Dramma

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LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/08/2020 - 18:57
Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi
Testo Breve:

Una ragazza orfana scopre, fin da piccola, di avere un talento eccezionale per il gioco degli scacchi e imposta la sua vita alla conquista del successo come forma di riscatto  dalle sue origini. Un serial ottimamente realizzato su Netflix

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MIGNONNES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/04/2020 - 10:07
Titolo Originale: MIGNONNES, CUTIES
Paese: FRANCIA
Anno: 2020
Regia: Maïmouna Doucouré
Sceneggiatura: Maïmouna Doucouré
Produzione: Bien ou Bien Productions France 3 Cinéma
Durata: 96
Interpreti: Fathia Youssouf, Médina El Aidi-Azouni, Maïmouna Gueye

Amy ha undici anni, vive in un sobborgo di Parigi ed è di origine senegalese. La sua famiglia è di fede mussulmana e Amy resta sconvolta nel vedere come la madre soffra in silenzio alla notizia che il marito si è preso una seconda moglie, accettando supinamente la sua condizione di inferiorità. Questa situazione spinge Amy a cercare fuori dalla famiglia nuovi interessi, nuovi modi di realizzare se stessa e li trova nell’unirsi a un gruppo di ragazze della sua scuola che si stanno allenando per partecipare a un contest fra gruppi di ballo della stessa età…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La storia si poggia su di un protagonista negativo, che si muove in base a un egocentrismo senza attenuanti, salvo una parziale rettifica finale
Pubblico 
Maggiorenni
L’impiego di immagini provocatorie risultano diseducative per i minori così come i comportamenti di una ragazza priva di alcuna sensibilità verso gli altri
Giudizio Artistico 
 
La regista e sceneggiatrice Maïmouna Doucouré ricostruisce con grande efficacia un mondo di pre-adolescenti inquiete ma il racconto manca di una logica evoluzione. Vincitore per la sceneggiatura al Sundance Film Festival del 2020
Testo Breve:

L’undicenne protagonista, privata del supporto della famiglia, manca di modelli di riferimento se non quelli forniti dai Social e persegue in modo brutale un obiettivo di autoaffermazione. Su NETFLIX

Il nostro settimanale telematico, da sempre interessato a tematiche che coinvolgono la famiglia, non poteva non recensire questo Mignonnes  e a commentare  tutto il clamore che si è scatenato intorno a questo film. Vincitore del Global Filmmaking Award al Sundance Film Festival del 2020, distribuito in Francia ad agosto senza particolari commenti, è entrato a far parte del portafoglio Netflix da settembre. E’ a questo punto che il movimento di opinione Parents Television Council ha chiesto a Netfix di togliere il film dalla sua piattaforma mentre Change. Org ha promosso una petizione che invita a cancellare il proprio abbonamento da Netflix, raccogliendo finora 660.000 adesioni. L’accusa è quella di una scandalosa sessualizzazione di ragazzine di 11 anni, un piatto appetitoso per pedofili. Ciò ha creato una rabbiosa controreazione in nome della libertà espressiva delle opere artistiche, sottolineando anche  il valore educativo dell’opera.

Non resta che procedere per passi successivi: recensire il film attenendosi rigorosamente a ciò che si vede e poi commentare le opinioni contrastanti che si sono formate.

“Le donne debbono essere pie perché all’inferno saranno molto più numerose degli uomini…. sapete dove si manifesta il male? Negli abiti succinti. Noi dobbiamo esse modeste. Dobbiamo obbedienza ai nostri mariti”. Fin dalle prime sequenze del film (mamma e figlia partecipano a un incontro di preghiera di donne musulmane) Maïmouna Doucouré, regista e sceneggiatrice, sferra un attacco senza appello contro la religione musulmana, rea di considerare la donna un essere inferiore. La polemica raggiunge il culmine quando vediamo la madre di Amy rassegnarsi all’arrivo della seconda moglie del marito e, quando Amy dimostrerà tutto il suo spirito ribelle, la madre e la zia non avranno altra iniziativa che organizzare un incontro con un guaritore per esorcizzarla. Se un attacco di questo genere alle usanze del suo paese, da parte della regista, finisce per coincidere con ciò che percepisce la protagonista, ci si può domandare se la cultura occidentale del paese che la ospita sia in grado di offrire ad Amy valide soluzioni alternative.  La regista è parca di informazioni su questo aspetto: non sembra che ci siano insegnanti che possano costituire un nuovo punto di riferimento e all’inizio del film la ragazza non ha alcuna amica del cuore. Quindi Amy intraprende, per la sua emancipazione, una via, totalmente virtuale: si sente importante in base ai like che ottiene postando la sua immagine, impara a mimare gli atteggiamenti sensuali e i balli provocanti, che ha visto su Youtube e cerca la realizzazione se stessa nel cercare di vincere una gara di ballo unendosi ad altre ragazzine scatenate come lei.

Si è molto parlato dello scandalo generato dalle sequenze dove queste ragazze ballano con le movenze provocanti tipiche del twerk ma in realtà non è quello l’aspetto più sconcertante che ci viene rappresentato: è proprio il personaggio di Amy in sé a creare scandalo.  Un personaggio che può esser paragonato a una animale selvatico che si abbatte sulla preda per potersi sfamare. E’ lunga la lista di azioni che la ragazza compie che la fanno apparire come priva di alcuna sensibilità verso gli altri, disposta a raggiungere i suoi scopi a qualsiasi costo, incurante di tutto e di tutti.  Eccola quindi rubare il cellulare di suo padre, rubare i risparmi della madre per comperare vestiti succinti adatti al ballo. Quando sua madre sviene in casa perché sopraffatta dall’ansia, lei non si cura di inchinarsi per soccorrerla.  Addirittura, per ottenere di nuovo il cellulare che suo padre si è ripreso, compie atti innominabili nei suoi confronti (il momento peggiore del film); per mettere fuori gioco una sua competitrice al ballo non esita a spingerla in acqua anche se questa non sa nuotare. A seguito di una discussione con un suo compagno di classe, non trova altra soluzione che infilzargli la mano con la punta di una penna. Se né la cultura araba né quella occidentale né la famiglia né la scuola hanno avuto alcun ascendente positivo sulla ragazza,  lei si trova ferma, nel suo sviluppo interiore, a un livello istintivo, quasi pre-umano,  di pura affermazione di se stessa, priva di aperture verso l’altro, il diverso da se’ e anche se il film si avvia sbrigativamente verso un finale positivo, sembra quasi che  questa ragazza, che ora torna  come un cucciolo a rifugiarsi dalla madre,  ancora una volta, si esprima in  modo puramente  istintivo: non c’è pentimento, non c’è presa di coscienza su come si è comportata.

Il film e le polemiche che ha suscitato, riportano a galla vecchi temi che restano tutt’ora controversi. La libertà di espressione artistica deve essere garantita sempre e comunque? La rappresentazione del male è comunque utile, per via dell’effetto catartico che provoca, come così chiaramente ci ha spiegato Aristotele? Nello specifico, questo film può esser considerato educativo oppure no? Un film può esser considerato educativo se edifica moralmente, invita al bene tramite l’emulazione di buoni comportamenti. Non è questo il caso. Anche se non educativo, il film può esser visto come interessante se ha il valore di denuncia nei confronti di certe tendenze negative di oggi. Ciò però è possibile se il bene è descritto come bene e il male come male. Anche questa interpretazione di Mignonnes appare poco adatta: non ci sono scuse o pentimenti da parte di Amy e l’organizzazione parascolastica che ha promosso le gare di ballo fra pre-adolescenti non sembra molto preoccupata della spregiudicatezza delle ragazze. Resta aperto il tema della catarsi. In effetti in un’opera filmica o letteraria, anche se viene rappresentato il male a tinte forti, lo spettatore non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto a visto. Ciò però è vero soltanto per persone dotate della giusta maturità critica. I minorenni, o la maggior parte di loro, mancando di questa capacità di rapportarsi in modo distaccato e obiettivo a ciò che vedono, si focalizzano solo su determinati comportamenti, singole scene senza elaborare una sintesi globale. Ecco perché la visione di un film come questo, se può essere utile per riflettere sui problemi causati dalla mancanza di educazione, deve venir filtrato nei confronti dei minorenni

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PADRENOSTRO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 10:39
 
Titolo Originale: Padrenostro
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Claudio Noce
Sceneggiatura: Enrico Audenino, Claudio Noce
Produzione: Lungta Film, PKO Cinema & Co., Tendercapital Productions, Vision Distribution
Durata: 120
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Mattia Garaci, Francesco Gheghi, Barbara Ronchi

Roma, 1976, durante gli anni di piombo, Valerio ha dieci anni, conduce una vita serena con la sorellina e l’affetto della mamma ma attende sempre con ansia il ritorno di suo padre Alfonso, un vicequestore, perché è il suo eroe. Una mattina, quando suo padre è appena uscito, sente dei colpi di mitragliatrice. Lui e la mamma corrono sulla strada e Valerio vede un uomo per terra, sanguinante (un terrorista che ha cercato di uccidere suo padre). Valerio cerca di sapere qualcosa dalla madre ma nessuno gli vuole dire cosa è realmente accaduto anche quando, dopo qualche settimana, il padre ritorna a casa. Valerio finisce per vivere in un suo mondo di fantasia, che si affolla di oscure minacce ma per fortuna un giorno incontra Christian, un ragazzo poco più grande di lui, con il quale inizia a giocare a pallone…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte e caldo affetto unisce un padre a un figlio. Viene anche ricordato, , sia pur in modo indiretto, l’impegno delle forze dell’ordine contro i movimenti sovversivi degli anni ’70.
Pubblico 
Pre-adolescenti
La scena dell’attentato potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce a farci vivere, con grande sensibilità, all’interno delle fantasie e delle paure di un ragazzo di dieci anni, con qualche eccesso di costruzione da parte della regia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Pierfrancesco Favino alla 77ma mostra di Venezia
Testo Breve:

Nel pieno degli anni di piombo, un ragazzo è testimone di un attentato che subisce suo padre, un vicequestore di polizia. Un accurato racconto degli affetti e delle apprensioni che tengono legati un figlio r un padre.In SALA

 

Il protagonista del film è senz’altro il piccolo Valerio (un ottimo Mattia Garaci): partecipiamo alle sue fantasie (si intrattiene spesso con un amico immaginario), ne comprendiamo lo straniamento e gli incubi notturni, da quando nella sua vita è entrato un mistero che ha destabilizzato sia il suo mondo reale che quello immaginario. Senza risposte dalla famiglia, guardato con sospetto dai compagni di scuola (il padre è un eroe oppure un infame?), Valerio dilata la sua fantasia e si intrattiene con un ragazzo più grande di lui che lo invita a giocare a pallone ma anche a fare cose pazze, in piena libertà (come rubare la cassetta delle offerte in una chiesa).  E’ un modo libero, all’aria aperta, senza punti di riferimento, da vivere assieme al suo nuovo amico, in pieno contrasto con una realtà che è rimasta bloccata.

Anche quando viene organizzata una gita di tutta la famiglia in Calabria dove vivono i parenti del padre Alfonso, ogni sorpasso, ogni rallentamento sul percorso è motivo di tensione (sappiamo che i NAP hanno giurato di giustiziare il vicequestore). In Calabria viene anche Christian, questo strano personaggio che finirà per assumere vesti inaspettate.

Il valore del film sta nel renderci partecipi di un amore padre - figlio forte e tenero al contempo, che viene esaltato proprio dalle apprensioni per la stessa vita che sente un padre verso il figlio e un figlio verso il padre. Durante il soggiorno in Calabria il tema si allarga all’affetto e alla solidarietà di cui i due possono beneficiare all’interno della cerchia di parenti e di amici. Può tuttavia risultare straniante, per alcuni, la scelta di calare questi sentimenti in un’atmosfera onirica, altamente simbolica, che fornisce poche risposte alla ragione e certi nodi della storia restano volutamente irrisolti. A ciò si aggiunge la grammatica scelta dalla regia, eccessivamente elaborata con complessi movimenti di macchina, riprese dall’alto, lunghi primi piani. Intensa come sempre l’interpretazione di Pierfrancesco Favino ma molto bravo soprattutto il protagonista, il piccolo Mattia Garaci.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON ODIARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 11:10
 
Titolo Originale: Non Odiare
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2020
Regia: Mauro Mancini
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Produzione: Movimento Film, Agresywna Banda, Rai Cinema
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Simone Segre, di origine ebraica, è uno stimato chirurgo di Trieste. Un giorno, mentre sta andando in canoa, si accorge che c’è stato un incidente lungo la strada parallela al canale. Arrivato sul posto, trova un uomo gravemente ferito mentre l’investitore si è dato alla fuga. Chiama subito l’autombulanza ma mentre si appresta ad aiutare il ferito, si accorge che ha una svastica sul petto. Nessun soccorso è ancora arrivato e Segre decide di non bloccare più la sua emorragia. L’uomo muore. Segre, afflitto da profondo rimorso, viene a scoprire che il neonazista ha lasciato tre figli: la figlia maggiore Marica, il piccolo Paolo e l’adolescente Marcello, anche lui un fanatico del nazismo. Decide quindi di aiutarli e inizia ad assumere Marica come domestica...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco . Il protagonista non chiede perdono per ciò che ha compiuto ma cerca di fare del bene a chi nel passato ha fatto del male. L'uccisione di un uomo resta impunito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco
Giudizio Artistico 
 
Un film intimista, di impostazione teatrale, che cerca di cogliere, nei gesti, negli atteggiamenti, i singoli moti dell’anima dei protagonisti
Testo Breve:

Un medico di origini ebraiche si rifiuta di soccorrere un neonazista ferito a causa di un incidente. Il pentimento e il desiderio di riparare lo avvicinano ai figli del defunto. Un film che scava nell’intimo delle coscienze di coloro che si considerano avversari. In SALA

Nel 2010 a Paderborn, in Germania, un chirurgo ebreo si è rifiutato di operare un uomo con un tatuaggio nazista, facendosi sostituire da un collega. E’ questo lo spunto  che ha stimolato gli sceneggiatori Davide Lisino e Mauro Mancini ha costruire questa storia sull’eredità dei padri, sulla solitudine , sul buio dei nostri preconcetti.

Partecipiamo al funerale di Giovanni, l’uomo morto nell’incidente, in piena liturgia fascista: tutti i presenti in camicia nera, saluto a mano tesa, teste rasate da naziskin. Anche in seguito vediamo Marcello e altri camerati, compiere azioni di violenta intolleranza. Eppure il film non vuole sviluppare studi sociali, agganciarsi a una certa cronaca violenta di oggi (in effetti certi toni fanatici sono caricati in modo poco realistico): gli autori ci vogliono parlare di coscienze e delle loro trasformazioni. Iniziamo dal protagonista, Simone Segre. Proprio il protagonista è un uomo misterioso. Lo vediamo andare in canoa da solo, in sala operatoria con qualche collega, poi il vuoto. Ha una famiglia? Ha una moglie, una compagna? Non abbiamo risposte. La sua figura di uomo solitario ci fa comprendere che ci troviamo do fronte a una figura-simbolo, stiamo partecipando a un’apologo  (il film è costellato di sequenze dal significato allegorico) dove si sta analizzando qualcosa di più ampio dello scontro fra ebrei e neonazisti. Il tormento di coscienza di Simone ha radici più lontane dell’ episodio dell’incidente d’auto e con il tempo si è corazzato di una freddezza che sfiora il cinismo (lo vediamo, ancora bambino, essere costretto dal padre, a scegliere quali gattini annegare e quale salvare; liquida la sua Colf che lo ha servito per anni con insolita freddezza; urla a un immigrato che continua a lavargli il vetro). Il rimorso che lui sente per l’atto compiuto è qualcosa di nuovo, qualcosa che lo costringe a uscire da se’ e a prendersi cura degli altri. Anche Marica è una ragazza rigida, in perenne lotta per sbarcare il lunario, sopratutto ora che il padre è morto e deve prendersi cura dei due fratelli ma preserva un valore che considera intoccabile: la sua dignità. Rifiuta di venir aiutata anche se ne avrebbe bisogno, rifiuta una gratifica di Simone perché vuole attenersi al salario pattuito. Eppure anche lei sa che non può   a lungo tenere per se' tutte le sue angosce; sa che avrebbe tanto bisogno di una parola di conforto, forse anche di una carezza. La storia di due anime che escono dal loro guscio e si abbandonano finalmente alla dolcezza dell'attenzione dell’uno per l’altra senza più difese, è l’aspetto saliente del film. Gli steccati, costruiti da fanatismo ideologico, sono stati abattuti. Meno lucido l'avvicinamento fra Simone e il neonazista Marcello, guidato più da circostanze eccezionali che da intima convinzione

Il titolo Non odiare sembra proporre un cammino più ambizioso, voler parlare di principi  assoluti, richiama il decalogo ebreo-cristiano. In realtà, più semplicemente e più realisticamente, sono persone che riescono a riflettere sui loro errori, sulle loro rigidità difensive e scoprono che comprendersi e aiutarsi a vicenda è la ricetta migliore per superare le nuvole scure angosciano la propria esistenza

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE MIE SPALLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 06:54
 
Titolo Originale: Sulle mie spalle
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Antonello Belluco
Sceneggiatura: Antonello Belluco
Produzione: Eriadorfilm
Interpreti: Paolo de Vita, Diego de FRancesco, Taryn Power, Giancarlo Previati

A Padova, nella prima metà del 1900, vive un frate di origini croate: padre Leopoldo Mandic. Non è un bravo predicatore (anche perché balbuziente), ma dedica molto tempo all’ascolto delle confessioni e alla direzione spirituale delle anime. La sua vita si incrocia con quella di tante persone che cercano in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. Andrea, ingegnere che tra le due guerre decide di aprire un’azienda di telecomunicazione, è una di queste persone. Nelle vicissitudini liete e tristi della sua vita e delle persone a lui vicine, la presenza di padre Leopoldo diventa riferimento saldo e sicuro, sostegno forte anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita e senza speranza. Un frate di piccola statura, ma di grande spessore spirituale, un santo che ha aiutato moltissime persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Seconda opera importante di Antonello Bellucco (regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente, il film è ben confezionato ma non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi
Testo Breve:

La vita del santo confessore Leopoldo Mandic, cappuccino di Padova, raccontata attraverso le vicende di tante persone che hanno cercato in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. In SALA

Voler presentare lo spaccato di vita di un santo è sempre molto insidioso per sceneggiatori e registi: il rischio, infatti, di enfatizzare la parte “spettacolare” e miracolistica è sempre in agguato. Rischio che in questa pellicola viene fugato. Poche sono le manifestazioni soprannaturali che vengono proposte al pubblico (con effetti speciali modesti, tra l’altro), per dare maggior risalto all’ordinarietà della vita del personaggio. Andrea, la moglie Diletta, l’amico prete Tommaso e gli altri che si presentano sullo schermo sono persone normali che, messe alla prova nella loro vita e nella loro fede, trovano in un frate il sostegno necessario. Per contro anche il piccolo padre Leopoldo è un francescano a tratti un po’ originale nel carattere, ma sopratutto un semplice confessore.

La sceneggiatura è semplice e lineare. Le varie storie vengono rappresentate con qualche salto temporale, ma senza intrecci particolari nella trama. Un punto debole è la caratterizzazione dei personaggi. Se le interpretazioni sono molto buone, nonostante la lunghezza del film, non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi. San Leopoldo stesso, a tratti, risulta rappresentato in modo quasi macchiettistico. La scelta di rappresentare numerosi episodi delle vite dei protagonisti va, decisamente, a scapito dell’approfondimento delle loro personalità. Le occasioni non mancherebbero: l’innamoramento e il matrimonio, la morte di un bambino, la disperazione fino al tentativo di suicidio, l’amicizia… ma tutte risolte in poche sequenze. Forse questo è il limite più grande della pellicola. La scelta di privilegiare la linea narrativa rispetto alla dimensione riflessiva non lascia lo spettatore pienamente soddisfatto.

Seconda opera che Antonello Bellucco dedica a un santo (è stato regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica. il film è ben confezionato, non presenta sbavature. Fanno eccezione degli effetti speciali che non sono qualitativamente elevati, per il resto il racconto procede spedito, con uno stile pulito senza ricercatezze che appesantirebbero la storia.

Costumi e ricostruzioni storiche sono verisimili e curate, aiutando molto lo spettatore ad immergersi nella narrazione e a lasciarsi coinvolgere dagli eventi.

Film davvero ricco di valori: la famiglia, l’amicizia, la speranza anche nelle difficoltà più grandi, la fede… sicuramente in quest’ambito troviamo il vero punto di forza di questa produzione. In un contesto storico particolarmente complesso come quello della fine della Prima Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale dove la società italiana era ancora profondamente permeata di cristianesimo, proprio questi valori sono stati l’aiuto più grande alla tenuta del sistema sociale e politico della nostra nazione.

In conclusione, anche se non si sta parlando di un film da grandi concorsi cinematografici internazionali, però è consigliabile la visione proprio per la ricchezza di valori e di speranza che le storie dei personaggi e la testimonianza di san Leopoldo infondono allo spettatore.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN VIAGGIO VERSO IL SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/17/2020 - 17:18
 
Titolo Originale: The Peanut Butter Falcon
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Sceneggiatura: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Produzione: Armory Films, 1993, Lucky Treehouse, Nut Bucket Films, Tvacom Film and Tv
Durata: 97
Interpreti: Shia LaBeouf, Dakota Johnson,

Zak, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, abbandonato dai genitori in una casa per disabili, ha un solo obiettivo: fuggire da quella prigione per iscriversi alla scuola di wrestling del mitico campione Salt Water Redneck. Riuscito a fuggire, si imbatte in Tyler, un pescatore che sta fuggendo anche lui perché, rimasto solo dopo la tragica morte del fratello e privo di una licenza di pesca, ha finito per rubare i granchi presi nelle reti di altri pescatori. Insieme decidono di proseguire il loro viaggio verso la Florida spostandosi lungo le Outer Banks del Nord Carolina. Sulle loro tracce si è posta anche Eleonor, la ragazza della casa di per disabili che si è sempre presa cura di Zak e che vuole riportarlo indietro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ha la capacità di farsi amico di un ragazzo con la sindrome di Down ridandogli felicità e passione per la vita.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e di pericolo
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione del profondo Sud secondo lo stile Mark Twain e ottima interpretazione del ragazzo Zack. Qualche limite nella definizione dei personaggi secondari
Testo Breve:

Due uomini in fuga negli scenari e nelle atmosfere già immortalati da Mark Twain. Una storia positiva di amicizia e di riscatto con qualche semplificazione. Su Chili, Tim Vision e Rakuten TV

Questo film indipendente, il più visto nella sua categoria nel 2019, è stato bloccato, nella sua uscita in Italia, dal lockdown del Coronavirus ma il problema è stato superato ed è ora disponibile a pagamento su Chili, Tim Vision e Rakuten TV. L’aspetto che meglio lo caratterizza è la presenza, come protagonista, di Zack Gottsagen, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che nel film desidera soprattutto diventare un campione di wrestling e in questo obiettivo ci mette tutto il suo entusiasmo e la voglia di riscatto dalle tante volte che gli avevano detto: “non hai le capacità”. Un personaggio che gli calza a pennello perché il vero Zack ha finalmente realizzato il suo sogno: poter fare l’attore e c’è riuscito benissimo. Il desiderio di fuggire da un orizzonte chiuso, il desiderio di lasciar fluire la vita per come viene, anche nei suoi aspetti più imprevedibili, è reso molto bene in questo viaggio che intraprendono i due fuggitivi e i  due autori, Nilson e Schwartz al loro primo lungometraggio,  attingono  a piene mani alla mitologia americana: a quei racconti di Mark Twain come Huckleberry Finn,  che ci parlavano di un Sud ancora selvaggio, fatto di acquitrini da attraversare con una zattera,  vagabondaggio fra le foreste pluviali, campagne dove si può incontrare un vecchio cieco che ti vuole convertire e battezzare o un melanconico campione di wrestling ora decaduto. Parallelamente a questo viaggio in una terra ancora non violata dall’uomo, si svolge un altro cammino che si compie nell’intimo di  Zak e di Tyler. Iniziano compiendo lo stesso percorso per pura convenienza ma poi Zak finisce per trovare in Tyler quel genitore che non ha mai avuto e Tyler quell’affetto fraterno che ormai considerava perduto. E’ forse la parte del racconto meglio costruita. Tyler si trova a impegnarsi fino all’estremo delle forze per salvare Zak da un grande pericolo; è questa situazione che fa maturare in lui la responsabilità di prendersi cura di quell’insolito compagno di viaggio. Tyler ora si sente utile e ha piacere a insegnare al ragazzo a nuotare e a sparare con il fucile; Zak non è più un ragazzo con dei problemi ma un compagno di avventura.

Anche Eleonor, che ha ancora un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, quando li raggiunge, ha l’onestà di riconoscere di aver avuto torto: Tyler ha fatto di lui un uomo che si impegna in ciò che gli piace e non si limita a sopravvivere.

Il film ha la capacità di far immedesimare lo spettatore nelle avventure dei due protagonisti anche se in modo diseguale: se Zak è pienamente definito, restano in Tyler degli aspetti che non sono stati messi a fuoco, soprattutto negli antefatti che lo hanno spinto a rubare e poi a distruggere le reti degli altri pescatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 16:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SKAM ITALIA (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/01/2020 - 15:42
Titolo Originale: Skam Otalia (quarta stagione)
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Ludovico Bessegato (st. 1-2, 4), Ludovico Di Martino (st. 3)
Sceneggiatura: Ludovico Bessegato, Anita Rivaroli, Marco Borromei, Alice Urciolo, Ludovico Di Martino
Produzione: TIMvision, Netflix, Cross Productions
Durata: 10 puntate di 30' su Netflix e Tim Vision
Interpreti: Beatrice Bruschi, Ludovica Martino, Benedetta Gargari,Ludovico Tersini

Nella quarta stagione di Skam ritroviamo le cinque amiche, Eva, Eleonora, Silvia, Federica e Sana che frequentano l’ultimo anno al liceo Kennedy di Roma. Sana è ora la protagonista: mussulmana convinta, porta sempre il velo, prega cinque volte al giorno, pratica il Ramadam e cerca l’uomo che può diventare suo marito matenendosi vergine perché intende l’unione dei corpi come sigillo di un impegno per la vita. I suoi rapporti con le amiche non sono sempre sereni: cercano di organizzre una vacanza in Grecia tutte insieme ma entrano in dissidio perché le altre vogliono lasciare una camera da letto libera per eventuali incontri con dei ragazzi. Sana si innamora di Malik, il migliore amico del fratello Rami, ma resta delusa quando scopre che Malik non è più un mussulmano praticante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, di origine tunisina e di fede mussulmana, riconosce, con convinzione personale e non per imposizione, il valore della preghiera e della verginità prima del matrimonio. Per contrasto gli altri giovani italiani, vivono in un contesto di relazioni familiari degradate o indifferenti, esercitando una piena libertà sessuale
Pubblico 
Maggiorenni
La convivenza in età di liceo fra un ragazzo e una ragazza o fra due ragazzi costituisce una normalità comunemente accettata. Baci omosessuali, nudità
Giudizio Artistico 
 
Efficace ricostruzione di un contesto giovanile, cura nella psicologia dei protagonisti. Ottima colonna musicale
Testo Breve:

Sana, protagonista della quarta stagione, è mussulmana per intimo convincimento ma non vuole per questo perdere le amiche e gli amici di scuola. Un difficile equilibrio fra chi cerca di credere che il mondo abbia un senso universale per tutti e chi vive alla giornata

E’ indubbio che Skam Italia abbia il suo punto di forza nei dialoghi confidenziali a tu per tu, fatti sottovoce  ma alcuni sono più significativi degli altri. E’ sera. Malik sta accompagnando Sana a casa. “Perchè non sei più mussulmano?”: chiede lei. Malik ha smesso di esser praticante da quando ha saputo come è stato trattato dai genitori e da tutta la comunità il suo amico Luai,  che ha inclinazioni omosessuali (evidentemente il giudizio negativo sull’esercizio dell’omosessualità costituisce, non solo per la fede cattolica ma anche per quella mussulmana, uno dei motivi principali dell’allontanamento dei giovani). “Non senti che ti manca qualcosa?”: le risponde Sana; per lei è fondamentale  il momento della preghiera, quando improvvisamente tutto torna tranquillo, anche nelle giornate più difficili, è come se ritrovasse il suo spazio. “Riesco a ricordarmi cosa conta veramente, cioè essere una brava persona e rispettare gli altri”. Malik ribatte: “non pensi che si possa essere delle brave persone e rispettare gli altri anche senza pregare?”. Ma Sana ha una percezione più profonda: “quando prego è come se ci fosse una connessione tra le cose: c’è un equilibrio che riesco a sentire. Non posso pensare che non ci sia un equilibrio cosmico, un disegno nel quale noi siamo dentro”.

Questo dialogo dà indubbiamente il “tono” a questa quarta stagione.  “Buca” lo schema dei tanti teen drama o teen comedy che ci stanno proponendo le varie piattaforme; esce dal perimetro amicizie/feste/pettegolezzi/genitori assenti/sesso/omosessualità, per presentarci una ragazza che riflette, che colloca i suoi non pochi problemi come italiana mussulmana, in un contesto più ampio, nell’evidenza di un Dio che ha creato il  mondo. La risposta di Malik è scontata: per esser delle “brave persone” non è necessario avere fede. E’ la risposta soggettiva, quella che pone se stesso al centro del mondo, al massimo cercando di non fare del male agli altri ma è assente una realtà da condividere, il significato  profondo del nostro comune esistere.

Sana è anche innamorata  ma lo è nel suo modo peculiare e soffre più delle altre quando teme che i suoi sentimenti non siano ricambiati, perché sta  cercando  un uomo  per la vita. Un altro dialogo intimo molto bello è fra Sana e la madre: entrambe si stanno rilassando sul letto e Sana si sente libera di confessare a sua madre che si è innamorata. Il fatto che Malik non sia più mussulmano costituisce un problema ma la madre cerca di sdrammatizzare la situazione, vuole di tenerle aperta la porta alla speranza. Non si può fare a meno di cogliere una certa ironia indiretta in questo personaggio, che avrebbe potuto benissimo essere una ragazza cattolica con dei bravi genitori ma invece è una fervente mussulmana, come era già accaduto in Bangla,  il film del bengalese Phaim Bhuiyan. In quel caso era lui , che viveva nella romanissima Tor Pignattara, a sentire l’impegno di arrivare vergine al matrimonio mentre la sua ragazza, italiana, non comprendeva neanche di cosa si stesse parlando. Il messaggio che arriva da questi film/serial è chiaro: la cultura cattolica non ha più presa per la formazione delle nuove generazioni e per trovare genitori che stiano attenti al comportamento dei loro figli, bisogna riferirsi a culture diverse dalla nostra. Sappiamo che nella realtà la situazione non è poi così drammatica, ma, storie cattoliche semplicemente, non sono  “cinematografiche”, perché fuori dal sentire dei più.

La quarta stagione presenta i pregi e i difetti già visti nella prima: la sceneggiatura sviluppa bene le personalità dei protagonisti, nelle loro pulsioni, fragilità, melanconie giovanili, forse meglio di altri teen serial usciti in questo periodo, la colonna musicale è strepitosa.  Il serial pone al primo posto  il valore dell’amicizia, che non va tradita e che apre alla confidenza, così come spinge a chiedere perdono quando si ha sbagliato. Ma si tratta di giovani privi di riferimenti forti (in particolare i genitori sono praticamente assenti) e di una “visione”  per il futuro (ciò è tanto più fuorviante in quanto si trovano ormai all’ultimo anno di liceo); restano quindi chiusi nel presente e il presente  vive di un solo obiettivo: trovare una compagna/un compagno con la/ il quale sviluppare una convivenza.

L’attenzione che si manifesta nella quarta stagione per la ragazza mussulmana non sottende, da parte dell’autore, Ludovico Bessegato, nessuna particolare preferenza, non viene posta come modello di riferimento rispetto alle altre storie ma è espressione di  indifferenza rispetto a tutte le possibili scelte. Con eguale impegno, nelle stagioni precedenti, si è dedicato agli amori/convivenze di Eva e Giovanni (prima), di Eleonora ed Edoardo (terza) ma  anche alla relazione omosessuale  fra Martino e Niccolò (second). In una delle sequenze finali, uno dei  ragazzi cerca di immaginarsi il suo futuro e quello dei suoi  amici di liceo: “siamo tutti convinti di muoverci verso il cielo e non ci accorgiamo che in mezzo c’è il soffitto. Però se saltiamo tutti insieme, questo soffitto lo sfondiamo”. E’ lo slogan che chiude la stagione, una forma di religione in cui credere: restare uniti in modo che ognuno possa essere quello che preferisce.  Non c’è una realtà da condividere oppure obiettivi da realizzare in comune ma siamo come tante  monadi,  in cerca ognuno della propria, personalissima, felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ENGLISH GAME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 09:17
 
Titolo Originale: The English Game
Paese: Regno Unito
Anno: 2020
Regia: Birgitte Stærmose, Tim Fywell
Sceneggiatura: Julian Fellowes, Tony Charles, Oliver Cotton, Ben Vanstone, Gabbie Asher, Sam Hoare, Geoff Busseti
Produzione: 42
Durata: 6 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Edward Holcroft, • Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson, James Harkness

James Walsh, proprietario del mulino di Darwen e del Darwen Football Club, decide di pagare segretamente due calciatori scozzesi, Fergus Suter e Jimmy Love, per rinforzare la squadra in vista dei quarti di finale della FA Cup 1879. Nessuna squadra di operai ha ancora vinto la coppa ed è questo il suo obiettivo ma occorre prudenza perché la Federazione prevede in campo solo giocatori volontari. Gli avversari sono gli Old Etonians, una squadra composta da gentiluomini dell'alta borghesia londinese e capitanata da Arthur Kinnaird

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna dell’aristocrazia inglese si presentano come dei giusti, in grado di uscire da se stessi per riconoscere le esigenze e il valore di altre persone in classi sociali diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori rendono scorrevole un racconto che ha una palese intenzione apologetica non tanto per un affascinante sport come il calcio ma per quegli uomini che lo hanno reso popolare. Un lavoro molto criticato in madrepatria
Testo Breve:

Nel 1879, in Inghilterra, il calcio è ancora agli inizi, uno sport elitario non retribuito. Ma è anche il tempo della crescita tumultuosa di una nuova realtà industriale che accoglie tanti lavoratori desiderosi di appassionarsi a questo nuovo sport. Su questo sfondo sono tanti i personaggi  positivi, che costruiscono un racconto semplice e scorrevole. Su Netflix

Questo serial, in sei puntate su Netflix, racconta la storia di due giusti: Arthur Kinnaird e sua moglie. Arthur è un lord, con tutti i privilegi che gli competono ma ha anche occhi per guardare e un cuore per comprendere. E’ un nobile inglese fin nel midollo delle ossa, i suoi modi sono cortesi, il suo comportamento controllato, impeccabile nel vestire, ama il calcio e lo ha sempre concepito con un passatempo per la gente come lui, perché esprime una competizione leale, espressione di energia fisica e di destrezza. Ma Arthur è in grado di avvicinarsi e comprendere anche il mondo dei lavoratori, che nella tumultuosa crescita dell’industria di fine ottocento sono soggetti a salari fluttuanti in funzione dell’andamento del mercato e possono venir licenziati senza preavviso. Arthur riesce a trascendere la propria situazione e a comprendere che per lasciar giocare anche i salariati, occorre accettare che quella del calciatore diventi una professione retribuita.

La moglie Margaret si rivolge al fronte femminile con uno sguardo acuito dalla sofferenza per non aver potuto portare a termine una gravidanza e finisce per scoprire la dura realtà di quelle donne delle classi più umili che hanno avuto un figlio senza esser sposate e per questo vengono allontanate dalla società e da qualsiasi lavoro.

Attraverso questi due protagonisti Juian Fellowers, già autore di Downton Abbey, ritorna a esplorare tempi e ambienti a lui cari, anche se la classe dei nobili e quella dei salariati non si trovano su piani differenti dello stesso castello ma in squadre antagoniste del football allora nascente. Secondo un’impostazione narrativa che già conosciamo dai suoi lavori precedenti, per Fellowers non ci sono buoni e cattivi ma sempre persone che sanno riflettere e che cercano di fare la cosa più giusta

Anche nel mondo dei “poveri” e dei borghesi sono presenti persone degne di ammirazione: Fergus Suter cerca di affrontare nel miglior modo possibile la sua grave situazione familiare; il suo amico fraterno Jimmy è l’uomo buono in assoluto, che non sa mai dire di no a nessuno; James Walsh è un imprenditore che comprende che i suoi affari prospereranno solo se ci sarà una stretta intesa con gli operai che lavorano nel suo mulino.

Da un quadro così globalmente positivo possiamo concludere che a Lord Julian Fellowers interessa soprattutto rappresentare la nobiltà d’animo delle persone, intesa come prerogativa di chi è ricco come di chi è povero ma forse lo sceneggiatore lascia trasparire in questo serial, forse più che i Downton Abbey, che il suo cuore batte per quella classe che per prima ha cercato di rendere la nobiltà d’animo una qualità fondante. Nell’ultima puntata della serie, in una cena prima della partita finale, Arthur Kinnaird, contornato dai compagni di squadra, dice che loro dovranno dare, per il giorno seguente “:uno spettacolo dignitoso, un comportamento degno di un gentiluomo, perché siamo gentiluomini e domani noi andremo a vincere come gentiluomini”

Autorevoli testate della stampa anglo-americana non hanno parlato male di questa fiction, ne hanno parlato malissimo.

The Guardian la definisce una serie terribile, che ha fatto autogol. L’autrice dell’articolo fa notare che Fellowes non ha scritto da solo la sceneggiatura, ci sono dei co-autori ma “li lascerò anonimi perché potrebbero essere giovani e avere famiglie”.

The Exquire incalza: “Alcuni dialoghi sono “gommosi” (chewy) oltre ogni immaginazione”.

In effetti la struttura narrativa è semplice, le scene-chiave delle partite di calcio non sono particolarmente emozionanti e non viene nascosta la volontà di raccontare una bella storia su quella che è una gloria inglese ma probabilmente, ciò che ha fatto indispettire di più questi recensori, è l’aria di “buonismo” (loro direbbero così in italiano) che traspare. In particolare, fra i tanti “difetti”, c’è anche il mostrare donne che vedono in una maternità compiuta la fonte principale della loro felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE REPORT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/23/2020 - 10:30
Titolo Originale: The Report
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Scott Z. Burns
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Topic Studios, Margin of Error, Unbranded Pictures, Vice Media
Durata: 119
Interpreti: Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Matthew Rhys, Maura Tierney, Jennifer Morrison

Daniel J. Jones, con un’esperienza all’antiterrorismo nell’FBI, viene incaricato dalla senatrice Feinstein, della commissione sui servizi, di effettuare un rapporto sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre e accusato di enormi abusi. In anni e anni di indagine meticolosa, ostacolata dalla burocrazia e da chi preferirebbe che tutto restasse nascosto, Daniel porta alla luce non solo una serie impressionante di abusi, ma anche numerosi tentativi di insabbiamento. Il suo rapporto, imbarazzante non solo per l’Agenzia ma anche per uomini politici di ogni parte, rischia però di non vedere mai la luce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un funzionario dello stato, mosso da inflessibili ideali, compie un lavoro scrupoloso nel denunciare violenze e abusi commesse dalla Cia
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di tortura e violenza
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.
Testo Breve:

Un lavoro di doverosa denuncia sugli abusi commessi dalla CIA nel programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre che avrebbe meritato un maggior approfondimento sui dilemmi e la psicologia dei protagonisti. Su Prime Video

Nel solco del cinema americano di denuncia, il film di Scott Z. Burns costruisce un thriller (anche se a dire il vero la tensione dopo un po’ latita) raccontando il faticoso percorso di denuncia degli abusi compiuti dalla Cia nel famigerato programma di interrogatori dei sospetti terroristi all’indomani dell’11 settembre. Ostacolato dalla burocrazia e dalle prevedibili resistenze dell’Agenzia, ma anche dalle indecisioni della politica (bipartisan) l’idealista Daniel vacilla raramente. Del resto non sembra avere molto da perdere: non ha una vita al di fuori del lavoro che finisce per assorbirlo sempre di più.

Quello che scopre è stato già in parte raccontato in altri film, ma qui Burns punta il dito non solo sugli orrori degli interrogatori (che intravediamo ripetutamente anche se va detto che le vittime rischiano di rimanere “anonime”, come un numero in un conteggio generico), ma sull’inutilità del programma stesso, che non ha nemmeno la discutibile difesa del fine che giustifica i mezzi. Tra consulenti ottusi o spregiudicati e agenti della Cia ostinati quanto poco intelligenti, emerge qua e là qualche individuo con una coscienza, ma sono personaggi che nell’economia del racconto trovano poco spazio.

A dominare la scena è Daniel con la sua testarda determinazione che deve farsi strada tra le rigidità e i compromessi della politica americana (nemmeno il governo Obama, seppur con “buone” ragioni, è molto propenso a divulgare i risultati della sua ricerca) e quello che doveva essere l’incarico di un anno si trasforma in un lavoro di ricostruzione infinito. Tentato di prendere la scorciatoia che passa per la denuncia a mezzo stampa, Daniel tiene duro fino alla fine.

La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente (così come lo sono Annette Bening e Jon Hamm nei panni dei due politici più presenti), ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.

La pellicola è quindi un lavoro di doverosa denuncia, a cui forse avrebbe giovato non tanto qualche ulteriore “invenzione” drammaturgica, quanto la scelta di dare qualche sfumatura in più agli antagonisti così come un po’ più di spazio ai dilemmi di Daniel e ai personaggi con cui condivide il lavoro di ricerca, che invece restano di fatto quasi delle comparse necessarie ai dialoghi che raccontino i fatti.

Il film è disponibile su Prime Video

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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