Dramma

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COME UN URAGANO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:20
Titolo Originale: Nights in Rodanthe
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: John Romano e Ann Peacock
Produzione: Warner Bros. Pictures
Durata: 97''
Interpreti: Diane Lane, Richard Gere, Christopher Meloni, Viola Davis

Dopo essere stata tradita e lasciata da sola a crescere due figli, Adrienne si ritrova sulla porta il marito, che la implora di riprenderlo a casa. Ancora ferita e indecisa sul da farsi, la donna accetta di sostituire per qualche giorno un'amica nella gestione di una pensiocina sul mare. Lì deve occuparsi di un unico cliente, un affascinate medico dal passato misterioso.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
perché tutte le storie di questo tipo sembrano suggerire che il vero Amore è quello impossibile, strutturalmente incompatibile con il matrimonio?
Pubblico 
Adolescenti
qualche scena lievemente sensuale
Giudizio Artistico 
 
gli stereotipi del melò patinato ci sono tutti, infilati senza ritegno uno dopo l'altro

Se non fosse per la presenza di due star hollywoodiane un po' stagionate (Richard Gere e Diane Lane, al terzo film insieme), Come un uragano non sfigurerebbe nel palinsesto pomeridiano di qualche tv commerciale. Un bel tv movie per casalinghe, due ore di evasione da fornelli e aspirapolvere per sognare l'Amore con la A maiuscola, che come sempre ha poco a che fare con il quotidiano e le sue fatiche. Questo racconta la storia di Adrienne, madre amorosa e moglie tradita, sotto sotto delusa dalla vita, a cui la giostra del destino riserva una  “seconda occasione” da manuale: una pittoresca palafitta sulla spiaggia, uno straniero fascinoso e incupito, una lezione di vita da impartire e una da ricevere, il tutto condito dalla minaccia di un uragano, per dare un po' di respiro a una storia potenzialmente claustrofobica. Il ritmo da crociera e la desolante mancanza di azione a favore di chiacchiere e spiegazioni tradiscono l'origine “letteraria” della sceneggiatura: un romanzo di Nicholas Sparks, scrittore americano di successo planetario, specializzato in polpettoni sentimentali molto apprezzati dal pubblico femminile.

A partire dalla location fuori dal mondo e fuori dal tempo (una romantica palafitta di 100 anni che resiste  alla tempesta senza riportare un graffio!), gli stereotipi del melò patinato ci sono tutti, infilati senza ritegno uno dopo l'altro. La storia è così prevedibile che se ne intuisce ogni singola svolta, e la si attende sbadigliando. Non appena il personaggio di Diane Lane entra in scena sappiamo subito che, nonostante la prospettiva di un riavvicinamento con il marito, non vede l'ora di buttarsi alle spalle vent'anni di deludente vita coniugale per sperimentare  il vero Amore. Sai che novità. Non appena il capello brizzolato e l'occhio porcino di Richard Gere si posano sulla finta dimessa Lane sappiamo che i due finiranno insieme. E infatti. Non è difficile nemmeno immaginare che l'amore scoppierà nella notte di tregenda, sotto il segno dell'ennesimo evento annunciato, e cioè l'uragano del titolo, metafora poco sottile dello sconvolgimento che l'Amore può portare nelle vite di due persone già mature. L'uragano, a dir la verità, si rivela poco più di un acquazzone, perché toglie il disturbo nel giro di poche scene, dopo aver  assolto la sua funzione primaria, e cioè far scattare la passione tra i due protagonisti. La storia scorre lineare verso il finale più ovvio, movimentata soltanto da uno scherzo conclusivo del Fato che - più che emotivamente coinvolgente - risulta vagamente iettatorio.

Insomma, una parata di situazioni e stilemi già letti in mille romanzi rosa, un campionario di luoghi comuni già visti in mille film d'amore “senili”, che inneggiano alla possibilità di una seconda occasione. Su tutti, la celebrazione dell'Amore che “ti dà il coraggio di essere migliore di quella che sei e di non sminuirti, quello che ti fa sentire che qualunque cosa è possibile”.

Tutto legittimo, per carità: l'amore non può essere meno di questo. Ma allora sorgono due domande: come mai questo genere di sentimento sembra sempre strutturalmente incompatibile con il matrimonio? E perché tutte le storie di questo tipo, tra le righe, sembrano suggerire che il vero Amore è quello impossibile, o per natura o per fato?

Autore: Chiara Toffoletto
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DEFIANCE I GIORNI DEL CORAGGIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 13:18
Titolo Originale: Defiance
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Clayton Frohman e Edward Zwick dal volume Defiance – Gli ebrei che sfidarono Hitler di Nechama Tec
Produzione: Edward Zwick e Peter Jan Brugge per Grosvenor Park/Bedford Falls
Durata: 129'
Interpreti: Daniel Craig, Liev Schreiber, Jamie Bell

Bielorussia 1941. Mentre i tedeschi cominciano il sistematico rastrellamento degli ebrei che saranno condotti ai campi di sterminio, i fratelli Bielski (Tuvia, il maggiore, Zus, il più irruente, Asael, giovane ma coraggioso, e il piccolo Aron), dopo l’uccisione dei genitori ad opera di poliziotti bielorussi conniventi con gli occupanti nazisti, si rifugiano nella foresta che conoscono per avervi praticato il contrabbando.
A poco a poco intorno a loro si riunisce una schiera di disperati in fuga alla persecuzione, un gruppo eterogeneo che cercherà di trasformarsi in comunità anche attraverso il contributo di un saggio rabbino. Divisi tra il desiderio di vendicare il male subito e la necessità di sopravvivere contrastando pure gli egoismi che sorgono all’interno del capo, i fratelli Bielski dovranno fare ricorso a tutte le loro risorse per salvare se stessi e il popolo a loro affidato.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film contiene alcuni elementi moralmente inaccettabili, come e la ricerca della vendetta personale e la pratica dei "matrimoni della foresta"
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di violenza e forte tensione
Giudizio Artistico 
 
Interpreti capaci danno vita ad una pellicola che forse presta eccessiva attenzione all’azione e si accontenta di alcune semplificazioni nella psicologia dei personaggi e tuttavia rappresenta un omaggio positivo e sincero ad eroi “normali” e troppo a lungo dimenticati.
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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REVOLUTIONARY ROAD

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 13:08
Titolo Originale: Revolutionary Road
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Justin Haythe dal romanzo omonimo di Richard Yates
Produzione: Scott Ridin, Sam Mendes, John Hart, Bobby Cohen, Gina Amoroso per BBC Films/Evadere Entertainment/Neal Street Production
Durata: 121'
Interpreti: Kate Winslet, Leonardo Di Caprio, Kathy Bates

Frank e April, brillanti aspiranti intellettuali all’indomani della II guerra mondiale, si sono sposati sull’onda della reciproca attrazione, convinti di riuscire a restare fedeli a se stessi pur vivendo in una società borghese che disprezzano. Dieci anni e due figli dopo, l’energia e i sogni sembrano scomparsi, litigi e recriminazioni sembrano sul punto di far esplodere la coppia, almeno finché April ha l’idea di mollare tutto per trasferirsi a Parigi e cominciare una vita diversa e più in linea con le aspettative della giovinezza. Ma forse Frank non è poi così felice di lasciare la sicurezza di un lavoro noioso, ma remunerativo... A complicare le cose ci si mette poi una gravidanza imprevista che fa esplodere la tragedia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un film profondamente nichilista dove manca ogni traccia di positività e speranza, le energie spirituali e fisiche sono destinate a esaurirsi in un avvitamento su se stesse e la passione dei due protagonisti risulta essere totalmente narcisistica e autoreferenziale
Pubblico 
Sconsigliato
Scene a contenuto sessuale e sensuale, scene di forte tensione emotiva. Un film di profonda impostazione nichilista
Giudizio Artistico 
 
Girato con l’abituale abilità di Sam Mendes, a dire il vero un po’ noiosamente calligrafica, può contare solo sulle prove di recitazione eccellenti dei due protagonisti
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TI AMERO' SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 13:02
Titolo Originale: Il y a longtemps que je t'aime
Paese: FRANCIA, GERMANIA
Anno: 2008
Regia: Philippe Claudel
Sceneggiatura: Philippe Claudel
Produzione: UGC YM, Integral Film, France 3 Cinéma, UGC Images
Durata: 115'
Interpreti: Kristin Scott Thomas, Elsa Zylberstein, Serge Hazanavicius

Lea vive con suo marito e due figlie prese in adozione a Nancy; va a prendere all'aeroporto Juliette, sua sorella maggiore, uscita dal carcere dopo 15 anni di reclusione. Lea era ancora piccola quando sua sorella venne condannata  per aver ucciso il figlio di 6 anni ma ora è pronta ad offrirle tutto l'affetto che non le ha ancora potuto mostrare. L'accoglie nella sua casa, la inserisce nel giro delle sue amicizie, ma Juliette resta dura e anaffettiva, ancora incapace di aprirsi ai sentimenti....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un altro film pro-eutanasia. Occorre dire però che il regista non cerca di nascondere l'atteggiamento superbo ed egocentrico della protagonista
Pubblico 
Maggiorenni
E' necessaria una certa maturità per sottrarsi al "ricatto emotivo" del regista
Giudizio Artistico 
 
Prova superba di interpretazione di Kristin Scott Thomas . Il regista tratteggia con sensibilità tutti i personaggi, anche quelli minori

Per i primi 105 minuti dei suoi 115 di durata totale, il film sviluppa magnificamente il tema dell'accettazione di chi, avendo pagato il suo debito con la società dopo una lunga detenzione, deve inserirsi nuovamente nel flusso di una vita il più possibile normale.
 
Il film  inizia proprio quando Juliette, uscita dal carcere, viene ospitata (provvisoriamente, come spera il marito di Lea) presso la casa di sua sorella e  la seguiamo nei vari colloqui di lavoro (spesso respinta perché i suoi 15 anni di detenzione  creano timori e sospetti) oppure quando reagisce con stizza alla curiosità morbosa di chi vorrebbe conoscere il crimine da lei commesso.
La vera battaglia avviene in realtà dentro di lei: da troppo tempo abituata a difendersi da sola, è diventata anaffettiva, tende a non aspettarsi niente da nessuno ma anche a non dare niente a nessuno.
Per fortuna la giovane sorella ha la costanza e la pazienza che le derivano da un cuore  generoso e a poco a  poco, grazie alla sua disponibilità e alla fiducia che le concede senza nulla chiedere, riesce a fare breccia nel suo animo indurito.  Altri personaggi (lo stesso ispettore di polizia dal quale si deve recare periodicamente per firmare il suo domicilio coatto, un amico di Lea che ha insegnato nelle carceri e conosce i drammi di quella esperienza umana) sanno dimostrarle che esiste anche chi, senza pregiudizi, sa  trattarla come donna e come amica.
Nel frattempo, in sottotraccia, il regista-sceneggiatore prepara il secondo tema del film: quello della malattia, della nostra fragilità fisica. Il suocero che abita con loro ha smesso di parlare a causa di un ictus; la madre, chiusa in un ospizio, non è più in  grado di riconoscere le sue figlie; lo stesso commissario di polizia, divorziato e con una figlia che vede sporadicamente, chiuderà in modo tragico la sua esistenza. Il regista tende forse troppo il  filo della suspense sul segreto di Juliette ed alla fine, quando negli ultimi dieci minuti avviene la rivelazione questa finisce per diventare prevedibile: per chi non vuole scoprire il finale è opportuno sospendere a questo punto la lettura, ma per gli altri è indispensabile andare avanti per poter dare un giudizio complessivo sulla pellicola.

Quando Lea scopre che il bambino di Juliette era in realtà affetto da un male incurabile, un pianto liberatorio suggella la dissoluzione dei sospetti sulla cupa irrazionalità del gesto della sorella, ma corre da lei per reclamare per sé e per i suoi genitori il diritto a quel tempo, di partecipare al suo dramma.
Il colloquio fra le due sorelle è rivelatore dei due diversi caratteri: Lea si preoccupa sempre e comunque di dimostrare alla sorella il suo affetto incondizionato; Juliette manifesta tutta la durezza del suo animo.
Essa in fondo è superba perché si è tenuta per sé la scoperta della malattia del figlio ed anche dopo il terribile gesto decise di non difendersi al processo, per rimarcare che è lei stessa a separarsi dal mondo,  non sono gli uomini che la stanno condannando.
Sola di fronte ad una sofferenza così profonda, ha preso una decisione che pur nella comprensione di una situazione così angosciante, denota egocentrismo. Lei con quel gesto ha risolto un suo problema, quello di non poter più vedere il figlio condannato a un progressivo decadimento, si è sostituita a lui in atteggiamento di possesso ("io l'ho messo al mondo ed io l'ho tolto" - dichiara) senza considerarlo un altro da sé, con il suo autonomo valore e forse quel figlio, con la voglia di vivere tipica di un bimbo di 6 anni,  avrebbe voluto restare con lei  ancora qualche giorno in più.

Questo film, anche se solo per gli ultimi 10 minuti che ne hanno virato il messaggio, si inserisce nel filone ormai ricco delle opere pro-eutanasia ed ancora una volta l'ideologia è la stessa: quella di una vita "pesata al kilo". Ci si aspetta dalla vita un"giusto" livello di soddisfazione, al di sotto del quale non conviene vivere. In Million dollar baby Maggie, campionessa di box e in seguito paralizzata in un letto d'ospedale, commentava che era stata fortunata, "aveva avuto la sua occasione" era quindi tempo di chiudere la sua esistenza. Ora Juliette ricorda: "lo vedevo così bello, così felice": la mancanza di questi elementi determinano la fine della vita del figlio

Altro tema ricorrente in alcuni film di recente produzione è quello dell'autogiustizia: in un mondo dove ogni individuo è una monade a sé stante  senza aver necessità degli altri, il protagonista di Sette anime, colpevole per una sua distrazione di aver provocato la morte di sette persone in un incidente automobilistico, decide non di chiedere perdono ma di provocarsi la morte in un modo che lui considera generoso; nel nostro film Juliette evita di prospettare qualsiasi attenuante al suo gesto per  rinchiudersi  in  prigione, in sdegnoso isolamento.

Kristin Scott Thomas fornisce  una superba prova  di interpretazione  e Philippe Claudel. regista e scrittore (i protagonisti sono spesso intenti a leggere  un libro) tratta con sensibilità l'evoluzione psicologica di Juliette ma  il colpo di scena finale gioca basso con lo spettatore (come fece Clint Eastwood in Million Dollar Baby ) in un contesto altamente emotivo; occorre almeno riconoscergli  l'attenuante di aver ritratto senza abbellimenti il carattere chiuso e superbo di Juliette.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OPERAZIONE VALCHIRIA (Claudio Siniscalchi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:55
 
Titolo Originale: Valkyrie Regia: Bryan Singer
Paese: USA, GERMANIA
Anno: 2009
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Christofer McQuarrie
Produzione: Bryan Singer, Christopher Mcquarrie, Gilbert Adler, Nathan Alexander, Henning Molfenter, Jeffrey Wetzel, Charlie Woebcken, per United Artists, Bad hat Harry Productions, Hache Babelsberg Film
Durata: 120'
Interpreti: Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson

Il colonnello della Wermacht Claus von Stauffenberg, di nobile famiglia e cattolico bavarese, è convinto che Hitler vada fermato. Si unisce a un gruppo di cospiratori militari ma anche politici  che stanno cercano di riportare la democrazia in Germania. Dopo che il colonnello riesce a far esplodere una bomba nella sala riunioni dove si trova anche Hitler, l'operazione Valchiria sembra all'inizio avere successo ma realtà Hitler è rimasto illeso...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una bella testimonianza di resistenza alla dittatura hitleriana a cui non furono estranee le motivazioni cattoliche del protagonista
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
Il film è di una potenza visiva straordinaria, di una precisione storica notevole . Ottima interpretazione di Tom Cruise

«Possiamo continuare a servire la Germania o il Führer. Non possiamo più continuare a servirli entrambi» riflette all’inizio di “Operazione Valchiria” il colonnello della Wermacht Claus von Stauffenberg, interpretato da Tom Cruise. L’aristocratico soldato si trova sul fronte africano. Il sole cocente e le cannonate degli inglesi non gli hanno annebbiato i pensieri: davanti a sé vede un futuro nitido. Un futuro però disastroso per la Germania. La guerra ai suoi occhi è irrimediabilmente persa. Resta solo da salvare, nella catastrofe finale, l’onore di soldato, visto che dove arrivano le armate tedesche si macchiano di crimini orribili. E la battaglia finale non si combatterà nel deserto africano, ma a Berlino.
Mentre sta illustrando questi gravosi pensieri al comandante di una divisone, gli inglesi attaccano dal cielo, centrando la jeep sulla quale si trova Stauffenberg. Il risultato è devastante: perde interamente un braccio, un occhio e alcune dita della mano. Tornato in Germania è un altro uomo. Un sopravvissuto fortemente menomato nel fisico, ma non nelle intenzioni. Bisogna chiudere la guerra, e solo un gesto gli appare sensato: uccidere Adolf Hitler e dar vita ad un nuovo governo per trattare la pace. Parte da qui il tentativo più serio di eliminare il Führer, andato a male. Il troppo caldo fece spostare la riunione dal bunker ad una sala più grande, e la borsa contenente l’esplosivo per l’attentato fu incidentalmente allontanata dal bersaglio. È storia abbastanza nota. Molto meno nota è la successiva “operazione Valchiria”: un tentativo di occupare i punti nevralgici del potere a Berlino e bloccare gli uomini più vicini ad Hitler.
Naturalmente lo spettatore conosce l’esito finale degli eventi: Hitler sopravvive e  l’operazione fallisce. Ma poco importa, poiché “Operazione Valchiria” è un film straordinariamente avvincente. Una macchina narrativa perfetta. I congiurati potevano farcela. Tutto giocò contro di loro. In pochi attimi  passarono dall’euforia della riuscita alla disperazione del fallimento. Sapevano di rischiare grosso. Da modello di eroe del nazismo, si diventava traditori della Germania, come nel caso di Claus von Stauffenberg, morto fucilato. “Operazione Valchiria”, diretto da un giovane veterano del cinema hollywoodiano, Bryan Singer (nato nel 1965), regista de “I soliti sospetti” (1995), “L’allievo” (1998), “X-Man” (2000) e “X-Man II” (2002) e “Superman Returns” (2005), si regge tutto su Tom Cruise. Le innumerevoli polemiche suscitate dopo l’uscita tedesca del film, come la denuncia di minacce ricevute da parte dell’attore per la sua appartenenza a Scientology, con “Operazione Valchiria” non c’entrano nulla. Il film è di una potenza visiva straordinaria, di una precisione storica notevole (non tanto nei dettagli, ma nella ricostruzione degli atteggiamenti  mentali dell’epoca) e di una grande tensione emotiva. L’enfasi, quasi sempre scontata in film del genere, è debolissima.
La storiografia ufficiale ha deliberatamente offuscato il coraggio degli attentatori ritenuti, a partire dal giudizio sferzante di Wiston Churchill, una cricca di astuti militari desiderosi di liberarsi del passato nazista. Nella stragrande maggioranza avevano invece  motivazioni realistiche. Volevano evitare alla Germania l’immane tragedia che gli sarebbe toccata. Alcuni cospirarono contro Hitler per calcolo, altri per vanità personale o per desiderio del potere. Claus von Stauffenberg lo fece anche per motivazioni religiose, essendo un cattolico convinto. Particolare non secondario, poiché nell’immaginario collettivo contemporaneo, ripetuto all’infinito dai mezzi di comunicazione, la connivenza  con i nazisti della Chiesa cattolica nel suo insieme, dai pontefici ai singoli fedeli, è un elemento dato sempre per scontato. Invece non è scontato per nulla. Anzi, film come “Operazione Valchiria” dimostrano l’esatto contrario. I cattolici tedeschi furono molto meno appiattiti sul nazismo dei luterani, che addirittura diedero vita ad una Chiesa nazionale (e nazionalsocialista) e crearono nel 1939 un Istituto teologico, con sede a Jena, per depurare le tracce giudaiche nella vita religiosa tedesca, il cui compito finale fu la pubblicazione di una versione (manipolata) del Nuovo Testamento per far emergere con chiarezza la figura del “Gesù ariano”.  Davanti al plotone d’esecuzione il conte Claus von Stauffenberg prima di essere abbattuto grida: «Viva la Santa Germania». Ormai era troppo tardi e l’Apocalisse non si poteva più fermare.  

Autore: Claudio Siniscalchi
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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OPERAZIONE VALCHIRIA (Franco Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:55
 
Titolo Originale: Valkyrie
Paese: USA, GERMANIA
Anno: 2009
Regia: Bryan Singer
Sceneggiatura: Christofer McQuarrie
Produzione: Bryan Singer, Christopher Mcquarrie, Gilbert Adler, Nathan Alexander, Henning Molfenter, Jeffrey Wetzel, Charlie Woebcken, per United Artists, Bad hat Harry Productions, Hache Babelsberg Film
Durata: 120'
Interpreti: Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Tom Wilkinson

Il colonnello della Wermacht Claus von Stauffenberg, di nobile famiglia e cattolico bavarese, è convinto che Hitler vada fermato. Si unisce a un gruppo di cospiratori militari ma anche politici  che stanno cercano di riportare la democrazia in Germania. Dopo che il colonnello riesce a far esplodere una bomba nella sala riunioni dove si trova anche Hitler, l'operazione Valchiria sembra all'inizio avere successo ma realtà Hitler è rimasto illeso...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una bella testimonianza di resistenza alla dittatura hitleriana a cui non furono estranee le motivazioni cattoliche del protagonista
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
Il film è di una potenza visiva straordinaria, di una precisione storica notevole . Ottima interpretazione di Tom Cruise

«Possiamo continuare a servire la Germania o il Führer. Non possiamo più continuare a servirli entrambi» riflette all’inizio di “Operazione Valchiria” il colonnello della Wermacht Claus von Stauffenberg, interpretato da Tom Cruise. L’aristocratico soldato si trova sul fronte africano. Il sole cocente e le cannonate degli inglesi non gli hanno annebbiato i pensieri: davanti a sé vede un futuro nitido. Un futuro però disastroso per la Germania. La guerra ai suoi occhi è irrimediabilmente persa. Resta solo da salvare, nella catastrofe finale, l’onore di soldato, visto che dove arrivano le armate tedesche si macchiano di crimini orribili. E la battaglia finale non si combatterà nel deserto africano, ma a Berlino.
Mentre sta illustrando questi gravosi pensieri al comandante di una divisone, gli inglesi attaccano dal cielo, centrando la jeep sulla quale si trova Stauffenberg. Il risultato è devastante: perde interamente un braccio, un occhio e alcune dita della mano. Tornato in Germania è un altro uomo. Un sopravvissuto fortemente menomato nel fisico, ma non nelle intenzioni. Bisogna chiudere la guerra, e solo un gesto gli appare sensato: uccidere Adolf Hitler e dar vita ad un nuovo governo per trattare la pace. Parte da qui il tentativo più serio di eliminare il Führer, andato a male. Il troppo caldo fece spostare la riunione dal bunker ad una sala più grande, e la borsa contenente l’esplosivo per l’attentato fu incidentalmente allontanata dal bersaglio. È storia abbastanza nota. Molto meno nota è la successiva “operazione Valchiria”: un tentativo di occupare i punti nevralgici del potere a Berlino e bloccare gli uomini più vicini ad Hitler.
Naturalmente lo spettatore conosce l’esito finale degli eventi: Hitler sopravvive e  l’operazione fallisce. Ma poco importa, poiché “Operazione Valchiria” è un film straordinariamente avvincente. Una macchina narrativa perfetta. I congiurati potevano farcela. Tutto giocò contro di loro. In pochi attimi  passarono dall’euforia della riuscita alla disperazione del fallimento. Sapevano di rischiare grosso. Da modello di eroe del nazismo, si diventava traditori della Germania, come nel caso di Claus von Stauffenberg, morto fucilato. “Operazione Valchiria”, diretto da un giovane veterano del cinema hollywoodiano, Bryan Singer (nato nel 1965), regista de “I soliti sospetti” (1995), “L’allievo” (1998), “X-Man” (2000) e “X-Man II” (2002) e “Superman Returns” (2005), si regge tutto su Tom Cruise. Le innumerevoli polemiche suscitate dopo l’uscita tedesca del film, come la denuncia di minacce ricevute da parte dell’attore per la sua appartenenza a Scientology, con “Operazione Valchiria” non c’entrano nulla. Il film è di una potenza visiva straordinaria, di una precisione storica notevole (non tanto nei dettagli, ma nella ricostruzione degli atteggiamenti  mentali dell’epoca) e di una grande tensione emotiva. L’enfasi, quasi sempre scontata in film del genere, è debolissima.
La storiografia ufficiale ha deliberatamente offuscato il coraggio degli attentatori ritenuti, a partire dal giudizio sferzante di Wiston Churchill, una cricca di astuti militari desiderosi di liberarsi del passato nazista. Nella stragrande maggioranza avevano invece  motivazioni realistiche. Volevano evitare alla Germania l’immane tragedia che gli sarebbe toccata. Alcuni cospirarono contro Hitler per calcolo, altri per vanità personale o per desiderio del potere. Claus von Stauffenberg lo fece anche per motivazioni religiose, essendo un cattolico convinto. Particolare non secondario, poiché nell’immaginario collettivo contemporaneo, ripetuto all’infinito dai mezzi di comunicazione, la connivenza  con i nazisti della Chiesa cattolica nel suo insieme, dai pontefici ai singoli fedeli, è un elemento dato sempre per scontato. Invece non è scontato per nulla. Anzi, film come “Operazione Valchiria” dimostrano l’esatto contrario. I cattolici tedeschi furono molto meno appiattiti sul nazismo dei luterani, che addirittura diedero vita ad una Chiesa nazionale (e nazionalsocialista) e crearono nel 1939 un Istituto teologico, con sede a Jena, per depurare le tracce giudaiche nella vita religiosa tedesca, il cui compito finale fu la pubblicazione di una versione (manipolata) del Nuovo Testamento per far emergere con chiarezza la figura del “Gesù ariano”.  Davanti al plotone d’esecuzione il conte Claus von Stauffenberg prima di essere abbattuto grida: «Viva la Santa Germania». Ormai era troppo tardi e l’Apocalisse non si poteva più fermare.  

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIMOVIE
Data Trasmissione: Domenica, 19. Novembre 2017 - 21:10


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IL DUBBIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:45
Titolo Originale: Doubt
Paese: USA, GERMANIA
Anno: 2009
Regia: John Patrick Shanley
Sceneggiatura: John Patrick Shanley (dal suo omonimo testo teatrale)
Produzione: Scott Rudin Productions
Durata: 104'
Interpreti: Meryl Streep, Philip Seymour Hoffman, Amy Adams

1964. Una rigida scola cattolica del Bronx è retta con mano di ferro dall’inflessibile sorella Aloysius, che crede nella disciplina e lotta strenuamente per preservare l’istituto dalle difficoltà economiche quanto dalle influenze del “vento di novità” che soffia anche all’interno della Chiesa. Di questo è rappresentante l’esuberante padre Flynn. Già maldisposta nei suoi confronti, l’anziana suora, sulla base di un’incauta osservazione della giovane e ingenua sorella James, si convince che il sacerdote abbia rivolto delle attenzioni improprie a Donald Miller, l’unico studente nero della scuola. Inizia una guerra tra la religiosa, armata della sua convinzione incrollabile anche se priva di prove, e il sacerdote, che predica il dubbio e l’apertura…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film offre un’immagine della Chiesa preconciliare decisamente di parte di cui si salva ben poco.
Pubblico 
Adolescenti
Accenni, seppure discreti, alla pedofilia.
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, decisamente cerebrale e alla lunga un po’ pesante, si giova delle interpretazioni eccellenti del cast, prima tra tutto quella di Meryl Streep

Tratto da una pièce teatrale dello stesso sceneggiatore e regista, Il dubbio conserva molto del suo impianto teatrale, e non bastano a trasformarla in vero cinema  le molte inquadrature sghembe e qualche esterno invariabilmente ventoso (trasparente metafora del vento del cambiamento che sta per investire, per il bene o per il male, Chiesa e società: non c’è inquadratura o frase, nemmeno la più innocente, che non celi un sottotesto..).

Rispetto all’originale, entrano nella scena i ragazzi della scuola, il timido e problematico Donald, ma anche gli altri, dodicenni sull’orlo dell’adolescenza, con tutto quel che ne consegue (interesse per il sesso, sigarette, indisciplina).

Di fronte a loro si fronteggiano due impostazioni educative opposte; quella tradizionale, fatta di “terrore e disciplina” di sorella Aloysius, quella “moderna”, imperniata sulla passione, l’amore e la condivisione, che hanno in comune, almeno in parte, sorella James e padre Flynn.

Benché probabilmente le simpatie dell’autore vadano alla seconda (la pièce è dedicata proprio alla suora che fu sua insegnante e che ha ispirato il personaggio della giovane religiosa), qualche spettatore più equilibrato non potrà fare a meno di simpatizzare per la preside che odia le penne biro perché rovinano l’ortografia degli studenti, soprattutto viste le conseguenze di certi approcci educativi “sessantottini” sul sistema scolastico americano (attualmente non proprio tra i migliori del mondo).

Analoghe perplessità si potrebbero nutrire, prima che sulla moralità, sull’approccio teologico un po’ disinvolto di padre Flynn, che in tutto il film nomina una sola volta Nostro Signore e che fa omelie che potrebbero agevolmente trovare casa più in un manuale di self help che nelle navate di una chiesa cattolica.

La questione delle possibili molestie al piccolo Donald (per altro suggerite sempre molto indirettamente) o in generale della pedofilia all’interno della chiesa cattolica americana, comunque, è solo un pretesto per un confronto che ha come tema centrale la fede (qui intesa come certezza implacabile in mancanza di prove concrete) e il dubbio, come condizione umana comune e per certi versi consigliabile.

Sorella Aloysius inizia la sua “crociata” senza prove e mai ne otterrà di decisive tranne quelle fornite dal suo ottimo intuito sugli esseri umani (di fatto, per quel che ci è dato di vedere, ci azzecca sempre) e sarà comunque destinata alla sconfitta (il prete viene trasferito, ma verso un incarico di maggior prestigio) e nel finale, per il vero un po’ posticcio, si abbandonerà lei stessa a quel dubbio che ha sempre rifiutato.

film Nel mezzo, si troverà a confrontarsi con una madre che preferisce consegnare il figlio dalle tendenze sessuali confuse alle ipotetiche molestie di padre Flynn pur di garantirgli l’ingresso in una buona università. Tutto sommato, sembra sottintendere la donna, meglio le amorevoli attenzioni di un adulto bendisposto, che le reazioni manesche del padre, per condurlo alla sua contestabile maturazione sessuale e personale…

La pellicola gioca abbondantemente sulla contrapposizione tra lo stile di vita forzatamente morigerato delle suore e quello ben piu’ “godereccio” dei sacerdoti, e sulla sottomissione dell’elemento femminile a quello maschile nella gerarchia ecclesiastica (anche se proprio su questa giocherà il pur moderno padre Flynn quando è messo alle corde), offrendo un’immagine della Chiesa preconciliare decisamente di parte di cui si salva ben poco.

La pellicola, decisamente cerebrale e alla lunga un po’ pesante, si giova delle interpretazioni eccellenti del cast, prima tra tutto quella di Meryl Streep, che dà alla rigida sorella Aloysius sprazzi di autentica umanità e che è probabilmente in parte responsabile della simpatia che la donna, pure con tutti i suoi limiti, non può fare a meno di suscitare.

 

Elementi problematici per la visione: accenni, seppure discreti, alla pedofilia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAR NERO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 12:40
 
Titolo Originale: MAR NERO
Paese: ITALIA/Francia/Romania
Anno: 2009
Regia: Federico Bondi
Sceneggiatura: Federico Bondi e Ugo Chiti Federico Bondi e Ugo Chiti
Produzione: Francesco Pamphili per Film Kairòs/Raicinema/Hi Film/Manigolda Film
Durata: 95'
Interpreti: Ilaria Occhini, Dorotheea Petre, Corso Salani

Gemma (Ilaria Occhini) è un’anziana fiorentina a cui è appena morto il marito. Il figlio che vive a Trieste (Corso Salani) le procura una nuova badante, Angela (Dorotheea Petre). L’anziana inizialmente è acida e amareggiata. Ma la dolcezza di Angela e  la sua pazienza faranno evolvere il loro rapporto in una tenera amicizia –o forse meglio in un rapporto materno filiale-, fatta di silenzi e di parole appena accennate. Proprio quando sembra che tutto si sia aggiustato, Angela non riesce più a parlare per telefono con il marito rimasto in Romania: nessuno sa più dov’è.  Decide così di andare a cercarlo… Sullo sfondo di questa vicenda minima, la svolta epocale dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film inneggia alla comprensione reciproca, e anche – in un modo sommesso ma non meno reale - all’unità della famiglia
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bondi e il cosceneggiatore Ugo Chiti sono riusciti molto bene ad alternare durezza e tenerezza, sfoghi di amarezza e momenti volontariamente o involontariamente comici e teneri

Esordio davvero interessante del giovane fiorentino Federico Bondi, che in questa vicenda ha trasfigurato il rapporto di grande affetto che sua nonna aveva stabilito con la propria badante negli anni che precedettero la sua morte. Ovviamente c’è una rielaborazione drammaturgica e un giusto crescendo emotivo in un film in gran parte affidato alla bravura di due notevoli attrici, pur molto diverse non solo fisicamente e anagraficamente, ma anche nello stile di recitazione: Ilaria Occhini, che ha vinto meritatamente il Premio come miglior attrice al Festival di Locarno del 2008, e Dorotheea Petre, già segnalatasi con un importante premio al Festival di Cannes del 2006, in un film del connazionale Catalin Mitulescu.

Bondi e il cosceneggiatore Ugo Chiti sono riusciti molto bene ad alternare durezza e tenerezza, sfoghi di amarezza e momenti volontariamente o involontariamente comici e teneri, in un film che inneggia alla comprensione reciproca, e anche – in un modo sommesso ma non meno reale - all’unità della famiglia, mostrandoci la vita dal punto di vista di quei molti lavoratori che nelle nostre società opulente si adattano ai compiti più umili pur di poter avere qualcosa con cui sbarcare il lunario. 

Il film ha potuto contare su un budget molto ridotto (intorno ai 700.000 euro) ma il lavoro di produzione è stato eccellente e questa scarsità di mezzi non si nota, anche per il merito di scelte poetiche e di montaggio molto efficaci (per es. l’idea di punteggiare la storia con le immagini di una barca che scorre lenta verso la sua destinazione). Il finale – così come qualche passaggio intermedio della storia - è molto trattenuto, delicato, ma forse anche troppo essenziale. Ma sono piccoli limiti in una storia lieve e coraggiosa, che rivela un autore sensibile e non attraversato dal nichilismo e dall’amarezza (o viceversa dalla volgarità gaudente) di tanti altri nostri cineasti.

Autore: Armando Fumagalli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAIUNO
Data Trasmissione: Domenica, 9. Settembre 2012 - 1:30


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FROZEN RIVER FIUME DI GHIACCIO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 11:36
 
Titolo Originale: Frozen River
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Courtney Hunt
Sceneggiatura: Courtney Hunt
Produzione: Cohen Media Group, Frozen River Pictures, Harwood Hunt Productions, Off Hollywood Pictures
Durata: 97'
Interpreti: Melissa Leo, Misty Upham

Ray Eddy vive con i suoi due figli, un ragazzo di 15 anni e una bambina di 5 nello stato di New York al confine con il Quebec vicino al fiume S. Lorenzo. La loro casa è poco più di una baracca di legno ma ci sono grandi aspettative per quella mattina: è previsto l'arrivo di un camion con la nuova casa prefabbricata. Eddy ha invece un'amara sorpresa: il marito si è preso tutti i soldi risparmiati per l'acquisto ed è scappato senza lasciare tracce: a Eddy non  restano che pochi spiccioli da dare ai  figli per il pranzo alla mensa  scolastica....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Forte senso di solidarietà e altruismo delle due protagoniste. Madre e figlio commettono delle illegalità spinti dal bisogno, ma sono pronti a pagare il loro debito con la giustizia.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di violenza, litigi familiari, un locale di lap dance con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Con uno stile essenziale la regista riesce a raccontarci una storia di solidarietà umana in un contesto di povertà, di pregiudizi e di violenza.

La casa di legno di Eddy, sconnessa e mal riscaldata, la roulotte di Lia, giovane vedova  della tribù degli indiani Mohawk, isolata in mezzo al bosco della riservaa,  il locale del gioco del bingo dove si rinserrano nei freddi pomeriggi gli sfaccendati della zona, il distributore di benzina; sono  i pochi elementi di un insediamento umano posto al confine fra Usa e Canada. La regista e sceneggiatrice sottolinea la difficoltà del vivere con pochi soldi, si attarda a mostrare l'imbarazzo di tirar fuori dalla tasca quel poco che è rimasto, a mostrarci l'indifferenza burocratica di chi non perde tempo a ritirare il televisore non pagato. Questa difficoltà del vivere quotidiano che potrebbe ricordare  il nostro neorealismo, è acuita dalla desolazione dell'ambiente,  fatto di lunghe strisce di asfalto che si snodano lungo una pianura uniformata da neve sporca che si amalgama con la distesa ghiacciata  del fiume San Lorenzo.

Courtney Hunt  si concentra solo lo stretto necessario nella caratterizzazione ambientale: a lei interessano le persone e le tratteggia molto bene. Eddy, dal corpo ancora tonico ma dal volto segnato dalla fatica, ha una sua dignità e grinta nell'affrontare le avversità: non esita a brandire la pistola, vista come deterrente per superare la sua inferiorità di donna in contesto di sopraffazione maschile.
L'indiana Lia si porta una pena segreta: sua figlia appena nata le è stata sottratta dai suoceri  perché giudicata inadatta ad allevarla, grazie  a un diritto loro riconosciuto dalla comunità Mohawk. Vive di espedienti, spesso illegali, ma a modo suo, risparmia tutto per la figlia.
Infine i clandestini che attraversano il confine approfittando del fiume ghiacciato, una umanità silenziosa e dolente fatta di cinesi,  di afgani, di giovani donne destinate ai locali notturni locali.
La regista sta attenta a evitare  ogni forma di retorica; con realismo  sottolinea i vari pregiudizi che corrono fra gente così diversa: i poliziotti che si preoccupano di perseguire solo gli indiani  Mohawk, i cinesi che si rifiutano di salire su una  macchina guidata da una donna; Eddy non vuole trasportare dei clandestini afgani perché li crede tutti  terroristi.

Su tutto prevale la tensione morale di chi cerca di fare scelte difficili in un contesto di indigenza.
Se Eddy, abbandonata senza un soldo dal marito, cede all'attrattiva del denaro facile che si può ottenere  trasbordando  oltre il confine i clandestini, sarà poi lei stessa a riconoscere di dover scontare la giusta pena.
Suo figlio quindicenne, già maturo per la sua età (sa prendersi cura della sorella quando la mamma è al lavoro) vorrebbe lavorare per contribuire a sostenere la famiglia ma la mamma glielo impedisce perché possa finire gli studi. Non ha desideri personali,  cerca solo di comperare un giocattolo come regalo di Natale per la  sorellina, e per questo organizza imbrogli telefonici ad anziane signore. Saprà poi  chiedere scusa direttamente all'interessata,  una volta che è stato scoperto.

L'intesa fra le due donne, Eddie e Lia costituisce, dopo una fase iniziale di sospetto reciproco, il vero fulcro della storia: la loro solidarietà attraversa le barriere razziali e trova momenti di generoso altruismo, come quando affrontano insieme il rischio  di passare sopra il fiume ghiacciato  per ritrovare una bambino abbandonato in una borsa.

Di fronte al dilemma finale (chi delle due dovrà denunciarsi e andare in prigione, entrambi madri che debbono prendersi cura dei loro figli) il loro animo finalmente trascende in un desiderio di redenzione, in un gesto di sacrificio eroico che spazzi via tutti i compromessi fatti fino a quel momento.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI 2
Data Trasmissione: Domenica, 12. Maggio 2013 - 2:00


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LA VITA SEGRETA DELLE API

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/20/2010 - 10:55
 
Titolo Originale: The Secret Life of Bees
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Gina Prince-Blythewood
Sceneggiatura: Gina Prince-Blythewood dal romanzo di Sue Monk Kidd
Produzione: Overbrook Entertainment/Donner’s Company
Durata: 110'
Interpreti: Dakota Fanning, Queen Latifah, Jennifer Hudson, Alicia Keys, Paul Bettany

Carolina del Sud, 1964. La quattordicenne Lily Owens, orfana della madre, che ha ucciso per errore all'età di quattro anni, ha un rapporto difficile con il duro padre T Rey e l’unico vero affetto è quello che prova per la governante di colore Rosaleen. Quando Rosaleen viene picchiata da un gruppo di razzisti e il padre per l’ennesima volta la punisce, Lily decide di scappare, mettendosi alla ricerca di un luogo misterioso legato ai pochi ricordi che ha della madre. È così che arriva nella cittadina di Tiburon e qui si sistema a casa delle sorelle Boatwright che vivono dedicandosi all'apicoltura e che sono probabilmente legate al passato di sua madre.
Tra lavoro e affetti finalmente Lily troverà il modo di affrontare il suo passato, imparando a perdonare e a perdonarsi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Storia sul perdono, la redenzione e la spiritualità all’interno del delicato periodo delle lotte per i diritti civili dei neri
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena di tensione, linguaggio crudo, epiteti razziali e violenza
Giudizio Artistico 
 
Questa pellicola ha il suo punto di forza in un cast convincente tutto al femminile; se una cosa si può rimproverare alla pellicola è forse una certa prevedibilità

Tratta da un romanzo bestseller che inserisce i temi della redenzione e della spiritualità all’interno del delicato periodo delle lotte per i diritti civili dei neri, questa pellicola ha il suo punto di forza in un cast convincente che accosta la giovane, ma “esperta”, Dakota Fanning con un trio di attrici di colore di peso (la produttrice e rapper Queen Latifah, la cantante Alicia Keys e l’attrice inglese di Hotel Rwanda Sophie Okonedo) e dà credibilità all’unico vero antagonista grazie al talento di Paul Bettany.

La vicenda della giovane Lily, che porta sulle spalle il peso di una tragedia terribile (quando aveva quattro anni è intervenuta in un litigio tra i genitori e per errore ha sparato alla madre) ed è per questo convinta di non poter essere amata, è in realtà molto semplice e lo scioglimento del mistero che può “liberarla” dal suo senso di colpa non è importante quanto l’esperienza di quotidianità affettuosa che la ragazzina trova a casa delle sorelle Boatwright.

Tuttavia scrittura e regia seguono (forse un po’ appesantite dalla voce narrante della stessa Lily) il suo percorso con delicatezza, pazienza e attenzione alle sfumature di un momento delicato della crescita, riuscendo almeno in parte ad intrecciare questo arco con l’esplorazione (per una volta non ideologica o manichea) del periodo delle lotte per i diritti civili dei neri.

Il Sud dove Lily si muove, infatti, è un mondo in cui tradizione e novità si intrecciano in modo potente e a volte drammatico e la forza interiore rappresentata dal trio tutto femminile delle sorelle Boatwright (sostenuto in modo significativo dalla fede rappresentata da una Madonna nera emersa dal fiume) ne è il cuore e il centro affettivo, un mondo non privo di dolore che però consentirà a Lily di trovare la sua strada per diventare grande.

Se una cosa si può rimproverare alla pellicola è forse una certa prevedibilità (non ci sono grandi sorprese nel racconto che tuttavia riesce ad essere spesso anche brillante ed emotivo), ma nel complesso è da valorizzare uno sguardo sui personaggi e sull’epoca descritta, capace di valorizzare la forza dei rapporti familiari (paradossalmente anche quelli “nati male” come quello tra il padre e la madre di Lily, da cui comunque è nato qualcosa di buono, lei) come luogo del perdono e di una possibile rinascita così come base di ogni “buona battaglia” che possa cambiare il cuore dei singoli e l’intera società.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: Sky Cinema 1
Data Trasmissione: Sabato, 21. Maggio 2011 - 21:10


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