Dramma

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LEBANON

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 11:21
Titolo Originale: Levanon
Paese: Israele
Anno: 2008
Regia: Samuel Maoz
Sceneggiatura: Samuel Maoz
Produzione: Metro Communications, Ariel Films
Durata: 94'
Interpreti: Yoav Donat, Itay Tiran, Oshri Cohen, Michael Moshonov, Zohar Strauss

Guerra del Libano, 1982. In un tank israeliano ci sono tre soldati e un ufficiale, tutti giovani e tutti, tranne uno, alla loro prima battaglia. Ygal è il guidatore, Samuel l'artigliere, Herzl l'inserviente al pezzo, Assi il comandante. Il carro si deve unire a una squadra di soldati che ha il compito di ripulire dai terroristi un villaggio già "spianato" dall'aviazione israeliana. Tutta la missione viene vista in soggettiva dall'interno del carro è l'unico mezzo di contatto con l'esterno è il visore dl cannoniere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I quattro protagonisti non mostrano alcun odio nei confronti dei loro nemici e il loro senso di solidarietà abbraccia commilitoni e avversari
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di ferite di guerra possono impressionare i più piccoli. Una rapida scena di nudo femminile. L'agonia di un asino mortalmente ferito. Un racconto a sfondo erotico. VM 14
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di tutti i protagonisti e originale messa in scena che consente allo spettatore di sentirsi al centro della battaglia

Lebanon è il frutto di un desiderio prolungatosi 26 anni di Samuel Maoz,  regista esordiente israeliano.  Aveva venti anni quando fu arruolato come artigliere in un carro armato e mandato a combattere in Libano. Come Ari Forman per il suoValzer con Bashir, Maoz ha sentito il bisogno di liberarsi da una esperienza  traumatica che  ha  segnato  la sua giovinezza.

L'autore utilizza un approccio sicuramente originale nel cercare di ricostruire con il massimo realismo ciò che a quel tempo aveva provato. La prima soluzione è sta quella di una rigorosa soggettiva all'interno del carro armato, di cui con il tempo finiamo per conoscere tutti gli angoli: dal pavimento perennemente coperto di gasolio dove galleggiano mozziconi di sigarette ai contenitori sigillati, sparsi alla rinfusa, usati dai carristi per urinare.  La seconda nota realistica è quella dell'incertezza, della confusione, dell'errore. Il piano della giornata in territorio libanese era stato definito al minuto da comando militare, ma la squadra di soldati con il tank di appoggio finisce per  perdersi nel territorio nemico, per raggiungere un paese sbagliato, per attendere comandi e chiarimenti che non arrivano.

All'interno di questa scatola sporca e maleodorante quattro uomini si parlano e litigano in modo totalmente trasversale rispetto alle loro funzioni ufficiali: il comandante, alla sua prima missione, è proprio quello più insicuro, geloso del servente al pezzo che ha molta più esperienza. L'artigliere, uscito dal campo perfettamente addestrato, si emoziona al momento di dover uccidere sul serio un essere umano mentre  il pilota, che non sa mai dove realmente sta andando, ha un solo desiderio: comunicare a sua madre che sta bene. Nel mondo che sta al di fuori, visto attraverso il mirino del cannone, si svolge la guerra con le sue  atrocità: civili uccisi per sbaglio, soldati che giacciono a terra con orribili ferite, animali in agonia La grazia di un rapido nudo femminile sembra inserito apposta dal regista per spezzare la monotonia  dei tanti primi piani dei volti sudati e sporchi dei quattro carristi.

Se possiamo apprezzare l'inventiva con cui il regista ha voluto ricostruire per se e per noi spettatori, quell'esperienza vissuta tanti anni fa, globalmente il film non sembra affatto realistico.

C'è qualcosa di strano, di irrealistico appunto, nel comportamento di questi quattro soldati. Vanno alla guerra totalmente ignari di dove stanno andando e perché. Non c'è mai astio verso il nemico e la parola palestinese non viene mai pronunciata; nell'attraversare un paese libanese fanno riferimento a "possibili terroristi". Addirittura uno dei ragazzi chiede: "chi sono i falangisti?"
Un siriano che è stato fatto prigioniero dopo aver danneggiato seriamente il carro con un razzo, viene trattato con grande umanità e gli viene procurata della morfina per lenire il dolore delle ferite. Il comandante dell'intera operazione, totalmente impegnato a gestire una situazione diventata critica, ha il tempo di chiedere, per telefono, che venga avvisata la mamma del guidatore Ygal.

Sono tutti dettagli che hanno fatto salutare questo film come un'opera contro la guerra, contro tutte le guerre.
Non vorrei deludere gli entusiasmi di tanti pacifisti, ma la mia opinione è leggermente differente.

Per tanti anni ci siamo assuefatti ai film di guerra di produzione americana: da Okinawa a I berretti verdi, al più recente  Pearl Harbor,  dove i nostri eroi, intrepidi e  un po' spacconi, riescono ad aver la meglio contro "gli sporchi musi gialli" e in questo modo celebrano le glorie del loro paese.

Mi sembra  di poter dire che i registi  israeliani hanno introdotto un nuovo stile nei film di guerra, dove però il fine è lo stesso: l'apologia del proprio paese. Mi riferisco. oltre che a Lebanon,  alla loro produzione più recente come Valzer con Bashir e  Kippur.

Rivolgendosi ai giovani d'oggi, questi registi comprendono bene che il militarismo è totalmente estinto grazie anche a una maggiore sensibilità verso il valore dell'essere umano, in divisa o civile che sia. Le guerre e le incomprensioni, le ostilità però continuano in quella tormentata terra, adesso come 27 anni fa  e in questi film si evita di affrontare con coraggio il tema delle cause che tuttora permangono e di cosa può essere fatto per evitarle.
La guerra, per brutta che sia, è vista come un dato di fatto e per questi autori non resta altro di positivo da fare che avere la massima comprensione verso chi ne rimane coinvolto.

E' sintomatico il fatto che in Lebanon come in Valzer con Bashir gli unici veramente cattivi siano i cristiano-libanesi (per fortuna nella versione italiana non sono state sottotitolate le minacce che un falangista fa in arabo al prigioniero siriano: la sensazione sarebbe stata più netta). Anche l'atteggiamento di Maoz verso i palestinesi è dicotomico: grande sensibilità verso le popolazioni civili vittime della guerra ma appena si trova a fronteggiare dei palestinesi in armi questi, etichettati come terroristi, usano delle donne come scudo umano.

Va molto bene non nascondere le atrocità della guerra, ma occorrerebbe avere più coraggio. Questa mancanza di autocritica o almeno l'impegno di guardare con imparzialità  la realtà delle guerre in Medio Oriente non contribuisce a mio avviso a  fare passi avanti verso la pace.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PRIMA LINEA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 10:25
Titolo Originale: PRIMA LINEA
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Renato De Maria
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorile tratto dal romanzo "Miccia corta" di Sergio Segio
Produzione: Andrea Occhipinti per Lucky Red, Rai Cinema, Les Films du Fleuve, Diaphana
Durata: 96'
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno

Milano, 1983. Sergio Segio viene arrestato dai carabinieri. E' l'ultimo terrorista a venir catturato. In carcere, Sergio ricorda i tempi in cui  distribuiva volantini all'uscita delle fabbriche e quando, dopo la strage alla stazione di Bologna, costituisce il movimento  Prima Linea. Nelle riunioni periodiche conosce Susanna e decidono di vivere insieme, compatibilmente con il loro stato di perenni fuggiaschi. Poi l'escalation della violenza: la gambizzazione di una capo reparto, l'omicidio del giudice Alessandrini, l'uccisione del giovane Vaccher, reo di aver parlato alla polizia. Infine l'ultima impresa: la liberazione dal carpere di Rovigo di quattro detenute politiche fra cui la stessa Susanna...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è sostanzialmente ambiguo: le dichiarazioni di pentimento appaiono di facciata mentre non si rinuncia a mostrare l'efficacia dei terroristi nelle loro imprese più spettacolari
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni omicidi a sangue freddo
Giudizio Artistico 
 
Scamarcio e Mezzogiorno rendono i loro personaggi credibili. La regia riesce a caricare di tensione e suspence lo spettacolare assalto al carcere di Rovigo
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ABBRACCI SPEZZATI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/15/2010 - 09:53
Titolo Originale: Los abrazos rotos
Paese: Spagna
Anno: 2009
Regia: Pedro Almodòvar
Sceneggiatura: Pedro Almodòvar
Produzione: El Deseo S.A., Universal International Pictures
Durata: 129'
Interpreti: Penélope Cruz, Lluìs Homar, Blanca Portillo, José Luis Gòmez, Rubén Ochandiano, Tamar Novas, Angela Molina

Mateo Blanco è cieco da 18 anni. Un tempo famoso autore di cinema, riesce ancora a scrivere sceneggiature grazie all'aiuto di Judit Garcia, sua direttrice di produzione nonché amica e al giovane figlio di lei, Diego,  a  cui Mateo in cambio svela i suoi trucchi del mestiere. Diego capisce che c'è qualcosa di misterioso nel passato del suo mentore, qualcosa che la stessa madre non vuole rivelargli, finché  un giorno Mateo  si decide a raccontargli ciò che era accaduto 18 anni fa. A quel tempo la bella Lena aveva sposato l'anziano e ricco Ernesto Martel ma insoddisfatta, aveva desidero di diventare un'attrice. Riesce ad ottenere una parte nel nuovo film di Mateo che per l'occasione viene finanziato da Martel. Nonostante che quest'ultimo, sospettoso,avesse mandato suo figlio, X-ray, a curiosare nel set, Mateo e Lena finiscono per diventare amanti e sono costretti a fuggire nelle Canarie. E' qui che un terribile incidente d'auto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi sono, come in tutte le opere di Amodovar trascinati da passioni incontrollate che non vogliono controllare
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, uso disinvolto di droga, linguaggio esplicito
Giudizio Artistico 
 
ll senso complessivo è quello di un eccesso di eventi, di temi e di personaggi che finisce per non appassionare. Brava come sempre Penelope Cruz

Con l'età, autori come Woody Allen e Pedro Almodòvar tendono a somigliarsi: restano come ingabbiati nello stile autoriale che loro stessi si sono creati e finiscono per  riproporre, in modo  ripetitivo, la loro visione della vita.

Se Allen è ossessionato dalla casualità irrazionale che domina la nostra esistenza (si vedano tutte le dichiarazioni filosofiche sciorinate in  Basta che funzioni  e al nichilismo di Match Point),  Pedro Almodovar concepisce  gli esseri umani in perenne balia delle loro passioni, siano esse positive o negative, in bilico fra l' amore e vendetta, la vita e la morte. Entrambi hanno in comune l'esaltazione della libertà sessuale, in qualunque direzione sia rivolta, vista come  unico conforto possibile alla nostra esistenza.

All'interno di un melodramma, che continua ad essere lo stile più consono per raccontare le sue storie,  Almodòvar, ci  ripropone  il ritratto di una  pulsione positiva a lui molto cara, quella di una madre per suo figlio, un amore dai toni esclusivi per la mancanza ancora una volta della figura paterna (Tutto su mia madre, ma anche Volvèr),  in questo caso di Judit per Diego;  ma anche una passione negativa:  l'odio e il rancore verso il padre (La mala educatiòn), in questo caso di X-ray verso il ricco e ed egocentrico Ernesto Martel.

Poi la passione amorosa, furente e incontrollata dei due amanti Mateo e Lena e quella possessiva e crudele di Mateo per Lena. Non manca in questo film il senso della colpa e la richiesta del perdono come era già accaduto in Volver.
In questo contesto già ricco di eventi e di personaggi, si inserisce il cinema nel cinema: Mateo deve realizzare un film con Lena e Almodòvar è ansioso di raccontarci i suoi segreti: i provini dei vestiti e delle parrucche della prima donna, la ricerca pignola degli oggetti giusti per arredare vivacemente la scena, fino allo sfociare nel didattico: una sequenza ci viene presentata per intero due volte per dimostrarci l'importanza  di un corretto montaggio. 

Il senso complessivo è quello di un eccesso di eventi, di temi e di personaggi che finisce per non appassionare. Alla fine veniamo a sapere che il padre di Diego, il figlio di Judit, altri non è che lo stesso Mateo. Non si tratta di un colpo di scena finale, ma di un'altro intreccio fra i personaggi, che si aggiunge agli altri, quando  lo spettatore è ormai saturo di novità. Al contrario restano inespresse alcune curiosità non risolte: che fine ha fatto la ragazza che Mateo conosce all'inizio del film con la quale ha un intenso rapporto e poi scompare dalla scena? E X-Ray riesce a realizzare la sua vendetta ideologica verso il padre ormai morto?

Sempre molto brava Penelope Cruz;  Almodòvar mostra una cura particolare nel valorizzare  la sua bellezza,  nei vestiti che indossa, nel trucco, nei primi piani.

Secondo le consuetudini dell'autore, nessun  personaggio è un puro, ma ognuno ha un suo vizietto particolare: Lena, quando ha bisogno di soldi, non esita a prostituirsi; il gentilissimo giovane Diego, , si concede  di sera qualche sniffatina; Judit,  mamma premurosa, è pronta a vendicarsi per gelosia; Marcel, sempre formalmente gentile, reprime a stento la sua violenza. Lo stesso Mateo
si concede per distrarsi un amore prezzolato.
Solo il lavoro ben fatto nobilita e riscatta: sembra essere questa la conclusione del film, quando vediamo Mateo rimettere mano al montaggio del suo film di 18 anni prima, da lui non completato: "Anche se non ci vedo, i film debbono essere ben rifiniti"

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DORIAN GRAY

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 13:11
Titolo Originale: Dorian Gray
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2009
Regia: Oliver Parker
Sceneggiatura: Toby Finlay dal romanzo di Oscar Wilde
Produzione: Toby Finlay dal romanzo di Oscar Wilde
Durata: 119'
Interpreti: Ben Barnes, Colin Firth, Rachel Hurd-Wood, Fiona Show, Emila Fox

Dorian Grey, giovane e bellissimo, arriva a Londra ingenuo e curioso, ma cade presto sotto l’influenza  del corrotto Lord Henry Wotton, che, dopo averlo convinto a lasciare la giovane attrice Sybil Vane, lo incoraggia a cedere a ogni tipo di tentazione. Ma c’è qualcos’altro che rende inquieto Dorian. Un giorno, infatti, di fronte a un quadro del suo amico Basil che lo ritrae al colmo della sua bellezza Dorian, temendo di perdere con l’età tutto ciò che possiede, ha stretto un patto terribile: mentre lui resta identico, il suo ritratto comincia a portare i segni dei suoi peccati e dei suoi vizi. Per difendere il suo segreto Dorian è disposto a tutto, anche ad uccidere. Ma verrà il giorno in cui Dorian, proprio quando la vita sembra offrirgli una seconda possibilità, dovrà fare i conti con se stesso e il suo passato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci ripropone la parabola negativa del celebre personaggio di Oscar Wild e la sua giusta punizione ma caricando i toni oltre il necessario dell'immoralità per protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di nudo e sensuali
Giudizio Artistico 
 
Film corretto, ma a tratti un po’ noioso. La regia di Parker, piena di movimenti di camera, non è sempre attenta a cogliere le psicologie dei personaggi

Il celebre romanzo di Oscar Wilde viene portato sul grande schermo da un habitué negli adattamenti dell’autore inglese, il regista Oliver Parker (suoi già L’importanza di chiamarsi Ernesto e Un marito ideale), convinto che questo classico possa dire qualcosa alla e della società contemporanea ossessionata dalla bellezza e spaventata dalla morte.

Rispetto all’originale gli autori sottolineano l’ingenuità iniziale di Dorian (interpretato da Ben Barnes, principe Caspian della saga di Narnia e protagonista di Matrimonio all’inglese), e dotandolo di una back story iperdrammatica che rischia tuttavia di apparire giustapposta al racconto.

Inserendo alcuni sottili elementi di horror (la soffitta minacciosa, la voce del quadro nascosto in soffitta, i vermi che visualizzavano la corruzione morale di Dorian, il “mostro” che quasi esce dal quadro nella scena finale) e creando una frattura temporale che esaspera l’immutabilità dell’aspetto del protagonista, lo sceneggiatore cerca di movimentare la parte centrale del racconto, che in realtà rischia di appiattirsi su una rappresentazione un po’ banale del declino morale del protagonista.

Un declino messo in scena a base di festini sempre più indecenti, consumo di oppiacei e “sperimentazioni” sessuali della più varia natura, compresa quella che implica la seduzione dell’amico pittore Basil, che vorrebbe sapere che ne è stato del suo ritratto.

Il tentativo di aggiornamento passa anche attraverso l’inserimento di un personaggio femminile “rivoluzionario” (la figlia suffragetta di Wotton, che guarda a caso s’innamora di Dorian, spingendo il padre a rinnegare l’antico discepolo) ma riesce fino a un certo punto.

La regia di Parker, piena di movimenti di camera, ma non sempre attenta a cogliere le psicologie dei personaggi, poi, non libera dalla sensazione che la pellicola non esprima una reale necessità di ri-raccontare la dolorosa parabola di Dorian Gray, ma sia al limite un omaggio anche troppo patinato al classico, ma privo di una chiave di lettura forte che possa colpire lo spettatore di oggi.

Il risultato è un film corretto, ma a tratti un po’ noioso, in cui il protagonista non sembra avere le spalle abbastanza larghe per raccontare soprattutto il risveglio morale di Dorian Gray nel finale, che lascia lo spettatore con la sensazione di aver consumato un piatto insipido e un po’ fuori moda

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: ITALIA 1
Data Trasmissione: Martedì, 29. Novembre 2011 - 23:45


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TRIAGE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:57
Titolo Originale: Triage
Paese: Irlanda, Francia, Spagna
Anno: 2009
Regia: Danis Tanovic
Sceneggiatura: Danis tanovic, Scott Anderson
Produzione: Parallel Film, ASAP Films, Freeform Spain, Tornasol films, Castafiore, Rai Cinema
Durata: 96'
Interpreti: Colin Farrell, Christopher Lee, Paz Vega, Kelly Reilly, Juliet Stevenson

Dublino, 1988. David e Mark, amici inseparabili, fotoreporter professionisti, salutano le loro mogli prima di partire per le zone di guerra del Kurdistan. Arrivati in un campo di guerriglieri curdi, assistono all'arrivo dei feriti in un ospedale improvvisato fra le rocce. L'unico dottore presente cerca di curare i feriti come può ma quelli troppo malati e sofferenti vengono soppressi con un colpo di pistola. Dopo un mese Mark torna  a casa alquanto mal ridotto ma di David non c'è traccia; probabilmente sta tornando per un'altra strada. Mark non riesce a riprendersi e la moglie previdente lo affida alle cure di suo nonno, un valente psichiatra: probabilmente Mark porta dentro di se un terribile segreto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Con l'aiuto della moglie e di un bravo psicologo un uomo riesce a risolvere un grave caso di coscienza. Ma la pratica dell''eutanasia in tempo di guerra non viene trattato con sufficiente completezza
Pubblico 
Adolescenti
Alcuni dettagli di ferite da esplosione, la presenza di alcune scene di grande tensione sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Film discontinuo. Ci sono momenti di grande intensità, ma troppo frequentemente resta vittima di una sceneggiatura modesta

Il film è alquanto discontinuo. Ci sono momenti di grande intensità, come il soggiorno dei due fotoreporter nell'ospedale da campo curdo, il rapporto fra Mark e la moglie, ma troppo facilmente il film scivola su una sceneggiatura modesta e la storia cambia direzione più volte senza che si comprenda dove sia collocato il suo baricentro.

Tratto da un romanzo scritto da un ex-fotoreporter che ha realmente visto ciò che ha raccontato, il film finisce per mettere troppi temi uno sull'altro. In Kurdistan scopriamo che in un ospedale militare dei guerriglieri curdo realizzato all'interno di una grotta viene utilizzato il metodo di selezione Triage (catalogare i feriti in arrivo in funzione della loro gravità tramite un codice-colore)  che comprende anche il fatale colore blu: chi viene classificato in questo modo viene finito con un colpo di pistola dallo stesso dottore perché sono feriti senza speranza in mancanza di attrezzature mediche idonee.  Si tratta di un tema forte, che solleva molti dubbi etici nello spettatore; tutto però si conclude sul tavolo della redattrice capo del giornale di Mark, quando questi torna a casa e le mostra i negativi. "E' roba esplosiva-  commenta lei - si venderà bene". E tutto finisce lì; del triage non se ne parla più.

Si affronta in altre sequenze la posizione ambigua di chi per mestiere fa il fotografo di guerra (quasi sempre un occidentale che si inserisce come estraneo in una guerra di qualche paese povero del mondo). Mark, prima in Palestina, poi in Africa, ora in Kurdistan, scopre quanto cinico possa essere il suo mestiere; non più un essere umano ma una forma di appendice meccanica del suo stesso obiettivo calato senza  alcuna discrezione  in mezzo ai dolori e le sofferenze degli altri.

Vi è perfino un rapido intermezzo sulla guerra civile spagnola ( la moglie di Mark accusa suo nonno, psichiatra e spagnolo,  di essere un fascista per aver aiutato alcuni criminali di guerra a ritrovare il loro equilibrio) ma anche di questo tema scottante, dopo il dialogo-litigio fra nipote e nonno, se ne perde traccia.

Infine, per due terzi del film, c'è il thriller psicologico del segreto che Mark si porta dentro al rientro dalla zona di guerra e che gli ha causato la paralisi delle gambe. Per fortuna questa parte è sostenuta da due ottimi attori:  Colin Farell ha ben lavorato su un personaggio emaciato e sfuggente mentre Christofer Lee, a 87 anni  fa la sua bella figura elegante che si impone per la sua stessa prestanza fisica.
Siamo dalle parti di "Io ti salverò (1945) dove le domande pressanti dello psichiatra e l'affetto della moglie portano Mark a tirar fuori da se tutto il dolore accumulato.
Dopo aver visto  per troppi anni la sofferenza altrui dall'altra parte del suo obiettivo, Mark ha conosciuto il dolore per la perdita di qualcuno che gli è caro ma sopratutto il peso della responsabilità per quella perdita.
E' questa la parte più intensa e più riuscita del film ma come giustamente osserva Eoardo Becattini su mymovies.it, "rispetto a film come The Hurt Locker o Valzer con Bashir, dove gli incroci fra esperienze di guerra e matrice psicanalitica hanno raggiunto risultati d'avanguardia, Triage non cerca di elevarsi dai canoni più comuni tanto del genere bellico che del giallo psicologico.

E' stato detto che il film è contro la guerra e che come tale si allinea con la produzione corrente molto vasta sul tema (ultimo, il vincitore di Cannes 2009: Lebanon);il realtà il tema principale, l'accusa che il film si rivolge a un occidente tropo freddo ed indifferente ai dolori del mondo, o che si rivoltola come Mark nei suoi sensi di colpa, mentre "gli altri" quelli che la guerra la fanno sul serio con le armi e non con gli obiettivi, continuano a farla lo stesso, in Kurdistan come in Palestina o in Africa, perché ci sono delle ingiustizie da rimuovere e delle libertà da salvaguardare.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'UOMO NERO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:22
 
Titolo Originale: L'UOMO NERO
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Sergio Rubini
Sceneggiatura: Domenico Starnone, Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini
Produzione: Donatella Botti per Bianca Film in collaborazione con Rai Cinema 01 Distribution
Durata: 117'
Interpreti: Sergio Rubini, Valeria Golino, Riccardo Scamarcio, Fabrizio Gifuni, Anna Falchi, Margherita Buy, Guidi Giaquinto,

Puglia, fine anni Sessanta. Ernesto Rossetti è il capostazione di un piccolo centro dove tutti si conoscono. Ha l'hobby della pittura che per lui è una forma di rivincita per la sua vita grigia e monotona, anche se ha il conforto di una moglie affettuosa e di Gabriele, un vispo ragazzetto che fa la terza media. Finalmente arriva la grande occasione: riesce ad organizzare una personale nel municipio del paese, un omaggio a Cezanne di cui è grande ammiratore. I notabili del paese che si piccano di essere grandi esperti, trovano i suo lavori dilettanteschi innescando la reazione incontrollata  di Ernesto. Molti anni dopo, quando Gabriele, ormai uno scienziato famoso, tornerà al paese natio in occasione della morte del padre, scoprirà una  verità insospettata intorno a  quell'episodio....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel quadro di vita familiare dove, nonostante le intemperanze del padre, si riesce sempre a ritrovare l'unità e l'armonia
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena con l' "uomo nero" potrebbe spaventare i più piccoli. Uso frequente di espressioni volgari
Giudizio Artistico 
 
Il regista e gli sceneggiatori confezionano un'opera molto ben raccontata, grazie anche alla buona prova di tutti gli attori. Forse troppo lunga in alcune parti.

La storia di per se è piccola. Anzi, diciamola tutta, è il confronto/scontro di due piccinerie: quella dei notabili del paese che considerano chi non ha studiato come un irrimediabile ignorante e quella di Ernesto, che preso dal desiderio di voler esser quello che non è,  finisce per trascurare una moglie adorabile e un simpatico figlio. Siamo lontani quindi dalle ambizioni di un affresco tipo Baaria, dove si aveva la pretesa di raccontare la storia di un paese e la storia d'Italia. Tuttavia, se le vicende di questo scontro che si protraggono per anni, non hanno certo risonanze universali, Rubini ha la brillante idea di incentrare tutta la storia sul bambino Gabriele.

Il suo assistere muto alle intemperanze del padre, la sua voglia di fare bricconate con la complicità di altri ragazzi più svegli di lui, il dover partecipare a lunghi e noiosi viaggi fino a Bari con il padre, che in questo modo vuole mostrare di occuparsi anche lui della famiglia, il suo timore di poter incontrare, nel sogno come nella realtà, l'uomo nero, danno al racconto una fragilità e una delicatezza inaspettate, lasciando in sordina le sfuriate e i livori del padre frustrato. Gabriele è in fondo Sergio Rubini da piccolo: la storia ha molti aspetti autobiografici, anche suo padre era ferroviere con il pallino della pittura e molti dei quadri che si vedono nel film sono originali di suo padre.

Ben costruita è anche la figura dello zio Pinuccio, scapolo impenitente che si è piazzato in casa loro, visto che sua sorella maggiore Franca (la moglie di Ernesto) si prende amorevolmente cura di lui. Come spesso succede anche con i nonni, Gabriele riesce con lo zio a parlare di cose che non direbbe ai genitori e ottiene dei permessi che altrimenti gli sarebbero negati.

Riccardo Scamarcio è ormai un attore maturo, ora che si è scrollato di dosso l'immagine di bel giovane per il clan delle ragazze Moccia-dipendenti mentre la Golino interpreta una insolita figura di donna  serena e positiva.

Anche Giuseppe Tornatore in Baaria, quando si è trattato di presentare sullo schermo la figura di sua madre, vi  ha trasferito il ricordo  delle sue affettuose premure.

I sogni visionari di Gabriele, molto onirici e molto felliniani, danno quel tocco di poesia a un racconto che altrimenti viaggerebbe molto raso terra portato avanti dalle  meschine  figure del paese.

C'è chi ha voluto trovare, nel film di Rubini significati importanti, come l'immobilismo del Meridione, la potenza distruttiva dei pregiudizi in contrasto con  la capacità trasformante e liberatoria dell'Arte.

Preferisco ammirare l'amorevole nostalgia con cui Rubini ricorda il suo paese natio e l'immagine di una  famiglia unita che si vuol bene e su cui si può contare nei momenti difficili.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Martedì, 22. Gennaio 2013 - 21:15


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DIECI INVERNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 12:11
Titolo Originale: DIECI INVERNI
Paese: Italia
Anno: 2009
Regia: Valerio Mieli
Sceneggiatura: Isabella Aquilar, Davide Lantieri, Valerio Mieli,
Produzione: Elisabetta Bruscolini per CSC Production, Rai Cinema, Uliana Kovaleva per United Film Company
Durata: 99'
Interpreti: Isabella Ragonese, Michele Riondino

Inverno 1999. Camilla e Silvestro hanno diciotto anni e si incontrano per caso  su un'isola della laguna veneta perché entrambi stanno cercando un appartamentino dove vivere mentre frequentano l'università a Venezia. Con il passare del tempo hanno altre opportunità di incontrarsi, ciascuno con la propria cerchia di amici, finché Camilla accetta di ospitarlo in casa sua come..amico.  Alla soglia della laurea, Camilla, che studia slavistica, passa alcuni mesi a Mosca per specializzarsi e Silvestro decide di andarla a trovare. Grande è quindi la sua sorpresa quando scopre che la ragazza è andata a vivere con un uomo più anziano di lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'autore analizza con serietà un modo di esser giovani oggi. Una prospettiva però che manca di generosità e di coraggio
Pubblico 
Adolescenti
Il modo crudo e privo di prospettive con cui viene presentato il rapporto fra i due sessi necessita di una certa maturità
Giudizio Artistico 
 
Buona prova del regista esordiente anche se si percepisce un po' di stanchezza e ripetitività dei temi nella parte centrale del film

Valerio Mieli del Centro di Sperimentale di Cinematografia, alla sua  prima opera  importante come regista,  mostra da subito uno stile sicuro ma essenziale, asservito al racconto, una sorta di umiltà che lo mette al riparo  da soluzioni d'effetto, del tipo  saggio d'accademia di fine anno.

Il film ha un altro importante merito: quello di aver aggiunto un nuovo tassello alla più recente filmografia sul tema del come essere giovani oggi.  Affronta  con serietà  quello che possiamo chiamare il tema dell'adolescenza prolungata", quel modo di essere delle generazioni più recenti che tardano a raggiungere  quella che viene chiamata maturità. L'analisi svolta da Mieli è tanto più efficace in quanto i due protagonisti sono ragazzi normali, ben lontani dalle carinerie fasulle e simil-pubblicitarie  di Moccia.

Il tassello che viene aggiunto alla miglior conoscenza di questo fenomeno è quello che potremmo chiamare "paura di amare". Silvestro  in più occasioni dichiara a Camilla di "aver paura di lei". Ovviamente non è di lei che ha timore, ma  di accettare di lasciarsi trasformare da un amore totalizzante e definitivo.

La frase "ti amo" viene pronunciata una sola volta nell'arco dei dieci anni lungo i  quali il film segue il loro rapporto contrastato. Hanno difficoltà perfino nei rapporti sessuali e il loro incontro fisico avviene a una sola volta; non che i due non dimostrino di esser disinvolti su questo aspetto e cambiano spesso partner, ma  quando l'amore fisico vuole  essere espressione tangibile di un  amore profondo,  capiscono che esso diventa di colpo prezioso e gravido di significati.

E' un amore che sfugge, che stenta a venir afferrato, che a momenti appare e poi si dilegua;  da questo punto di vista ci sono molte analogie con il contemporaneo film d'oltre oceano (500) giorni insieme: anche in quel caso il tempo viene contato per raccontare le fluttuazioni dei protagonisti intorno a qualcosa che lei Sole, chiaramente non vuole mentre lui, Tom, vorrebbe ma in realtà scambia per ingenuo sentimentalismo.

Altri film hanno affrontato l'argomento dell'adolescenza prolungata a partire dal capostipite:  L'ultimo bacio.  Trentenni che  giocano con la loro vita ma che vedono ancora il matrimonio come una meta ambita  anche se  difficile da raggiungere.  In questo Dieci inverni la situazione è molto più cupa: in nessun momento viene intravista la prospettiva del matrimonio, proprio perché manca l'amore e la conseguente progettualità di una unione matrimoniale. Neanche la nascita di una figlia, scuote Camilla che continua a non assumersi alcuna responsabilità.

Il film ci mostra un elevato cameratismo fra i due sessi (il vivere come amici nella stesso appartamento sarebbe stato impensabile solo nella generazione precedente)  e se si creano delle relazioni fra un ragazzo e una ragazza, queste potremmo definirle "amicizie sessuate" perché hanno la caratteristica dello stare assieme restando sempre se stessi, senza esser disposi a subire quel  diventare altro da se che il vero amore comporta, un lui e un lei assorbiti in una nuova unità che li ingloba e li trascende.

Altri film hanno sottolineato la precarietà del lavoro come una delle condizioni che determinano per propagazione la precarietà degli affetti, come in Tutta la vita davanti di Virzì (nel quale c'era nuovamente Isabella Ragonese).

Nel caso di Dieci inverni neanche questa motivazione viene addotta per giustificare il cuore fragile dei due protagonisti, il loro vivere all'interno di un orizzonte terribilmente angusto. Il pudore dei loro sentimenti è in realtà mancanza di coraggio e il  coraggio manca perché  non c'è speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BROTHERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 10:50
Titolo Originale: Brothers
Paese: USA
Anno: 2009
Regia: Jim Sheridan
Sceneggiatura: David Benioff dal film Non desiderare la donna d’altri di Susanne Bier e Anders Thomas Jensen
Produzione: Columbia Pictures/Relativity Media/Michael de Luca Productions
Durata: 108'
Interpreti: Natalie Portman, Jake Gyllenhaal; Tobey Maguire

Sam Cahill è un marine degli Stati Uniti e soprattutto l’affettuoso marito di Grace, padre amorevole di Maggie e Isabel, figlio devoto del severo Hanck. Appena prima di ripartire per l’Afghanistan Sam riaccoglie a casa, dopo un periodo in galera per rapina, il fratello Tommy, su cui pesa la mancanza di stima del padre.Quando Sam viene dato per morto in un attacco talebano (ma invece è prigioniero e vittima di torture fisiche e psicologiche terribili), Tommy si fa inaspettatamente avanti per sostenere il dolore pieno di dignità di Grace e per stare vicino alle nipotine, riconquistando così anche la sua dignità.Forse tra lui e Grace potrebbe nascere qualcosa, ma Sam ritorna a casa, traumatizzato da quanto ha subito e incapace di riprendere la vita di prima. Tormentato dalla gelosia verso la moglie e il fratello, incapace di perdonarsi per ciò che ha fatto in Afghanistan, Sam rischia di cadere nel baratro portando con sé tutti i suoi cari…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Solo la forza del rapporto fraterno e dell’unione matrimoniale, sono capaci dare la forza di perdonare e por fine alla guerre che alimentiamo dentro noi stessi
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di forte tensione, uso di droga, linguaggio crudo.
Un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre; bravi anche Jake Gyllenhaal e Tobey Maguire: Il film resta all'altezza del suo originale danese Non desiderare la donna d'altri
Testo Breve:

Un intenso dramma sugli effetti della guerra ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

Per il remake americano del dramma di Susanne Bier, Jim Sheridan (In America, The Boxer) sceglie la via del dramma familiare e, rinunciando all’esclusivo punto di vista della donna al centro del dramma (qui un’intensa e misurata Natalie Portman, convincente come moglie e madre), costruisce un racconto corale che insiste, oltre che sulle relazioni familiari, sul nervo scoperto della società americana di oggi: la guerra, ma soprattutto le sue conseguenze sulla psiche degli uomini che vi prendono parte, costretti a confrontarsi con una mentalità spietata che non riconosce il valore della vita umana.

La pellicola ricostruisce con semplicità ed efficacia i momenti della vita familiare dei Cahill, il legame tra Sam e Grace e le loro figlie, lo squilibrio nel trattamento che Hanck riserva ai due figli (lo stesso che potenzialmente si intuisce tra le due bimbe di Sam), ma anche la gratuità dell’amore che Elsie (seconda moglie di Hanck, che deve averlo sposato dopo la morte della moglie maltrattata) riversa sui figliastri e il commovente tentativo di Tommy di rimettersi in carreggiata e sostenere la cognata e le nipotine.

Non c’è nulla di morboso nel legame che si stabilisce tra Grace e Tommy, ma certo il contrasto tra il faticoso ritorno alla vita della famiglia a casa e la brutalità del trattamento subito da Sam fa sì che ogni istante sia vissuto come sospeso, in un’altalena di sentimenti (la pietà per il prigioniero, ma anche per chi ne soffre la perdita, la comprensione per il tentativo di tornare alla normalità) che lo spettatore condivide fino allo scoppio della tragedia.

Perché se il ritorno di Sam  è salutato con sincera gioia da tutti, è chiaro che per il reduce il peso delle azioni commesse è tale da avvelenare lo sguardo su tutto ciò che lo circonda, spezzando quei legami familiari che fino a quel momento, pur nella loro imperfezione, avevano consentito a tutti i personaggi di non annegare nella disperazione.

Alla fine è comunque solo l’evidenza di quel rapporto fondamentale (“io sono tuo fratello” urla Tommy a Sam per convincerlo a desistere dalla violenza verso gli altri e se stesso) che può fare la differenza, così come quella dell’unione matrimoniale, capace di andare oltre l’istintività del momento, la fatica del ricostruire e l’orrore per ciò che è accaduto.

E se il film si arresta prima di dare una risposta definitiva sul destino di Sam e dei suoi, è certo però che dice chiaramente della necessità di riconoscere la verità e perdonare per poter vedere la fine di una guerra che non è solo quella che si combatte nella desolazione dell’Afghanistan, ma prima di tutto nei cuori degli uomini in ogni luogo del pianeta.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: JOI
Data Trasmissione: Lunedì, 4. Aprile 2011 - 21:00


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WELCOME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/14/2010 - 10:27
 
Titolo Originale: Welcome
Paese: Francia
Anno: 2009
Regia: Philippe Lioret
Sceneggiatura: Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam
Produzione: Nord-Ouest Production, Studio 37, France 3 Cinèma, Mars Films, Canal+
Durata: 110'
Interpreti: Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi

Bilal è un ragazzo curdo di 17 anni, dal portamento atletico (nel suo paese, l'Irak, è stato campione di calcio) che si trova a Calais dopo che ha fallito il tentativo di passare oltre la Manica come clandestino. Il  suo sogno è andare in Gran Bretagna perché la sua ragazza vi si è trasferita con tutta la famiglia. Non gli resta che organizzare l'impresa più disperata:  attraversare la Manica a nuoto;  per raggiungere il suo obiettivo decide di prendere lezioni individuali di nuoto alla piscina comunale. Qui conosce l'istruttore Simon, un uomo rassegnato che sta per divorziare dalla moglie Marion. Simon dapprima appare scettico ma poi inizia a trattare Bilal come un figlio e decide di aiutarlo nella sua folle impresa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta il problema delle immigrazioni clandestine senza ideologie ma con grande sensibilità umana
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche allusione a possibili atteggiamenti pedofili può non essere indicata per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Grande bravura dell'autore nell'inserire all'interno di storie personali significati di valore universale e il rigore di un non retorico impegno civile. Ottima interpretazione di Vincent Lindon

Calais è il nervo scoperto dell'Europa dove affiorano le tensioni sociali e i conflitti  degli utimi 20 anni. Nello scorso decennio, con la guerra Jugoslava,  arrivano i primi immigrati dalla Croazia, Bosnia, Kosovo; senza soluzione di continuità a loro seguono nuove ondate migratorie dall'Irak, dall'Afghanistan, dal Kurdistan e di nuovo dall'Irak. Sono persone che lasciano  il loro paese per sfuggire ai conflitti  o perché perseguitati  in patria e cercano di trasferirsi in Inghilterra dove molto spesso hanno dei parenti già residenti. Restano però bloccati a Calais perché sono dei sans papier, non hanno i permessi necessari. Da subito associazioni di volontari (sopratutto cattoliche, ma questo particolare non viene citato nel film) si  prodigano per  dar loro un pasto caldo e un minimo di conforto. L'Alto Commissariato dei Rifugiati dell'ONU con l'aiuto della Crocerossa costituisce infine il centro di accoglienza di Sangatte che arriva ad ospitare fino a 4000 persone ma la situazione resta grave, a causa del flusso ininterrotto di immigrati.
Nel 2002 Sarkozy, in accordo con il governo inglese, decide di chiudere il centro di Sangatte. A questa iniziativa si accompagnano leggi severe verso i francesi che vengono scoperti ad aiutare o dare alloggio ai clandestini.  Padre Boutoille, che aveva riaperto nel 2002 una chiesa abbandonata per accogliere i rifugiati d'inverno, viene arrestato. Con queste iniziative drastiche il popolo degli immigrati  cerca tuttora di sopravvivere  accampandosi nella foresta intorno a  Calais mentre  associazioni di volontari continuano a organizzare mense volanti, con il rischio di venir arrestati.

Questa premessa era necessaria per comprendere lo spirito con cui  il regista e sceneggiatore si è posto il meritevole compito di portare in evidenza un problema che non è solo  francese, ma di tutti noi europei.

Philippe Lioret è sicuramente dalla parte dei sans papier ma non ha trasformato il suo film in un pamphlet politico, ha invece interiorizzato il problema, raccontandoci le storie personali del curdo-iracheno Bilal e del francese Simon.  Con uno stile asciutto e un racconto lineare, Lioret non nasconde il fatto che i due protagonisti si muovono spinti  da motivazioni personali: il giovane desidera raggiungere Mina, la ragazza che ama, desiderio che si è trasformato in esasperazione  da quando è venuto a sapere che il padre di lei l'ha destinata a sposarsi con un suo zio,  proprietario di un ristorante avviato. Simon ama sua moglie, che però ha trovato un altro compagno: Marion lo accusa di essere abulico e rinunciatario mentre lei è attiva nel volontariato verso i sans papier.
Simon è cosciente dei suoi limiti caratteriali  ("Bilal ha fatto 4000 km a piedi per rivedere la sua ragazza -dice Simon alla moglie -tu sei andata via e io non ho nemmeno attraversato la strada per fermarti") e istintivamente si avvicina a Bilal e lo aiuta, inizialmente non per lui, ma per fare qualcosa che possa far piacere a sua moglie.
Così, Simon, spinto dall'amore verso sua moglie accetta di trasformare se stesso e aiuta concretamente Bilal:  in questo modo, progressivamte , anche noi veniamo introdotti assieme a lui nel problema dei sans papier. Simon viene convocato dalla polizia per il semplice motivo di aver offerto un passaggio in macchina a due di loro; i vicini di casa, gretti e sospettosi, gli rendono la vita difficile.

Sarebbe stato molto facile per l'autore caricare le tinte, mostrando poliziotti crudeli, clandestini innocenti malmenati ed affamati. Invece la sua accusa risulta tanto più efficace in quanto  ci mostra come certi nostri comportamenti aberranti sono stati ormai assorbiti nella ordinarietà dei comporamenti quotidiani.
Allo stesso modo, nel confronto fra civiltà così diverse Lioret evita qualsiasi forma di idealizzazione: se nell'occidente ormai avvezzo a tutto, l'aiuto di Simon verso Bilal viene visto solo con il sospetto di un interesse sessuale, i clandestini si accapigliano per questioni di soldi e son disposti a rubare anche nelle case di chi li ospita. Se in occidente ci si separa anche solo per noia, nelle famiglie irakene il padre combina  il matrimonio  della figlia in base ai suoi interessi.

La regia incastona sapientemente l'inizio e la fine della storia fra due eventi ad alta drammaticità: nell'incipit assistiamo al tentativo di emigrazione clandestina all'interno di un camion (i sans papier debbono tenere la testa dentro sacchetti di plastica con il rischio di restare soffocati, per ingannare i rilevatori di anidride carbonica utilizzati dalla polizia)  e alla fine, quando Bilal affronta le correnti e le onde della Manica in pieno inverno, inseguito dalle motovedette della guardia costiera inglese.
La sceneggiatura, di impostazione classica e molto  efficace, usa gli oggetti per simboleggiare ciò che non occorre dire: l'anello di Marion era stato perso al momento della separazione e poi ritovato e donato da Simon a Bilal, nella speranza che il giovane possa trovar l'amore che a lui sfugge; ma poi ritorna nelle mani di Simon, quando  intravede la speranza di un rappacificamento....

Il film può contate sull'ottima interpretazione di Vincent Lindon: grigio e sciatto nel vestire, i suoi occhi tradiscono l'abitudine alla rassegnazione ma la sua forza, calma e pacifica, sta proprio nel non derogare dal suo amore coniugale e nel saper compiere atti di umana solidarietà.
Il film è gravido di riferimenti universali: la capacità trasformante dell'amore,  la scoperta di come un incontro fra esseri umani possa avviarci reciprocamente verso una maggiore responsabilità e maturità di coscienza; la capacità che hanno gli uomini di comprendersi, nonostante le culture siano molto diverse; il valore della politica nel senso più alto di questo termine, vista come gestione di problemi collettivi di non facile soluzione ma per i quali non si può prescindere da un trattamento umano nei confronti dei clandestini, la cui unica colpa è quella di essere vittime di circostanze avverse.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: TV2000
Data Trasmissione: Mercoledì, 7. Dicembre 2016 - 21:05


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IL RICCIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/13/2010 - 13:56
Titolo Originale: Le Hérisson
Paese: Francia, Italia
Anno: 2009
Regia: Mona Achache
Sceneggiatura: Mona Achache dal romanzo L’eleganza del riccio di Muriel Barbery
Produzione: Les Films des Tournelles/France 2 Cinéma/Pathé/Topaze Bleue/Eagle Pictures
Durata: 100'
Interpreti: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet

Paloma, undici anni, vive a Parigi in uno dei cinque magnifici appartamenti di uno stabile per ricchi borghesi e ha deciso di suicidarsi nel giorno del suo dodicesimo compleanno, per non vivere, come tutti gli adulti da cui è circondata, come un pesce in una boccia. Renée, la portinaia anziana e soprappeso dello stabile, nasconde dietro i suoi modi bruschi il segreto di una cultura raffinata e varia. Queste due esistenze sono destinate ad incrociarsi quando nell’edificio arriva il signor Ozu, un garbato giapponese che sembra intuire nelle due “donne” molto più di quello che rivelano al mondo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa pellicola è elogio della cultura come risorsa nascosta , capace di mettere in contatto persone apparentemente diversissime, di liberarle da un destino già determinato dalla vita
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il desiderio di suicidio di una ragazza di 11 anni, potrebbe impressionare qualche bambino più sensibile
Giudizio Artistico 
 
La Achache ha qualche momento di regia un po’ troppo consapevole, che denuncia l’ansia della giovane regista di dare un’impronta “sua” ad un romanzo noto ma la pellicola si fa amare per la capacità di tratteggiare tre personaggi affascinanati
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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