Dramma

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NOTIZIE DAL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/24/2021 - 22:36
 
Titolo Originale: News of the World
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Luke Davies, Paul Greengrass
Produzione: Perfect World Pictures, Playtone, Pretty Pictures, Universal Pictures
Durata: 118
Interpreti: Tom Hanks, Helena Zengel, Elizabeth Marvel

Nel 1870, cinque anni dopo la fine della Guerra di Secessione, il capitano in congedo Jefferson Kyle Kidd gira per i villaggi del Texas e si guadagna da vivere fornendo le ultime notizie apparse sui giornali a un pubblico che non sa leggere. Mentre Kyle è in viaggio, incontra una bambina bianca di nome Johanna, sperduta nel bosco. Era stata rapita dai nativi americani quand’era ancora in fasce (i genitori erano stati uccisi) e Kyle decide di farla salire sul suo cavallo per portarla dai parenti più prossimi. Sarà lo stesso percorso che lo riporterà dalla moglie che non ha più visto dall’inizio della guerra….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un dopoguerra dove tante ferite sono rimaste aperte e troppi rancori vengono ancora covati, un uomo e una ragazza cercano di rigenerare affetti e speranze
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza, sia pur non insistita e di pericolo rendono la pellicola non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Bravo Greengrass nel riprodurre un Texas ancora devastato moralmente dalla Guerra. Ottima interpretazione dei due protagonisti. Quanche tema trattato non è ben calato nel contesto
Testo Breve:

Un capitano in congedo e una ragazza orfana viaggiano in un Texas ancora devastato dalla Guerra di Secessione, alla ricerca di un nuovo equilibrio e nuovi affetti. Un film sensibile e ben raccontato. Su Sky

Quindi un nuovo western, dopo tanto tempo. Si apprezzano da subito, grazie a una magnifica fotografia,  quegli scenari che ci eravamo dimenticati: immense praterie solcate da un approssimativo tracciato per carri,  villaggi che appaiono come dal nulla perennemente immersi nel fango, dove la presenza della legge e dello stato è alquanto labile. Sappiamo che i western alla John Wayne e alla James Steward avevano subito una profonda rivisitazione a partire da Soldato Blu del 1970. Non c’era più l’eroe d’acciaio che portava giustizia e onestà contro le prepotenze e I soprusi dei cattivi di turno ma venivano alla luce le violenze indiscriminate compiute contro i nativi americani. Il filone prosegui con altri titoli (Picccolo grande uomo, Un uomo chiamato cavallo,..fino a Balla coi lupi del 1990). Non possiamo però dire che questo Notizie dal mondo si ponga sulla stessa scia revisionista. Nei primi due filoni citati c’erano eroi molto buoni contro cattivi molto cattivi. Qui c’è una dolente consapevolezza che dividere il male dal bene non sia così semplice. Lo comprende Kyle che ha militato nelle file dei Sudisti e  ora pensa, da sconfitto,  che anche i confederati abbiano commesso degli errori.  Qualcosa di simile può dire Johanna, doppiamente orfana perchè rapita dai nativi americani quando era piccola, dopo che i genitori erano stati uccisi, ha ora perso anche i genitori adottivi, uccisi a loro volta. E’ la violenza ora il nemico da battere e ne è cosciente Kyle che non ama usare le armi: le impiega solo quando lui e la bambina stanno rischiando la vita.

Il film descrive bene anche gli umori della gente del Sud dopo la sconfitta: non amano le imposizioni che vengono da Washington in termini di abolizione della schiavitù, sopportano malamente nei loro territori truppe dell’esercito unionista rimaste per il mantenimento dell’ordine ma anche  (sappiamo dalla storia ma reso un po’ superficialmente nel film) che è impegnata ad affrontare una profonda crisi post-bellica a causa delle pesanti condizioni di pace. Un sottofondo difficile e opaco che non è di nessun aiuto per queste due anime in sofferenza. La risposta potrebbe venire trascendendo il proprio esistere e cercando consolazione in una sorta di visione sapienziale. Per Johanna, cresciuta nella tribu degli Iowa, il cerchio dà il senso al tutto: terra cielo, alberi, animali, tutto è unito da un unico spirito. Per Kyle, più pragmatico, il giusto simbolo è la linea retta: andare sempre avanti, come i coloni del tempo, fino a trovare una terra da coltivare. Alla fine sarà un’altra soluzione quella giusta, che naturalmente non riveliano, ma che scaturisce dalla loro necessità vitale  di vivere di affetti e di speranza.

Paul Greengrass gestisce bene questa materiale insolito per lui, abituato film stile action (e lo si vede anche qui in una sequenza centrale, ad alta adrenalina). Resta fuori posto un episodio presente a metà film, dove la sceneggiatura ha volute inserire una istanza di proto-sindacale che si chiude rapidamente con una pistolettata alla western, ridondante per l’economia del film. Tom Hanks e Helena Zengel sono convincenti espressioni di una malinconia dolente, di affetti strappati.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEI MI PARLA ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/12/2021 - 19:00
 
Titolo Originale: Lei mi parla ancora
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati
Produzione: Duea Film, Bartlebyfilm, Vision Distribution
Durata: 100
Interpreti: Renato Pozzetto, Stefania Sandrelli, Lino Musella, Isabella Ragonese, Fabrizio Gifun

Nino e Caterina sono sposati da 65 anni, vivono in un paese della Bassa Padana e non possono pensare di lasciarsi. Ma lei muore e Nino parla ancora con lei, nella solitudine della sua stanza. La figlia, che gestisce una casa editrice, pensa che il modo migliore per scuotere suo padre sia impegnarlo nella scrittura di una autobiografia e per questo ingaggia Amicangelo, un ghost writer che finisce per accettare a condizione che venga pubblicato il suo romanzo. I due uomini non possono essere più diversi: Amicangelo è divorziato con una figlia che vede raramente e vive di lavori occasionali; Nino è sereno: ha gestito per anni la farmacia del suo paese, ha due figli che si prendono cura di lui e ora vive dei ricordi di un amore che ha dato un senso pieno a tutta la sua vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un inno all’amore coniugale, alla stretta simbiosi in cui vivono un uomo e una donna, circondati da figli premurosi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Pupi Avati compie con mestiere sicuro un’operazione nostalgia, bravissimi Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli ma il film ha una struttura non robusta, sembra incompleto nella parte finale
Testo Breve:

In un paese della Bassa Padana, una coppia è rimasta felicemente unita per 64 anni e ora che lei non c’è più, è giusto che lui scriva la storia di quel forte amore che si è nutrito di piccole, grandi  cose. Pupi Avati incontra Guseppe Sgarbi per un inno all’amore coniugale. Su SKY

Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli sono strepitosi nel mostrarci le attenzioni, le premure, le apprensioni di una coppia che ha saputo vivere unita per 64 anni uno accanto all’altra, e ora che Caterina se n’è andata, per Nino assume un significato tutto particolare quello che lei aveva scritto in quel foglietto che gli aveva consegnato un momento prima di entrare in chiesa per il matrimonio: se si fossero dati reciproco e infinito amore sarebbero diventati immortali. E’ quello che percepisce Nino, che continua a confidarsi con lei e a chiederle consigli.

Il film compie un’operazione nostalgia incasellando una serie di singoli, piccoli momenti della coppia passati insieme (partecipano a un cineforum di parrocchia, a un ballo in una rotonda sul Po, compiono una passeggiata in bicicletta,..) e  non si impegna a mostrarci in qual modo questo amore coniugale si sia consolidato  e sia degno dell’epiteto di immortale. O meglio, sono proprio quei piccoli, elementari momenti di vita, la vera spiegazione.  Lo chiarisce bene Giuseppe Sgarbi, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, in un’intervista a Repubblica del 2016: “Mi bastava questo mondo: le persone che vi abitavano, le lente stagioni, il fiume e i suoi argini, dove andavo a pescare". Quindi la cultura del vivere con calma, di gustarsi un giorno dopo l’altro, che si oppone a quella del progettare, realizzare se stessi. Un approccio che ha un che di religioso, anche se non si parla mai di fede nel film, perché consente di apprezzare ciò che si ha ricevuto invece che costruito. Ancora Giuseppe Sgarbi: "Alla fine una qualche identità la devi pur avere. Si chiamano radici. Ferrara con i suoi dintorni è il loro mondo. È quello che Dio o la natura ti ha dato. Il resto sono conquiste o disfatte provvisorie".

Pupi Avati non poteva che essere il regista più adatto, maestro di nostalgie per gli anni che furono, e struggente amante della propria terra natia. Se coltivare le proprie radici è importante, lo è anche l’amore per la propria famiglia. Il Nino del film, che sta diventando amico di quel ghost writer dalla vita un po’ incasinata, gli ricorda che la fedeltà coniugale ha un “valore sacrale”: val la pena provarci e riuscirci. Lo aveva già sottolineato Giuseppe Sgarbi nella stessa intervista: “Ogni tanto mi è capitato di rimpiangere la famiglia come luogo della tradizione, dove tutto è pace e ordine”.

Nonostante la bravura degli attori, il tema della nostalgia così ben sviluppato, c’è qualcosa di incompiuto in questo film, come di una aspettativa non rispettata.  Verso la fine sembra che ci sia fretta di chiudere, quasi ci trovassimo di fronte a un montaggio incompleto: il percorso di trasformazione di Amicangelo appena accennato, frettolosa chiusura della scrittura del libro, piccoli accenni al lavoro in farmacia, alla passione della coppia per l’arte, quasi riferimenti doverosi ma non sentiti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMO PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2021 - 12:24
Titolo Originale: L'ultimo paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Rocco Ricciardulli
Sceneggiatura: Rocco Ricciardulli, Riccardo Scamarcio
Produzione: Lebowsky, Silver Productions,
Durata: 107
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amal, Antonio Gerardi, Valentina Cervi

Nel 1958, fra gli uliveti della Murgia pugliese, i braccianti lavorano nelle tenute di Cumpà Schettino. Il pagamento delle ceste di olive raccolte è l’occasione per il giovane Ciccio di proclamare davanti a tutti che non è più tollerabile che vengano pagati per pochi soldi mentre tutto il guadagno resta nelle mani dei padroni. Molti braccianti si manifestano solidali con lui e Cumpà deve assolutamente trovare un modo per rendere innocua questa spontanea forma di sindacalismo. Ma don Schettino scopre ben presto di avere un altro grave motivo per odiare Ciccio: proprio lui che è sposato con un figlio, è l’amante segreto di sua figlia Bianca…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessuno dei protagonisti maschili (le donne sono solo delle vittime) sembra disporre del dono della ragione: sono tutti in balia di passioni irrefrenabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film evita di entrare in dettagli cruenti ma non c’è nessun personaggio che possa considerarsi un riferimento positivo
Giudizio Artistico 
 
Ottima l’ambientazione nella Puglia alla fine degli anni ’50, sensibile prestazione di Gaia Bermani Aramal ma per il resto la sceneggiatura che vuole troppo in modo confuso e i personaggi sono ridotti a stereotipi
Testo Breve:

Nella campagna pugliese alla fine degli anni ’50, si scatena la prepotenza dei padroni, le vendette dei contadini, e amori adulterini innescano rappresaglie e contro-vendette. Un dramma a fosche tinte molto confuso. Su Netflix

L’inizio del film è particolarmente promettente: molto ben filmate le distese degli uliveti pugliesi, ben realizzato l’adattamento delle masserie con gli arredi del tempo e la ricostruzione delle usanze e dei modi di vivere del tempo. Se gli uomini vanno a zappare, le donne si ritrovano al torrente per lavare i panni; quando mariti e figli tornano a casa, secondo lo spirito patriarcale allora imperante, li servono a tavola e le donne mangeranno quando ci sarà tempo. Fra i contadini c’è voglia di andare in America e di ribellarsi ai massari che li sfruttano. La messa in scena  della Puglia alla fine degli anni ’50, come fondale del racconto, può dirsi completo.

Poi il racconto si sviluppa ma il tema della protesta dei contadini passa rapidamente in second’ordine: Ciccio trascura i problemi sindacali per portare avanti la sua storia d’amore con Bianca, alla continua ricerca di un posto segreto dove incontrarsi. Da qui in poi la storia si ingarbuglia rapidamente: omicidi seguiti da vendette, cambio di protagonista, accumulo di infedeltà coniugali, violenze sessuali sulle giovani contadine, senza contare il frequente cambio di stile narrativo: dalla tragedia rusticana si passa a sequenze oniriche e alla magia del surreale. A causa della troppa carne al fuoco, lo spettatore finisce per disorientarsi e si salva solo la performance di Gaia Bermani Amaral nella parte di Bianca che rende credibile una giovanile e cocente passione amorosa.

C’è un altro aspetto che disorienta: la mancanza di una bussola etica. Lo spettatore ha la consuetudine di seguire le vicende del protagonista perché costituisce in genere il riferimento positivo o magari è vittima di un’ingiustizia oppure è un cattivo, cosciente di esserlo. Se escludiamo le donne, viste tutte come vittime di una società patriarcale, gli uomini sono uguali nel loro seguire le proprie passioni incontrollate: odio, vendetta, violenza sulle donne, adulterio.

In una sequenza baricentrica del film, Ciccio e sua moglie Lucia si trovano da soli in chiesa, davanti all’altare. Lei sa tutto della relazione del marito ed è venuta in chiesa per pregare, per capire. Lui sviluppa una tesi insostenibile: vuole bene alla moglie e al figlio ma l’amore per Bianca è un’altra cosa (è una fuga, un sogno, come si esprimerà in altri momenti: evidentemente gli è rimasto qualche residuo non consumato di immaturità adolescenziale). La scena si conclude con un’esibizione di pessimo gusto: per dimostrare che lui si sente senza colpa, Ciccio apre il calice e si mangia un’ostia (consacrata? Non si sa) come fosse una merendina per il pomeriggio.

Grazie alla brava Gaia Bermani Amaral, l’amore fra Ciccio e Bianca si veste di toni iper-romantici, di struggente sogno che non  può realizzarsi, ma anche questa nota idillica si frantuma perché veniamo a sapere che Ciccio ha avuto in precedenza altre donne, è una sorta di seduttore seriale. Se c’è alla fine un messaggio che può essere colto da questo film, potrebbe essere proprio un elogio all’amore libero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SACCHETTO DI BIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/01/2021 - 21:40
 
Titolo Originale: Un sac de billes
Paese: FRANCIA, Canada, repubblica Ceca
Anno: 2017
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: Benoît Guichard, Christian Duguay, Laurent Zeitoun
Produzione: Quad production, Main Journey
Durata: 110
Interpreti: Dorian Le Clech,Batyste Fleurial, Patrick Bruel, Elsa Zylberstein

Parigi, anni ’40, durante l’occupazione nazista. Nella famiglia Joffo, di origine ebraica il padre Roman fa di mestiere il barbiere, così come i due figli maggiori; la mamma Anna è molto brava a suonare il violino mentre i due figli più piccoli, Maurice e Joseph vanno ancora a scuola. Una nuova legge impone a chi è ebreo di venir indentificato con una stella di Davide sulla giacca e Joseph e Maurice subiscono il disprezzo di molti loro compagni. In una situazione che lascia pochi spiragli di speranza, il padre organizza prima la partenza dei due figli maggiori, poi quella dei più piccoli. Hanno le istruzioni per raggiungere Nizza, sotto l’occupazione italiana, più tollerante. Ma per Joseph, il più piccolo, si tratta di un’avventura più grande di lui e solo l’aiuto del fratello gli porta un po’ di conforto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia ebrea molto unita affronta le persecuzioni a cui viene sottoposta; sacerdoti, dottori, altri civili, si prodigano per salvare la vita di chi è stato perseguitato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Questo film, che ha due ragazzi come protagonisti, si presta molto bene a raccontare i tempi delle persecuzioni contro gli ebrei. Vengono evitate scene cruente anche se non mancano situazioni ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film diretto da Christian Duguay (Belle & Sebastien – L’avventura continua) conferma la sua visione positiva dell’uomo che riesce a riscattare anche i momenti più cupi della nostra storia. Ottima interpretazione del piccolo Dorian Le Clech
Testo Breve:

Nel ’40, due ragazzi parigini di origine ebraica fuggono verso Nizza per sottrarsi alle persecuzioni. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra come, anche nei momenti più cupi della storia, ognuno è chiamato alla responsabilità verso il bene Su Chili

E’ sera, i quattro fratelli sono tornati a casa. In camera da letto, iniziano una battaglia con i cuscini e il padre si scandalizza: “Non siete cresciuti per queste sciocchezze?” Ma poi si infila anche lui nella zuffa, fra il divertimento di tutti. Tempo dopo, la famiglia si ritrova ancora riunita, sia pur per poco. I ragazzi fanno una colletta e regalano un violino alla mamma. La mamma si commuove, è da tanto tempo che non suona, ma poi accetta di farlo, sollecitata dal marito e dai figli. Come tanto tempo prima, i ragazzi restano incantati a quelle melodie che non vorrebbero mai smettere di ascoltare. 
Il film è carico di momenti di tensione per la continua ricerca dei ragazzi di un luogo sicuro dove sfuggire ai controlli della Gestapo ma la vera bellezza del film scaturisce proprio da questi momenti di forte unione familiare che non sono un semplice intervallo nel flusso del racconto ma esprimono quell’energia morale che dà ai ragazzi la forza di andare avanti, a dispetto di ogni avversità.  Il premio alla recitazione va proprio a Dorian Le Clech che interpreta il piccolo Joseph: da quel bambino che è contento di aver vinto un sacchetto di biglie dai suoi compagni di scuola e che ancora si alimenta delle coccole di papà e mamma, a ragazzo sperduto migrante con i piedi sanguinanti, con il solo sostegno del fratello; poi abituato a mantenersi con dei lavoretti, ormai addestrato sul valore dei soldi e infine anche disincantato esperto in umanità, abituato a riconoscere chi è un ipocrita e chi è sincero.
Si parla di guerra e di antisemitismo ma il film è ricco in umanità sia da parte di chi si trova sul fronte giusto che su quello sbagliato. Notevole è anche insolito è l’elogio che il film presta a quei sacerdoti cattolici che non hanno esitato ad aiutare quei due ragazzi ebrei, come firmare documenti di battesimo falsi. Né mancano gli “italiani brava gente” che a Nizza giocano tranquillamente a carte con coloro che sanno di essere ebrei. Anche l’ufficiale tedesco incaricato di stanare gli ebrei non ha lo sguardo torvo né digrigna i denti ma svolge con fredda competenza il suo lavoro. E’ un giusto a modo suo: se ha le prove che una persona sia ebrea, la deporta; se non ci sono prove inconfutabili in quel senso, libera i sospetti. Altro personaggio rappresentativo di quei tempi è il libraio dell’Alta Savoia incontrato dai ragazzi. Non è umanamente cattivo (ha dato a Joseph, che si è spacciato per trovatello, il lavoro di vendere i giornali per le strade) ma sostiene il governo di Petain, convinto che solo con l’alleanza con i tedeschi si realizzerà una nuova Europa. 
Alla fine, questo film costruito principalmente ad uso dei ragazzi finisce per risultare più realistico di tanti film per adulti, evitando lo schema semplicistico secondo cui chi sta dalla parte sbagliata è anche tanto cattivo ma mostrando come nella confusione delle tante ideologie del tempo, molti non hanno saputo dare le giuste priorità a quei valori umani che restano universali. Il film, come tutti quelli che ricostruiscono fatti realmente accaduti, ha la forza espressiva del reale: Joseph Joffo,  autore del libro omonimo a cui il libro si è ispirato, è proprio quel Joseph che negli anni quaranta era un piccolo bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DEI LIBRI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/15/2021 - 19:45
Titolo Originale: The Bookshop
Paese: Spagna. UK, Germania
Anno: 2017
Regia: Isabel Coixet
Sceneggiatura: Isabel Coixet
Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films
Durata: 112
Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, • Jorge Suquet

Fine anni ’50. Una giovane vedova, Florence Green, torna a vivere a Hardborough (nel Suffolk, Inghilterra) dove aveva vissuto con il marito. Nella casa, pregevole anche perché antica, decide di aprire una libreria. Il negozio viene apprezzato dagli abitanti: in particolare da un ricco e misterioso personaggio, Mister Brundish. Per far fronte all’aumentato lavoro, la proprietaria assume la giovanissima Christine come sua aiutante. L’iniziativa ha subito successo ma non è dello stesso parere Mrs. Gamart, una ricca signora che aveva identificato nell’antica casa il luogo ideale per fondarvi un circolo culturale. Abituata ad ottenere sempre tutto, si mobilita in ogni modo per far fallire l’attività di Florence…..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film rifulge la figura del vecchio gentiluomo Mr. Brundish che ha il coraggio di protestare contro i soprusi che Florence è costretta a subire ma su tutto il film pesa una sorta di fatale ineluttabilità del male
Pubblico 
Pre-adolescenti
Molte cattiverie possono esser risparmiate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il premio Goya 2018 come miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura non originale ma la voglia di sviluppare una tesi preordinata finisce per ridurre i personaggi a stereotipi di che seguono una partitura preordinata
Testo Breve:

La vedova Florence vuole trasformare la sua vecchia casa in libreria ma c’è chi aspira invece a impossessarsene per i propri fini. Una lotta impari e in po’ schematica fra la fragile innocenza e il potere del male

“Quando Mrs Green apri il primo scatolone di libri che aveva ordinato, i problemi e gli ostacoli di quegli ultimi giorni scomparvero …e per un istante percepì accanto a se ancora una volta il suo defunto marito che aveva amato moltissimo”. E’ questo il commento che ascoltiamo in sottofondo mentre Florence è intenta a prendere uno a uno i libri, quasi li accarezza e poi li mette sugli scaffali: in quella stessa casa dove, tanti anni prima, quando suo marito era ancora vivo, aveva la consuetudine di leggere con lui un libro a voce alta. Il questo film il libro è visto come strumento di condivisione, di stimolo alla riflessione, apertura mentale verso il diverso da sè e il diverso dal piccolo mondo di Hardborough, che fossilizza, sclerotizza pericolosamente i rapporti fra le persone (non a caso i libri citati nel film non sono i classici di sempre ma delle opere che uscirono proprio in quegli anni: Farenhet 451, Lolita, L’estate incantata). Se i libri sono dei protagonisti indiretti, l’argomento che prende il sopravvento è un altro: la lotta fra l’innocenza inerme e la perfidia del male impersonificate rispettivamente da Florence e da Mrs  Gamart.

Si tratta infatti di una pellicola “al femminile” e sono tre le donne che si contendono la scena e che danno movimento all’intreccio della storia. Mrs. Green (Emily Mortimer) con la sua intraprendenza, porta una ventata di novità in un piccolo paese, con il suo ingegno e la sua capacità di collaborare ottiene anche il favore della gente. La sua disponibilità e i suoi modi gentili la rendono una persona affabile. Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), una signora che conta in quella piccola comunità, come una bambina viziata vuole quella casa che non è sua e cerca in ogni modo di ottenerla per i suoi scopi. La sua ambizione la rende una persona infida, disposta a tutto pur di averla vinta. Christine (Honor Kneafsey), la giovanissima aiutante del negozio di Florence, che si lascia affascinare dalla sua datrice di lavoro nonché dai libri che le vengono dati da leggere. È una bambina sveglia, che conserva una sua innocenza anche se coinvolta in diverse diatribe tra adulti.

Gli schieramenti sono quindi due e ben evidenti: da una parte la povera vedova che vive dei suoi libri (non solo perché li vende, ma anche perché ne legge molti) e dall’altra la ricca signora che vuole “controllare” la cultura. La piccola Christine, stando dalla parte di Mrs. Green ne coglierà, almeno idealmente, l’eredità. Costumi e scenografie aiutano a far percepire al pubblico il forte contrasto tra le due donne. Da una parte la vecchia casa, sobria nell’arredamento e nelle finiture, abitata da Florence: una donna che, nonostante la sua affabilità, è spesso sola, ma sempre in compagnia dei suoi amati libri. Dall’altra la grande e sontuosa casa di Mrs. Gamart: spesso scenario di feste con numerosi invitati ma luogo di sotterfugi e intrighi volti ad estendere la superiorità di censo anche ad altri ambiti della piccola cittadina.

Il male, impersonificato da  Mrs Gamart assume l’aspetto desolante della legalità: la cospirazione si avvale del sindaco (figlio della signora), del direttore di banca, di leggi approvate  ad uso della signora-lucifero, del tradimento di persone che per meschini interessi si fingono amici di Florence per poi tradirla alle spalle.. Mentire, sapendo di avere le spalle coperte da chi ha potere, diventa la norma. C’è rimasto solo il vecchio Mister Brundish a difendere a viso aperto l’aspirante libraia.

Sono molto brave nella loro parte sia la rassegnata Emily Mortimer  che la perfida Patricia Clarkson ma i cattivi sono così terribilmente cattivi e Florence è un agnello talmente fragile che il film prende le forme di un soggetto a tesi e i personaggi subiscono il rischio della stereotipazione.

“Fino a quel momento Florence aveva vissuto la sua vita fingendo di credere fosse suddivisa in carnefici che dominano il mondo e vittime che ne subiscono le conseguenze” questa frase, pronunciata dalla voce narrante all’inizio del film, finisce per diventarne il tema programmatico.

La regia, con inquadrature lente e generose di dettagli, e la fotografia, con paesaggi naturali e scorci della cittadina di Hardborough molto belli, danno alla pellicola un tono marcatamente malinconico.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet ma lo stile narrativo , nel privilegiare la correttezza formale dei rapporti umani, anche in situazioni di ipocrisia più sfacciata, è molto inglese

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN DIO VIETATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/13/2021 - 19:16
 
Titolo Originale: Un Dios prohibido
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Pablo Moreno
Sceneggiatura: Juanjo Díaz Polo
Produzione: Contracorriente producciones
Durata: 133
Interpreti: Íñigo Etayo, Elena Furiase, Gabriel Latorre, Juanjo Díaz Polo, Jacobo Muñoz

Quando nel 1931 fu inaugurata la cosiddetta Seconda repubblica spagnola, per i cattolici della penisola iberica iniziarono tempi di feroce persecuzione: si contano più di 6.000 morti (un quarto dei quali sono stati beatificati e 11 canonizzati). Nell’agosto del 1936, appena iniziata la Guerra Civile, a Barbastro, vicino a Saragozza, 51 tra seminaristi e sacerdoti Missionari Claretiani vengono sequestrati e costretti a scegliere tra l’apostasia (della fede e della vocazione) o la morte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte all’evidenza della prossima morte 51 sacerdoti e seminaristi sanno trovare nella fede in Dio e nella solidarietà reciproca la forza necessaria per dare valore al loro martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Anche se non ci sono dettagli cruenti, le allusioni a gesti di violenza sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buone le recitazioni di quasi tutti i protagonisti; il basso budget del progetto, che talvolta viene percepito, non mortifica l’efficacia della narrazione.
Testo Breve:

A Barbastro, nel 1936, all’inizio della guerra civile, 51 fra sacerdoti e seminaristi, vennero uccisi dai miliziani. Il film riscostruisce il loro martirio attenendosi rigorosamente ai fatti accaduti. Su Youtube in lingua spagnola; su  DVD in italiano

Il vescovo, ormai prigioniero nel seminario, contempla da una finestra il saccheggio della cattedrale e il falò che i miliziani hanno realizzato bruciando tutti gli oggetti sacri. “Sempre lo stesso errore – commenta -  vogliono un mondo migliore costruendolo con il sangue e con il fuoco. Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male”. Lo stesso vescovo sarà il primo a esser prelevato, torturato e poi ucciso con tre colpi di pistola alla tempia ma farà ancora in tempo a dir loro che li perdona.

Il film, autoprodotto dalla congregazione claretiana, si vuole attenere con rigore a quanto è realmente accaduto, pur evitando sequenze impressionanti, perché basato su di una sceneggiatura preparata a partire da alcuni scritti rinvenuti alla fine della guerra civile tra i diari dei martiri, riuscendo così a portare alla conoscenza degli spettatori anche alcuni aspetti dell’interiorità di fede e della psicologia dei personaggi.

Il risultato è di grande equilibrio: tanto ai rivoluzionari quanto ai religiosi viene dedicato uno spazio consono per permettere una migliore comprensione della situazione, dei personaggi e delle dinamiche relazionali senza semplificare troppo e senza trattare in modo superficiale un argomento tanto delicato.

Il film ha come tre protagonisti che avanzano in modo progressivo verso la tragedia finale: i miliziani, i sacerdoti con i seminaristi e la gente di Barbastro. All’inizio non ci sono le avvisaglie di quello che sarebbe accaduto dopo: il colonnello José Villalba Rubio si impegna a garantire l’ordine in città; fra gli aderenti al Fronte Popolare c’è ancora chi, come Eugenio Sopena, pur desiderando portare a termine un totale rinnovamento della società in chiave marxista, è cosciente che l’ordine deve essere garantito e che la vendetta per vendetta porta solo altro odio. Sarà proprio la loro partenza verso Barcellona, per combattere sul fronte, a lasciare la gestione della città in mano ai più fanatici.  

Un capitolo a parte è quello dei giovani seminaristi. La testimonianza che riescono a dare è grande. La vita di preghiera mai abbandonata (anche in situazione precaria), la comunione con ostie consacrate fortunatamente trafugate, la fraternità vissuta con affiatamento e solidarietà, diventano gli strumenti per superare la paura del dolore e della morte, forza per resistere anche alle torture e alle umiliazioni. Quella di abbracciare il martirio non è una decisione semplice e presa a cuor leggero né dai superiori né dai seminaristi: più volte viene data loro la possibilità di salvare la vita, abbandonando l’abito talare, ma nonostante la giovane età, i giovani decidono di conservare la fede a scapito dell’esistenza terrena.

Infine c’è il terzo protagonista, il più oscuro: la folla. Una folla che saccheggia le chiese, che esulta quando i seminaristi salgono su un camioncino per andare a morire. “Che cosa abbiamo fatto di male?” è la domanda che si pone il vescovo senza poter ricevere risposta. Anche un seminarista, figlio di contadini, si domanda come mai tanti altri di origine contadina come  lui nutrano tanto odio verso la Chiesa. Se il film costituisce una bellissima testimonianza di martirio in nome della fede, lascia un vuoto narrativo su questo aspetto. Si tratta di una domanda che non ha solo un valore storico ma attuale: come mai la congregazione claretiana ha dovuto lei stessa produrre il film? Questo scorcio di storia, anche se dolorosa, non poteva avere un significato per l’intera nazione e per il resto del mondo?

Le interpretazioni sono molto convincenti anche se non tutti sono dei professionisti; tecnicamente, il film è curato, ma mostra talvolta il basso budget che ha avuto a disposizione. Resta evidente che lo scopo non è quello di concorrere per premi internazionali ma di lasciare alla memoria dei posteri una testimonianza cristiana di alto profilo.

Un film che si unisce ad altri che hanno portato alla luce i fatti legati alle persecuzioni operate durante la guerra civile spagnola: basti pensare a There be dragons di Roland Joffé del 2011 o richiama altri casi di eroico martirio come quello dei monaci benedettini in Algeria nel 1996 ricordato in Uomini di Dio

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CLUB DEL LIBRO E DELLA TORTA DI PATATA DI GUERNSEY

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/10/2021 - 09:13
 
Titolo Originale: The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society
Paese: FRANCIA, REGNO UNITO
Anno: 2018
Regia: Mike Newell
Sceneggiatura: Thomas Bezucha, Don Roos, Kevin Hood
Produzione: Blueprint Pictures, Mazur/Kaplan Company
Durata: 124
Interpreti: Lily James, Michiel Huisman, Jessica Brown Findlay, Katherine Parkinson

1946, Londra. Juliet è una giovane scrittrice di successo che dopo il triste periodo dei bombardamenti su Londra (durante i quali ha perso il padre) torna a rivivere come del resto tutta la città: è impegnata ad andare in giro per le librerie a promuovere il suo ultimo romanzo e a trascorre piacevolmente le serate con Mark, il suo facoltoso fidanzato, nei locali più alla moda. Un giorno riceve dall’isola di Guernsey la lettera di un certo Adams che dice di aver trovato nella biblioteca del paese un libro un tempo appartenuto a lei. L’uomo dichiara di essere membro di un piccolo gruppo letterario creato durante l’occupazione tedesca per riuscire a trovare un po’ di serenità attraverso lettura dei libri. Il carteggio continua ma poi Juliet, in cerca di ispirazione per un nuovo romanzo, decide di prendere il battello per andare a Guernsey

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone semplici, durante occupazione tedesca, riescono a mantenere intatta la solidarietà di gruppo e a compiere gesti generosi a beneficio di chi ne ha bisogno
Pubblico 
Pre-adolescenti
La presenza di campi di concentramento, il regime oppressivo dei nazisti possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La mano sicura del regista Mike Newell riesce a gestire efficacemente una storia a rischio di troppo perbenismo
Testo Breve:

Una scrittrice inglese scopre, fra gli abitanti dell’isola di Guernsey materiale appassionante per i suoi romanzi e un senso più profondo da dare alla sua vita. Da un romanzo che ha venduto 7,5 milioni di copie

Alzi la mano chi, prima di questo romanzo, ora film, sapeva dell’esistenza di Guernsey, quest’isola nel canale della Manica, posta sotto lo scettro di Elisabetta, non come sovrana del Regno Unito ma come ultima duchessa di Normandia, in quanto l’isola è quel che resta di quel regno Normanno da cui partì Guglielmo il Conquistatore. Anche la sua storia recente è insolita: fu l’unico pezzo d’Inghilterra conquistato dai tedeschi già dal 1940 che vi rimasero fino alla fine della guerra, istituendo un campo di concentramento che ospitava prigionieri dell’Est Europeo.

Si comprende quindi come le scrittrici Mary Ann Shaffer e Annie Barrows (sua nipote, che ha completato il libro alla morte della zia) abbiano ambientato questo romanzo (7,5 milioni di copie vendute in 37 paesi) a Guernsey, vista come microcosmo-specchio dei drammi della popolazione civile durante la guerra, dove emergono eroismo, generoso altruismo,  amori appassionati (sono proprio le difficoltà a portare allo scoperto per quello che si è veramente), ma anche volgare opportunismo, brutale istinto di conservazione. E’ quello che intuisce anche la protagonista Juliet, frequentando Adams e gli altri componenti del club, perché si accorge di trovarsi di fronte a dolorose realtà frutto della guerra ma anche a persone che le hanno affrontate conservando intatta la propria capacità di esprimere nobili, altruistiche virtù (nessuno spoiler a riguardo).

I libri fanno la loro parte in questa piccola comunità dove non ci sono intellettuali ma semplici persone che, durante l’occupazione, con la lettura hanno ritrovato fiducia nell’uomo e speranza in un futuro migliore. Molto bella la sequenza nella quale il piccolo club del libro è riunito, presente anche Juliet, e discutono animatamente su alcuni romanzi di Jane Austen, accalorandosi nel dare ai personaggi diverse interpretazioni.

Il racconto avanza muovendosi in parallelo su due fronti: la  progressiva presa di coscienza di ciò che è accaduto in quell’isola durante la guerra (c’è un segreto da scoprire)  e l’evoluzione interiore di Juliet. Juliet scopre che in quella piccola comunità di persone semplici, ci sono persone vere, che hanno compiuto gesti di generosa solidarietà e ora, oltre ad aver trovato temi e valori importanti da comunicare agli altri con la sua scrittura, ha anche compreso quale strada far prendere alla propria esistenza.

Si può storcere il naso a questo racconto: una donna agiata che si innamora del povero ma buono; una zitella che ancora aspetta il suo  Heathcliff  di Cime Tempestose; una bella amicizia disinteressata, una visione nobile e idealista della vita; tutto forse possibile nel 1946 ma ora? Il film evita lo zuccheroso perché dietro c’è la mano del regista Mike Newell (Quattro matrimoni e un funerale, Ballando con uno sconosciuto,..) e lo si nota in alcune scene degne di un maestro: due donne costrette a dormire per una notte nello stesso letto, si mettono a nudo  confidandosi cose mai dette; Adams e Juliet che si ritrovano per un momento soli nella stessa stanza. È una scena muta ma si percepisce perfettamente il loro desiderio abbinato a imbarazzo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE 33

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/23/2020 - 17:51
 
Titolo Originale: The 22
Paese: Cile, Colombia
Anno: 2015
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Mikko Alanne, Craig Borten, Michael Thomas
Produzione: Alcon Entertainment, Phoenix Pictures
Durata: 120
Interpreti: Antonio Banderas, Juliette Binoche, Rodrigo Santoro, ames Brolin

Miniera di San José, Cile, 2010. Durante una normale giornata di lavoro in miniera una lastra di pietra crolla a 700 metri di profondità e va ad ostruire l’unica via di uscita per i minatori. Trentatre di loro restano intrappolati in quella grotta senza contatti con la superficie. Fatti diversi progetti e tentativi, dopo 69 giorni tutti gli operai vengono liberati in una delle operazioni di salvataggio rimaste uniche nella storia. La preoccupazione dei familiari, la tensione del mondo intero, la gioia di rivedere vive tutte le persone coinvolte nell’incidente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte al rischio, per i minatori, di cedere allo sconforto, è la fede che garantisce loro una speranza che va oltre ogni speranza e di fronte alle enormi difficoltà tecniche e all’incertezza del successo, per chi è in superficie, è sempre la fede che fornisce la spinta per impegnare tutto se stessi senza limiti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione di tensione potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buona resa del dramma che hanno affrontato i trentatre minatori e l’alternarsi in loro di momenti di sconforto ad altri di speranza. Non tutti i personaggi vengono descritti con la stessa profondità
Testo Breve:

Miniera di San José, Cile, 2010: la ricostruzione del dramma vissuto da 33 minatori imprigionati a 700 metri di profondità. Una storia di intraprendenza, coraggio e fede. Su PRIME VIDEO

Un gruppo di minatori, salutati i familiari, sale sul pulmino che li porterà in fondo alla miniera. La luce del sole scompare ben presto. Il pulmino scende lungo uno stretto sentiero che si avvita  a spirale e sembra non terminare mai. Ogni tanto, ai bordi, si vedono degli altarini improvvisati  che ricordano, con una fotografia, coloro che non sono più tornati a casa. Uno dei minatori sul pulmino, alla sua prima esperienza, ha il respiro affannoso, si sente soffocare. Con questa sequenza, molto coinvolgente, inizia la storia dei 33 minatori di San Josè e del loro incidente.  Nel 2015 il premio Pulitzer Hector Tobar l’aveva raccontata nel suo libro Deep Down Dark (tradotto nella versione italiana: La montagna del tuono e del dolore). Nello stesso anno il libro viene sceneggiato e diventa questo film diretto dalla regista messicana Patricia Riggen.

Il racconto è fedele alle testimonianze dei superstiti. Il montaggio, alternarnando quanto sta succedendo sottoterra a quanto accade in superficie, riesce a far percepire al pubblico i risvolti e le dinamiche di quella vicenda: da una parte i lavoratori che si trovano sepolti vivi a 700 metri di profondità con circa 40°C di temperatura e cibo sufficiente solo per alcuni giorni; sulla superficie,le donne dei minatori che tentano di discutere con i gestori della miniera per tentare di salvare i loro mariti, figli, padri. Di fronte a una vicenda così dolorosa che cresce giorno per giorno nell’evidenza dell’opinione pubblica e all’incapacità della società mineraria di affrontare la situazione, è il governo che si trova a dover decidere il da farsi: che soluzione tecnica adottare, di quali collaborazioni internazionali avvalersi per tentare l’impossibile e quale immagine del Cile proporre sulla scena internazionale.

Su entrambi i  livelli nei quali si svolge la storia, c’è un protagonista a fungere da leader: Mario Sepulveda (interpretato da Antonio Banderas) che mantiene viva la speranza lì dove non sembra esserci nessuna possibilità di sopravvivenza, Maria Segovia (interpretata da Juliette Binoche) che “guida” le mogli dei lavoratori nel richiedere all’azienda di tentare il salvataggio. Determinante è anche il giovane Ministro delle Miniere Laurence Golborne (interpretato da Rodrigo Santoro) che si prende a cuore il dramma di questi minatori che non conosce ma che  fa tutto quello che è in suo potere per estrarli vivi dal sottosuolo.

Se queste interpretazioni sono riuscite e convincenti, gli altri personaggi finiscono per passare in secondo piano e, in alcuni casi, fin troppo stereotipati nel genere del disaster movie come, per esempio, il personaggio che prevede il disastro ma resta inascoltato o quello che non  crede nel pericolo imminente fin che non si verifica il crollo. La fotografia è particolarmente curata, nell’alternanza di sole all’esterno e di  oscurità nel sottosuolo e si fa apprezzare la colonna sonora: una delle ultime composte da James Horner (vincitore di due premi Oscar nel 1997 come autore della colonna sonora di Titanic) morto in un incidente aereo quattro mesi dopo la fine delle riprese del film.

La pellicola riesce ad esprimere importanti valori umani e religiosi.

La povertà esteriore dei minatori, che contrasta con la loro ricchezza interiore; la capacità di condividere e di sacrificarsi per il benessere di tutto il gruppo. Il battersi per la giustizia, incarnato dalle mogli dei minatori. Ma forse, la grande verità che, da un punto di vista umano, il film riesce a esprimere, è la dimostrazione che si ottengono veramente dei risultati solo quando si mette in gioco tutto se stessi: iI team di superficie, capeggiato dal texano  Greg Hall, titolare della Drillers Supply Internazional  e dal giovane ministro delle Miniere, riesce con tenacia e intelligenza nell’intento prodigioso di individuare il punto dove si erano rifugiati i minatori, anche se trivelle si rompono continuamente e le mappe a disposizione sono imprecise.

La fede cristiana che ha sempre alimentato la  speranza dei minatori e ha dato loro la forza di resistere per due lunghissmi mesi (si veda come all’interno dei tunnel i lavoratori abbiano sempre pregato insieme) viene sottolineata nel film ma è ben poca cosa  rispetto a quello che accadde in realtà. Greg Hall,  diacono della comunità cattolica di Cypress (Houston), ha sempre pregato per l’esito dell’operazione  e tutti i minatori, di fede cattolica,  ricevettero, attraverso quella fessura nella roccia che ha costituito per lungo tempo  l’unica via di comunicazione con la superfice, trentatré rosari inviati personalmente dal Papa.

L’esito finale non è dei migliori: i titoli di coda rivelano come l’azienda sia stata assolta dall’accusa di negligenza colpevole e agli operai e alle loro famiglie non venne riconosciuto alcun indennizzo.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUO VADIS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/19/2020 - 09:16
 
Titolo Originale: Quo Vadis
Paese: USA
Anno: 1951
Regia: Mervyn LeRoy
Sceneggiatura: S.N. Behrman, Sonya Levien e John Lee Mahin
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
Durata: 171
Interpreti: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Leo Genn

Nel 67 d.c. il console Marco Vinicio, comandante della XIV legione, dopo tre anni di vittoriose campagne militari, torna finalmente a Roma. In attesa della celebrazione del suo trionfo, viene ospitato in casa dell’ex console Aulo Plauzio. Qui incontra Licia, la sua figlia adottiva e ne prova da subito una forte attrazione. Anche Licia non è insensibile a fascino del condottiero ma ciò in cui credono è ancora troppo divergente. Licia si è convertita al cristianesimo, crede nella pace, nell’uguaglianza fra tutti gli uomini e nell’amore universale. Marco, da buon soldato, è convinto che la lotta sia l’unico mezzo, per Roma, per portare la sua civiltà ai popoli barbari. La loro relazione sembra irrealizzabile ma quando Marco viene a sapere che Licia sta rischiando la morte a causa dell’incendio dei quartieri poveri di Roma eseguito per la follia di Nerone, corre a salvarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mette bene a confronto la logica di potenza e sopraffazione, espressione del mondo pagano con la nascita di una nuova civiltà basata sul rispetto di ogni uomo e sull’amore, portata da Gesù Cristo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film manifesta in tutti i suoi aspetti (sceneggiatura, regia, recitazione, scenografia, costumi, ..) un’alta professionalità e se qualche volta eccede nei toni enfatici, questi erano congeniali alle realizzazioni kolossal degli anni ‘50
Testo Breve:

Il console Marco Vinicio è interessato alla fanciulla Licia ma lei, come cristiana, non vuole essere posseduta ma amata. Un kolossal hollywoodiano sempre valido per la qualità della realizzazione e per aver saputo evidenziare la forza rivoluzionaria del nuovo messaggio cristiano. Su Youtube a pagamento

Quo Vadis è datato 1951, in tempi molto particolari per il cinema americano. La televisione era diventata una seria minaccia e le case di produzione facevano a gara per realizzare kolossal che attirassero pubblico nelle sale (Sansone e Dalila (1949) della Paramount, Davide e Betsabea (1951) della Twentieth Century Fox e poi arrivava questo super-colosso,  per la regia di Mervyn LeRoy, il re dei film western, della Metro-Goldwyn-Mayer che mostrava la ricchezza delle case di produzione di quel tempo:  30.000 comparse (ovviamente niente computer grafica), oltre 100 set, 63 leoni, 7 tori, 450 cavalli, 32.000 costumi. Un’altra particolarità del film è quella di esser stato fra i primi a venir girato interamente in Italia (l’inizio della cosiddetta Hollywood sul Tevere) ed è stato una scuola di attori e attrici (qui nelle vesti di comparse) del calibro di Richard Burton, Elisabeth Taylor e la nostra Sophia Loren. Anche Sergio Leone era fra gli aiuti registi.

Bisogna però riconoscere che tutti questi mezzi sono posti al servizio del racconto, non c’è nessuna volontà di stordire il pubblico con la magniloquenza. Se il film può avere ancora un’ottima presa sul pubblico di oggi, ciò è dovuto a una sceneggiatura di alta professionalità. Basti osservare la progressione dell’incontro-scontro-amore fra Marco e Licia: se percepiscono fin dal primo incontro, la forza magnetica dell’attrazione fisica, le loro mentalità sono profondamente diverse. Marco, il personaggio meglio riuscito, persegue una logica di possesso e cerca di lusingarla invitandola a seguire le forze naturali che si muovono dentro di lei -“goditi la tua bellezza, ama tu che sei fatta per amare”- ma al contempo la sua onestà gli impedisce di fare qualcosa che lei possa disapprovare.  Licia si muove su un altro piano, parla di un amore che può essere solo gratuito, di rispetto e di dedizione per l’altro. Anche il tema della fede è trattato in modo realistico: non c’è nessuna facile, immediata conversione di Marco ma progredisce lentamente man mano che lui si avvicina di più alla sensibilità di Licia. Ci sono come due storie in questo film che si muovono in parallelo: quella privata, fra Marco e Licia e quella pubblica fra un impero romano forte delle sue istituzioni ma minato dai capricci degli imperatori e la nuova legge promulgata da Cristo, sintetizzata dai due discorsi di Pietro, soprattutto l’ultimo, nel Colosseo, davanti allo stesso imperatore, quando pronuncia la sua profezia: “Qui dove regna Nerone oggi, Cristo regnerà per sempre!”.

Può destare perplessità la figura di Nerone, un uomo fragile, facilmente influenzabile, alla ricerca continua dell’affermazione di se stesso. Peter Ustinov sviluppa questo personaggio con interna coerenza (fu l’unico a vincere un premio, come non protagonista), ma anche se non possiamo avere alcun riscontro storico, questa interpretazione di Nerone appare una presa in giro troppo semplicistica del potere imperiale del tempo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIRGIN RIVER (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/13/2020 - 09:42
 
Titolo Originale: Virgin River
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sue Tenney
Produzione: Netflix, Reel World Management
Durata: 10 episodi di 50'
Interpreti: Alexandra Breckenridge, Martin Henderson, Tim Matheson, Annette O'Toole

Melinda (Mel) Monroe è una giovane infermiera specializzata che da Los Angeles si trasferisce a Virgin River, una cittadina sperduta fra i monti nel Nord della California. Mel ha un passato doloroso alle spalle: è vedova e ha perso la sua bambina appena nata. All’inizio la difficoltà di adattarsi a un ambiente non sempre favorevole, i rapporti difficili con Doc, il dottore presso cui deve trascorrere un anno di apprendistato, l’inospitale casa che ha affittato, sembrano tutti elementi che la spingono a ripensare alla sua scelta. Ma le attenzioni che le riserva il bel Jack, padrone del bar più frequentato della città, ex marine nella guerra in Iraq e l’amicizia con la sindaca Hope, la fanno ancora trattenere….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Netta divisione tra i buoni e i cattivi: i protagonisti brillano per altruismo, abnegazione e coraggio; altri sono degli opportunisti senza scrupoli e dei violenti. Particolare attenzione viene riservata ai valori familiari.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Riferimenti al mercato della droga, senza mostrare né spaccio né consumo. Vengono citati comportamenti sessuali disinvolti
Giudizio Artistico 
 
Sapiente fotografia di affascinanti paesaggi; attori validi professionalmente che riescono a sviluppare una certa empatia ma poco approfonditi psicologicamente; dialoghi essenziali e scarni.
Testo Breve:

Una donna tormentata da un tragico passato, un uomo afflitto dai ricordi di guerra, un microcosmo solidale  di persone che vivono in un piccolo centro fra le montagne, sono gli ingredienti di questo gradevole intrattenimento che non pretende troppo impegno ma non offre neanche molte emozioni. Su Netflix

Con questo Virgin River (prima stagione) Sembra proprio di trovarsi di fronte a un prodotto per famiglie del canale televisivo americano Hallmark (Quando chiama il cuore, Good witch,..)  e in effetti gli ingredienti ci sono tutti: il baricentro della storia è un piccolo centro, dove gli abitanti coltivano le virtù e le buone maniere, vengono mostrati solidi valori familiari. In realtà si tratta di una produzione originale Netflix, (adattamento per la televisione di uno dei romanzi “rosa” di Robyn Carr) e la trama "rosa" non ci è nuova:  una ragazza lascia la grande città dove ha vissuto per tagliare i ponti con il passato (in Falling inn love, la protagonista lasciava s Francisco per andare addirittura i Nuova Zelanda) e mettere le basi per una nuova esistenza.  E anche la Mel di questo serial non ha molto da temere da questo passaggio: se la protagonista di Quando chiama il cuore trova subito un aitante (e scapolo) ufficiale delle giubbe rosse, Mel riceve subito le attenzioni di un prestante ex combattente in Irak (anche se ora fa solo il barista).  Dove sta allora l’interesse per vedere questo nuovo serial? Proprio quello di stare tranquilli in poltrona per godersi un simpatico intrattenimento con tanto di storia d’amore fra simpatici personaggi ma che non stimola la nostra riflessione su angoscianti problematiche attuali, se non una sola: la denuncia di come il commercio della droga e i suoi derivati  di violenza e corruzione  possano  arrivare anche in luoghi fino a poco prima incontaminati.

Autore: Paola Carlucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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