Dramma

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QUEEN & SLIM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/04/2020 - 21:30
Titolo Originale: Queen & Slim
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Melina Matsoukas
Sceneggiatura: Lena Waithe
Produzione: BRON Studios, 3Blackdot, De La Revolución Films, Hillman Grad, Makeready
Durata: 132
Interpreti: Daniel Kaluuya, Jodie Turner-Smith, Bokeem Woodbine

A Cleveland, nell’Ohio, un giovane e una giovane di colore chiacchierano in un bar: si sono dati un appuntamento tramite Tinder, il famoso sito di incontri e cercano di fare reciproca conoscenza. Lui si offre di accompagnarla a casa in macchina ma durante il percorso un poliziotto gli intima di fermarsi. L’uomo d’ordine ha un comportamento rude e sprezzante e dopo una serie di malintesi la situazione precipita e il poliziotto resta ucciso. I due sanno che avranno poca speranza di dimostrare la loro innocenza e decidono di fuggire spostandosi verso Est, nella speranza di trovare il modo per arrivare a Cuba. Intanto le televisioni locali trasmettono la sequenza dell’incidente (il poliziotto aveva attivato una telecamera) per invitare la popolazione a individuare i colpevoli. Ciò crea solidarietà verso i due fuggiaschi da parte della gente di colore; sono diventati i loro eroi e già li chiamano Queen e Slim…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dei metodi violenti della polizia è affrontato in tutta la sua cruda realtà ma dal film non scaturisce alcun segno di speranza verso una soluzione pacifica ai problemi di integrazione razziale negli Stati Uniti
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente della violenza. Una intensa ed scena di incontro amoroso con nudità
Giudizio Artistico 
 
Grande maestria della regista nello sviluppare un racconto serrato ed emozionante mentre la sceneggiatura sviluppa bene il percorso intimo dei due protagonisti cheriescono a i trasformarsi per l'effetto benefico della vicinanza dell'altro
Testo Breve:

Lui e lei, afroamericani, che si sono appena conosciuti, sono in fuga lungo le strade degli Stati Uniti, accusati di aver ucciso un poliziotto. Un road movie che è soprattutto una intensa storia d’amore

La regista Melina Matsoukas, vincitrice di due Grammy Award, al suo primo lungometraggio, si è fatta le ossa nella realizzazione di videoclip musicali (è famoso Formation, di Beyonce)  e si vede. Il ritmo del film è serrato, l’economia delle sequenze è rigorosamente calibrata, non ci sono indugi compiacenti, che non sarebbero risultati adatti a un road movie dove un solo minuto di  ritardo nella fuga può risultare fatale.  

La prima sequenza è tranquilla, facciamo la conoscenza con due persone molto diverse, accomunate dal colore della pelle e dalla solitudine. Lei è una ragazza dallo spirito indipendente che si è fatta da sola, un’avvocatessa impegnata nel cercare di difendere i suoi fratelli che rischiano la pena di morte; lui è un semplice impiegato di negozio, legato alla famiglia e con una sincera fede religiosa. Poi, subito dopo il dramma. Fermati dal poliziotto, più i due cercano di chiedere perché sono stati fermati, più il poliziotto si accanisce nelle perquisizioni, fino a minacciarli con la pistola. Tutto accade velocemente e i due, che a malapena avevano iniziato a conoscersi, debbono mantenere i loro destini forzatamente uniti nel cercare di sopravvivere in un’America che ancora trova nella violenza la sbrigativa soluzione a tanti dei suoi problemi. Da questo momento il film sviluppa due movimenti paralleli, strettamente collegati. La fuga on the road, da villaggio a villaggio, che cattura l’attenzione dello spettatore desideroso di conoscere la loro prossima mossa per sopravvivere e la trasformazione progressiva che subiscono i due protagonisti, dentro di loro e fra di loro.  
Non ci troviamo di fronte a una replica di Gangster Story, dove Bonnie and Clyde avevano una euforica e spavalda furia distruttiva contro tutto e contro tutti né a una replica di Thelma e Louise, le due donne che cercavano di superare, con la loro incosciente spensieratezza, un’esistenza soffocata dalla prepotenza maschile, ma due giovani che non cercano altro che realizzare se stessi e trovare un po’ di felicità e si trovano invece  ingabbiati, per circostanze avverse, in un destino che non hanno scelto.
E’ questo l’aspetto più interessante e più vero del film, che finisce per diventare più un racconto intimo che un’action story. I due sono molto diversi come carattere e altrettanto nell’ atteggiamento nei confronti della loro negritudine. Se nella prima parte del film trascorrono il tempo a litigare perché ognuno vorrebbe affrontare la situazione in cui si trovano in modo diverso, alla fine, nella loro convivenza forzata, ognuno dei due insegna all’altro ad avere una prospettiva diversa. Sono simboliche, a questo riguardo, le loro fughe dalla tensione della fuga come sporgersi dal finestrino della macchina che corre veloce mentre si canta una canzone o provare, per lui che non c’è mai stato, a montare un cavallo, un modo per abbandonarsi alla tranquilla natura che esprime l’animale. Infine il primo ballo insieme, quando le barriere reciproche cadono e  il rapporto diventa più confidenziale. “Cosa vorrei io? –confida Queen - Voglio un uomo a cui posso far vedere i miei lati peggiori”. Da quel momento in poi l’angoscia si attenua e germoglia la felicità di essersi trovati, di sentirsi una cosa sola in un solo destino, anche se così avverso. 
Il tema del razzismo negli Stati Uniti e dell’atteggiamento violento della polizia ci viene rappresentato senza sconti e quasi senza speranza di riscatto  ma la sceneggiatrice non risolve il problema con semplicistiche interpretazioni ideologiche: riporta il problema alla coscienza del singolo. Accanto a poliziotti fanatici, ci sono anche poliziotti di buon senso e c’è anche una coppia bianca che si presta a dare rifugio ai due fuggitivi.  A fianco  di afroamericani che cercano una soluzione pacifica per i loro problemi, ci sono altri pronti alla rivoluzione e un ragazzo di colore, esaltato dal mito che si è costruito intorno alla coppia che fugge, finisce anche lui per cedere all’uso della violenza. Oltre a raccontarci una bella storia d’amore, questo film si aggiunge ai molti, anche recenti (Detroit) che ci ricordano che il tema dell’integrazione razziale non è stato ancora superato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/03/2020 - 22:15
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Brett Haley
Sceneggiatura: Jennifer Niven, Liz Hannah
Produzione: Echo Lake Entertainment, Mazur / Kaplan Company
Durata: 107
Interpreti: Elle Fanning, Justice Smith

Finch, un ragazzo afroamericano che frequenta l’high school, sta facendo la sua corsetta serale, quando si accorge che Violet, una compagna di scuola, si è posta pericolosamente in bilico sul parapetto del ponte sotto cui sta passando. Violet è stata traumatizzata dalla perdita dell’amata sorella morta accanto a lei in un incidente d’auto. Finch le si accosta con calma e riesce a convincerla a scendere. Il giorno dopo il professore di geografia propone ai ragazzi un compito da svolgere in coppia: descrivere due luoghi interessanti dello stato dell’Indiana, dove vivono. Fich propone a Violet di andare con lui a cercare posti insoliti. La ragazza all’inizio dice di no, vuole continuare a restare chiusa nel suo dolore, inoltre gli amici le rivelano che Finch è un po’ “schizzato” (soffre di un disturbo bipolare) ma poi, alla fine, accetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo e una ragazza, con fragilità psichiche, si incontrano iniziano ad amarsi ma il loro rapporto non riesce a raggiungere quella fiducia e dedizione all’altro capace di curare tutte le loro ferite
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di rapporto prematrimoniale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia della fresca interpretazione di Elle Fanning, e di paesaggi naturali molto ben fotografati ma scivola nel finale in un eccesso di letteratura e la descrizione del protagonista maschile resta incompiuta
Testo Breve:

Entrambi frequentano l’high school Lei è depressa per la morte della sorella, lui soffre di un disturbo bipolare ma si incontrano e si amano nelle loro fragilità. Un teen drama iper-romantico dove, secondo la moda degli ultimi tempi, si affronta il tema del suicidio

Quando si vuole raccontare una storia iper-romantica e commovente fra due giovani, è inevitabile che alla fine uno dei due muoia. A iniziare da Love story del 1970 (dove moriva lei) e poi oltre, fino a Colpa delle stelle del 2014 (dove moriva lui). In effetti quest’ultimo aveva iniziato un nuovo filone a cui questo Raccontami di un giorno perfetto aderisce pienamente: la solidarietà fra un lui e una lei che hanno gravi infermità, in questo caso psichiche. Lei è depressa dopo la morte della sorella e non sente più la voglia di vivere; lui alterna momenti di grande entusiasmo ad altri di completa sfiducia in se stesso durante i quali si affida a tanti sticker che appende al muro della sua camera come per non perdere il senso di cosa sta facendo e a volte scompare per qualche giorno. Pesa, sulla sua esistenza, un padre violento che ha abbandonato la famiglia.

Violet  si è chiusa nell’apatia, timorosa di cosa potrebbe succedere se tornasse a sentire emozioni, ma poi è lei la prima a beneficiare della frequentazione che si sviluppa fra i due: recupera l’attenzione verso il mondo che la circonda, ritorna a meravigliarsi e scopre che “non serve salire in cima a una montagna per sentirsi in cima al mondo” e che “ci sono posti meravigliosi anche nei giorni più bui”, dice Violet nel finale del film, dai connotati forse un po’ troppo letterari. Se Elle Fanning sostiene bene la parte della ragazza che ritrova il gusto della vita, non si può dire lo stesso di Finch, non certo per la mancanza di bravura di Justice Smith ma perché il suo personaggio non è coerente né approfondito. Perché Violet finisce per appoggiarsi all’energia di Finch e grazie alle attenzioni che riceve da lui subisce una profonda trasformazione mentre il ragazzo non trova un modo sereno di convivere con i suoi limiti? La ragione può essere trovata proprio nella filosofia di fondo che sostiene il film. Violet ha scoperto, con l’aiuto di Finch,  la bellezza della natura, del mondo che ci circonda, del saper cogliere la meraviglia, piccola  o grande, che si sprigiona in ogni singola giornata. Tutto ciò è giusto e bello ma resta una scoperta soggettiva; un approccio alla vita esistenzialista di corto respiro, privo di verità più profonde che si scoprono quando si vive con l’altro e per l’altro. Di tutt’altra forza era Colpa delle stelle, dove i due ragazzi, proprio nell’amore reciproco e nell’aiuto portato agli altri trovano un senso pieno nei giorni che restano loro da vivere. La debolezza del film, ricavato dal best-seller All the Bright Places di Jennifer Niven che è anche sceneggiatrice, sta proprio in quel rapporto amoroso che inizia ma non si salda, nell’incomprensione da parte di Violet (e anche nostra, perché non è ben descritto) di quel misterioso male di cui soffre Finch.

Il film è disponibile sulla rete Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PAOLO, APOSTOLO DI CRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/26/2020 - 13:04
 
Titolo Originale: Paul, Apostle of Christ
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Terence Berden Andrew Hyatt
Produzione: Affirm Films ODB Films
Durata: 108
Interpreti: James Faulkner, Jim Caviezel, Olivier Martinez, John Lynch,Joanne Whalley

Dopo l’incendio di Roma del 64, iniziano violente  persecuzioni contro i cristiani, ritenuti da Nerone responsabili dell’incendio.  Paolo viene arrestato. Il resto della comunità cristiana, guidata da Aquila e Priscilla, è riuscita a trovare un rifugio sicuro ma è indecisa se restare o lasciare Roma.  Luca arriva a Roma e riesce a incontrare Paolo:  la testimonianza dell’apostolo è indispensabile perché possa riuscire a  completare  Gli Atti degli apostoli, il racconto delle vicende dei primi cristiani dopo la morte di Gesù. Il capo delle guardie, il prefetto Mauritius sa, che il prigioniero Paolo è solo un capro espiatorio scelto da Nerone ma è ligio al dovere e tratta Paolo con la dovuta durezza. Ma Mauritius ha una pena nel cuore: sua figlia sta morendo e anche se Luca, su segnalazione di Paolo, si è offerto di aiutarlo, non vuole tradire gli dei di Roma...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci mostra la forte fede di Paolo, Luca e dei primi cristiani, sereni di fronte al martirio ma anche come, fin dai primi tempi, si formavano dei gruppi dissidenti, pronti a imbracciare le armi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente di pestaggi sanguinosi e torture nei confronti dei cristiani
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt conferma il suo stile di un racconto intimista e claustrofobico che pone in rilievo i momenti di riflessione del grande apostolo ma la sceneggiatura soffre di alcune incoerenze
Testo Breve:

Paolo al carcere Mamertino , riceve le visite di Luca che sta scrivendo gli Atti degli Apostoli. Le riflessioni di Paolo prima della morte, in un film intimista non per tutti i palati

Paolo e Luca condividono la stessa cella. E’ il momento dei ricordi, di quando Luca aveva raggiunto Paolo a Roma quando si trovava agli arresti domiciliari. “La tua fermezza mi ha dato la forza di continuare in molte di quelle notti fredde e tristi” , commenta Paolo ma ricorda anche le terribili canzoni che cantava Luca prima di addormetarsi e di Pietro che russava. Paolo insiste: “Ringrazio Dio per averti messo nella mia vita: non so cosa avrei fatto  senza di te” e Luca ironico, rinfacciandogli le sue doti di dottore: “saresti morto di malaria e di emorragia”. Questo colloquio confidenziale e molto umano, rivela alcune scelte fatte dall’autore nel ricostruire gli ultimi anni dell’apostolo: Luca risulta una figura importante, almeno tanto quanto Paolo; mentre Paolo invece  è visto, nella sua vecchiaia, come una persona umile, saggia e profonda  ma ormai priva del carisma della guida. Se abbiamo conosciuto  Paolo, attraverso le sue lettere, per la sua fede incrollabile nel mandato ricevuto, qui appare molto più riflessivo e quando la comunità cristiana di Roma  gli chiede consiglio per decidere  se restare o lasciare la città, lui non ha altro da rispondere che: ”agite secondo coscienza”.

Le riflessioni che esprime in colloquio con  Luca o davanti agli aguzzini che lo interrogano, sono spesso frasi ricavati dalle sue lettere. E’ presente il famoso inno alla caritàdella Prima lettera ai Corinzi, usata molto spesso nella liturgia dei matrimoni,  mentre dalla seconda lettera a Timoteo vengono ripresi molti brani, incluso quella che prospetta la conclusione della propria vita terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ogni racconto filmico che si appoggia su fatti realmente accaduti mescola quasi sempre personaggi e situazioni inventate (in questo caso il prefetto Mauritius,  Aquila e Priscilla come capi della comunità cristiana a Roma) con realtà storiche ricavate dai documenti di cui disponiamo ma in questo caso è proprio la miscela che non funziona. Sono presenti alcune disarmonieò illogicità narrative, , come quando un manipolo di cristiani non ortodossi assalta la prigione per liberare Paolo uccidendo due guardie e il prefetto Mauritius,invece di adirarsi per la morte di due suoi uomini, inizia a disquisire con lui su cosa sia la verità. Anche dopo, quando Luca e Paolo sono stati liberati perché Luca è riuscito a guarire la figlia del prefetto e  sono ospiti della sua villa, passeggiano nel giardino discorrendo serenamente sugli Atti degli Apostoli di prossima pubblicazione, trascurando il fatto che se loro sono vivi, tanti loro fratelli sono morti poco prima nell’arena. “Vivere è Cristo, morire è un guadagno”: riflette Paolo “Questa mi piace” ossserva Luca. “Allora scrivila” suggerisce Paolo. E’ come se lo sforzo dell’autore  Andrew Hyatt, che pur aveva dato buona prova di se’ in  Piena di Grazia , sugli ultimi anni di Maria, non abbia avuto come impegno primario quello di farci conoscere lo spirito e l’anima di Paolo ma abbia selezionato un frammento della sua vita, già vecchio e bisognoso dell’aiuto degli altri e abbia pensato di rendercelo più vicino umanizzandolo al massimo, inclusi alcuni dettagli sulla  stesura del libro di Luca.

Il film svolge un lavoro più che dignitoso nel presentarci situazioni verosimili anche se non confermate dai dati a disposizione (la presenza di Aquila e Priscilla a Roma, l’arrivo di Paolo a Roma per la stesura del libro degli Atti, le due prigionie di Paolo) ma ciò che desta maggiore perplessità è l’assenza di Pietro in questo film, mentre avrebbe dovuto condividere la prigionia di Paolo.

Interessante notare che  il film è stato prodotto dalla  Affirm Film (Fireproof, Courageous,War Room, Risorto) e questo lavoro si può a tutti gli effetti inquadrare come Christian Film, attualmente disponibile sulla piattaforma NETFLIX ma reperibile anche nella versione DVD.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ANNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 15:30
Titolo Originale: Gli anni più belli
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema, 3 Marys Entertainment
Durata: 129
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff

Nel 1982, quattro ragazzi romani hanno sedici anni, diventano grandi amici, trascorrendo assieme giornate un po’ folli e continueranno a incontrarsi periodicamente anche nei successivi quarant’anni. Riccardo, dopo aver partecipato con passione alla contestazione studentesca, cerca di sfondare prima nel mondo del giornalismo e poi nella politica, senza grandi successi; Giulio riesce a riscattarsi da una vita vissuta nella povertà diventando un avvocato di grido, sfruttando a proprio vantaggio il ciclone tangentopoli. Paolo, appassionato di lettere, desidera solo diventare un bravo insegnante di liceo ma deve trascorrere lunghi anni nel precariato. Infine Gemma che si innamora, ricambiata, di Paolo ma, rimasta orfana, è costretta a trasferirsi a Napoli da una sua zia. Paolo e Gemma imboccheranno strade diverse ma resterà sempre nel loro cuore la purezza di quel primo amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro amici molto fragili si fanno trascinare dal flusso della vita commettendo molti errori, incapaci di coltivare impegni sentimentali duraturi e ritrovandosi fra le mani, alla fine, quasi loro malgrado, due soli valori: l’amicizia fra di loro e l’amore verso i figli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scene sensuali con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Gabriele Muccino si conferma un ottimo ritrattista di personaggi appassionati e sregolati e guida lsenza stanchezze la dinamica della narrazione
Testo Breve:

La storia di quattro amici romani che si svolge in parallelo a quarant’anni di vicende italiane. Passioni e melanconie raccontate e recitate con grande bravura

Ne L’ultimo bacio i protagonisti erano dei trentenni; in Baciami ancora avevamo ritrovato gli stessi personaggi ma ormai quarantenni; ora, in questo Gli anni più belli, questi cinquantenni di oggi che ricordano quando avevano sedici anni all’inizio degli anni ’80, sono anche loro tutti irrimediabilmente mucciniani. Essere antropologicamente dei mucciniani vuol dire essere pietre rotolanti. Rotolano durante l’adolescenza, là dove li porta la golosità urlata e incontrollata delle loro passioni. Ormai adulti, uomini e donne, inseguono un sogno che non si realizza mai oppure lavorano con tenacia al proprio successo ma scelgono sempre di rotolare dove li porta la convenienza del momento, pronti anche ad abbandonare persone a cui avevano promesso amore duraturo.

Non ci sono principi a cui non venir mai meno, non ci sono progetti grandiosi da perseguire, ma solo la ricerca personalissima di singoli momenti di felicità. Si tratta di antieroi verso i quali Muccino ha una particolare predilezione e che solo lui riesce a raccontare così bene, nella loro fragilità così umana. Se poi riescono a conservare la loro amicizia, fra continui abbandoni e riprese o recuperare l’affetto dei loro figli nonostante la loro cronica incostanza, sembra che tutto avvenga ancora una volta perché il mondo continua a girare su se stesso, e  si finisce sempre per incontrarsi di nuovo, più che per effetto di una ferma determinazione.
Per fortuna anche in questo film  Muccino ha imbastito un abile controcanto: la figura di Paolo. Paolo ama la letteratura, ama trasmettere ai suoi alunni le verità racchiuse nei classici, sa aspettare con pazienza la nomina a professore di ruolo; se ha dichiarato di amare Gemma è perché lo sente davvero come l’amore di  tutta la sua vita ma anche se vorrebbe andare ad abitare con Gemma, resta nella casa della madre per prendersi cura di lei, gravemente malata. Questa gemma di valori umani, al maschile, contrasta con le figure femminili, che Muccino tratta amorevolmente ma non certo stimandole. Sia il personaggio di Gemma, sia quello di Anna, non seguono altra regola se non quella della convenienza economica, pronte a lasciare l’amato e il marito appena si profila un’opportunità più solida. La figura di Gemma, pur magnificamente interpretata Micaela Ramazzotti, soffre inoltre di una scrittura incompiuta e si fa fatica a seguirla nella sue continue metamorfosi, dalla ricerca dell’amore appassionato a quello prezzolato.

Il film dura più di due ore e forse mette troppa carne al fuoco (sullo sfondo seguiamo la storia degli ultimi quarant’anni d’Italia) ma Muccino resta molto bravo nel raccontarci le emozioni i dolori, le rabbie  le allegrie dei protagonisti con un ritmo narrativo estremamente fluido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRESHMAN YEAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/12/2020 - 22:27
 
Titolo Originale: The Freshman Year
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jude Okwudiafor Johnson
Sceneggiatura: Jude Okwudiafor Johnson, Toby Osborne
Produzione: Anchor Media Studios, Jude Johnson Productions
Durata: 105
Interpreti: Diallo Thompson, Natalia Dominguez, Benjamin Onyango, Gregory Alan Williams

CJ è un bravo ragazzo afroamericano che ha terminato l’high school con pieni voti, nutre una grande ammirazione per suo padre, un pastore protestante e ha sempre condotto una vita semplice e morigerata, alimentato dalla lettura della Bibbia. Al suo primo anno di università conosce Marcella, di origini ispaniche, la prima della sua semplice famiglia che riesce ad andare al college. Fra di loro si stabilisce una forte intesa e durante i festeggiamenti per la vincita della squadra di basket per la quale gioca, CJ finisce per bene alcolici per la prima volta nella vita e un po’ alticcio, viene aiutato da Marcella. Qualche tempo dopo, Marcella scopre di esser rimasta incinta. Suo fratello maggiore è molto contrariato (il padre è morto da tempo) perché tutti gli sforzi della famiglia per farla studiare rischiano di sfumare e propone l’aborto. Anche la famiglia di DJ resta turbata: che si dirà di un pastore che non riesce a dare la giusta educazione a suo figlio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Può una vita condotta irreprensibilmente con la preghiera e la lettura della Bibbia consentire di affrontare situazioni difficili? La risposta è si ma solo se abbinata a un sincero senso di umiltà, ponendosi sempre al servizio degli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per le tematiche trattate
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra muoversi inizialmente in modo eccessivamente scolastico ma poi è la forza stessa degli eventi, improntati a elevato realismo, che porta avanti la storia, nonostante recitazioni non eccezionali
Testo Breve:

Il figlio di un pastore, educato troppo nella bambagia, finisce per comportarsi irresponsabilmente al primo anno di università. Un buon esempio di come la fede sia un sostegno indispensabile per affrontare  situazioni difficili, privilegiando la solidarietà

Il pastore e sua moglie si ritrovano da soli, in camera da letto, dopo che il figlio ha rivelato loro la sconvolgente novità.  “Quello che è fatto, è fatto, certe cose capitano”: afferma la madre, per fermare le lamentele del marito che continua a rimuginare su ciò che è accaduto. Marito e moglie si trovano di fronte a un serio pericolo  nei confronti del quale si sentono impotenti: l’ipotesi che Marcella con i suoi familiari voglia ricorrere all’aborto. Anche il proporre ai ragazzi di sposarsi non è una buona soluzione: il matrimonio è amore “finchè morte non ci separi”, non deve essere una costrizione. La conclusione dei coniugi è una: ormai DJ si deve considerare grande e responsabile della propria vita e loro dovranno dargli il massimo supporto possibile,  morale e materiale per aiutarlo nel processo decisionale. Si tratta del colloquio decisivo di tutto il film. Il pastore e sua moglie da quel momento metteranno da parte ogni recriminazione sul passato e aiuteranno Dj e Marcella a trovare tutta la serenità necessaria per reimpostare la propria vita in modo coerente con l’attesa di un figlio. Alla fine DJ, se è stato impulsivo una volta, riuscirà a mettere a frutto la sua fede in un Dio che non abbandona nessuno e anche Marcella, educata alla fede cattolica, recupererà il vivo senso dell’amore per la vita che nasce.

In base alle scritte poste alla fine del film, il racconto fa riferimento a fatti realmente accaduti e in effetti è caratterizzato da elevato realismo. La storia è in fondo una lezione di sano prammatismo a cui ogni buona intenzione o principio assoluto si deve piegare per dare comunque e sempre la priorità ai valori che scaturiscono dall’affetto familiare e dalla solidarietà. Il pastore viveva di una vita alimentata da meditazioni ispirate dalla Bibbia ma dopo la bruciante delusione di un figlio che perde il controllo appena uscito dalla casa paterna, un ambiente forse troppo protettivo, sa come comportarsi: impegnandosi a ricostruire la compattezza della famiglia per affrontare nel modo migliore possibile la nuova situazione. Senza che nessuno resti isolato ma anzi, in modo che i due giovani ritrovino le loro energie spirituali necessarie per gestire al meglio le trasformazioni che subiranno le loro vite.

Questo christian film è disponibile in streaming sul sito www.christiancinema.com  in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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1917

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2020 - 12:43
Titolo Originale: 1917
Paese: Gran Bretagn, Usa
Anno: 2019
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes e Krysty Wilson Cairns
Produzione: Amblin Partners, DreamWorks Pictures, Neal Street Productions, New Republic Pictures
Durata: 119
Interpreti: George MacKey, Dean Charles Chapman, Marc Strong, Andrew Scott, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Richard Madden

Aprile 1917. Ai caporali Blake e Schofield viene affidato il compito di attraversare le line nemiche e raggiungere un battaglione isolato dalle comunicazioni per fermare un attacco che porterebbe a morte certa 1600 uomini, tra cui anche il fratello maggiore di Blake. Una corsa contro il tempo nel mezzo degli orrori delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella brutalità della guerra si manifesta, per un breve momento, la tenerezza verso i piccoli e gli indifesi
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sembra che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente
Testo Breve:

Nel 1917 due portamessaggi inglesi debbono attraversare le linee nemiche per portare un messaggio di estrema importanza. Un film sofisticato  ma poco coinvolgente

Ispirandosi ai racconti del nonno, portamessaggi come i protagonisti del film, Mendes costruisce una macchina sofisticata e grandiosa anche se non sempre efficace dal punto di vista del reale e profondo coinvolgimento emotivo. Le riprese sono state realizzate in modo da dare la sensazione di seguire un unico lunghissimo pianosequenza che “pedina” i giovani soldati mentre percorrono le trincee, superano il filo spinato e avanzano nella terra di nessuno, cercando di evitare le trappole di un nemico insidioso anche se in ritirata.

Questa scelta di linguaggio, che in teoria dovrebbe portare lo spettatore a condividere il punto di vista di due giovani con caratteri diversi ma uniti da una missione oltre che dalla loro amicizia, rischia fin troppo spesso in realtà di attirare l’attenzione su sé stessa, raffreddando una materia narrativa potenzialmente potentissima.

In questo senso anche la parata di star anglosassoni, ognuna presente sullo schermo per lo spazio di una scena o poco più, finisce per tradursi in un altro elemento di distrazione che aggiunge “stellette” al film, ma dà solo in parte sostanza alla storia.

Detto ciò i due giovani interpreti (e soprattutto George MacKey, già visto in Captain Fantastic) risultano convincenti nel dare corpo a due ragazzi immersi in un conflitto che ha già lasciato i suoi segni (Schofield ammette con l’amico di non amare le licenze per il ripetersi di addii sempre più dolorosi) e la loro missione trasporta lo spettatore in un viaggio “all’inferno” che la fotografia di Roger Deakins aiuta a costruire con scelte visive potenti, anche se in alcuni punti la ricostruzione assume un’eleganza che la rende meno “carnale”.

Fa eccezione un momento particolarmente bello in cui uno dei due giovani soldati, nel mezzo della violenza si trova di fronte al miracolo della vita e della tenerezza (tanto più sorprendente in mezzo a tanto orrore) e in quella parentesi di pace ritrova uno sguardo commosso che lascia spazio alla speranza.

Non manca il dramma, quindi, nel film di Mendes, ma la sensazione, bizzarra considerando l’investimento personale del regista (che al nonno dedica il film), è che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (E. Genovese)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 10:51
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.
Testo Breve:

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet. Non un film politico, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete. Un bravissimo Pierfrancesco Favino sostiene da solo tutto il film mentre gli altri personaggi vivono solo in funzione  del protagonista

 

Raccontare la storia è sempre un’operazione rischiosa, coraggiosa e necessaria. E raccontare la storia politica italiana, lo è ancora di più. Con Hammamet Gianni Amelio (il regista amato per opere come Colpire al cuore, Le chiavi di casa e il suo ultimo film La tenerezza) scrive una pagina “storica” che prende vita da un personaggio politico italiano, Bettino Craxi, realmente vissuto e ne costruisce un film. Non un film politico, come il regista ha più volte precisato, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete e dai conseguenti problemi cardiocircolatori.

Siamo infatti nel 1999, ad Hammamet. Ci arriviamo subito dopo un inciso nel 1989 sul 45° Congresso del Partito Socialista a Milano, dove Craxi era osannato, amato mentre l’unica persona a uscire fuori dal coro è Vincenzo (Giuseppe Cederna) un operaio che si vuole dimettere dall’incarico di tesoriere del partito e lo avverte dei rischi che sta subendo.

Dieci anni dopo il Presidente (non viene mai nominato il nome di Bettino Craxi, mai chiamato da nessuno dei familiari o amici con il nome proprio) è esule in questa magnificente villa, accudito dalla giovane figlia (si chiamerà Anita), mentre suo nipote gioca con lui e sua moglie appare e scompare, quasi sempre seduta.

A “turbare” un equilibrio consolidato, fatto di poca gratitudine (il presidente nei confronti della figlia) è l’arrivo di un ragazzo, che porta la lettera di Vincenzo, il padre suicida.

Amelio, insieme allo sceneggiatore, costruisce un impianto narrativo quasi fedele (anche nelle location perché il film è girato principalmente nella villa tunisina di Craxi) ma punta tutto alla realizzazione di una storia greca e shakesperiana dove il Presidente è Agamennone, Priamo e Re Lear, mentre sua figlia è Elettra, Cassandra e Cordelia.

Pesano sulla vita e sulle decisioni di Craxi le due condanne che lo hanno definito agli occhi di tutti una persona accusata per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai, 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Si accenna attraverso i dialoghi, più volte, all’uso improprio di denari, alla politica italiana servile, ma il personaggio di Craxi non è mai totalmente condannato o giustificato. Nelle oltre due ore di film si assiste alla fine di un uomo e si vivono emozioni per la malattia che sgretola corpi e crea distanze e distacchi, passioni e gelosie per tradimenti conosciuti e parzialmente accettati (da qui il cameo di Claudia Gerini) con la consapevolezza che niente potrà tornare come prima. Ma allo stesso tempo, se le idee di base sono forti (basta pensare alla drammaturgia greca e shakesperiana di riferimento) c’è in Hammamet un’imperfezione che rischia di rendere questo film uguale a tutti i film: i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 10:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA DI UN MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/15/2019 - 15:55
Titolo Originale: Marriage Story
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Produzione: Heyday Films
Durata: 136
Interpreti: Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta

Charlie e Nicole lavorano nel mondo dello spettacolo. Sono sposati da dieci anni e hanno un bambino di otto. Lui è un affermato regista teatrale di off-Broadway, lei è stata a lungo la protagonista nei suoi lavori ma ora ha accettato una parte in una fiction televisiva che si realizzerà a Los Angeles, dove ha passato la sua giovinezza con la madre, una ex attrice del cinema. Nicole decide che vuole separarsi. Non c’è nulla di sgradevole in lui, che è sempre stata una persona controllata e gentile, ma Nicole si sente come soffocata dal suo successo e vuole tornare a Los Angeles. All'inizio entrambi sono propensi ad avviare una separazione amichevole ma poi finiscono per affidarsi a degli avvocati e il loro rapporto, già fragile, viene stravolto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre dare merito all'autore di averci descritto, con molto realismo, le ferite che provoca una separazione coniugale. Due coniugi che si amano sinceramente, perdono la loro visione di coppia e lasciano prevalere i rispettivi interessi individuali.
Pubblico 
Adolescenti
I più piccoli potrebbero venir impressionati nel vedere un papà e una mamma che litigano. Una sequenza dove c’è un’abbondante perdita di sangue. Frasi denigratorie nei confronti della fede cristiana. Dialoghi con riferimenti a pratiche sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film, ottimamente scritto, diretto e recitato, è candidato all’Oscar 2020 e ha già raccolto una messe di premi, in particolare dalle associazioni dei critici americani: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Carlie e Nicole sono sposati da dieci anni e hanno un figlio ma lavorano anche insieme, perchè lui è regista di teatro, lei attrice. Iniziano una causa  di divorzio e attraversano, in mano a degli avvocati, un percorso di auto-distruzione. Un film pregevole per il suo tragico realismo

Perché questo film ha come titolo, anche nella versione originale, storia di un matrimonio? Fin dalle prime sequenze ci si accorge che si tratta esclusivamente della storia di un divorzio. Quindi quando si parla di matrimonio non c’è più nulla di interessante da raccontare se non la sua fine? Probabilmente è proprio così: non si tratta solo del racconto molto preciso e dettagliato (il regista, sceneggiatore e produttore Noah Baumbach ha realmente dovuto attraversare tutte le vicissitudini dell’iter di un divorzio) ma si sta celebrando, come vedremo, una sorta di funerale del matrimonio.

Sia Charlie che Nicole sono persone urbane, controllate (niente violenza o abuso di alcool) e in una sequenza iniziale, su richiesta dello psichiatra che li segue nella terapia di coppia , ognuno scrive cosa pensa dell’altro in modo positivo, espressione di una coppia che dopo dieci anni si conosce molto bene e sa convivere con i pregi e i difetti dell’altro. Ma Charlie e Nicole non sono solo marito e moglie, sono anche, lui un regista e lei un’attrice , che lavorano nella stessa compagnia teatrale. I motivi per i quali Nicole vuole divorziare vengono chiariti quando lei si confessa a Nora, l’avvocato che ha scelto per la sua difesa: all’inizio lei era la star di ogni opera teatrale del marito ma poi lui è diventato sempre più famoso: la gente andava a teatro attirata dal suo nome mentre lei veniva sempre più risucchiata dalla personalità del marito.

Ci si potrebbe da subito domandare come mai lei non abbia mai trovato un modo di dirgli onestamente come si sentiva e lui non abbia compreso che stava correndo il rischio di sopraffare la personalità di lei. Come mai non hanno trovato l’occasione per parlarsi con il cuore in mano, desiderosi di risolvere i loro problemi personali ma anche di salvare quella famiglia che loro stessi avevano costituito?

Non ci sono risposte nel film a queste domande, che inizia quando la situazione si è già dewteriorata.

All’inizio ci siamo domandati come mai il titolo parli di matrimonio mentre nello sviluppo della storia partecipiamo a  un divorzio. La risposta è che il film non parla di divorzio. In genere si parla di divorzio quando l’amore fra i due finisce, magari perché si è trasferito nella direzione di  una terza persona, ma niente di tutto questo accade. Il tema è un altro: lo sviluppo della propria personalità, in particolare lo sviluppo della carriera professionale, diventa incompatibile con l’istituzione del matrimonio, che vuol dire fusione di due destini in uno, di due vite in una sola.

E’ questo il tema dominante di altri film contemporanei: anche in La La Land i due non trovano un compromesso fra crescita professionale e vita in comune; addirittura tragica la soluzione che scelgono i due innamorati in Cold War. La soluzione mostrata è una sola: non ci si sposa o comunque, se si è già sposati,  si divorzia. Fino alla fine, in questa Storia di un matrimonio, entrambi rivendicano il loro diritti a crescere nella loro professione ma al contempo continuano a esprimere segni di tenerezza e di affetto verso l’altro. Lui si commuove, quando riesce a leggere le belle frasi scritte da lei nei suoi confronti durante la seduta di terapia di coppia. Nella sequenza finale, a un anno di distanza dal divorzio, lei si inchina a legare i lacci delle scarpe di lui.  Un piccolo gesto che rivela delle attenzioni che possono nascere solo da una lunga consuetudine all’intimità. La forma del L.A.T. (live apart together) sembra voler dire il film, sta diventando l’unica forma di unione praticabile.

Il film è realizzato e recitato benissimo. Stiamo assistendo non a qualcosa di costruito ma che ha tutti i caratteri di una realtà in progress. Terribile è la fase nella quale entrambi si rivolgono a un avvocato che li trascina in una sorta di girone infernale di accuse e contro accuse montate ad arte che finiscono per esaurire  i risparmi di entrambi. Non manca una “tirata” al cristianesimo dell’avvocato di Nicole, una donna, che evidenzia che davanti a un tribunale si tollera un marito  assente o inaffidabile ma una donna no, deve essere perfetta secondo il modello di Maria, la madre di Gesù. Commovente la figura del figlio, che cerca di stare sia con l’uno che con l’altra, disorientato e smarrito per la separazione che sta avvenendo. Il regista aggiunge anche un tocco di tragica ironia, quando, nel descrivere gli incontri programmati di Charlie  con il figlio, lo fa in coincidenza con la festa di Halloween e quelle maschere che lui  deve indossare non fanno ridere ma sono il segno di una esistenza che è diventata crudele.

Non manca una sottile caratterizzazione uomo-donna. Lei è molto concentrata su presente ma in questo modo perde di coerenza e di prospettiva storica. Le sofferenze che prova oggi e le impediscono di vedere i bei momenti passati del loro matrimonio; afferma di voler trovare una soluzione concordata alla separazione ma poi si rivolge a un avvocato; accetta di scrivere cosa pensa lei di suo marito su richiesta dello psichiatra ma poi si rifiuta di leggere la pagina scritta. Lui ha un maggior controllo nelle sequenze di decisione-azione, avvia con determinazione i suoi progetti che coinvolgono anche lei ma poi trascura di domandarsi cosa senta sua moglie in quei momenti.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 09:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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