Dramma

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ATTO DI FEDE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/02/2019 - 10:46
 
Titolo Originale: Breackthrough
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Roxann Dawson
Sceneggiatura: Grant Nieporte
Produzione: • 20th Century Fox • Fox 2000 Pictures • Franklin Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Chrissy Metz, Josh Lucas, Topher Grace, Marcel Ruiz

St Louis, Missouri. John ha 14 anni; di origine guatemalteca, è stato adottato da Brian e Joyce, che sono molto affettuosi nei suoi confronti ma lui si mostra scostante: porta ancora la ferita di essere stato abbandonato dalla vera madre. Il 19 gennaio 2015, festa in ricordo di Martin Luther King, John e altri due amici si mettono a giocare sulla superficie ghiacciata del lago Saint Louise nonostante gli ammonimenti alla cautela di un signore che abita lì vicino. Improvvisamente il ghiaccio si rompe e i tre ragazzi cadono nell’acqua gelata. I soccorsi arrivano in poco tempo e riescono a riportare in superficie i due amici di John ma di John non c'è traccia. Grazie alla perseveranza del vigile Tommy Shine , John viene estratto dal lago ma ormai è rimasto sott’acqua per più di quindici minuti e il suo cuore non batte più. Il ragazzo, portato in ospedale, non reagisce ai tentativi di rianimazione. Il dottor Sutterer invita la madre a dare un ultimo saluto al figlio. Joyce gli prende la mano e inizia a pregare con grande fervore. Improvvisamente ode un suono: gli strumenti a cui è collegato il figlio, indicano che il suo cuore ha ripreso a battere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte a un caso disperato, una madre mostra una speranza incrollabile, sorretta dalla fede, mentre intorno a lei tante persone si prodigano altre il dovuto.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Le sequenze della caduta dei tre ragazzi nel lago ghiacciato potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La regista Roxann Dawson racconta con passione ma anche con grande equilibrio la storia di un presunto miracolo riuscendo a mantenere alto l’interesse per le due ore del film, con qualche scivolata sul patetico
Testo Breve:

Il quattordicenne John resta sott’acqua per 15 minuti in un lago ghiacciato e quando lo portano all’ospedale il cuore non batte più. Intorno a questa storia vera, una madre, sorretta da una forte fede,  spera oltre ogni speranza e  si costruisce intorno al ragazzo una catena di solidarietà che fa da corona a ciò che è stato qualificato come miracolo.

Anche questo christian film, basato su fatti realmente accaduti, ci parla di un miracolo. Ci si potrebbe domandare perché questo tipo di produzione cinematografica cerchi spesso di convincere della bontà del messaggio cristiano puntando sulla presentazione di eventi straordinari (Miracoli dal cielo, Il paradiso per davvero, In America...) o ipotizzando che Dio stesso ci parli di nuovo (An interview with God) invece di parlare della semplice, efficace potenza della Parola del Vangelo ma questa discussione ci porterebbe troppo lontano. Comunque sia, questo film ha un vantaggio, sulla media dei prodotti dello stesso filone: non ha bisogno di un“miracolo” perché si possa dire che è ben fatto perché, questa volta, lo è realmente. I personaggi principali sono ben tratteggiati, il racconto mantiene alta la tensione, evitando di calcare i toni nelle sequenze più commoventi, un rischio sempre dietro l’angolo, visto che stiamo parlando di un ragazzo in stato di coma. Il racconto si sviluppa in quattro capitoli chiaramente distinti: nel primo conosciamo la vita quotidiana dei nostri protagonisti, i tentativi non riusciti di Joyce di vedere ricambiato il suo affetto nei confronti del figlio adottivo, i battibecchi fra Joyce, animatrice di una comunità femminile cristiana e il suo parroco, che cerca di avere successo sopratutto presso i giovani, attirandoli con incontri musicali. Segue la descrizione dettagliata e carica di tensione del giorno dell’incidente, la lotta dei tre ragazzi per uscire dalle acque gelide del lago. Segue la terza parte, che occupa più della metà del film, dove si svolge la lotta di Joyce per mantenere alta la speranza di vedere il suo John riprendere vita fra lo scetticismo dei più (ma anche fra la solidarietà di coloro che  pregano per lui). Infine, quando ci si trova di fronte a una guarigione inspiegabile, assistiamo alle reazioni contrastanti di  chi crede nei miracoli e chi no.

 E’ inutile sottolineare l’abbondanza di recensioni critiche, di cui è stato oggetto questo film: molti recensori americani si sono infastiditi perché hanno interpretato il racconto come una pressione indebita a credere in Dio di fronte all’evidenza di un miracolo. In realtà la regista Roxanne Dawson  ha realizzato un racconto molto equilibrato. Il film, con molto realismo, mostra personaggi che credono ma anche tanti che non lo fanno. Significativo è il colloquio fra John, ormai tornato guarito a scuola, con la sua insegnante: lei gli rivela che suo marito è morto in un incidente pochi anni prima e gli domanda come mai un intervento divino sarebbe avvenuto solo per lui e non per suo marito. La risposta è, innevitabilmente, un “ non lo so. Gli stessi compagni di scuola lo deridono al suo ritorno, domandandogli quando anche lui inizierà a camminare sulle acque come Gesù.
Da altri critici il film è stato visto come una contrapposizione polemica fra chi crede solo nei risultati della scienza e chi accoglie la vita con una visione soprannaturale. Anche questa conclusione appare affrettata. I medici che hanno avuto John come paziente hanno obiettivamente riconosciuto che la scienza non era in grado, in quel momento, di dare una risposta alla guarigione di John. Proprio per chi crede nella scienza e nel suo continuo progresso, si tratta di una conclusione accettabile perché ciò che è inspiegabile adesso potrà esserlo in futuro. Ad ogni modo è vero che il dottor Sutterer, nella finzione come nella realtà, si è realmente espresso in termini di miracolo parlando con Joyce, colpito dalla completa ripresa del ragazzo. Corrisponde ugualmente al vero il fatto che il dottore, convinto che John non avrebbe passato la notte,  abbia invitato Joyce a dargli un ultimo saluto e che lei, mentre pregava al suo capezzale, si sia accorta che il suo cuore aveva ripreso a battere.

Noi italiani conosciamo bene la storia di Michi, il ragazzo quattordicenne che ad aprile di un anno fa si era tuffato nel naviglio grande a Castelletto di Cuggiono  e, con una gamba impigliata, era rimasto sott’acqua per ben 42 minuti (contro i 15 di John) e poi riportato in vita dall’equipe del San Raffaele grazie all’utilizzo di una nuovissima apparecchitura, l’Ecmo, che si sostituisce al cuore e ai polmoni  attivando una circolazione extracorporea (ma Michi ha perso una gamba) .

Può darsi che ancora una volta abbiano giocato la giovane età e l’ipotermia grazie alla quale sono stati protetti gli organi vitali ma questo è un tema da specialisti. La discussione fra miracolo si e miracolo no rischia di diventare interminabile: è importante prima di tutto lasciare libere le coscienze di credere o non credere. In realtà il film pone in evidenza un altro tipo di miracolo, molto concreto e tangibile.  
Le cure, le attenzioni così speciali di cui John ha beneficiato, sono state merito prima di tutto della speranza incrollabile, alimentata dalla fede,  della madre, ma anche della solerzia del vigile Tommy Shine che ha continuato a cercare nell’oscurità del lago anche se gli era stato ordinato di desistere;  dell’impegno dei dottori e delle infermiere che in barba a qualsiasi protocollo medico,  hanno prolungato le cure oltre ogni logica professionale, del parroco che ha passato anche lui notti insonni al suo capezzale, perché si è sentito pastore di quella sua pecora in difficoltà; di tutti i compagni di scuola e amici che hanno pregato per lui. Si è trattato quindi di un magnifico impegno  collettivo e se di miracolo si è trattato, questo è stato il suggello soprannaturale voluto dal Padre nei confronti della dedizione amorosa mostrata dai suoi figli.

Questo bel racconto di amore che spera oltre ogni speranza, contrasta tristemente con un altro evento, avvenuto in Inghilterra: quello che ha segnato il destino del piccolo Charlie. Ai suoi genitori che speravano di poter far sottoporre il loro bambino a dei trattamenti  in fase ancora sperimentale  avviati negli Stati Uniti e avevano anche raccolto, con una generosa colletta, i soldi necessari per il viaggio, il tribunale inglese ha prima tolto loro la patria potestà e poi ha autorizzato l’ospedale a lasciar morire il bambino. Un triste caso di una scienza che ha cessato di aprirsi alla ricerca e di una giustizia trasformata in burocrazia.

l film è attualmente disponibile in DVD in versione inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SIR-CENERENTOLA A MUMBAI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/25/2019 - 14:19
 
Titolo Originale: Sir
Paese: India - Francia
Anno: 2018
Regia: Rohena Gera
Sceneggiatura: Rohena Gera
Produzione: INKPOT FILMS IN COPRODUZIONE CON CINÉ-SUD PROMOTION
Durata: 99
Interpreti: Tillotama Shome, Vivek Gomber, Geetanjali Kulkarni

Ratna vive in un piccolo villaggio indiano e a 19 anni è rimasta vedova dopo solo due anni di matrimonio. Con l’impegno di mandare mensilmente una quota del suo salario ai suoceri, riesce a trasferirsi a Mumbai lavorando come domestica nella casa del giovane Ashwin che vive da solo, dopo che il suo matrimonio è andato a monte pochi giorni prima della cerimonia. Inizia questa strana convivenza, molto rispettosa per i rispettivi ruoli, in un paese dove la divisione in caste ha radici consolidate ma giorno dopo giorno i due si aprono alla confidenza: lei sogna di diventare una disegnatrice di moda mentre lui vorrebbe tornare negli Stati Uniti a fare lo scrittore: si trova a Dubai solo per l’impegno di dover sostituire il fratello maggiore, morto improvvisamente

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due protagonisti sono campioni di un comportamento virtuoso che risulta non condizionato dalla classe sociale a cui appartengono
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
La regista trova la forma narrativa giusta (ritmo lento, cura nei dettagli) per esprimere la progressiva intesa fra i due protagonisti
Testo Breve:

Lui è un giovane rampollo della ricca società indiana; lei, di origini umili,  è la sua cameriera. Il loro impossibile amore è l’occasione per mettere a nudo non solo le contraddizioni della società ma anche le virtù umane di cui entrambi sono dotati, con le quali riescono ad affrontare una difficile situazione

Ashwin ha ormai deciso di dichiarare il suo amore a Ratna, sapendo in cuor suo di essere ricambiato ma lei esprime tutta la sua perplessità per la differenza di casta che li separa. E poi aggiunge che sua madre ha dovuto sostenere la perdita del figlio maggiore e non può ricevere anche questo dolore dall’unico figlio maschio rimasto.

Ashwin confida al suo miglior amico la voglia di sposarsi con Ratna, ma riceve una risposta molto chiara: “mettiti nella sua prospettiva: le ricorderanno sempre che è una domestica, nessuno l’accetterà; se ci tieni a lei, se ci tieni davvero, lasciala perdere”. Il vero amore, cioè quello che cerca il bene dell’altro, può richiedere  anche il sacrificio dei propri sentimenti.

Sono sono due esempi della grande sensibilità d’animo che questo film riesce a mettere in luce.

Si potrà dire che questo film è quasi un pamphlet politico contro la divisione in caste ancora ben radicata in India (e questo in parte è vero); si potrà dire che si tratta di una romantica storia d’amore dove è proprio il loro amore sincero che li porta a tenerli  lontani  (e questo in parte è vero: ricorda in qualche modo In the mood for love) ma il vero valore del film è etico: i due protagonisti sono campioni di virtù  e se  è vero che stanno affrontando un problema legato alla discriminazione fra caste ancora esistente, con il bagaglio di virtù di cui dispongono, avrebbero potuto affrontare qualsiasi altro problema.

Ratna svolge con scrupolo il suo compito e si rifiuta di fare pettegolezzi riguardo al suo padrone; mette da parte il suo stipendio per consentire alla sorella minore di completare gli studi che lei non è riuscita a fare. Ashwin ha un alto senso della giustizia e della dignità di ogni persona e incoraggia Ratna perché anche lei possa realizzare i propri sogni, difendendola quando viene umiliata nella sua condizione servile. Anche lui ha i suoi sogni che vorrebbe realizzare ma persegue, come Ratna, un principio fondamentale, la propria feicità non potrà mai venir conquistata a danno della felicità altrui: ecco perchè aveva lasciato gli Stati Uniti per sostenere la famiglia quando il fratello maggiore era morto. E’ risultata centrata la decisione della regista di puntare, per il ruolo femminile, non su una smagliante stella di Bolliwood ma su una brava attrice non bella, per sottolineare che Ashwin si innamora sopratutto della bellezza dell sua anima.

Lo stile della regista  Rohena Gera al suo primo lungometraggio, è di estrema attenzione ai dettagli: il ritmo del racconto è lento, disseminato di gesti ripetitivi (Ratna che porta il vassoio della cena o della prima colazione al padrone, Ratna che risponde al telefono) perché l’impegno della regista non è quello di raccontare una grande storia ma la lenta evoluzione dei sentimenti e della comprensione reciproca dei due protagonisti.

Lo stesso tema della separazione fra caste non è spiegato ma significato attraverso una serie di episodi: Ratma che viene invitata ad uscire da un negozio di lusso, la reazione rabbiosa di un’ospite in casa di Ashwin qualdo lei le fa cadere il bicchiere: La “serva” andrà punita severamente e le verrà addebitato il costo del vestito che è stato macchiato. “Non si siederà mai a tavola con tua madre; non sa usare neanche forchetta e coltello” sottolinea l’amico di Ashwin, ricordando che solo le classi alte usano metodo occidentali. Ma forse la scena più espressiva è quella in cui noi siamo posti in soggettiva di Ratma mentre sta girando con un vassoio fra gli ospiti a un riunione ufficiale: tutti chiacchierano, non la degnano di uno sguardo, e prendono o non prendono meccanicamente ciò che si trova sul vassoio.

Anche il tema della condizione femminile in India viene afffrontato dalla regista ma questa volta senza prendere una posizione netta: se è vero che la sorella di Ratma decide di sposarsi con un uomo scelto dai suoi genitori senza neanche averlo visto, se Ratma, come vedova, è ostaggio della famiglia dei suoi suoceri ed è costretta a versar loro un contributo mensile, è anche vero che la regista non lesina uno sguardo critico alle donne dei quartieri alti che abusano della loro libertà: bevono nei locali notturni e si concedono di passare una notte con un uomo che hanno appena conosciuto. Lo stesso episodio iniziale del film (Ashwin annulla la cerimonie di nozze all’ultimo momento perché ha scoperto che la sua fidanzata lo tradiva con un altro) rinforza la verità che Rohena Gera vuole sottolineare: il comportamento di una persona adulta non è condizionata dalle tradizioni della nella sua società, nè la libertà conquistata è garanzia per un comportamento corretto: conta solo l’intimo convincimento della singola persona e un comportamento virtuoso in ogni situazione che la vita ci pone davanti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BEAUTIFUL BOY

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/15/2019 - 13:08
Titolo Originale: Beautiful Boy
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Felix Van Groeningen
Sceneggiatura: Luke Davies, Felix Van Groeningen
Produzione: AMAZON STUDIOS, BIG INDIE PICTURES, PLAN B ENTERTAINMENT CON RAI CINEMA
Durata: 112
Interpreti: Steve Carell, Timothée Chalamet, Maura Tierney

Nicolas (Nic) Sheff ha diciotto anni, ama scrivere storie commentate con suoi disegni, si diverte a giocare con i due fratellastri più piccoli. Suo padre, David, un giornalista, è premuroso con lui mentre la madre vive lontano, a New York, dopo il divorzio. E’ il momento di andare al college e il padre lo accompagna, dopo essersi accertato che ha avuto una buona sistemazione. Tempo dopo, quando Nic torna a casa sembra cambiato: è irascibile e continua a chiedere soldi. Il padre non tarda a comprendere che è diventato dipendente dalla metanfetamina crystal meth ed è deciso a trovare una soluzione per questo figlio che non riesce più a comprendere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riesce perfettamente nel suo intento di metterci di fronte e spaventarci sugli effetti devastanti della dipendenza dalle metanfetamine ma manca di mettere in evidenza concrete soluzioni per prevenire e per curare
Pubblico 
Maggiorenni
Frequenti scene dove viene preparata e assunta droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari) ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente.
Testo Breve:

La storia vera di un padre che cerca di salvare il figlio dalla dipendenza dalle anfetamine. Un film crudo e molto realistico con pochi e non spiegati spiragli di speranza

Dai titoli di coda veniamo informati che negli Stati Uniti la droga è la causa principale di morte per uomini e donne sotto i cinquant’anni. In un paio di punti il film si concede piccole parentesi didattiche, per spiegare che la crystal meth è una delle droghe peggiori perché crea subito dipendenza da cui poche persone sono riuscite a liberarsi, è facile da reperire e può addirittura venir confezionata in casa.
La storia che ci viene raccontata ha ben poco di inventato: è stata ricavata dal libro che padre e figlio Sheff hanno scritto dopo che Nic è riuscito a vincere la sua dipendenza.

Che il film inventi poco ma descriva piuttosto ciò che è realmente accaduto, lo si nota proprio dall’andamento oscillante e alla fine angoscioso delle continue riprese, seguite da repentine ricadute di Dic, nonostante che il padre si impegni a collocarlo nei migliori centri di riabilitazione e si mostri sempre pronto a raggiungerlo, nel suo continuo fuggire ed errare senza meta.

Sono ormai tanti i film che hanno trattato il tema dell’assunzione di droga da parte dei giovani e questo racconto-testimonianza sembra aggiungere poco alla triste conoscenza del fenomeno che noi spettatori siamo riusciti a comporre.

A ciò occorre aggiungere un certo fastidio nello scoprire che il film ci racconta ben poco sull’origine di questa dipendenza tante volte senza ritorno, e quindi lo spettatore non viene aiutato nel prevenire che situazioni simili possano accadere anche a lui o ai propri figli. Il continuo flashback e flashforward del film finisce per giustapporci un ragazzo sereno e allegro a un altro accasciato a terra privo di conoscenza, senza che ci venga spiegato perché ci sia stata questa terribile trasformazione. Lo stesso enigma troviamo nell’unica ragazza, verso la quale Nic era riuscito ad avere un’intesa nel breve periodo passato al college: incontrata occasionalmente dopo qualche anno, si mostra subito disposta a percorrere con lui la discesa nel tunnel della dipendenza.

In realtà il film si muove partendo da una prospettiva diversa (e ha valore proprio per questo): quella del padre e siamo invitati a partecipare al defatigante calvario che deve affrontare. All’inizio il suo approccio è quello scientifico e pragmatico: cerca di conoscere, sapere tutto sul tema e si affida a rinomati istituti di riabilitazione. Di fronte a un sostanziale fallimento, mette in gioco direttamente se stesso, mostrandogli il massimo affetto e cercando lui stesso le condizioni migliori per un suo recupero. Alla fine si porta sull’ultima spiaggia, quella della durezza, rifiutandosi di aiutarlo anche quando Nic, ancora una volta, dice di esser pentito e di voler guarire.

Il film è molto ben recitato dai due protagonisti, Steve Carell e Timothée Chalamet (le donne svolgono ruoli secondari), ma è insolito lo stile narrativo che salta continuamente e troppo bruscamente fra passato e presente. Il film lascia l’amaro in bocca di fronte a un tema così doloroso, perché sembra concludere che il modo con cui si cade nella dipendenza e il modo con cui, eventualmente se ne può uscire, appare dominio del caso.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 08:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano di dare una svolta alla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 15:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOLOR Y GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2019 - 20:55
Titolo Originale: Dolor y Gloria
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: El Deseo
Durata: 108
Interpreti: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Asier Etxeandía

Salvator Mallo è un regista-sceneggiatore che ha ormai raggiunto una fama internazionale ma che sta passando un periodo di depressione: non trova più l’ispirazione per scrivere una nuova sceneggiatura e soffre di molti mali fisici che che non gli hanno fatto perdere quell’energia che gli è così necessaria per dirigere un film. Tre incontri saranno per lui determinanti. Con Alberto, un tempo suo attore preferito e che non rivedeva da trent’anni, a causa di una disputa professionale durante l’ultimo film fatto assieme; con Federico, con il quale aveva avuto una intensa relazione ma con il quale non si era più rivisto dopo che Federico, per cercare di sottrarsi al vizio della droga, era emigrato in Sud America. Infine l’incontro-memoria con sua madre: quando vivevano in una grotta e lui aveva dovuto frequentare un seminario, contro la sua volontà, perché era l’unico modo a quel tempo, per chi era povero, di ricevere un’istruzione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il protagonista della storia è quasi un uomo a metà: vive del proprio sentire (desideri, dolori, affetti familiari), è totalmente dipendente da essi perché chiuso nel proprio io, nella ricerca narcisistica di se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di eroina. Affettuosità omosessuali, cenni a un’intesa pederastica
Giudizio Artistico 
 
Almodòvar si conferma molto bravo nel tratteggiare personaggi femminili, nel trasmettere la nostalgia di amori passati. Premio per la miglior interpretazione maschile ad Antonio Banderas al Festival di Cannes 2019
Testo Breve:

Un regista di successo cerca, nel ricordo dei suoi amori maschili passati, un modo per ritrovare l’ispirazione perduta. Un film sul narcisismo ma confessato onestamente

Secondo Aristotele, gli esseri viventi possono essere suddivisi in tre categorie, in funzione dell’anima di cui dispongono. Il mondo vegetale ha un'anima vegetativa, che conferisce alle piante la possibilità di nutrirsi, crescere e riprodursi; il mondo animale ha anche un’anima sensitiva, (percepire sensazioni, passioni), e infine c’è l’anima intellettiva (conoscenza, capacità di scelta e di autogoverno) che spetta solo all’uomo.

Il protagonista di dolor y gloria è un uomo a metà, fermo all’anima sensitiva: prova piacere, sia fisico che estetico, dolore (Salvador è afflitto da  vari malanni), percepisce degli affetti naturali (quello verso la madre soprattutto)  ma, privo della terza anima, non ha il controllo della propria esistenza, che è come una barca in balia delle fluttuazioni delle sue sensazioni ed è privo di morale, perché incapace di discernere e di orientarsi verso un bene specifico, chiuso narcisisticamente all’interno del proprio universo del sentire.

Bisogna riconoscere ad Almodòvar l’onestà di saper prendere atto della fragilità di una vita impostata in questo modo: è facile, come accade al protagonista, iniziare ad assumere eroina per il semplice gusto del provare; la tentazione del suicidio è dietro l’angolo (Salvador pone questa inclinazione al protagonista, suo alterego, di un’opera che sta scrivendo).

In una sequenza Salvador e Federico, che non si erano più visti da molti anni, ricordano il loro amore vissuto in una frenetica Madrid notturna e nelle suggestioni raccolte nei numerosi viaggi all’estero fatti insieme: il tutto ritorna allaloro mente coperto da un velo di malinconia, espressione di un amore basato  sulla cattura di singoli momenti di felicità, senza alcun impegno progettuale condiviso. 

Temi più profondi come quello del credere o non credere in un Dio trascendente, cadono anch’essi sotto il filtro dell’anima sensitiva: “le notti in cui soffro di diversi dolori, credo in Dio, le notti in cui soffro di un solo dolore, sono un ateo”.

Nel suo colloquio-amarcord con il suo amore di gioventù, veniamo a sapere che Federico, arrivato a Buenos Aires, si è sposato con una donna, dalla quale ha avuto due figli; in seguito si è separato e ora ha un nuovo amore.   “Uomo o donna?”: chiede Salvador. “La mia esperienza con gli uomini è finita con te”: è la risposta.  “Non so se prenderla come un complimento”: commenta Salvador. Ma Federico continua: “Ho detto a mia moglie che sono stato con un uomo per tre anni a Madrid -senza nominarti- e l’ho detto anche a uno dei miei figli. Un giorno gli confesserò che sei tu: è un vero cinefilo e non mi perdonerebbe se non glielo dicessi”

Questo colloquio, ci fa tornare al tema dell’etica mutilata. L’indifferenza che traspare dal chiedere “uomo o donna?”, il fatto di poter dire con orgoglio al proprio figlio di esser stato l’amante di un regista famoso, sottende l’equivalenza di due realtà totalmente differenti: l’amore generativo fra un uomo e una donna, da cui scaturisce l’impegno responsabile di allevare i figli che nasceranno e l’amore fra due persone dello stesso sesso . Questa equivalenza può scaturire solo da una visione puramente soggettiva della relazione, da una ricerca egoistica del proprio piacevole sentire, piuttosto che il riconoscimento di un bene obiettivamente superiore, che trascende il nostro io, quello dell’impegno di formare una famiglia.

Almodovar confema in questo film le sue indubbie qualità di regista: resta insuperabile nel tratteggiare  figure  femminili (in questo caso la madre di Salvador), nella costruzione di ambienti composti con vivaci colori (inclusa la presenza di quadri molto belli)  ma non rinuncia, neanche questa volta,  a soluzioni degne di un feuilleton ottocentesco (incontri che avvengono casualmente,  quadri smarriti da anni e poi ritrovati) ma   due ore di sviluppo sono troppe: si avverrtono segni di stanchezza sopratutto nella parte centrale.

Resta sgradevole la sequenza del turbamento di un bambino di 8 anni (è un ricordo di Salvator) nei confronti di un giovane che frequenta la sua casa e che si mostra a lui nudo: sono cenni di una intesa pederastica che per fortuna il regista evita di sviluppare. Un ricordo che sarà lo spunto, per Salvador, di una nuova sceneggiatura che intitolerà: Il primo desiderio. Ancora una volta  Salvador mostra di vivere solo del proprio sentire: desiderio o dolore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/29/2019 - 08:15
Titolo Originale: The Man Who Killed Don Quixote
Paese: Regno Unito/ Spagna/ Portogallo/ Francia
Anno: 2018
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni e Terry Gilliam
Durata: 132
Interpreti: con Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Stellan Skarsgård

In Spagna per girare uno spot televisivo legato al soggetto di Don Chisciotte, il cinico e annoiato regista hollywoodiano Toby Grisoni (quasi omonimo del co-sceneggiatore del film vero), è più preoccupato di portarsi a letto la moglie del suo produttore che di finire il lavoro. Una sera, durante una cena con i membri della troupe, acquista da un gitano la copia piratata del suo film d’esordio, un’opera studentesca sperimentale – e ai tempi molto apprezzata – sempre ispirata al capolavoro di Cervantes. Riguardando il suo vecchio film, Toby capisce di doverne rivisitare le location, un villaggio spagnolo poco distante dal set dove lavora, per ricongiungersi con la forza creativa della giovinezza. Una volta sul luogo, fa i conti con il cattivo ricordo che ha lasciato, con le speranze deluse dei paesani toccati e poi abbandonati dal sogno del cinema, e soprattutto con il protagonista ormai rimbambito del suo film, convinto di essere il vero Don Chisciotte della Mancia.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film vuol far rivivere lo spirito di Chisciotte, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, di tensione psicologica e di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi
Testo Breve:

Dopo trent’anni di traversie, Terry Gilliam riesce a portare sullo schermo il “suo” don Chisciotte, simbolo della purezza contro le brutture del mondo

Chi la dura la vince. È questo il tema de L’uomo che uccise don Chisciotte, progetto a cui Terry Gilliam ha iniziato a lavorare trent’anni fa e che ha lasciato sul campo più di una produzione abortita per colpa, di volta in volta, di condizioni climatiche avverse, retromarcia dei finanziatori, la morte improvvisa degli attori che avrebbero dovuto interpretare l’eroe eponimo, e altre catastrofi. Tutto era sembrato remare contro per impedire al visionario cineasta di portare a termine il suo sogno (molte delle “calamità” sono raccontate nell’istruttivo documentario Lost in La Mancha del 2002, una lezione sulle utopie del cinema). Il dato più rilevante di questo film, quindi, è che finalmente sia stato portato a termine e, tutto sommato, per i cinefili che ne conoscevano tutte le traversie produttive, vederlo o meno non fa molta differenza. Ai fan del regista, comunque, piacerà moltissimo.
Don Chisciotte è un personaggio che, anche solo per meriti letterari, rimanda a una tradizione che parla di sogni irrealizzabili ed epici fallimenti e tra i cineasti che si sono cimentati con l’adattamento dell’opera, dovendovi poi rinunciare, c’è anche il grande Orson Welles. Bravo Terry Gilliam per non essersi fatto travolgere dalla “maledizione” di questa consuetudine negativa e aver completato il film di cui la trama, come si capirà, è il tratto meno importante. 
L’uomo che uccise don Chisciotte è un film sui “sogni perduti” del cinema; sulla sproporzione tra gli ideali della giovinezza e i compromessi dell’età adulta; un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi. Accusando le nefandezze dei nuovi oligarchi economici – rappresentati nel film da un magnate russo che fa il bello e il cattivo tempo con gli “schiavi” di cui controlla le vite –, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo. Una battaglia incarnata dallo “spirito” del Don Chisciotte, alto ideale da trasmettersi da un uomo all’altro, da una generazione all’altra, perché sempre rimanga desto. L’unica alternativa al non barattare la propria libertà e il proprio onore – sembra mostrare il film, in una morale un po’ inconclusiva – è perdere il senno e continuare a lottare contro i mulini a vento. Almeno la dignità è salva. D’altra parte, come poetava Carducci, “tu solo, o ideal, sei vero”.
Sarebbe però ingeneroso nei confronti di Terry Gilliam trovare una “morale” in questa picaresca avventura che alla fine, comunque, attesta che l’anima di un capolavoro della letteratura può sopravvivere davvero a tutto. 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL TRADITORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/24/2019 - 19:46
Titolo Originale: Il traditore
Paese: ITALIA, FRANCIA, BRASILE, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo
Produzione: RAI CINEMA; IN COPRODUZIONE CON AD VITAM PRODUCTION, MATCH FACTORY PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Maria Fernanda Cândido

Alla festa di Santa Rosalia del 1980 ci sono tutti i grandi capi di Cosa Nostra, per sancire un accordo di facciata tra i palermitani e i corleonesi. C’è anche Tommaso Buscetta ma lui non partecipa alla riunione a porte chiuse: è solo “un soldato”. Riparte subito dopo per il Brasile (la patria della sua terza moglie) dove gestisce alcuni suoi “affari” ma le notizie che riceve dall’Italia sono tragiche: è iniziata la guerra di mafia per il commercio della droga e due dei suoi figli sono stati uccisi. Arrestato dalla polizia brasiliana, viene instradato in Italia dove conosce il giudice Falcone, che lo invita a parlare, in cambio dell’immunità. Buscetta non si riconosce più nella nuova violenza di Cosa Nostra e inizia a parlare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ancora un film dove il giudice Falcone si mostra un puntiglioso servitore dello Stato, cosciente dei rischi che sta correndo.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di torture senza evidenza di sangue. Scene di intimità amorosa con nudità
Giudizio Artistico 
 
Marco Bellocchio si conferma un grande regista, questa volta nella sua capacità di ricostruire con rigore situazioni realmente avvenute. Eccezionale prestazione di Pierfrancesco Favino nella parte di Buscetta e di Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno
Testo Breve:

Venti anni di cronaca di mafia italiana, dalle dichiarazioni del pentito Buscetta, al maxi processo, fino alla sua morte a Miami nel 2000. Marco Bellocchio cerca di scoprire chi è stato l’uomo Buscetta in un’opera che lo conferma come grande regista

Tommaso Buscetta è stato, nel 1984, il primo pentito, un pentito d’eccellenza che ha portato a 366 mandati di cattura. Dopo l’arresto di Riina, nel ’93, i due uomini sono messi a confronto in un’aula di tribunale ma il corleonese decide di non parlare. E’ Tommaso che allora che prende la parola e lo incalza dicendo che solo lui, Totò, deve esser considerato un vero traditore perché aveva stravolto lo spirito di Cosa Nostra iniziando a uccidere indiscriminatamente anche donne e bambini.

E’ questa la chiave di lettura migliore che ha dato Bellocchio di questa biografia di un delinquente pentito. Si è sottratto al rischio di farlo diventare un eroe, non ha ipotizzato nessuna forma di conversione all’ordine dello Stato (che sarebbe stato ben poco credibile), non ha nascosto che già a sedici anni era un affiliato a cui era stato dato l’incarico di uccidere. Alla fine il ritratto che ne ha fatto è quello di un uomo incolto (non aveva completato la scuola dell’obbligo), senza particolari ambizioni per il potere (è rimasto sempre un “soldato”) ma che aveva la passione per le belle donne, il sesso ma anche per la famiglia (in tutto ebbe otto figli da tre mogli). L’ipotesi che avesse deciso di parlare perché disilluso dall’organizzazione alla quale si era legato (ma anche perché aveva avuto due figli uccisi) appare quindi verosimile. Ma l‘uomo è sempre qualcosa di molto complesso e Marco Bellocchio ce lo ricorda: se da una parte Buscetta non aveva paura di morire (fu sottoposto in Brasile a feroci torture) dall’altra ci teneva a morire nel proprio letto. La morte era sempre dietro l’angolo e lui lo sapeva: “dott. Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io”, disse una volta al giudice. Solo indirettamente percepiamo le angosce di un uomo che aveva preso una strada dalla quale non si può tornare indietro: il regista a più riprese, ci fa partecipare ai suoi incubi notturni e più volte lo vediamo passare una notte insonne sul terrazzo di casa imbracciando un fucile. Lo stesso Falcone, anche se si trova di fronte a un “pentito” che ha rivelato molti dettagli di Cosa Nostra per ben 45 giorni, lo redarguisce, perché aveva compreso che Buscetta aveva finito di raccontare solo ciò a cui faceva più comodo, tenendo per se i suoi intrallazzi personali.

Non bisogna però pensare che il film sia solo una biografia di Buscetta; lo sviluppo del racconto è chiaro e lineare, c’è la precisa voglia del regista di raccontare i fatti come sono realmente avvenuti, senza aggiungere nulla in più. Ma Bellocchio non rinuncia alla sua vena più genuina, quella di tratteggiare un quadro sociale della Sicilia e dell’Italia degli ultimi vent’anni del secolo scorso e di adottare la sferza su certi vizi nazionali. Ecco che vediamo Buscetta giovane che impunemente può incontrare in carcere una donna per soddisfare i suoi piaceri, un sacerdote imbracciare il mitra perché affiliato a una cosca sotto attacco, un flemmatico Andreotti che si misura un vestito nuovo restando senza pantaloni. Il giorno dopo la strage di Capaci, il regista si attarda in una sequenza dove i tanti mafiosi irrompono in grida di gioia alla notizia.

Nella sequenza del maxi processo, fra mafiosi urlanti, flash dei fotografi, avvocati che cercano di prendere la parola, un giudice incapace di gestire tutto quel tumulto, Bellocchio ci ha regalato sequenze di vero cinema e si conferma un grande maestro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FRANCESCA CABRINI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/05/2019 - 19:05
 
Titolo Originale: Mother Cabrini
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Daniela Gurrieri
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 99
Interpreti: Cristina Odasso, Enrico Cttaneo, Chiara Catalano, Renato Ansaldi

Francesca Saverio Cabrini aveva da poco fondato, nel 1888 la congregazione delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù con l’obiettivo di recarsi in Estremo Oriente. Mons Giovanni Battista Scalabrini, con il pieno appoggio di papa Leone XIII, la convince a recarsi negli Sati Uniti, dove c’erano tanti italiani che vivevano una situazione difficile, senza il conforto della fede. Madre Cabrini e sei suore sbarcano a New York e iniziano ad aprire una scuola femminile usando un appartamento offerto dalla contessa de Cesnola, una ricca benefattrice di origine italiana ma ben presto il loro impegno si estende anche alla gestione di un grande ospedale che rischia di andare in fallimento…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
“Iniziamo con quello che c’è; il Sacro Cuore penserà al resto” Francesca Cabrini esprime la tranquilla forza di chi sa che non sta agendo per se stessa ma per realizzare ciò che è gradito al Cuore di Gesù
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Molto brava la protagonista Cristina Odasso nel presentarci una donna minuta ma forte nella fede e nella speranza, con la quale riesce ad affrontare qualsiasi difficoltà
Testo Breve:

I primi, difficili, anni della missione di santa Madre Cabrini negli Stati Uniti alla fine dell’’800, impegnata nel sostegno materiale e spirituale degli immigrati italiani, con pochi mezzi ma con una fede salda.

Quando si visita il museo dell’immigrazione a Ellis Island un cartello ricorda, senza reticenze, che gli immigrati da paesi a maggioranza cattolica (italiani, irlandesi) avevano una vita particolarmente difficile perché molti ritenevano che gli Stati Uniti dovesse restare una nazione rigorosamente protestante.

Questo film, correttamente, non inizia da subito a presentarci madre Cabrini ma cerca, attraverso immagini e dialoghi, di riportarci a quel fine ottocento dove migliaia di italiani partirono da un paese in profonda crisi economica (furono nove milioni fra i 1880 e il 1915) e una volta sbarcati, oltre alle difficoltà che dovevano affrontare per trovare un lavoro, si aggiungeva l’ostilità di molti verso chi era cattolico. La cultura positivista allora dominante, l’influenza che i massoni esercitavano sugli immigrati, rendeva ancora più drammatica la condizione degli italiani sbarcati nel Nuovo Mondo, che non avevano chi potesse confortarli nella fede.  Forse la scena più efficace, nella sua capacità di sintesi, è quella in cui si vede madre Cabrini percorrere un povero cortile pieno di bambine italiane che cercano qualcosa con cui giocare non avendo nulla da fare. Con i genitori impegnati in lavori precari, senza una scuola che le accogliesse, erano abbandonate a loro stesse, come animaletti selvaggi.

Per una santa così vicina ai nostri tempi, non c’è nessun tono apologetico nella narrazione ma la cruda realtà delle tante difficoltà che madre Cabrini dovette affrontare appena arrivata a New York e come le seppe superare con la forza della fede. Lo stesso arcivescovo Corrigan, nel vedere queste suore appena sbarcate, disse loro che era meglio per loro tornare indietro, perché non c’erano i soldi necessari per la scuola e l’orfanatrofio che volevano avviare. Anche quando finalmente, la contessa Cesnola offrì loro un appartamento in affitto per un anno per alloggiare le orfanelle, si scoprì che si trattava di un’iniziativa interessata, per dotarsi di domestiche a buon mercato. Ancora dopo, quando ogni problema materiale sembrò risolto, fu difficile convincere i genitori italiani a mandare a scuola i loro figli, perché più utili in casa o a svolgere lavori manuali. Difficoltà dopo difficoltà, emerge bene la personalità della santa. Quando il vescovo la invita a fermarsi per la mancanza di mezzi, lei è pronta a rispondere che “la nostra arma più potente non è il denaro ma la fiducia illimitata nel Cuore di Gesù”.  Nei momenti più difficili, la vediamo spesso in preghiera e poi invitare le sue consorelle ad avere fiducia in Dio, perché sicuramente avrebbe fornito loro tutti i mezzi necessari per la loro missione.  Una fede che incanalava nella giusta direzione le sue innumerevoli doti umane: fu una donna imprenditrice, in grado di risollevare le sorti di un intero ospedale che stava andando in fallimento; una suora obbediente sempre ai suoi superiori (sono belli gli incontri con Leone XIII che la incoraggiò nella sua missione) ed anche influente, in questa giovane nazione che stava consolidandosi con una sua propria cultura.

Cristina Odasso impersona molto bene questa donna fragile nell’aspetto ma di indomito coraggio, grazie alla sua fede incrollabile. Particolarmente curate sono anche le ambientazioni d’epoca.

Madre Francesca  è stata la prima a fondare una organizzazione religiosa esclusivamente femminile (Missionarie del Sacro Cuore di Gesù) non dipendente da un ramo maschile,  la prima santa americana (prese la cittadinanza americana nel 1909) , e i frutti del suo impegno si vedono ancora oggi nelle missioni presenti in 17 paesi di tutto il mondo. Un bell’esempio del potere trasformante della fede. 

Il film viene trasmesso dalla rete televisiva EWTN, la più grande rete cattolica del mondo
In Italia, la programmazione del film nelle varie città può essere consultata sul sito:

http://mothercabrini.cristianavideo.com/cinema/

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 20:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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