Dramma

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IN VIAGGIO VERSO IL SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/17/2020 - 18:18
 
Titolo Originale: The Peanut Butter Falcon
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Sceneggiatura: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Produzione: Armory Films, 1993, Lucky Treehouse, Nut Bucket Films, Tvacom Film and Tv
Durata: 97
Interpreti: Shia LaBeouf, Dakota Johnson,

Zak, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, abbandonato dai genitori in una casa per disabili, ha un solo obiettivo: fuggire da quella prigione per iscriversi alla scuola di wrestling del mitico campione Salt Water Redneck. Riuscito a fuggire, si imbatte in Tyler, un pescatore che sta fuggendo anche lui perché, rimasto solo dopo la tragica morte del fratello e privo di una licenza di pesca, ha finito per rubare i granchi presi nelle reti di altri pescatori. Insieme decidono di proseguire il loro viaggio verso la Florida spostandosi lungo le Outer Banks del Nord Carolina. Sulle loro tracce si è posta anche Eleonor, la ragazza della casa di per disabili che si è sempre presa cura di Zak e che vuole riportarlo indietro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ha la capacità di farsi amico di un ragazzo con la sindrome di Down ridandogli felicità e passione per la vita.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e di pericolo
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione del profondo Sud secondo lo stile Mark Twain e ottima interpretazione del ragazzo Zack. Qualche limite nella definizione dei personaggi secondari
Testo Breve:

Due uomini in fuga negli scenari e nelle atmosfere già immortalati da Mark Twain. Una storia positiva di amicizia e di riscatto con qualche semplificazione. Su Chili, Tim Vision e Rakuten TV

Questo film indipendente, il più visto nella sua categoria nel 2019, è stato bloccato, nella sua uscita in Italia, dal lockdown del Coronavirus ma il problema è stato superato ed è ora disponibile a pagamento su Chili, Tim Vision e Rakuten TV. L’aspetto che meglio lo caratterizza è la presenza, come protagonista, di Zack Gottsagen, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che nel film desidera soprattutto diventare un campione di wrestling e in questo obiettivo ci mette tutto il suo entusiasmo e la voglia di riscatto dalle tante volte che gli avevano detto: “non hai le capacità”. Un personaggio che gli calza a pennello perché il vero Zack ha finalmente realizzato il suo sogno: poter fare l’attore e c’è riuscito benissimo. Il desiderio di fuggire da un orizzonte chiuso, il desiderio di lasciar fluire la vita per come viene, anche nei suoi aspetti più imprevedibili, è reso molto bene in questo viaggio che intraprendono i due fuggitivi e i  due autori, Nilson e Schwartz al loro primo lungometraggio,  attingono  a piene mani alla mitologia americana: a quei racconti di Mark Twain come Huckleberry Finn,  che ci parlavano di un Sud ancora selvaggio, fatto di acquitrini da attraversare con una zattera,  vagabondaggio fra le foreste pluviali, campagne dove si può incontrare un vecchio cieco che ti vuole convertire e battezzare o un melanconico campione di wrestling ora decaduto. Parallelamente a questo viaggio in una terra ancora non violata dall’uomo, si svolge un altro cammino che si compie nell’intimo di  Zak e di Tyler. Iniziano compiendo lo stesso percorso per pura convenienza ma poi Zak finisce per trovare in Tyler quel genitore che non ha mai avuto e Tyler quell’affetto fraterno che ormai considerava perduto. E’ forse la parte del racconto meglio costruita. Tyler si trova a impegnarsi fino all’estremo delle forze per salvare Zak da un grande pericolo; è questa situazione che fa maturare in lui la responsabilità di prendersi cura di quell’insolito compagno di viaggio. Tyler ora si sente utile e ha piacere a insegnare al ragazzo a nuotare e a sparare con il fucile; Zak non è più un ragazzo con dei problemi ma un compagno di avventura.

Anche Eleonor, che ha ancora un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, quando li raggiunge, ha l’onestà di riconoscere di aver avuto torto: Tyler ha fatto di lui un uomo che si impegna in ciò che gli piace e non si limita a sopravvivere.

Il film ha la capacità di far immedesimare lo spettatore nelle avventure dei due protagonisti anche se in modo diseguale: se Zak è pienamente definito, restano in Tyler degli aspetti che non sono stati messi a fuoco, soprattutto negli antefatti che lo hanno spinto a rubare e poi a distruggere le reti degli altri pescatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 17:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SKAM ITALIA (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/01/2020 - 16:42
Titolo Originale: Skam Otalia (quarta stagione)
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Ludovico Bessegato (st. 1-2, 4), Ludovico Di Martino (st. 3)
Sceneggiatura: Ludovico Bessegato, Anita Rivaroli, Marco Borromei, Alice Urciolo, Ludovico Di Martino
Produzione: TIMvision, Netflix, Cross Productions
Durata: 10 puntate di 30' su Netflix e Tim Vision
Interpreti: Beatrice Bruschi, Ludovica Martino, Benedetta Gargari,Ludovico Tersini

Nella quarta stagione di Skam ritroviamo le cinque amiche, Eva, Eleonora, Silvia, Federica e Sana che frequentano l’ultimo anno al liceo Kennedy di Roma. Sana è ora la protagonista: mussulmana convinta, porta sempre il velo, prega cinque volte al giorno, pratica il Ramadam e cerca l’uomo che può diventare suo marito matenendosi vergine perché intende l’unione dei corpi come sigillo di un impegno per la vita. I suoi rapporti con le amiche non sono sempre sereni: cercano di organizzre una vacanza in Grecia tutte insieme ma entrano in dissidio perché le altre vogliono lasciare una camera da letto libera per eventuali incontri con dei ragazzi. Sana si innamora di Malik, il migliore amico del fratello Rami, ma resta delusa quando scopre che Malik non è più un mussulmano praticante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, di origine tunisina e di fede mussulmana, riconosce, con convinzione personale e non per imposizione, il valore della preghiera e della verginità prima del matrimonio. Per contrasto gli altri giovani italiani, vivono in un contesto di relazioni familiari degradate o indifferenti, esercitando una piena libertà sessuale
Pubblico 
Maggiorenni
La convivenza in età di liceo fra un ragazzo e una ragazza o fra due ragazzi costituisce una normalità comunemente accettata. Baci omosessuali, nudità
Giudizio Artistico 
 
Efficace ricostruzione di un contesto giovanile, cura nella psicologia dei protagonisti. Ottima colonna musicale
Testo Breve:

Sana, protagonista della quarta stagione, è mussulmana per intimo convincimento ma non vuole per questo perdere le amiche e gli amici di scuola. Un difficile equilibrio fra chi cerca di credere che il mondo abbia un senso universale per tutti e chi vive alla giornata

E’ indubbio che Skam Italia abbia il suo punto di forza nei dialoghi confidenziali a tu per tu, fatti sottovoce  ma alcuni sono più significativi degli altri. E’ sera. Malik sta accompagnando Sana a casa. “Perchè non sei più mussulmano?”: chiede lei. Malik ha smesso di esser praticante da quando ha saputo come è stato trattato dai genitori e da tutta la comunità il suo amico Luai,  che ha inclinazioni omosessuali (evidentemente il giudizio negativo sull’esercizio dell’omosessualità costituisce, non solo per la fede cattolica ma anche per quella mussulmana, uno dei motivi principali dell’allontanamento dei giovani). “Non senti che ti manca qualcosa?”: le risponde Sana; per lei è fondamentale  il momento della preghiera, quando improvvisamente tutto torna tranquillo, anche nelle giornate più difficili, è come se ritrovasse il suo spazio. “Riesco a ricordarmi cosa conta veramente, cioè essere una brava persona e rispettare gli altri”. Malik ribatte: “non pensi che si possa essere delle brave persone e rispettare gli altri anche senza pregare?”. Ma Sana ha una percezione più profonda: “quando prego è come se ci fosse una connessione tra le cose: c’è un equilibrio che riesco a sentire. Non posso pensare che non ci sia un equilibrio cosmico, un disegno nel quale noi siamo dentro”.

Questo dialogo dà indubbiamente il “tono” a questa quarta stagione.  “Buca” lo schema dei tanti teen drama o teen comedy che ci stanno proponendo le varie piattaforme; esce dal perimetro amicizie/feste/pettegolezzi/genitori assenti/sesso/omosessualità, per presentarci una ragazza che riflette, che colloca i suoi non pochi problemi come italiana mussulmana, in un contesto più ampio, nell’evidenza di un Dio che ha creato il  mondo. La risposta di Malik è scontata: per esser delle “brave persone” non è necessario avere fede. E’ la risposta soggettiva, quella che pone se stesso al centro del mondo, al massimo cercando di non fare del male agli altri ma è assente una realtà da condividere, il significato  profondo del nostro comune esistere.

Sana è anche innamorata  ma lo è nel suo modo peculiare e soffre più delle altre quando teme che i suoi sentimenti non siano ricambiati, perché sta  cercando  un uomo  per la vita. Un altro dialogo intimo molto bello è fra Sana e la madre: entrambe si stanno rilassando sul letto e Sana si sente libera di confessare a sua madre che si è innamorata. Il fatto che Malik non sia più mussulmano costituisce un problema ma la madre cerca di sdrammatizzare la situazione, vuole di tenerle aperta la porta alla speranza. Non si può fare a meno di cogliere una certa ironia indiretta in questo personaggio, che avrebbe potuto benissimo essere una ragazza cattolica con dei bravi genitori ma invece è una fervente mussulmana, come era già accaduto in Bangla,  il film del bengalese Phaim Bhuiyan. In quel caso era lui , che viveva nella romanissima Tor Pignattara, a sentire l’impegno di arrivare vergine al matrimonio mentre la sua ragazza, italiana, non comprendeva neanche di cosa si stesse parlando. Il messaggio che arriva da questi film/serial è chiaro: la cultura cattolica non ha più presa per la formazione delle nuove generazioni e per trovare genitori che stiano attenti al comportamento dei loro figli, bisogna riferirsi a culture diverse dalla nostra. Sappiamo che nella realtà la situazione non è poi così drammatica, ma, storie cattoliche semplicemente, non sono  “cinematografiche”, perché fuori dal sentire dei più.

La quarta stagione presenta i pregi e i difetti già visti nella prima: la sceneggiatura sviluppa bene le personalità dei protagonisti, nelle loro pulsioni, fragilità, melanconie giovanili, forse meglio di altri teen serial usciti in questo periodo, la colonna musicale è strepitosa.  Il serial pone al primo posto  il valore dell’amicizia, che non va tradita e che apre alla confidenza, così come spinge a chiedere perdono quando si ha sbagliato. Ma si tratta di giovani privi di riferimenti forti (in particolare i genitori sono praticamente assenti) e di una “visione”  per il futuro (ciò è tanto più fuorviante in quanto si trovano ormai all’ultimo anno di liceo); restano quindi chiusi nel presente e il presente  vive di un solo obiettivo: trovare una compagna/un compagno con la/ il quale sviluppare una convivenza.

L’attenzione che si manifesta nella quarta stagione per la ragazza mussulmana non sottende, da parte dell’autore, Ludovico Bessegato, nessuna particolare preferenza, non viene posta come modello di riferimento rispetto alle altre storie ma è espressione di  indifferenza rispetto a tutte le possibili scelte. Con eguale impegno, nelle stagioni precedenti, si è dedicato agli amori/convivenze di Eva e Giovanni (prima), di Eleonora ed Edoardo (terza) ma  anche alla relazione omosessuale  fra Martino e Niccolò (second). In una delle sequenze finali, uno dei  ragazzi cerca di immaginarsi il suo futuro e quello dei suoi  amici di liceo: “siamo tutti convinti di muoverci verso il cielo e non ci accorgiamo che in mezzo c’è il soffitto. Però se saltiamo tutti insieme, questo soffitto lo sfondiamo”. E’ lo slogan che chiude la stagione, una forma di religione in cui credere: restare uniti in modo che ognuno possa essere quello che preferisce.  Non c’è una realtà da condividere oppure obiettivi da realizzare in comune ma siamo come tante  monadi,  in cerca ognuno della propria, personalissima, felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ENGLISH GAME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:17
 
Titolo Originale: The English Game
Paese: Regno Unito
Anno: 2020
Regia: Birgitte Stærmose, Tim Fywell
Sceneggiatura: Julian Fellowes, Tony Charles, Oliver Cotton, Ben Vanstone, Gabbie Asher, Sam Hoare, Geoff Busseti
Produzione: 42
Durata: 6 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Edward Holcroft, • Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson, James Harkness

James Walsh, proprietario del mulino di Darwen e del Darwen Football Club, decide di pagare segretamente due calciatori scozzesi, Fergus Suter e Jimmy Love, per rinforzare la squadra in vista dei quarti di finale della FA Cup 1879. Nessuna squadra di operai ha ancora vinto la coppa ed è questo il suo obiettivo ma occorre prudenza perché la Federazione prevede in campo solo giocatori volontari. Gli avversari sono gli Old Etonians, una squadra composta da gentiluomini dell'alta borghesia londinese e capitanata da Arthur Kinnaird

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna dell’aristocrazia inglese si presentano come dei giusti, in grado di uscire da se stessi per riconoscere le esigenze e il valore di altre persone in classi sociali diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori rendono scorrevole un racconto che ha una palese intenzione apologetica non tanto per un affascinante sport come il calcio ma per quegli uomini che lo hanno reso popolare. Un lavoro molto criticato in madrepatria
Testo Breve:

Nel 1879, in Inghilterra, il calcio è ancora agli inizi, uno sport elitario non retribuito. Ma è anche il tempo della crescita tumultuosa di una nuova realtà industriale che accoglie tanti lavoratori desiderosi di appassionarsi a questo nuovo sport. Su questo sfondo sono tanti i personaggi  positivi, che costruiscono un racconto semplice e scorrevole. Su Netflix

Questo serial, in sei puntate su Netflix, racconta la storia di due giusti: Arthur Kinnaird e sua moglie. Arthur è un lord, con tutti i privilegi che gli competono ma ha anche occhi per guardare e un cuore per comprendere. E’ un nobile inglese fin nel midollo delle ossa, i suoi modi sono cortesi, il suo comportamento controllato, impeccabile nel vestire, ama il calcio e lo ha sempre concepito con un passatempo per la gente come lui, perché esprime una competizione leale, espressione di energia fisica e di destrezza. Ma Arthur è in grado di avvicinarsi e comprendere anche il mondo dei lavoratori, che nella tumultuosa crescita dell’industria di fine ottocento sono soggetti a salari fluttuanti in funzione dell’andamento del mercato e possono venir licenziati senza preavviso. Arthur riesce a trascendere la propria situazione e a comprendere che per lasciar giocare anche i salariati, occorre accettare che quella del calciatore diventi una professione retribuita.

La moglie Margaret si rivolge al fronte femminile con uno sguardo acuito dalla sofferenza per non aver potuto portare a termine una gravidanza e finisce per scoprire la dura realtà di quelle donne delle classi più umili che hanno avuto un figlio senza esser sposate e per questo vengono allontanate dalla società e da qualsiasi lavoro.

Attraverso questi due protagonisti Juian Fellowers, già autore di Downton Abbey, ritorna a esplorare tempi e ambienti a lui cari, anche se la classe dei nobili e quella dei salariati non si trovano su piani differenti dello stesso castello ma in squadre antagoniste del football allora nascente. Secondo un’impostazione narrativa che già conosciamo dai suoi lavori precedenti, per Fellowers non ci sono buoni e cattivi ma sempre persone che sanno riflettere e che cercano di fare la cosa più giusta

Anche nel mondo dei “poveri” e dei borghesi sono presenti persone degne di ammirazione: Fergus Suter cerca di affrontare nel miglior modo possibile la sua grave situazione familiare; il suo amico fraterno Jimmy è l’uomo buono in assoluto, che non sa mai dire di no a nessuno; James Walsh è un imprenditore che comprende che i suoi affari prospereranno solo se ci sarà una stretta intesa con gli operai che lavorano nel suo mulino.

Da un quadro così globalmente positivo possiamo concludere che a Lord Julian Fellowers interessa soprattutto rappresentare la nobiltà d’animo delle persone, intesa come prerogativa di chi è ricco come di chi è povero ma forse lo sceneggiatore lascia trasparire in questo serial, forse più che i Downton Abbey, che il suo cuore batte per quella classe che per prima ha cercato di rendere la nobiltà d’animo una qualità fondante. Nell’ultima puntata della serie, in una cena prima della partita finale, Arthur Kinnaird, contornato dai compagni di squadra, dice che loro dovranno dare, per il giorno seguente “:uno spettacolo dignitoso, un comportamento degno di un gentiluomo, perché siamo gentiluomini e domani noi andremo a vincere come gentiluomini”

Autorevoli testate della stampa anglo-americana non hanno parlato male di questa fiction, ne hanno parlato malissimo.

The Guardian la definisce una serie terribile, che ha fatto autogol. L’autrice dell’articolo fa notare che Fellowes non ha scritto da solo la sceneggiatura, ci sono dei co-autori ma “li lascerò anonimi perché potrebbero essere giovani e avere famiglie”.

The Exquire incalza: “Alcuni dialoghi sono “gommosi” (chewy) oltre ogni immaginazione”.

In effetti la struttura narrativa è semplice, le scene-chiave delle partite di calcio non sono particolarmente emozionanti e non viene nascosta la volontà di raccontare una bella storia su quella che è una gloria inglese ma probabilmente, ciò che ha fatto indispettire di più questi recensori, è l’aria di “buonismo” (loro direbbero così in italiano) che traspare. In particolare, fra i tanti “difetti”, c’è anche il mostrare donne che vedono in una maternità compiuta la fonte principale della loro felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE REPORT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/23/2020 - 11:30
Titolo Originale: The Report
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Scott Z. Burns
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Topic Studios, Margin of Error, Unbranded Pictures, Vice Media
Durata: 119
Interpreti: Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Matthew Rhys, Maura Tierney, Jennifer Morrison

Daniel J. Jones, con un’esperienza all’antiterrorismo nell’FBI, viene incaricato dalla senatrice Feinstein, della commissione sui servizi, di effettuare un rapporto sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre e accusato di enormi abusi. In anni e anni di indagine meticolosa, ostacolata dalla burocrazia e da chi preferirebbe che tutto restasse nascosto, Daniel porta alla luce non solo una serie impressionante di abusi, ma anche numerosi tentativi di insabbiamento. Il suo rapporto, imbarazzante non solo per l’Agenzia ma anche per uomini politici di ogni parte, rischia però di non vedere mai la luce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un funzionario dello stato, mosso da inflessibili ideali, compie un lavoro scrupoloso nel denunciare violenze e abusi commesse dalla Cia
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di tortura e violenza
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.
Testo Breve:

Un lavoro di doverosa denuncia sugli abusi commessi dalla CIA nel programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre che avrebbe meritato un maggior approfondimento sui dilemmi e la psicologia dei protagonisti. Su Prime Video

Nel solco del cinema americano di denuncia, il film di Scott Z. Burns costruisce un thriller (anche se a dire il vero la tensione dopo un po’ latita) raccontando il faticoso percorso di denuncia degli abusi compiuti dalla Cia nel famigerato programma di interrogatori dei sospetti terroristi all’indomani dell’11 settembre. Ostacolato dalla burocrazia e dalle prevedibili resistenze dell’Agenzia, ma anche dalle indecisioni della politica (bipartisan) l’idealista Daniel vacilla raramente. Del resto non sembra avere molto da perdere: non ha una vita al di fuori del lavoro che finisce per assorbirlo sempre di più.

Quello che scopre è stato già in parte raccontato in altri film, ma qui Burns punta il dito non solo sugli orrori degli interrogatori (che intravediamo ripetutamente anche se va detto che le vittime rischiano di rimanere “anonime”, come un numero in un conteggio generico), ma sull’inutilità del programma stesso, che non ha nemmeno la discutibile difesa del fine che giustifica i mezzi. Tra consulenti ottusi o spregiudicati e agenti della Cia ostinati quanto poco intelligenti, emerge qua e là qualche individuo con una coscienza, ma sono personaggi che nell’economia del racconto trovano poco spazio.

A dominare la scena è Daniel con la sua testarda determinazione che deve farsi strada tra le rigidità e i compromessi della politica americana (nemmeno il governo Obama, seppur con “buone” ragioni, è molto propenso a divulgare i risultati della sua ricerca) e quello che doveva essere l’incarico di un anno si trasforma in un lavoro di ricostruzione infinito. Tentato di prendere la scorciatoia che passa per la denuncia a mezzo stampa, Daniel tiene duro fino alla fine.

La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente (così come lo sono Annette Bening e Jon Hamm nei panni dei due politici più presenti), ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.

La pellicola è quindi un lavoro di doverosa denuncia, a cui forse avrebbe giovato non tanto qualche ulteriore “invenzione” drammaturgica, quanto la scelta di dare qualche sfumatura in più agli antagonisti così come un po’ più di spazio ai dilemmi di Daniel e ai personaggi con cui condivide il lavoro di ricerca, che invece restano di fatto quasi delle comparse necessarie ai dialoghi che raccontino i fatti.

Il film è disponibile su Prime Video

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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EIGHTH GRADE - TERZA MEDIA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/18/2020 - 15:35
Titolo Originale: Eighth Grade
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Bo Burnham
Sceneggiatura: Bo Burnham
Produzione: A24, Scott Rudin Productions
Durata: 94 su NETFLIX
Interpreti: Elsie Fisher, Josh Hamilton,

Kayla è una ragazza di terza media (nel sistema scolastico americano: Eighth Grade), per passione registra e pubblica su Youtube video con consigli per una migliore autostima e immagine di sé. Rimasta orfana della mamma a 8 anni, vive con il papà Mark e si appresta a vivere la sua ultima settimana di scuola media presso la Miles Grove Middle School di New York. È timida e riservata. Compagne di classe che non la considerano, la prima cotta per un ragazzo, una festa in piscina, l’amicizia stretta con ragazzi più grandi che incontrerà al liceo. Una settimana intensa e ricca di sorprese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uno sguardo attento sulla fragilità della stagione adolescenziale, valorizzato il significato del pudore, riscoperta dell’importanza del rapporto tra genitori e figli adolescenti.
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio è, a tratti, volgare. Discorsi espliciti sulla sessualità utilizzati “per fare colpo”, ma non corrispondenti alla realtà (non ci sono scene di nudo).
Giudizio Artistico 
 
Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha sviluppato un originale linguaggio narrativo perfettamente idoneo a raccontarci la stagione adolescenziale. Perfettamente nella parte la protagonista, Elsie Fisher
Testo Breve:

Una ragazza sensibile, all’ultimo anno della scuola media, ha difficoltà a relazionarsi con i compagni e cerca di diventare una influencer , mostrandosi in rete, per quello che non è ma vorrebbe essere. Un bel film su un’età difficile.  Su Netflix

Una settimana molto intensa quella vissuta da Kayla (ottimamente interpretata da Elsie Fisher) nel film. La ricchezza degli eventi permette, in poco tempo, di scandagliare in profondità la personalità di questa preadolescente.

La sua timidezza che la porta a fare video per dare consigli ai suoi coetanei. Consigli che lei stessa non riesce a mettere in pratica. Gli sbalzi d’umore legati all’età, l’apparente contraddittorietà dei gusti, lo scontro con il padre Mark (interpretato da Josh Hamilton) e l’incapacità (almeno inizialmente), di quest’ultimo, di entrare nel mondo della figlia.

Le amicizie non corrisposte da ragazze sue coetanee che si considerano troppo “snob”. Il sorgere di nuove amicizie con quelli che saranno i suoi compagni al liceo.

L’innamoramento, cercando di far colpo sul ragazzo che le piace, ostentando una disinibizione sul versante sessuale che invece non c’è: anzi, si può riscoprire il grande valore del pudore che non è stato ancora violato. La paura di non essere amata e apprezzata, in particolare da suo padre.

Uno spaccato del mondo adolescenziale molto convincente: le numerose candidature a prestigiosi premi nazionali e internazionali lo confermano.

L’ottima interpretazione della protagonista conferisce una grande credibilità alla storia. Inizialmente può sembrare una settimana troppo intensa e quasi frenetica, con un continui sconforti seguiti da repentine riprese da parte di Kayla, ma forse l’adolescenza è proprio questo: cambiamenti improvvisi che non sono solo sbalzi d’umore, ma sono passi di un cammino di maturazione capace di accelerate improvvise e momenti quasi di stallo.

I dialoghi, soprattutto quelli sul finale, possono essere considerati la ciliegina sulla torta dell’intera narrazione. Un padre che non è perfetto, ma cerca di fare del suo meglio e una figlia che, tra le traversie della vita, cerca di capirlo, creano una grande empatia con il pubblico (in particolare quello che ha già passato l’adolescenza da qualche tempo).

Apprezzabile l’accostamento tra i video fatti da Kayla (ben riconoscibili per lo stile “da social” e per la risoluzione minore rispetto al resto del film… quasi fossero veramente fatti con uno smartphone) e la sua vita reale. Gli uni si trasformano in un commento all’altra, pur nella contraddittorietà del dare consigli senza essere poi capace di metterli in pratica.

Il regista e sceneggiatore Bo Burnham al suo primo lungometraggio, ha portato sullo schermo uno stile molto particolare, che unisce un’ironia graffiante a un realismo quasi impietoso. La protagonista, quando si incammina per i corridoi della scuola, è ritratta sempre in soggettiva da dietro, con le spalle un po’ curve, appesantite dallo zaino, mentre fende un turba di compagni indifferenti al suo passaggio. Un lungo primo piano sul suo volto, quando lei, da sola in macchia con un ragazzo, risponde sempre più imbarazzata alle sue proposte per una maggiore intimità. Il suo camminare convulsivo avanti indietro nella sua stanza mentre parla, molto eccitata, con una ragazza più grande di lei che finalmente l’ha considerata interessante e simpatica.  Burnham non riesce tuttavia a evitare la comicità un po’ pecoreccia di una Kayla alle prese con una banana. nè manca una scena allucinante che viola qualsiasi deontologia familiare, dove padre e figlia sono a casa a  cena e mentre lui cerca disperatatmente di dire qualosa di profondo lei pensa solo a consultare il suo cellulare. 

Un film che riesce a rendere interessante la storia normale di una ragazza “normale” di oggi ma dove i social media costituiscono vero un universo alternativo. Se film o fiction TV recenti hanno raccontato adolescenti in condizioni particolari, con dipendenze  (Euphoria, La mia seconda volta), alla ricerca della loro identità sessuale (Tuo, Simon; Just Charlie), oppure superdotati (Il Cratere, Blinded by the light), con poteri speciali (I am not ok with this, Il ragazzo Invisibile) o con qualche anomalia  (Atypical, Ognuno è perfetto),  la pellicola di Bo Burnham ha  il pregio di raccontare il caso non infrequente di una ragazza sensibile, che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri  mentre vive una fase meravigliosamente complessa della vita umana.

Il film è disponibile su Netflix

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/27/2020 - 18:10
Titolo Originale: LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Leonardo Marini, Francesco Bruni, Valentina Alferj
Produzione: Palomar, Rai Fiction
Durata: 115
Interpreti: Alessio Vassallo, Fabrizio Bentivoglio, Corrado Guzzanti, Thomas Trabacchi,• Federica De Cola

Vigata 1856. Pippo Genuardi è ufficialmente un commerciante di legnami ma la sua vera fonte di reddito è l’aver sposato Taninè Schilirò, figlia dell’uomo più ricco di Vigata. Ha il pallino delle novità: si è comperato un’automobile e ora ha una nuova ambizione: installare una linea telefonica fra casa sua e il suocero (per motivi che scopriremo). Manda quindi una lettera di richiesta al prefetto Marascianno, di origine napoletana, seguita da altre due lettere di sollecito ma questa sua insistenza è vista con sospetto: il prefetto decide di indagare su di lui nonostante gli inviti alla moderazione del questore Monterchi, un uomo venuto dal Nord. Pippo ha un altro compito da assolvere: scoprire l’indirizzo dell’appartamento dove si è rifugiato a Palermo il suo amico Sasà La Ferlita. E’ un’informazione che sta a cuore al mafioso don Lollò, che deve vendicarsi per una vendita al gioco non pagata. E’ un servizio che Pippo Genuardi svolge con piacere perché pensa che don Lollò potrà, in cambio, aiutarlo ad ottenere l’ambita concessione telefonica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono personaggi positivi ma ognuno si muove solo per il proprio tornaconto, come mosso da un istinto ingovernabile
Pubblico 
Maggiorenni
La bestemmia di un sacerdote. Dettagli verbali scabrosi di pratiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Perfetta ricostruzione del mondo di Vigata a fine ottocento nel linguaggio, nella costruzione dei personaggi, nella fotografia
Testo Breve:

Un giovanotto falso e vanesio, amante delle donne e delle ultime novità della tecnologia, finisce per mettersi nei guai in una Sicilia di fine ottocento dove i locali poteri forti abusano a loro arbitrio dell’autorità di cui dispongono. Un racconto ben realizzato ma molto amaro

Questo film per la TV, trasmesso su RaiUno e ora disponibile su RaiPlay, completa la trilogia dei romanzi storici di Andrea Camilleri (La mossa del cavallo, La stagione della caccia) e si presenta come un lavoro di ottima fattura. E’ presente tutta l’arguta gradevolezza del racconto di Camilleri, l’uso sapiente dell’immediatezza del dialetto siciliano, il gusto dello stile epistolare forbito e ridondante di quel tempo, il ritratto di personaggi carichi di ironia, gli squarci di una città arroccata sulle colline. Il regista Roan Johnson ha compiutamente trasferito in immagini la ricchezza del testo, ogni inquadratura è impreziosita dalla fotografia di Claudio Cofrancesco e gli interpreti sono maschere perfette di questa farsa comico-tragica.

La simpatia e la perfezione dello stile dell’autore (Andrea Camilleri ha firmato anche la sceneggiatura) ci fanno sorvolare su certe peculiarità del racconto. La trama è complessa e a volte macchinosa (per tre volte l’indirizzo dato da Pippo a don Lollò è sbagliato), la componente del tradimento coniugale sembra aggiunto all’ultimo per dare un colpo di scena finale.  Ciò che colpisce soprattutto è la staticità dei personaggi, bloccati in un “tipo” specifico. Non ci sono evoluzioni, riflessioni di coscienza ma ognuno è quel che è, e collide con l’essere degli altri, tutti spinti da un determinismo ineluttabile.

E’ probabilmente sintomatico della visione tragica della vita, nonostante la forma di simpatico intrattenimento, che ci propone Camilleri.

E’ proprio il protagonista che finisce per essere la persona più odiosa: ha perennemente un atteggiamento falso e mellifluo, quando parla è sempre untuosamente ossequioso verso il potere e si sa già che sta dicendo il falso perché la sua è una recita continua per ottenere, manipolando gli altri, ciò che più gli interessa. E’ anche un quaquaraquà, per usare una terminologia coerente con l’ambientazione, pronto a sottomettersi a qualsiasi richiesta accompagnata da minaccia. Come se non bastasse è un donnaiolo che vive una doppia vita.  

Non ci fanno una buona figura neanche i personaggi femminili, interessati solo a concedersi succosi incontri d’amore e a cucinare saporite pietanze. La critica alle autorità pubbliche locali di quello stato italiano da poco costituito, è inesorabile: il prefetto è un fanatico del complotto, non c’è nessuna sensibilità per le istanze dei neonati fasci siciliani, espressione di disagio della fascia più povera della popolazione, le sentenze di un tribunale possono facilmente essere comprate e, forse cosa più odiosa di tutti, i carabinieri manipolano le prove per avallare certe comode teorie. Il fatto che il questore Monterchi sia l’unica persona di buon senso (legge molti libri, lascia intendere l'autore, quindi si è costruito una coscienza), sposta di poco il quadro negativo perché lui non è “uno di loro” ma un uomo del Nord. Non manca una frecciata diretta alla fede cattolica che si esprime con una satira feroce verso l’etica dei comportamenti sessuali.

Andrea Camilleri in questo lavoro (con l’aiuto di un ottimo staff) si conferma un grande pittore, che sa usare con maestria il pennello e scegliere le giuste tonalità di colore ma il soggetto scelto per il quadro è triste perché privo di speranza e carico di sfiducia nelle capacità trasformanti dell’uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOMBSHELL LA VOCE DELLO SCANDALO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/21/2020 - 20:40
Titolo Originale: Bombshell
Paese: USA, Canada
Anno: 2019
Regia: Jay Roach
Sceneggiatura: Charles Randolph
Produzione: Lionsgate, Denver and Delilah Productions, Lighthouse Management & Media, Bron Studios, Everyman Pictures
Durata: 109
Interpreti: Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie, John Lithgow

Nel 2016, durante un dibattito politico con Donald Trump, l’anchorwoman di Fox News Megyn Kelly attacca il futuro presidente, accusandolo di misoginia. Questo la porta a essere emarginata dalla rete televisiva, espressione della destra conservatrice americana, e criticata dal presidente del network, Roger Ailes. Contemporaneamente, la presentatrice Gretchen Carlson, che nell’ultimo periodo si era opposta strenuamente alla strumentalizzazione del corpo femminile all’interno dei programmi targati Fox, viene licenziata e denuncia Ailes di moleste sessuali. Inizia così una bufera giudiziaria e mediatica, che travolgerà la Fox e porterà drastici cambiamenti ai piani alti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta una tematica molto attuale, quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro, raccontando fatti realmente accaduti
Pubblico 
Adolescenti
Uso di turpiloquio, numerosi riferimenti a molestie sulle donne (mai mostrate direttamente), una scena di rapporto omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film rimane molto freddo perché denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla
Testo Breve:

Il film racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016.  Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico e accettare le molestie dei manager che contano. Su Primevideo

Come anticipato dal titolo, il film di Jay Roach racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016, appena un anno prima di un caso analogo, di maggiore risonanza e dalle conseguenze ancora più vaste (il celebre “caso Harvey Weinstein”, che porterà alle battaglie sociali, culturali e mediatiche del movimento #metoo). Il film affronta dunque una tematica molto attuale - quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro – accendendo i riflettori sul mondo del giornalismo televisivo americano, in cui molti dei volti più conosciuti sono femminili, ma il controllo e il potere sono tutti concentrati in mani maschili. Al di là di una tanto apparente quanto finta immagine di libertà e democrazia, il giornalismo televisivo è costretto a sottostare ai compromessi politici e alle esigenze dello spettacolo, ineluttabili dal momento che si tratta di un medium visivo. Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico (tacchi altissimi, vestiti corti e gambe in bella mostra, trucco perfetto…).  Insomma, il messaggio è chiaro: se non sei bella (e, si potrebbe aggiungere, se non hai intenzione di sottostare ai capricci e ai desideri dei tuoi capi), non hai alcuna possibilità di farti strada in questo mondo, come ribadisce più volte Roger Ailes.

Da questo punto di vista, il film fa una scelta interessante, vale a dire quella di affiancare alle due protagoniste “vere” – le presentatrici Megyn Kelly e Gretchen Carlson, interpretate da Charlize Theron e Nicole Kidman – un personaggio fittizio: la giornalista alle prime armi Kayla Pospisil (Margot Robbie), che incarna tutte quelle impiegate della Fox rimaste senza nome, ma probabilmente costrette a sottostare allo stesso trattamento delle più celebri Kelly e Carson. Il personaggio di Kayla, insomma, funge un po’ da trait d’union tra passato e presente, permettendo al film di rendere più vicino nel tempo il problema (e il dolore).

Lo stile di Bombshell unisce la ricerca documentaria all’iperrealismo del cinema impegnato americano, mescolando parti recitate e materiale d’archivio, interviste reali e fittizie. Il risultato è una denuncia di vasta portata, che travolge non solo il personaggio di Ailes, ma anche la famiglia Murdoch, proprietaria della Fox, che viene, più o meno indirettamente, accusata di essere a conoscenza dei comportamenti di Ailes e di altre figure chiave del network, ma di averli sempre ignorati, salvo poi abbandonare la barca durante il naufragio, prendendone le distanze e licenziandoli in cambio di una sostanziosa buonuscita.

Ecco, forse il difetto maggiore di Bombshell è che rimane un film molto freddo, che sì denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla e con cui facciamo fatica a empatizzare. L’effetto è un po’ controproducente: alla fine, le varie Megyn, Gretchen e Kayla rimangono figure astratte e non donne in carne ed ossa. Risultando, pertanto, lontanissime da noi.

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SORRY WE MISSED YOU

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/18/2020 - 11:37
Titolo Originale: Sorry We Missed You
Paese: UK, Francia
Anno: 2019
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch, BFI, BBC Films, Les Films du Fleuve, France 2 Cinéma
Durata: 101
Interpreti: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

Ricky, Abby, Liza Jane e Seb sono una famiglia che vive a Newcastle. Ricky, dopo aver perso numerosi lavori a causa della crisi economica, decide di mettersi in proprio affidandosi ad un franchising di corrieri. L’obiettivo è quello di poter dare una volta alla sua vita e a quella dei suoi cari, acquistando una casa, invece di continuare a vivere in affitto. Per farlo deve vendere l’auto della moglie Abby, che è assistente domiciliare e acquistare un furgone per le consegne. Gli orari di lavoro, però, particolarmente duri mettono a dura prova la tenuta della famiglia e l’educazione dei figli e le esigenze del mercato, non transigono: non badano alle persone e alle loro esigenze, non tengono conto neanche della salute, ma richiedono che tempo e relazioni vengano sacrificati per riuscire a guadagnare sempre più denaro

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La partecipata denuncia di un capitalismo senza regole non è accompagnata da una proposta costruttiva che conduca a un mondo migliore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film e Ken Loach, con il suo stile essenziale, riesce a farci entrare nell'intimità di una famiglia sottoposta a una difficile prova
Testo Breve:

Un padre di famiglia decide di mettersi in proprio lavorando come spedizioniere. Ken Loach denuncia ancora una volta le storture in una società che privilegia il tornaconto economico a scapito dei valori dell’uomo e della famiglia

Con il suo ventiseiesimo lungometraggio, Ken Loach completa, almeno idealmente, una “riflessione cinematografica” iniziata con il suo precedente film Io, Daniel Blake (Palma d’oro a Cannes 2017, David di Donatello, Bafta, Cesar, London Critics). Se nella precedente pellicola il regista si era concentrato sulla dimensione politica e sociale dello stato inglese, con le relative conseguenze sul welfare a scapito delle persone in stato di necessità, qui l’invito è a considerare le conseguenze della precaria situazione economica generale sulle persone e sulla famiglia.

Attraverso le caratterizzazioni dei personaggi si può cogliere la critica di Leach. I due datori di lavoro di Ricky e Abby, infatti, potrebbero essere considerati la personificazione del mercato liberista: Maloney, il responsabile dei corrieri e la responsabile delle assistenti domiciliari (che non si vede mai, se ne sente solamente la voce attraverso un cellulare). L’esigenza di mantenere alti gli standard produttivi, la necessità di un buon feedback da parte dei fruitori dei servizi, chiedono alla famiglia Turner di sacrificare quasi tutto: tempo di coppia, tempo di svago con i figli, tempo di riposo, salute fisica. Se all’inizio l’attività lavorativa di Ricky veniva presentata alla stregua di una libera professione in vista di una crescita e di un benessere economici mai raggiunti prima, ben presto si rivela essere una forma moderna di schiavitù: quattordici ore di lavoro al giorno, esposizione al rischio di incidenti, sanzioni di vario tipo e rimborsi delle cose danneggiate. Così come la datrice di lavoro di Abby: numerosi appuntamenti durante la giornata, dal mattino presto alla sera tardi, qualche volta anche il sabato sera (sacrificando il momento di svago familiare).

Se i genitori soffrono, non meno i figli: Liza Jane deve imparare presto ad essere autonoma su tante cose, non potendo contare sul supporto dei genitori sempre impegnati al lavoro, Seb che con la sua ribellione adolescenziale (mettendo a rischio la sua stessa riuscita scolastica) cerca di attirare l’attenzione dei suoi familiari.

Una prospettiva, quella del regista inglese, che lascia un retrogusto amaro, senza speranza fintantoché le cose restano così. Una lettura ben lontana da quella del sogno americano fatta da Gabriele Muccino ne La ricerca della felicità o da quella della guerra tra poveri fatta da Bong Joon-ho nel suo recente successo Parasite (o nel suo precedente lavoro Snowpiercer).

Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film. La pellicola permette di approfondire anche pensieri e stati d’animo dei personaggi: il desiderio di “riscatto sociale” e di benessere che Ricky Turner (interpretato da Kris Hitchen) vorrebbe per la propria famiglia, deve fare i conti con un lavoro che promette indipendenza, ma si rivela peggiore di qualsiasi lavoro dipendente.

Abby Turner (interpretata da Debbie Honeywood) che ama la sua famiglia, cerca di essere presente (in particolare con i figli e le loro esigenze), cerca di supportare il marito nelle sue scelte anche quando queste costano sacrifici e lo portano a grandi frustrazioni poi riversate sulla famiglia stessa.

Liza Jane (interpretata da Katie Proctor) e Seb (interpretato da Rhys Stone), due figli che in modo diverso cercano di arrangiarsi nel far fronte all’assenza dei genitori impegnati nel lavoro per garantire loro un futuro.

L’ottima regia di Loach riesce a far emergere ogni cosa attraverso dialoghi e immagini. Il suo passato di documentarista emerge in più momenti, in particolare si mostra nelle sequenze di intimità familiare: il dialogo del protagonista con figlia in un momento di pausa pranzo durante le consegne, le discussioni e i confronti che spesso la famiglia Turner vive a tavola.

Nel complesso è un buon film, impegnativo, che aiuta a riflettere sui rapporti umani in un contesto dove il mercato sembra dettare legge in ogni situazione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO IL GIORNO DAVANTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/15/2020 - 18:32
 
Titolo Originale: Tutto il giorno davanti
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Luciano Manuzzi
Sceneggiatura: Luciano Manuzzi, Federica Pontremoli
Produzione: Rai Fiction, Bibi Filmtv
Durata: 11o su RaiReplay
Interpreti: Isabella Ragonese, Sara D’Amario, Paolo Briguglia, Selene Caramazza, Enrico Gippetto

Palermo, 2014. Adele, divorziata con due figli da accudire, una di 12 e l’altro di 18, è assessore alle Politiche Sociali di Palermo. Sono frequenti gli arrivi di navi cariche di profughi e Adele si preoccupa soprattutto dei minori non accompagnati, diventandone la tutrice legale. Arriva un giorno importante: è prevista la firma, in comune, del protocollo per l’istituzione di tutori volontari per minori stranieri. Ma la giornata è già carica di impegni: bisogna organizzare la festa di compleanno della figlia, un centro di raccolta è stato chiuso e occorre trovare una nuova residenza per quei ragazzi che si erano ormai abituati a vivere a Palermo..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna riesce a convincere il contesto civile e politico in cui vive sull’importanza e la bellezza del riuscire a prendersi cura di quei ragazzi che sono dovuti fuggire dai loro paesi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto di un nobile impegno di dedizione verso ragazzi immigrati viene portato avanti attraverso un sovraccarico di eventi che mortificano una riflessione più profonda
Testo Breve:

La storia vera di una donna che si è battuta per dare dignitosa accoglienza ai minorenni non accompagnati immigrati in Italia. Una bella storia che poteva essere raccontata meglio.

“La grande madre non sono io; la grande madre è Palermo e tutte le persone che sanno che le differenze culturali non sono un pericolo ma una risorsa; tutti quelli che sanno che nessuno decide dove nascere; tutti quelli che accolgono migranti come figli. E certo, i figli hanno bisogno di noi e noi ci siamo. Dobbiamo esserci”. E’ questo il messaggio programmatico che Adele lancia alla fine del film, rivolto agli spettatori e che sintetizza il suo impegno a favore dei minori che sono arrivati a Palermo dall’Africa. Il film ricostruisce in modo romanzato le attività di Agnese Ciulla, che è stata assessore alla Cittadinanza sociale del comune di Palermo dal 2012 al 2017 nella giunta di Leoluca Orlando. Isabella Aragonese, che interpreta Agnese, rende bene la sua energia incrollabile che cerca continuamente di portare avanti le sue idee in un contesto molto complesso e spesso ostile. Ma la frase che lei pronuncia alla fine del film (sintesi di quanto ha detto, in vari contesti la vera Agnese) appare profondamente vera: a lei va il merito di essersi impegnata in prima persona in quest’opera che  ha sentito profondamente come giusta  ma al contempo ha trovato un contesto favorevole dove le sue idee hanno germogliato, grazie alla collaborazione del sindaco, del  giudice tutelare, della procura, del garante per l’infanzia ma soprattutto della città di Palermo, che ha mostrato il suo grande cuore e ha risposto generosamente al suo appello, riuscendo a trovare un  tutore per ognuno di quei ragazzi. Come coronamento di questo impegno, nell’aprile 2017 è stata approvata la legge 47, che sancisce il rispetto dei diritti dei minori stranieri non accompagnati al pari di quelli dei minori di cittadinanza italiana e dell’Unione Europea.

Sicuramente una storia interessante che valeva la pena di raccontare (è già uscito il libro, “La grande madre”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da Agnese con la giornalista palermitana Alessandra Turrisi) ma la soluzione narrativa che è stata adottata per il film lascia perplessi. Si è deciso di raccontare una unica giornata palermitana di Agnese, una giornata dove gli autori hanno cercato di raccontarci tutto del contesto e delle iniziative dell’assessore, attraverso una serie incalzante di eventi e di problemi nuovi che continuamente accadono, mentre Agnese corre in giro trafelata per porre ovunque dei rattoppi e arrivando sempre in ritardo. Si inizia con Agnese che ha problemi come madre perché il suo lavoro le fa trascurare i figli; subito dopo deve accorrere nel centro di accoglienza dove stanno sgomberando dei minori ma intanto occorre organizzare la cerimonia che avverrà nel pomeriggio nelle sale del comune per la firma del protocollo. Intanto una ragazza di colore cerca di buttarsi dalla finestra perché è stata raggiunta in Italia dal marito violento e Agnese, arrivata al porto, deve tuffarsi in acqua per salvare un bambino che è caduto. Si tratta di una soluzione troppo apertamente didascalica che cerca di incrociare problemi privati e sociali e disegna il ritratto di un’Africa primitiva e violenta che consenta di giustificare gli arrivi di tanti immigrati. Era giusto celebrare una figura così ricca di materna umanità ma era opportuno presentare questo valore con l’evidenza della sua stessa forza, senza che fosse necessario per lei buttarsi nelle acque luride del porto o subire le incomprensioni (che risultano artificialmente costruite)  della figlia piccola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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