Dramma

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CHANGELING

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:47
Titolo Originale: Changeling
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: J.Michael Straczynski
Produzione: Brian Grazer, Ron Howard, Robert Lorenz e Clint Eastwood per Universal Pictures/Immagine Entertainment/Relativity Media/Malpaso
Durata: 140'
Interpreti: Angelina Jolie, John Malkovich

Quando Christine Collins, madre nubile del piccolo Walter di 9 anni, torna dal lavoro e non trova a casa suo figlio vorrebbe far partire subito le ricerche. Gli uomini della polizia di Los Angeles, da più parte accusata di abusi e violenze, però, prendono tempo. Passano le settimane e i mesi, ma Christine non si arrende; quando finalmente il capitano Jones la chiama per riconsegnarle suo figlio, Christine si trova di fronte un bambino che non è Walter. La sua battaglia per far riconoscere la verità e proseguire le ricerche, però, si scontra con gli interessi del dipartimento tanto che la donna viene spedita in manicomio per togliere le forze dell’ordine dall’imbarazzo. Fortunatamente al fianco di Christine si schiera il determinato reverendo Briegleb, mentre le indagini di un altro poliziotto portano alla luce una drammatica verità che potrebbe riguardare anche il destino di Walter.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Eastwood sceglie di raccontare in modo drammatico una battaglia “per i diritti civili” ma il suo intento non è semplicemente distruttivo: la determinazione della fragile Christine è positivamente contagiosa e diventa promotrice di un cambiamento reale e l’ultima parola è comunque di speranza
Pubblico 
Maggiorenni
Diverse scene di tensione e violenza
Giudizio Artistico 
 
Immersa in una ricostruzione d’epoca precisa e mai manieristica, Angelina Jolie assieme a non meno bravo John Malkovich dà vita a un personaggio intenso che guida lo spettatore attraverso un film dai ritmi distesi
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACHEL STA PER SPOSARSI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:26
Titolo Originale: Rachel Getting Married
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Jonathan Demme
Sceneggiatura: Jenny Lumet
Produzione: Clinica Estetico/Marc Platt Productions
Durata: 113'
Interpreti: Anne Hathaway, Rosemarie DeWitt, Mather Zickel, Debra Winger

Kym Buchmann, giovane ex tossicodipendente, ottiene un permesso di tre giorni dalla clinica di riabilitazione in cui è ricoverata per partecipare al matrimonio della sorella Rachel. I modi aggressivi e taglienti di Kym logorano la pazienza della dolce Rachel, che si vede rubare la scena dalla sorella, e fanno riemergere a poco a poco i traumi e i conflitti sepolti della famiglia, tra cui la morte del fratellino, di cui Kym era stata responsabile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti familiari mai del tutto risolti ma c’è lo spazio di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti.
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e una breve scena a contenuto sessuale.
Giudizio Artistico 
 
Nonostante qualche lungaggine e l'uso continuo della camera a mano che potrebbe risultare faticoso per una parte del pubblico la storia ha il sapore e il ritmo della vita vera Molto brava la Anne Hathaway

Jonathan Demme ritorna alle storie di “finzione” dopo alcune esperienze di documentari biografici, di cui conserva per certi versi lo stile, con la camera a mano costantemente in movimento a pedinare i personaggi, in un modo indiscreto e drammatico, che potrebbe risultare faticoso, almeno all’inizio, per una parte del pubblico.

Come potrebbe risultare decisamente disturbante la ex tossica pungente e arrabbiata Kym (Anne Hathaway, molto lontana dalla dolcezza e ingenuità della sua prova ne Il diavolo veste Prada), che è la vera protagonista della storia a dispetto del titolo.

Di primo acchito si teme di trovarsi di fronte ad una di quelle storie di famiglie borghesi sotto la cui superficie amabile si nascondono drammi, ipocrisia e disastri, di cui il cinema, americano e non, sembra negli ultimi anni non saper fare a meno. Certamente di drammi sopiti e di conflitti la famiglia Buchmann (due figlie che più diverse non si può e due genitori separati con nuovi compagni) ne ha da vendere. A partire dalla tossicodipendenza di cui Kym, ex modella, sta cercando di liberarsi in una clinica specializzata, ma soprattutto dalla morte del figlio più piccolo, in un incidente automobilistico provocato dalla stessa Kym, cui, contro ogni buon senso, era stato affidato nonostante i suoi problemi di droga.

La preparazione della cerimonia di nozze e la riunione di famiglia portano inevitabilmente a galla questo passato doloroso e le questioni in sospeso nel rapporto tra le due sorelle (la paziente e responsabile Rachel, che tuttavia, come il fratello obbediente della parabola, non può fare a meno di risentirsi dell’inesauribile condiscendenza mostrata dai genitori e da tutto l’entourage verso la sua sorella “prodiga” e problematica). La pellicola di Demme, scritta dalla figlia del regista Sidney Lumet, appare come una progressiva dolorosa immersione in conflitti mai del tutto risolti, attraverso scene ottimamente costruite e scelte narrative sanamente imprevedibili. La violenza verbale (e qualche volta anche fisica) tra Kym e Rachel, e poi tra Kym e sua madre, colpisce profondamente, ma sembra anche l’unico mezzo per riaprire una ferita, che potrà così, prima o poi (il finale è doverosamente aperto) risanarsi.

Così, alla fine, nonostante tutto, c’è lo spazio, almeno per qualcuno, di ritrovare la speranza, di costruire sopra le macerie, di scoprirsi responsabili dei propri congiunti al di là di recriminazioni e risentimenti. E alla fine, la partenza di Kym verso la riabilitazione non è priva di una speranza che è tutto fuorché ingenua.

La bella sorpresa è che questo “viaggio” offre anche numerosi momenti di commedia e di alleggerimento (soprattutto nel rapporto che si istaura tra Kym e il testimone dello sposo, lui pure un ex alcolista), di bella musica (cui il regista deve essersi parecchio affezionato, visto che si prende i suoi tempi). Insomma, una storia che ha il sapore e il ritmo della vita vera e che, nonostante qualche lungaggine (ma chi non ha avuto i suoi momenti di noia nei festeggiamenti dei matrimoni alzi la mano…), lascia in bocca il sapore delle cose autentiche.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FELICITA' PORTA FORTUNA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 09/22/2010 - 10:16
Titolo Originale: Happy-Go-Lucky
Paese: Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Produzione: Fabrizio Mosca per Acaba Produzioni, Rai cinema
Durata: 118'
Interpreti: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Andrea Riseborough, Eddie Marsan

Poppy è una ragazza londinese, sui trent'anni. Fa l'insegnante di asilo, mestiere nel quale riesce a trasmettere tutta l'allegria e la carica positiva con cui sa affrontare la vita ed  i rapporti con gli altri. Incontra molte persone durante la giornata e ad ogni occasione cerca di esercitare il suo "apostolato della felicità", ma ogni individuo è diverso dagli altri e non sempre il suo approccio schietto riscuote successo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Similmente a quanto era già successo ne "Il segreto di Vera Drake" un personaggio simpatico e pieno di comunicativa serve per trasmettere la filosofia di vita dell'autore, basato su di un empirismo disimpegnato dove ci si limita a un bonario rapporto con gli altri, evitando di mettere in gioco se stessi fino in fondo
Pubblico 
Adolescenti
n conflitto intenso fra un uomo e una donna potrebbe preoccupare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottimi interpreti e una sceneggiatura discreta ci trasferiscono un vivido ritratto di Poppy e del suo mondo. Molti personaggi sono tratteggiati sopra le righe, tradendo l'intenzione dell'autore di produrre un pamphlet ideologico, più che uno spaccato di vita vera

dsIl regista Mike Leight ( Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake) racconta di avere un modo di lavorare del tutto particolare (non molto dissimile comunque da quello adottato dai nostri grandi Rossellini e Fellini): inizia con una sceneggiatura non ancora bene definita, si preoccupa sopratutto di far comprendere ai suoi attori che tipo di personaggio debbono interpretare e poi inizia le riprese lasciando che l'improvvisazione giochi un ruolo determinante. Il film è in effetti null'altro che uno spaccato della vita di Poppy (l'ottima Sally Hawkins, Orso d'Oro per la migliore interpretazione al Festival di Berlino 2008), fatta di incontri occasionali, lavoro, serate con le amiche, visite mediche, lezioni di guida e lezioni di tango: eventi che si dipanano apparentemente senza una logica, senza che si percepisca un percorso narrativo, fuori dagli schemi classici che prevedono un evolversi della storia o un percorso interiore del protagonista (in realtà non è esattamente così, visto che la scena più importante e rivelatrice del film avviene al dieci minuti dalla fine, come prescrivono le regole auree).

Nelle primissime due sequenze viene subito delineato il suo atteggiamento verso gli altri e verso gli eventi della vita; entrando in una libreria, cerca in tutti i modi di attaccare discorso con l'unico commesso, cupamente concentrato nei suoi calcoli alla cassa. "Brutta giornata vero? Sorridi alla vita!" e altre spiritosaggini non sortiscono alcun effetto. Appena uscita dal negozio, si accorge che la sua bicicletta è sparita, rubata da qualcuno: "non sono neanche riuscita a dirle addio" è l'unico commento che, superando eroicamente l'evento, si sente di pronunziare. Sorride continuamente a tutti Poppy e cerca di trovare sempre il lato divertente di tutto ciò che le capita; le sue risate continue e le sue battute possono a volte sembrare sciocche (non aiuta certo la traduzione dello slang londinese impiegato nell'originale) o di isterico imbarazzo quando deve sostenere situazioni difficili (come quando si deve sottoporre a un doloroso massaggio per ricomporre una lussazione) ma la tenacia con cui mette in pratica questo modo di atteggiarsi nei confronti degli altri denota qualcosa di più di un vezzo caratteriale: si tratta di una convinta filosofia di vita.

E' proprio su questo punto, che costituisce il vero messaggio che il film vuole trasmettere, che conviene discutere.
A prima vista sembra che Poppy abbia compreso il segreto della felicità su questa terra e che desidera generosamente trasmetterla agli altri, una sorta di profetessa del "be happy", figura di donna  che piace molto a Mike Leight e che ricorda l'altra "santa laica"  Vera Drake, nel film omonimo, che cercava di aiutare senza alcun compenso le ragazze che si erano messe nei pasticci rimuovendo il "problema". Se guardiamo però quello che è l'incontro-contro principale, fra lei e Scott, il suo istruttore di guida, introverso, pignolo, pieno di risentimento e rabbia contro il mondo e contro tutti (forse frutto di frustrazioni subite), lei continua imperterrita con la sua formula curativa (banalizzare gli eventi, ridere sulle sue impuntature) ma non c'è un vero avvicinamento, un cercare di entrare dentro l'altro e i suoi problemi.

Un esempio per tutti: l'istruttore le aveva chiesto, ad ogni inizio di lezione di non usare gli stivali con i tacchi alti, perché non adatti per la guida: lei sistematicamente non lo asseconda  semplicemente perché quegli stivali le piacciono, dimostrando che sono gli altri che debbono avvicinarsi al suo mondo e non viceversa. Nello scontro conclusivo fra i due, nonostante tutta l'antipatia del personaggio (un bravissimo Eddie Marsan) non possiamo che stare dalla parte di Scott quando urlando le rinfaccia di pensare soltanto a se stessa, di voler far ruotare il mondo intorno a lei , senza accorgersi che intanto lui soffre perché sta subendo il suo fascino.
Allo stesso modo nell'incontro con la sorella più grande, sposata e prossima a mettere alla luce un bambino, denota poca partecipazione per le scelte responsabili della sorella, preferendo la sua libertà disimpegnata.  In un colloquio con l'amica con cui condivide l'appartamento, in un momento di riflessione confidenziale ridicolizza le "eterne domande": "da dove veniamo, dove andiamo, che senso ha la vita..." non per scongiurare con la sua levità una visione cupa della vita, ma semplicemente perché tutte queste cose per lei non hanno alcuna importanza.
Questo novello Candide dei nostri giorni non va in giro per le strade del mondo a trasmettere l'ottimismo del migliore dei mondi possibili  ma un molto empirico carpe diem e "non facciamoci male", evitando accuratamente di restarne coinvolta, evitando di amare fino in fondo e di mettere pienamente in gioco se stessa. 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'OSPITE INATTESO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 13:19
 
Titolo Originale: The Visitor
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Tom McCarthy
Sceneggiatura: Tom McCarthy
Produzione: Groundswell Productions/Next Wednesday Productions/ Participant Productions
Durata: 103'
Interpreti: Richard Jenkins, Hiam Abbas, Haaz Sleiman

L’esistenza del professor Walter Vale, docente universitario di Economia che dopo la morte della moglie si è chiuso totalmente in se stesso, viene messa in discussione dall'incontro con Zainab e Tarek, una giovane coppia di immigrati a cui, in sua assenza, è stato illegalmente affittato il suo appartamento di New York. Ne nasce un’amicizia inaspettata, attraverso la quale Walter riscopre la voglia di vivere. Poi, però, Tarek viene arrestato in seguito a un controllo di routine in metropolitana e Walter, che è l’unico che può andare a trovarlo nel centro di detenzione, cerca il modo di farlo uscire, spronato anche dall’arrivo di Mouna, la madre di Tarek, con cui Walter sviluppa un profondo e delicato rapporto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
McCarthy ci spiega con la sua storia che senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità e non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per il linguaggio crudo
Giudizio Artistico 
 
Tom McCarthy, attore in molti film di successo, qui sceneggiatore e regista di grande sensibilità, riesce a realizzare un film che tocca argomenti di scottante attualità senza scadere in schematismi

È sempre più difficile, in un mondo in cui i contrasti di pensiero si trasformano facilmente in battaglie ideologiche, fare film che tocchino argomenti di scottante attualità senza scadere negli schematismi, trasformando le storie in apologhi morali (più spesso moralistici) alla lunga sterili e poco coinvolgenti.

È un errore che non commette Tom McCarthy, attore in molti film di successo, qui sceneggiatore e regista di grande sensibilità, che decide di affrontare in modo trasversale il tema del rapporto con l’altro in una New York dove le norme per la sicurezza rischiano, pur nella loro necessità, di trasformarsi in imposizioni cieche e disumane.

Al centro della pellicola, però, non sono direttamente le “vittime” del sopruso, ma un uomo, il professor Walter Vale, che la morte della moglie e troppi anni di ripiegamento su se stesso hanno allontanato dalla vita e dal rapporto con il prossimo (straordinariamente eloquente la scena dell’incontro con il vicino benintenzionato, che Walter liquida con una cortesia raggelante).

Per lui imbattersi nell’anomala e positiva coppia di immigrati illegali formata dal siriano (ma di origine palestinese) Tarek, musicista dal sorriso contagioso, e da sua moglie Zainab, senegalese creatrice di gioielli fatti a mano, è l’occasione per rinunciare all’isolamento in cui si è rinchiuso e tentare un lento, ma inarrestabile, ritorno alla vita, che passa attraverso la musica.

Attraverso gli occhi dei suoi “ospiti inattesi” Walter riprende anche possesso della sua città, una New York luminosa e bella in cui la convivenza sembra assolutamente possibile e la superficialità di tanti “indigeni” (come la ricca signora che crede che Città del Capo si trovi in Senegal…) in fondo perdonabile.

A spezzare il ritmo in cui Walter si è lasciato trascinare, però, arriva, imprevedibile e “ingiusto”, l’intervento della polizia che ferma Tarek forse solo per il suo aspetto mediorientale. È solo allora che Walter scopre che lui e Zainab sono illegali e perciò a rischio di espulsione.

Con un passo avanti nell’amicizia che gli richiede un impegno più profondo, Walter si impegnerà per cercare di ottenere la liberazione di Tarek, con un incentivo in più quando alla sua porta compare Mouna, la madre del suo amico, una donna forte e volitiva con cui si crea quasi da subito un rapporto profondo e autentico.

L’autore evita la trappola di soffermarsi sulle brutture del sistema di detenzione in cui è caduto Tarek (che in effetti, pure agli occhi di Mouna, pare ben diverso dal carcere dove era stato suo marito finendo per morirne), ma ne sottolinea la asettica ottusità nel gestire vicende umane che chiedono di non essere guardate solo come emergenze per la sicurezza.

Così McCarthy si concentra soprattutto sullo sguardo e sui movimenti interiori di Walter, ri-trascinato nella vita per scoprire la bellezza, ma anche la sofferenza, che l’uomo trova finalmente il coraggio di affrontare.

Perché, suggerisce McCarthy con la sua storia, senza coinvolgimento non ci può essere possibilità di felicità, anche se questa può essere continuamente messa a rischio. Perché senza coinvolgimento non è neppure possibile affrontare un discorso serio e partecipe sulle questioni delicate e complesse che la fragilità della nostra società (che si scopre specie negli Usa non più così aperta) rende fondamentali.

 

Elementi problematici per la visione: nessuno.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: RAI5
Data Trasmissione: Martedì, 12. Giugno 2012 - 21:15


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STELLA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 13:11
Titolo Originale: "STELLA"
Paese: Francia
Anno: 2008
Regia: Sylvie Verheyde
Sceneggiatura: Sylvie Verheyde
Produzione: Les Films du Veyrier/Arté France Cinéma/WDR Arte/Canal Plus/Cinecinema/CNC
Durata: 103'
Interpreti: Léora Barbara, Melissa Rodrigues, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu

Parigi, 1977. L’undicenne Stella, figlia dei proprietari di un bar di una zona operaia della capitale, inizia la prima media in una prestigiosa scuola del centro frequentata in prevalenza da rampolli della buona borghesia. Potrebbe essere l’occasione per una vita diversa, ma Stella fatica ad adattarsi al nuovo ambiente e a capire l’utilità di quel che deve studiare. Almeno finchè l’amicizia con la compagna di classe Gladys le fa scoprire un mondo nuovo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non sono certo gli insegnati, ma la fiducia e l'amicizia sincera di una sua compagna di classe che permettono a Stella di uscire dallo stretto ambito del bar di famiglia per aprirsi a un mondo nuovo, fatto di conversazioni, libri e storie, per esprimere se stessa e il suo mondo.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene sensuali, una scena che allude alla pedofilia, turpiloquio
Giudizio Artistico 
 
Stella, pur essendo un film sull’adolescenza ha lo sguardo di un adulto, che osserva con timore e stupore il delicato momento di passaggio verso un mondo più grande e ancora misterioso, fatto di sentimenti e desideri
Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIARDINO DEI LIMONI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:38
 
Titolo Originale: Lemon Tree
Paese: Israele, Francia Germania
Anno: 2008
Regia: Eran Riklis
Sceneggiatura: Suha Arraf e Eran Riklis
Produzione: Eran Riklis Productions/Heimatfilm/Mact Productions/Riva Filmproduktion/Arte France Cinema/ZDF-ARTE/Citrus Film Finvestors/United King Films/Metro Communications/Canal+, 106’
Durata: 106'
Interpreti: Hiam Abbas, Ali Suliman, Rona Lipaz-Michael

Salma, palestinese vedova e sola dopo che i figli se ne sono andati, vive con poco in Cisgiordania, nella sua casa circondata da un fitto e rigoglioso limoneto. Quando nella proprietà confinante si trasferisce il ministro della difesa israeliano, però, cominciano i problemi perché il servizio di sicurezza ritiene le piante potenziale nascondiglio di terroristi. Di qui l’ingiunzione a tagliarli. Salma cerca appoggio dai palestinesi, ma si scontra con il muro dell’ottusa incomprensione di chi si preoccupa solo di non venire a patti con il “nemico”. Solo l’avvocato Daud sembra deciso ad aiutarla; ma poi anche la moglie del ministro, frustrata dalla sua vita senza scopo e dalla solitudine, si prende a cuore la causa di Salma.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Pur nell’amaro finale, viene lasciata aperta la porta ad una doverosa speranza che, nello scacco delle istituzioni e delle leadership imprigionate dall’ideologia, può partire solo dal cuore dei singoli, capace di riconoscere la bellezza e il valore della persona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Eran Riklis, autore del bel La sposa siriana, è sceneggiatore, regista e produttore di questa pellicola che affronta il delicato tema dei rapporti tra israeliani e palestinesi

Eran Riklis, qualche anno fa autore del bel La sposa siriana, è sceneggiatore, regista e produttore di questa pellicola che affronta il delicato tema dei rapporti tra israeliani e palestinesi attraverso la paradigmatica vicenda del “giardino dei limoni” della tenace Salma, un luogo reale e al tempo stesso metaforico della situazione di un intero Paese dove la diffidenza e l’incancrenirsi dei reciproci pregiudizi sembrano condannare persino la bellezza innocua di un limoneto.

Salma, una donna dal volto bello e segnato dalla sofferenza e dalla solitudine, vive sulla fragile linea di confine tra due mondi, diversi, ma dolorosamente simili quando si tratta di affrontare la questione della convivenza.

Se i servizi segreti israeliani, infatti, guidati da una pur legittima preoccupazione per la sicurezza del ministro, procedono per vie legali (offrono un indennizzo), ma ottusamente per ottenere l’abbattimento dei limoni di Salma, parimenti frustranti sono le reazioni dei dirigenti palestinesi a cui la donna si rivolge per ottenere aiuto. A costoro non importa nulla che i limoni siano la principale fonte di sostentamento di Salma, ma solo affermare il loro rifiuto a riconoscere le azioni dell’”occupante” Israele costringendo Salma a non accettare l’indennizzo.

Il “rumore” che si crea intorno alla vicenda (coinvolgendo la televisione e finendo nelle aule del tribunale) non aiuta peraltro a trovare una soluzione più accettabile ed anzi sembra solo amplificare una distanza che appare incolmabile.

In questa terra di nessuno legale e culturale, in cui la burocrazia e i reciproci sospetti sono nemici egualmente pericolosi, Salma trova l’aiuto dello scombinato avvocato Daud, con cui a poco a poco nasce anche un sentimento amoroso; come nel precedente film di Riklis, poi, un ruolo fondamentale è dato alla solidarietà femminile. Inaspettata alleata di Salma, infatti, è una donna che più diversa da lei non si potrebbe immaginare: la moglie del Ministro, infatti, sembra non avere un problema nella vita, se non quello delle assenze sempre più prolungate del marito.

Eppure nel circospetto gioco di sguardi e parole che porta a poco a poco le due donne a incontrarsi si gioca l’unica possibilità di dialogo raccontata nel film.

L’esito, realisticamente, è tutt’altro che consolatorio e il destino riservato ai bei limoni di Salma adombra i molti dolorosi fallimenti nel percorso di pace della Terra Santa.

Tuttavia, pur nell’amara constatazione di come troppo spesso, in quella terra come in molte altre zone del mondo, sembri mancare una reale volontà di incontrarsi rinunciando a qualcosa per raggiungere una pace non formale, le immagini finali del film, che colgono nella desolazione del giardino abbattuto un barlume di vita che resiste alla violenza degli uomini, lasciano aperta la porta ad una doverosa speranza che, nello scacco delle istituzioni e delle leadership imprigionate dall’ideologia, può partire solo dal cuore dei singoli, capace di riconoscere la bellezza e il valore della persona.

Elementi problematici per la visione: nessuno.

Luisa Cotta Ramosino

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: sKY CULT
Data Trasmissione: Sabato, 18. Giugno 2016 - 23:00


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SETTE ANIME

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:36
Titolo Originale: Seven Pounds
Paese: USA
Anno: 2008
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: Will Smith, james Lassiter, Steve Tisch, Jason Blumental, Todd Black e Molly Allen per Overbrook Entertainement, Escape Artist, Columbia Picture, Relativity Media
Durata: 125''
Interpreti: Will Smith, Emily Posa, Ezra Turner

Ben Thomas è angosciato da un tragico evento di cui si sente responsabile: in un incidente d'auto sono morti sua moglie e un'intera famiglia di sei persona che viaggiava sulla macchina con cui si è scontrato. Approfitta del suo mestiere di esattore delle tasse per andare a conoscere alcune persone che soffrono per  alcuni gravi problemi : Emily, una ragazza che ha urgente bisogno di un trapianto di cuore, un non vedente e una donna che viene continuamente picchiata dal marito. Egli vuol fare del bene a tutti ma in un modo molto particolare...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.
Pubblico 
Adolescenti
Occorre molta maturità per giudicare criticamente le idee strampalate che vengono diffuse attraverso questo film
Giudizio Artistico 
 
Grande bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Will Smith è perfetto a recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista,

Chi ha visto La ricerca della felicità (2006) di Gabriele Muccino con Will Smith ed è intenzionato a vedere  “Sette anime” si prepari. È tutt’altro film.

Se nel primo intuiva subito il lieto fine, in “Sette anime”, secondo film americano di Gabriele Muccino, forse il miglior talento italiano in attività, fin dalla prima immagine avverte l’esatto contrario: la  felicità ha un doppio angosciante. “Sette anime” è la radiografia della sofferenza esistenziale di un uomo di successo, con una bella casa davanti all’Oceano, sopravvissuto ad un incidente automobilistico nel corso del quale è morta la moglie ed altre sei persone. Lui invece è rimasto miracolosamente illeso. Gli incubi però lo tormentano. Che senso ha continuare a vivere? Il senso lo trova in una ostinata vocazione: ha causato la morte di sette persone e ne salverà la vita di altrettante. Cerca così, spasmodicamente, sette sfortunate esistenze, alle quali il destino ha assegnato un ruolo disgraziato. Se  salvi una vita salvi il mondo: figuriamoci se ne salvi sette. “Sette anime” è un film drammatico ed esistenziale, diretto con grande maturità ed intensità emotiva da Muccino.

Le due ore volano via quasi senza accorgersene. Will Smith è l’incarnazione della perfezione dell’attore, impegnato a recitare una doppia parte: il sopravvissuto tormentato dai sensi di colpa e l’angelo ottimista, con il sorriso stampato sulle labbra, sceso al fianco  del sofferente di turno per riscattarne l’infelicità. Con l’avvicinarsi della conclusione “Sette anime” instrada lo spettatore nel vortice dei sentimenti. Mano a mano che i tasselli vanno al loro posto, completando il quadro,  si viene risucchiati nel nitido ritratto dell’infelicità, e se qualche lacrima sgorga dagli occhi, non è sentimentalismo né furbizia, ma bravura del regista nel far affiorare la verità della sofferenza umana. Non c’è nulla fuori posto in “Sette anime”: la maglietta salmone indossata da Will Smith incurante  della pioggia battente; lo splendido alano di una  malata di cuore (la bellissima Rosario Dawson), che lo ha voluto con sé perché gli alani non vivono a lungo a causa di problemi cardiaci; la straordinaria medusa velenosa conservata in un acquario domestico.

Una tempo film come “Sette anime” li dirigeva Frank Capra. La sua incrollabile fiducia negli uomini era però sempre coniugata al limite umano. Gli esseri umani possono compiere gesti straordinari, salvare vite altrui o la propria famiglia, occuparsi della felicità individuale o collettiva. Ma hanno sempre bisogno di aiuto esteriore, dell’intervento benevolo del soprannaturale. In “Sette anime”, come già in La ricerca della felicità, tutto si riassume nell’umano. L’uomo ormai è diventato autosufficiente, padrone incontrastato del proprio destino e non più bisognoso di aiuto esterno. Trova  in se stesso la legge divina, poiché egli ormai è Dio.

Questa sostituzione è il dramma del nostro tempo. Il mistero (e il senso) della vita degli uomini va ricercata  solo negli uomini,  e il bene si trova  dentro il cuore umano, come la generosità e la donazione di sé. La felicità sta anche nel suo contrario: l’infelicità, poiché il tempo non è una freccia lineare, ma un ciclico ripetersi dell’identico e l’essere umano non muore, ma rivive perennemente in qualcosa di meglio. “Sette anime” è un film bello e istruttivo. Un tipico prodotto dell’industria del consumo, ma  anche un piccolo trattato sulla morale postmoderna che ha definitivamente rinunciato al mistero di Dio.
Il protagonista raggiunge la “saggezza” quando, a causa della disgrazia, scopre la solitudine dell’esistenza.

Deve imparare a morire, liberandosi del presente (il proprio corpo), immaginando la propria vita nel futuro di sette vite altrui. “Sette anime” è un film gravido di senso morale, ma privo di trascendenza. Molti culti spirituali postmoderni, come Scientology ad esempio, possono essere considerati una sorta di adattamento tecnologico del buddhismo. Una lettura superficiale di “Sette anime” potrebbe indurre in errore, e considerare la storia raccontata una  allegoria della “resurrezione” cristiana. Invece è una allegoria della “reincarnazione” buddhista (più i moderni mezzi della tecnologia medica). Il protagonista è condannato alla eterna  sofferenza della vita, poiché troppo preso dal proprio Io (il successo nel lavoro, l’attaccamento alle cose del mondo, la concentrazione sentimentale sulla propria persona), rimanendo  prigioniero dei cicli di nascita e morte. Ma nel corso del racconto assistiamo al suo “risveglio”, alla sua piena “illuminazione”. La “resurrezione” finale potrebbe apparire come la ricompensa della fedeltà al divino.
Ma non è così, perché in “Sette anime” il divino se n’è andato. C’è solo l’uomo.                       

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:22
 
Titolo Originale: The boy in the striped pyjamas
Paese: USA /Gran Bretagna
Anno: 2008
Regia: Mark Herman
Sceneggiatura: Mark Herman (dal romanzo di John Boyne)
Produzione: Miramax Films/BBC Films/Heyday Films
Durata: 100'
Interpreti: Asa Butterfield, Jack Scanlon, Vera Farmiga, David Thewlis, Rupert Friend

Germania, anni Quaranta. Il piccolo Bruno si trasferisce con tutta la famiglia da Berlino in campagna al seguito del padre, ufficiale nazista, appena promosso ad un incarico che rimane misterioso. Una volta giunto sul posto, il bambino soffre la mancanza dei suoi amici e le molte restrizioni, almeno finché non fa amicizia con uno strano bambino che porta sempre un pigiama a righe e vive in una “fattoria” non lontano da casa. Sarà questa amicizia a far scoprire a Bruno l’orrore delle persecuzioni contro gli ebrei in cui suo padre ha un ruolo fondamentale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La pellicola riesce bene a illustrare la contraddizione di un’umanità capace di una frattura totale tra dimensione affettiva ed etica, tra pubblico e privato, un paradosso per molti aspetti ancora tremendamente attuale
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per la tensione e l’argomento trattato il film non è adatto agli spettatori più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, pur cedendo ogni tanto negli scambi tra i due bambini ad un comprensibile intento didattico, riesce a mantenere per il resto un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale
Testo Breve:

FilmOro. L'olocausto visto con gli occhi di un bambino. Il finale non è però consolatorio, come era successo a La vita è bella di Benigni. Il film mantiene un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale

Raccontare una tragedia collettiva come l’Olocausto rischia, a causa della sua mole immane, di trasformare l’orrore in una contabilità tremenda. Il cinema ha da sempre preferito concentrarsi sulle storie dei singoli e sul loro destino e negli ultimi anni ha spesso assunto lo sguardo di chi dell’orrore fu testimone più o meno consapevole e complice, dagli aguzzini o ai semplici cittadini (vedi il problematico Good, passato alla Festa del Cinema di Roma 2008).

In questa pellicola (tratta da un romanzo di John Boyne e da molti paragonata a La vita è bella di Benigni) la prospettiva scelta è invece quella di un bambino, il figlio del comandante di un campo di concentramento (e di sterminio, come scoprono ben presto gli spettatori, e colpevolmente più tardi la consorte dell’uomo), che, ignaro di quello che gli accade attorno, stringe amicizia con il “nemico”.

Nemico che ha le fattezze sofferenti, e per lui curiose, di uno strano bambino al di là di un recinto di filo spinato, che il piccolo protagonista, in un tragico equivoco, pensa costruito per tenere lui fuori anziché l’altro dentro.

 

Condannato alla solitudine dal trasferimento paterno, Bruno, vittima di un fraintendimento che ricorda l’imbroglio del padre de la vita è bella, inizialmente invidia la possibilità del piccolo Schmuel di “giocare” con altri come lui, mentre a lui tocca sopportare una sorella adolescente infatuata della propaganda nazista (o piuttosto di un giovane ufficiale del padre) e le lezioni di un vecchio professore indottrinato che parla di destino germanico e di ebrei malvagi.

Il percorso di progressiva (ma mai totale) consapevolezza di Bruno, che corre parallelo a quello di sua madre Elsa, passa attraverso l’amicizia con Schmuel (che in nessun modo il ragazzino riesce ad identificare con un nemico) e la perdita della fiducia nella figura del padre, che all’inizio il piccolo rispetta e ama.

In effetti l’ufficiale SS interpretato con misura e convinzione da David Thwelis non ha nulla di stereotipato e caricaturale e incarna alla perfezione la “banalità del male” di cui parla Hannah Arendt così come la testarda e ottusa convinzione di molti uomini del Terzo Reich.

Come ogni bambino all’inizio Bruno è convinto che suo padre sia una persona buona e lavori per rendere il mondo migliore (crede anche alle assurde bugie sui campi che vede in un falso documentario proiettato in casa, esatta riproduzione di quelli realizzati dalla propaganda nazista a beneficio dell’opinione pubblica internazionale). Ed è proprio la sua ingenuità a rendere ai nostri occhi più tragica la storia e il suo esito niente affatto consolatorio (forse proprio per questo più realistico di quello del film di Benigni), che, pur facendo un passo indietro, con vera pietas, nel momento della morte, lascia ben intendere le responsabilità di chi, come la mamma di Bruno, chiuse gli occhi troppo a lungo.

Il film evita intelligentemente, comunque, di cadere nella trappola di una rappresentazione idealizzata dell’infanzia e, anzi, sfrutta il percorso dell’amicizia tra Bruno e Schmuel per mostrare “in piccolo” e senza moralismo i meccanismi dei compromessi e dei tradimenti (quello consumato da Bruno nei confronti dell’amico per paura) in cui tanti tedeschi caddero in quegli anni. Un percorso di amicizia, che non è privo di cadute, ma che porterà il piccolo Bruno, pur se per un tremendo equivoco, all’identificazione con l’Altro, il nemico divento amico, fino a condividerne il destino.

La pellicola, pur cedendo ogni tanto negli scambi tra i due bambini ad un comprensibile intento didattico, riesce a mantenere per il resto un delicato equilibrio tra i toni della favola e del racconto morale e quelli della rappresentazione realistica di dinamiche familiari di grande tensione (il padre di Bruno ha un rapporto conflittuale con la madre, oppositrice del regime, e, al momento della scoperta della reale destinazione del campo, tra lui e la moglie i rapporti diventano molto tesi) in cui però paradossalmente non manca mai il senso dei legami e dell’affetto.

In questo la pellicola riesce bene a illustrare la contraddizione di un’umanità capace di una frattura totale tra dimensione affettiva ed etica, tra pubblico e privato, un paradosso per molti aspetti ancora tremendamente attuale, che rende questo film ben più che una rivisitazione di un passato per quanto emblematico.

 

Elementi problematici per la visione: per la tensione e l’argomento trattato il film non è adatto agli spettatori più piccoli.

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: SKY HITS
Data Trasmissione: Lunedì, 23. Gennaio 2017 - 21:15


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AUSTRALIA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 12:05
 
Titolo Originale: AUSTRALIA
Paese: USA, AUSTRALIA
Anno: 2008
Regia: Baz Luhrmann
Sceneggiatura: Baz Luhrmann
Produzione: Baz Luhrmann, Catherine Knapman, G. Mac Brown e Catherine Martin per Bazmark Films,
Durata: 165'
Interpreti: Nicole Kidman Hugh Jackman, David Wenham, Bryan Brown

Nel 1939 Lady Sarah Ashley lascia la sua aristocratica residenza inglese per raggiungere Darwin, nel Nord  Australiano, dove suo marito possiede una grande tenuta. Sarah trova suo marito ucciso in circostanze misteriose, la tenuta in stato pre-fallimentare e gestita da un uomo che in realtà fa gli interessi  del più grande proprietario terriero locale, desideroso di accaparrarsi anche la  tenuta della neo vedova. Sarah non si perde d'animo e accompagnata da un rude mandriano del posto, un bambino aborigeno e poche persone della servitù, decide di trasferire 1500 capi di bestiame fino al porto di Darwin per accaparrarsi una importante commessa di carne per l'esercito australiano e risollevare così le sorti della

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un giusto sdegno nei confronti della mentalità razzista presente in Australia nel 1939
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche sequenza violenta e qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Lo spettacolo è assicurato ma i personaggi mancano di profondità e la storia è troppo superficiale per coinvolgere emotivamente lo spettatore

Baz Luhrmann si era fatto conoscere al grande pubblico per il film Moulin Rouge - 2001, dove con una geniale commistione di stili, il racconto de "La Traviata" veniva trasferito in  una  Parigi surreale al tempo della Belle Epoque e una Nicole Kidman ben diretta poteva mescolare con disinvoltura generi musicali diversissimi senza che il tutto risultasse un gioco sterile, manifestando anzi la sua brillante originalità.

Ora Baz si è spostato sulla sua terra, l'Australia, ha ingaggiato due attori australiani, Nicole Kidman e Hugh Jackman per costruire una grandiosa epopea del suo paese  e della sua gente; questa volta i riferimenti visivi sono i grandi film del passato, come Via col vento-1939, Il grande Paese-1958 o il Gigante-1956, ma anche Pearl Harbor - 2001.

A Baz piace offrire un bello spettacolo e ci riesce: sfrutta al massimo gli ampi paesaggi australiani, ora deserti d'estate, ora verdeggianti nella stagione delle piogge; il baricentro del film è la spettacolare corsa di una mandria che rischia di precipitare nelle gole di un grand canyon.
Predilige chiaramente  le  storie d'amore contrastato e le grandi passioni; l'algida lady inglese finisce per venir conquistata dal rude ma integerrimo mandriano (una sorta di John Wayne dell'emisfero australe) e naturalmente i cattivi sono molto cattivi, senza possibilità di redenzione.
Questa volta non si tratta di un musicall come Moulin Rouge ma si vede che Baz ne ha grande nostalgia: alla conclusione di molte scene il regista opera un vistoso allargamento di campo, la musica sale di livello e ci si aspetta da un momento all'altro che Nicole Kidman apra la bocca e si metta a cantare. Non rinuncia comunque a un motivo-guida che viene ripetuto lungo le quasi tre ore del  film: somewhere over the rainbow tratto da  Il Mago di Oz uscito appunto in quello stesso 1939.
Non possiamo trascurare infine i riferimenti ai problemi sociali dell'epoca: il razzismo imperante in quella che era ancora una  colonia inglese,  il disprezzo degli aborigeni e il fenomeno dei bambini mezzosangue sottratti alle loro famiglie e mandati in colonie per assimilare la civiltà dei bianchi (le cosiddette generazioni rubate).

Si tratta di molta carne al fuoco  e questa volta quel miracolo di sincretismo gradevole e originale che si era generato con Moulin Rouge non si ripete; le tematiche sono giustapposte (il film è chiaramente diviso in due parti, la prima, molto in stile western, ha come baricentro il trasferimento della mandria, la seconda, più in stile racconto di guerra, il bombardamento giapponese di Darwin) e la storia manca di coesione e di coinvolgimento.

Il confronto con Via col vento e con altri Kolossal del passato fa riflettere sul sostanziale mutamento di sensibilità che si intravede fra queste opere così distanti fra loro e non riguarda solo Baz Luhrmann ma anche altri autori che si sono impegnati negli ultimi anni nel filone dei film destinati al  vasto pubblico.
 
Via col vento resta immortale perché nelle quasi quattro ore del film i due protagonisti maturano, spinti dagli eventi, sviluppano il loro amore, si lasciano. Il massimo che si può dire di lady Sarah e il suo cow boy   è che si sono piaciuti una sera con l'aiuto di qualche bicchierino di troppo ma per il resto gli eventi prevalgono sulle persone. Anche i cattivi sono degli stereotipi  e le signore pettegole dell'alta società sono semplici caricature. Se pensiamo ad altri Kolossal della produzione recente, come le Crociate di Ridley Scott o anche Pearl Harbor, è come se i destinatari principali di queste opere fossero solo degli adolescenti, degli adolescenti verso i quali gli autori non hanno nessuna preoccupazione di ricostruire la realtà storica (con Le crociate appunto) né di  scavare nell'animo umano per scoprire le eterne verità dell'uomo; ciò che conta è raccontare favole gradevoli con conclusioni serenamente prevedibili.

Si è passati da un atteggiamento realista che stimola la riflessione dello spettatore  a una strumentale ricerca di ciò che al pubblico può piacere , secondo una perfetta  logica  pubblicitaria.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione
Canale: CANALE 5
Data Trasmissione: Martedì, 31. Marzo 2015 - 21:10


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LA DUCHESSA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/21/2010 - 11:37
Titolo Originale: The Duchess
Paese: Francia, Gran Bretagna, Italia
Anno: 2008
Regia: Saul Dibb
Sceneggiatura: Jeffrey Hatcher, Andres Thomas, Jensen, Saul Dibb
Produzione: Qwerty Films, Magnolia Mae Films, Pathe Renn Productions, Bim Distribuzione, BBC Films, Paramount Vantage
Durata: 110''
Interpreti: Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominique Cooper

Nel 1774 Lady Georgiana Spencer sposa a 17 anni William Cavendish, quinto  duca del Devonshire, uno dei pari più ricchi e influenti d'Inghilterra. Georgiana si sentirà presto trascurata dal marito (al quale comunque dette due figlie e il sospirato erede maschio) e diventò presto un riferimento per la moda, presenza costante agli eventi mondani del tempo e si impegnò attivamente a sostenere il partito dei Whig

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
A giudicare da questo film, i nobili del settecento si concedevano molte libertà sessuali e le donne finivano per render la pariglia, salvaguardando sempre la forma
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di incontri sessuali con nudità parziali, una scena di violenza di un marito sulla moglie
Giudizio Artistico 
 
Molto curata la messa in scena ed i costumi; poco approfonditi i personaggi: la storia sembra la semplice cronaca degli eventi accaduti

La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.La vita di Lady Georgiana Spencer, duchessa del Devonshire, raccontata da Amanda Foreman nel suo libro "Georgiana",  lasciò un traccia significativa nelle cronache dell'epoca. Si dice che Richard Brinsley Sheridan nella sua commedia satirica La scuola della maldicenza, si fosse ispirato al suo matrimonio  e all'ambiente frivolo e pettegolo che frequentava.  Diventò presto un riferimento obbligato per la moda femminile  (l'ampio cappello nero con cui la immortalò Thomas Gainsborough è stato perfettamente riprodotto nel film) e si impegnò a sostenere attivamente il partito dei Whigs. Durante le elezioni generali del 1784 fu l'obiettivo preferito della satira di Thomas Rowlands, che mise in caricatura (inserita qui sotto) la diceria secondo la quale raccoglieva voti distribuendo baci. Non meno insolita la sua vita privata: costretta a un menage a trois con suo marito e la sua migliore amica, ebbe una relazione con il conte Chales Grey, che divenne in seguito primo ministro.

La messa in scena del film è di grande effetto; visitiamo le molte e sontuose residenze del duca, partecipiamo alla mondanità elegante del centro termale di Bath ma  ampio spazio è dato anche alle immagini all'aperto che ricordano le stampe dell'epoca (con tanto di pecorelle che punteggiano con il loro candore il verde del prato) coerentemente con la vita dei nobili dell'epoca, vissuta in prevalenza nelle loro residenze di campagna. Ottima la riproduzione dei costumi dell'epoca.
Nei primi minuti del film viene impostato tutto il racconto: il contratto fra il Duca e la madre di Georgiana per definire i termini economici del matrimonio; l'iniziale felicità di lei salvo poi scoprire di aver sposato un uomo di poche parole che si cura solo dei suoi cani e di fare sesso con le cameriere. Da questo momento in poi si innesca una sequenza di eventi, di azioni e contro reazioni fra lei e il marito, fino a un finale, molto pragmatico, accomodamento che consente a entrambi di fare ciò che desiderano continuando a rispettare le esigenze formali del tempo.
 

Viene spontaneo domandarsi quali fini si sono posti gli autori nel realizzare questo film. Il racconto è baricentrato su Georgiana e i suoi rapporti con il marito ma manca una vera, stimolante dialettica fra i due: Ralph Fiennes è bloccato nella caratterizzazione di una persona taciturna, dedita ai suoi sport campestri e per nulla interessato alla cultura e ai dibattiti politici: manca una evoluzione del personaggio. Lo stesso si può dire della figura di Georgiana che presentava molti spunti interessanti, in particolar modo il suo impegno politico. In effetti si vede Georgiana discutere su temi quali la libertà delle colonie americane, partecipare a un comizio politico per sostenere Charles Gray , ma al di là di ciò che si vede, non ci viene rivelato quale era la spinta interiore che la portava ad avere una così appariscente (e sregolata, conoscendo la sua passione per il gioco)  vita pubblica,  abbinata a una infelice vita privata.  Qualche critico ha sottolineato un parallelo con la vita di Diana Spencer, sua lontana discendente; l'aggancio emotivo dello spettatore verrebbe innescato dal contrasto fra l'amore romantico di Georgiana con Grey, contrapposto all'ottusità del duca e alla legislazione dell'epoca che privilegiava in tutti i modi il marito (compreso il diritto di fustigare la moglie, purché con una verga non più spessa di un pollice) ma a parte l'antistoricità di un sentimento romantico collocato a fine settecento, resta vistosa la lacuna di un vero rapporto fra un marito e un moglie che non cercano di conoscersi e di comprendersi.

L'epoca in cui visse Georgiana fu ricca di avvenimenti risolutivi per la storia dell'Inghilterra e dell'Europa: l'indipendenza delle colonie americane e la rivoluzione francese ma ben poche tracce di questi fatti sono presenti nel film: sarebbe impietoso un confronto con Barry Lyndon - 1975 di Stanley Kubrick, sintesi perfetta fra una storia privata e la ricostruzione dello spirito di un'epoca ma anche in tempi recenti il film di Sofia Coppola  Marie Antoniette - 2006 (biografia di un'altra figlia della nobiltà contemporanea di Georgiana e in un certo qual modo simile nel suo tentativo di affermare la propria personalità) ha avuto almeno il pregio dell'originalità della confezione e di un ritratto di regina che, nonostante qualche difetto di sceneggiatura,  è riuscito ad emergere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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