggio riesce ad uscire dalla schiavitù dei mille vizi che ci consente la modernità; tutti sono fragili, paranoici,   irascibili per qualsiasi sciocchezza, rifuggono le persone tristi perché sono incapaci di  consolare gli altri ma desiderano solo venir consolati; tutti sono alla ricerca spasmodica  di "quello che è meglio per me stesso".

L'intreccio è molto semplice, una spy story che sembra quasi buttata giù da liceali impegnati a organizzare una allegra performance scolastica; il film si regge tutto sulla bravura dei protagonisti, che sembrano esser loro i primi a divertirsi.  Clooney è nevrotico e insicuro, carica le sue smorfie di stupore, terrore e perenne sospetto; Brad Pritt, autoironico nel suo improbabile ciuffo con meche bionda, nelle parti di un allenatore sportivo col il cervello lento a girare; Tild Swinton ormai specializzata nelle parti di donna algida e perfettina. L'idea dei protagonisti che si autoeliminano uccidendosi a vicenda non è certo nuova: risale al magnifico La signora omicidi del '55 con Alex Guinness e Katie Johnson, soggetto poi ripreso non a caso dagli stessi fratelli Coen nel 2004 con The ladykiller.

Quando il direttore della CIA viene a sapere che il caso si è finalmente concluso (per l'eliminazione di tutti i protagonisti) commenta: "almeno da questa storia abbiamo imparato qualcosa; ma che cosa?" e chiude il fascicolo del caso. Conclusione degna del vuoto di senso che  caratterizza anche quest'ultima opera dei Coen.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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