Dramma

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PENGUIN BLOOM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 08/28/2021 - 20:18
 
Titolo Originale: Penguin Bloom
Paese: U.S.A., Australia
Anno: 2020
Regia: Glendyn Ivin
Sceneggiatura: Harry Cripps, Shaun Grant
Produzione: Made Up Stories, Broadtalk
Durata: 95
Interpreti: Naomi Watts, Andrew Lincoln, Griffin Murray-Johnston

I Bloom sono una famiglia felice: papà Cameron, mamma Samantha, i tre figli Noah, Reuben e Oli. Durante una vacanza in Thailandia, un incidente costringe Samantha (chiamata Sam) su una sedia a rotelle senza nessuna possibilità di recupero. Infermiera, surfista, donna di casa molto attiva, improvvisamente si trova costretta ad essere aiutata per svolgere le faccende di casa più ordinarie. La depressione che la accompagna, di conseguenza, pesa su tutta la famiglia che fa di tutto per aiutarla. Un giorno Noah, il primogenito, trova una piccola gazza ladra caduta dal nido e ormai incapace di volare. Persuasi i genitori, la gazza resta nella famiglia Bloom e viene chiamata Penguin (perché bianca e nera). Sarà proprio il prendersi cura di questo animaletto che permetterà a Sam e a tutta la famiglia di trovare un nuovo equilibrio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dopo un grave incidente che costringe una moglie/madre su una sedia a rotelle, tutti i componenti della famiglia comprendono che bisogna cessare di autocommiserarsi per le proprie infermità o colpe e “lasciar lavorare” l’amore che li lega e l’aiuto reciproco che genera
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un prestazione straordinaria ma sempre misurata di Naomi Watt sorregge tutto il film che risente, nella sceneggiatura, di alcuni risvolti non pienamente sviluppati
Testo Breve:

Una famiglia, colpita, nella figura della madre, da una grave infermità, sa tornare a “volare” con il sostegno reciproco e l’impegno comune verso una gazza ladra ferita e caduta dal nido. In sala

Il film  racconta la storia vera della rinascita di una donna, una moglie e una madre e, con lei, di tutta la sua famiglia. La sceneggiatura, tratta dal libro di Cameron Bloom Penguin Bloom. l’uccellino che salvò la nostra famiglia, sa evitare di scivolare sul lacrimoso e affronta un tema delicato con  ammirevole delicatezza.
Sono vari gli aspetti interessanti di questo film.

Innanzitutto, non viene presentata la storia di un gruppo di supereroi. Con grande verità vengono messe in scena le fatiche di questa famiglia: la gioia iniziale, il grave incidente che ribalta completamente gli equilibri e toglie la pace, la difficoltà di una madre depressa perché si vede apparentemente inutile per le persone a lei care, le fatiche di un padre che cerca di crescere i figli prendendosi cura di una moglie non solo per le necessità primarie, ma anche per tenere alto il suo umore. Il senso di colpa del primogenito, che si sente responsabile dell’incidente avvenuto alla madre.

In tutto ciò, ed ecco il secondo motivo che rende apprezzabile il lungometraggio dell’australiano Glendyn Ivin, l’amore familiare che, pur non togliendo le difficoltà e gli ostacoli di tutti i giorni, aiuta ad affrontare gli avvenimenti con lo spirito giusto. Forse proprio questo amore è il grande protagonista. Samantha, segnata dalla depressione, è troppo concentrata su se stessa e su quello che non riesce a fare, per accorgersi del grande amore che Cameron e i suoi figli nutrono per lei (e non per quello che lei è capace o non è capace di fare). Noah, che è troppo richiuso in sé stesso per esternare il suo dolore e il suo senso di colpa, restando così incastrato in un loop interiore che lo rende impenetrabile anche alle persone a lui più vicine.

Penguin, anche se inconsapevolmente, opererà una rivoluzione nella vita di queste persone: lei ha più bisogno di aiuto e protezione di tutti gli esseri umani che la accolgono. Un aiuto e una protezione che anche Samantha e Noah sono in grado di dare. Con tutte le proporzioni del caso,  l’animaletto mostra come nella sofferenza, per ritrovare la speranza, la via maestra sia quella di donare attenzioni e amore e non di richiederle per sé in modo autoreferenziale.

Bella anche la soluzione del regista e dello sceneggiatore di costruire una sorta di parallelo tra la vita della gazza e la vita della famiglia che la ospita. Il ritrovamento del volatile piccolo e malconcio (come i Bloom dopo il rientro dalla Thailandia), il prendersi cura del piccolo pennuto che gli ridà vita (la famiglia cerca di trovare un nuovo equilibrio perché la vita possa proseguire), tempo e attenzioni dedicate perché possa imparare a volare (la condivisione, anche della sofferenza interiore, che restituisce ai Bloom la serenità e la gioia di cui l’incidente li aveva privati per lungo tempo).

Il racconto, attraverso i flashback e alcuni commenti affidati alla voce fuori campo di Noah (che dà voce ad alcuni passaggi del libro del padre), accompagna con delicatezza lo spettatore nella storia di questa famiglia, aiuta ad entrare in empatia con quanto vissuto dai diversi componenti, non nasconde la drammaticità dei fatti senza mai forzare la mano per strappare una lacrima o, peggio ancora, per far compatire i Bloom.

Non può mancare, infine, una menzione per Penguin, o meglio, dell’addestratore Paul Mander che con ben otto esemplari di gazza è riuscito a mostrare le diverse fasi dell’inserimento del volatile nella famiglia Bloom. La presenza della gazza, infatti, regala in diverse occasioni motivi per sorridere.

Insomma, una buona ed equilibrata alchimia tra pathos e buon umore che rendono il lungometraggio molto godibile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MAI RARAMENTE A VOLTE SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/13/2021 - 15:12
Titolo Originale: Never Rarely Sometimes Always
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Eliza Hittman
Sceneggiatura: Eliza Hittman
Produzione: Pastel Productions
Durata: 101
Interpreti: Sidney Flanigan, Talia Ryder, Théodore Pellerin

Autumn è una ragazza di 17 anni che vive in una cittadina rurale della Pennsylvania. Sospettando qualcosa, si reca da un consultorio familiare e lì si accorge di essere incinta. La ragazza esprime con chiarezza la sua volontà di abortire, scartando soluzioni alternative come dare il bambino in adozione. Consultando Internet, scopre che nel suo stato l’aborto per le minorenni è consentito solo con il permesso dei genitori mentre lei desidera che sua madre non sappia nulla (la donna è divorziata e ora convive con un altro uomo). Decide quindi di recarsi a New York dove c’è una legislazione più liberale. L’accompagnarla Skylar, sua cugina. Entrambe lavorano come cassiere in un supermercato e riescono a recuperare i soldi necessari per il viaggio sottraendo contanti dall’incasso della giornata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’autrice si pone dalla parte di tante adolescenti che sono rimaste incinte e che non riescono ad accettare un loro destino di ragazza-madre. Di fronte a questa pesante situazione il film prospetta l'aborto come unica soluzione da parte di una ragazza che cresce priva di affetti familiari e prospetta un femminismo radicale in perenne lotta contro i soprusi dell'uomo
Pubblico 
Sconsigliato
Per una visione del mondo senza speranza, senza sensibilità umana, in un vuoto di affetti e di perenne conflitto fra i sessi, dove quell'essere umano che sta crescendo è un "coso" da eliminare
Giudizio Artistico 
 
Orso d’argento al festival di Berlino 2020, premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2020 migliore sceneggiatura al National Society of Film Critics Awards
Testo Breve:

Autumn ha 17 anni, è rimasta incinta e desidera assolutamente abortire. La cronaca  dei suoi tre giorni a New York per trovare una soluzione. Un racconto desolato senza affetti, senza umanità, senza futuro. Su Youtube/Prime Video  a pagamento

Diceva (ricordo a memoria) il compianto cardinale  Carlo Caffarra durante una conferenza: “Del concetto di matrimonio, di famiglia, è stato fatto uno spezzatino. L’amore è stato separato dal matrimonio, il sesso è stato separato dal suo potere generativo”. Da questo spezzatino sono scaturiti tanti “diritti civili” individuali e tra questi quello del diritto all’aborto. E’ questo il tema del film: l’autrice Eliza Hittman si pone dalla parte di tante adolescenti che sono rimaste incinte e che non riescono ad accettare un loro destino di ragazza-madre, sottolineando quanti ostacoli occorre ancora oggi superare perché una donna, soprattutto se minorenne, sia pienamente padrona del suo corpo (e di colui che sta crescendo nel suo grembo). Si tratta quindi di un film a tesi e tutti i personaggi descritti, tutti gli eventi che accadono, sono orientati a questo obiettivo.

Non conosciamo chi è il ragazzo, l’uomo che l’ha messa incinta (nascono nello spettatore solo dei sospetti), né perché Autumn non  voglia confidarsi con la madre.

Ciò  è stato ritenuto non rilevante dall’autrice, proprio perché lo spettatore non venisse sviato da eventuali risvolti romantici della storia ma si concentrasse sulla decisione della ragazza che deve esser considerata insindacabile. Nel primo consultorio familiare che visita, lei dichiara di non sentirsi pronta a essere madre e rifiuta comunque l’idea di dare il bimbo in adozione, senza che ci sia data, anche di fronte a questa prospettiva che almeno avrebbe salvato il bimbo, alcuna motivazione. Subito dopo aver ricevuto la notizia, Autumn, insolitamente, si concentra su qualcosa di diverso: con una sequenza alquanto impressionante, si buca il naso con una spilla da balia in modo da poterci infilare una piccola perla. Si tratta di una scena simbolica, che serve ad evidenziare come la ragazza si consideri piena amministratrice del suo corpo.

Le sequenze dove Autumn visita i due consultori (il primo, orientato pro-life, nella sua città,  il secondo a New York presso Planned Parentood, una clinica per aborti) sono organizzate per mostrare due realtà opposte: il consultorio pro-life risulta manipolatorio ( aumenta, falsificando la verità, i mesi di gravidanza della ragazza, per convincerla a non abortire) e intimidatorio (mostra ad Autumn alcuni filmati sulla brutalità delle pratiche abortive); in Planned Parenthood la ragazza trova tutto il sostegno psicologico e materiale possibile (l’aiutano, con dei donativi ricevuti, a sostenere le spese dell’intervento), mentre fuori dei battenti della clinica loschi figuri pregano, tenendo alte delle immagini della Madonna (siano a 180 gradi rispetto a Unplanned). Il diritto all’aborto conclamato dalla ragazza risulta parallelo a una libertà sessuale già conquistata: lei stessa dichiara, nella clinica, di aver avuto il primo rapporto a 15 anni, di aver avuto due ragazzi nell’ultimo anno e quando lei e Skylar sono invitate a una festa a New York, la cugina le allunga un preservativo, nel caso lei non se lo fosse portato.

Nel femminismo radicale che l’autrice vuole esprimere con questo film, tutti i maschi adulti sono delle figure odiose: il compagno della madre  tratta Autumn con fastidiosa sopportazione; il proprietario del supermercato dove lei e sua cugina lavorano, allunga continuamente e mani; perfino in una brevissima sequenza (e quindi totalmente inutile) dove le due ragazze si trovano da sole in metropolitana, si imbattono in un maniaco sessuale e debbono scendere alla prima fermata. Anche il simpatico ragazzo che hanno incontrato a New York di fronte a una richiesta di soldi delle due, chiede di esser ricambiato con un “affettuoso strofinamento” con Skylar.

L’autrice è molto brava a mettersi nei panni di queste due ragazze che cercano di perseguire testardamente il loro obiettivo, rifiutando qualsiasi aiuto da parenti o da adulti, facendoci immedesimare nelle loro ansie mentre  cercano di vivere alla giornata come possono, senza sapere dove dormire,  come trovare i soldi per tornare a casa. Intensa l’empatia fra Autumn e la cugina Skylar: si percepisce che hanno un’intesa di lunga data anche se è difficile considerarla una vera amicizia: in nessun momento Autumn si confida per spiegarle le vere motivazioni della sua decisione; è piuttosto Skylar che si limita, passivamente e acriticamente, ad assecondare e facilitare in tutto Autumn. Da una vera amicizia ci si aspetterebbe molto di più.

In una sequenza finale, quando tutto è compiuto, Skylar chiede a Autumn: “Cos’hai provato?”-  la risposta: “Niente di particolare”. Skylar insiste, “Ora come ti senti?”. Spera che finalmente Autumn apra il suo cuore all'amica e cugina,  dopo tutto quello che ha fatto per lei, ma la risposta è:   “Sono stanca”.

Così, fra la massima indifferenza emotiva, il problema è risolto, Quel “coso” è stato eliminato. Tutto può tornare com’era prima.

E’ comprensibile che l’autrice si sia impegnata a promuovere una causa in cui lei crede fermamente ma se il prezzo da pagare è l’annullamento di ogni sentire umano, una vita vissuta in conflitto perenne fra donne e uomini, come può pensare di convincerci che sia questo un mondo migliore?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL GIORNO E LA NOTTE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 07/02/2021 - 09:18
Titolo Originale: Il giorno e la notte
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Daniele Vicari
Sceneggiatura: Andrea Cedrola, Daniele Vicari
Produzione: Kon-Tiki Film
Durata: 98
Interpreti: Isabella Ragonese e Francesco Acquaroli, Vinicio Marchioni, Elena Gigliotti,

A Roma, la radio e la televisione informano che è in atto un attacco chimico-batteriologico e tutti i romani hanno l‘obbligo di restare in casa. Ida riporta indietro la valigia che aveva preparato per raggiungere Luca, un ricercatore universitario che si trova in un agriturismo nel Veneto, con il quale ha avviato da poco una relazione. Marco sta lavorando nel suo laboratorio di falegnameria quando viene raggiunto da Marcella che ha deciso di lasciare Sergio, suo marito infedele per rifugiarsi da lui. La situazione che si crea è carica di ambiguità perché Marco è da tanto tempo innamorato di lei. Anna fa l’attrice e vive con il fidanzato Manfredi, anche lui attore ma già affermato e ciò crea in Anna un’ansiosa ricerca di affermazione. Andrea e Beatrice vivono separati in casa perché dopo la morte del figlio non hanno più trovato la serenità e l’affiatamento di un tempo….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Cinque personaggi hanno problemi sentimentali da risolvere e il dovere affrontare, tutti insieme una situazione di pericolo non sviluppa nessuna solidarietà fra loro ma rende solo più difficile la situazione che stanno affrontando
Pubblico 
Adolescenti
Presenza di un nudo integrale femminile
Giudizio Artistico 
 
Tutti bravi gli attori coinvolti in problemi/conflitti di coppia, un tema che finisce per diventare predominante, venendo meno l’obiettivo di ricostruire le trasformazione che tutti abbiamo subito durante la pandemia
Testo Breve:

Quattro coppie si trovano relegate in casa, a causa di un attacco terroristico. Il film cerca di ricostruire la claustrofobia dei momenti più cupi della pandemia. Un tema interessante ma sviluppato a metà. Su RaiPlay

Il cinema non può cessare di essere un osservatorio, un momento di riflessione su ciò che è accaduto e su ciò che sta accadendo anche quando, come in questo lungo tempo di Covid 19, la sala cinematografica è stata così pesantemente penalizzata. Ecco che il regista Daniele Vicari, che si è sempre mostrato pronto a cercare di interpretare   l’attualità italiana, come aveva fatto in Diaz – Non pulire questo sanguenon si è spaventato delle difficoltà che doveva superare per girare un film in piena pandemia e ha realizzato questo Il giorno e la notte,  dove si intrecciano quattro storie che si svolgono, inevitabilmente, solo all’interno di quattro case. Cosa accade ai nostri sentimenti, se viviamo in cattività? Come ci comportiamo se non ci troviamo di fronte a chi amiamo o a chi odiamo? Daniele Vicari ha messo in piedi una sorta di laboratorio umano (ogni attore, chiuso nella sua stanza con un cellulare trasformato in telecamera, veniva diretto a distanza dal regista) che finisce per toccarci molto da vicino. Il film risulta essere soprattutto una prova attoriale perché i protagonisti sono sicuramente bravi ma anche perché, nel chiuso di una stanza, non ci sono moltealtre meraviglie della settima arte da mettere in campo. Molto brava innanzitutto Isabella Ragonese, nella sofferta situazione di vivere un amore appena nato e che adesso si può alimentare solo comunicando con un telefonino, un mezzo ben poco adatto per dire ciò che è molto difficile da dire. Marco, al contrario, si trova troppo vicino a chi non avrebbe voluto esserci, visto che Marcella è la moglie del suo migliore amico e ha deciso di passare con lui i giorni di isolamento forzato. Andrea, in piena depressione (da due mesi non va a lavorare) e sua moglie Beatrice si trovano ora a dover affrontare ciò che hanno rinviato da troppo tempo, a causa della sofferenza che creava: avere la forza di accettare ciò che è accaduto e il coraggio di dare un senso al loro futuro. I giovani Anna e Manfredi sviluppano il racconto più debole: il loro rapporto è già fragile fin dall’inizio, quasi una vicinanza conveniente solo per affinità lavorative e inevitabilmente  il loro rapporto finisce per esplodere in modi fin troppo teatrali.

E’ riuscito, Daniele Vicari,  a riprodurre l’atmosfera della pandemia, che tutti abbiamo vissuto? Naturalmente non si parla di Covid 19; non si voleva, come ha commentato il regista, che ci fossero riferimenti troppo diretti a una realtà che faceva ancora soffrire tanta gente, proprio in quei momenti ancora insicuri nei quali si realizzavano le riprese. Sono state indubbiamente ben sviluppate le relazioni di coppia, pronte a esplodere o a confermarsi di fronte a una prova così claustrofobica ma indubbiamente, rispetto al clima che abbiamo vissuto, mancano tante altre realtà che avrebbero potuto venir esplorate: mi riferisco soprattutto alla prova che hanno affrontato i  ragazzi e le ragazze, per i quali restare in casa, senza interagire con i propri compagni e compagne è stata una vera tortura. Ma anche l’alienazione del lavoro a distanza, che ha pesantemente trasformato il modo di vivere in famiglia. Alla fine, l’ipotizzare una forma di attacco terroristico è risultata una soluzione posticcia, che non fa giustizia delle trasformazioni psicologiche che tanta gente ha subito. Qualcuno ha parlato di “sindrome della grotta”: il timore di uscire dal proprio rifugio dopo tanto tempo, che si è manifestato anche nel modo con cui ancora tanti indossano ancora adesso la mascherina all’aperto nonostante  non sia più vietato.

Tutti bravi gli attori ma forse il fatto di aver insistito soprattutto sui rapporti di coppia ha fatto ricordare qualcosa di antico, come i racconti a episodi della classica commedia italiana

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BUONGIORNO MAMMA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 06/20/2021 - 09:33
 
Titolo Originale: Buongiorno mamma
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Giulio Manfredonia, Matteo Mandelli, Giovanni Paolucci
Sceneggiatura: Giacomo Centola, Leonardo Valenti
Durata: 6 puntate di 115'
Interpreti: Raoul Bova, Beatrice Arnera, Stella Egitto, Matteo Oscar Giuggioli, Ginevra Francesconi

La famiglia Borghi era ed è una famiglia felice: Guido è sposato con Anna e hanno quattro figli: Francesca, la più grande, Jacopo all’ultimo anno di liceo, Sole, di 16 anni e infine il piccolo Michele. Vivono in un’ampia villa che guarda il lago di Bracciano (la madre di lei, Lucrezia, è benestante) ma la loro vita ha qualcosa di speciale: Anna è sul suo letto, in coma profondo, da ormai 17 anni. Tutti a turno si prendono cura di lei, passano a salutarla quando escono o ritornano a casa, festeggiano i suoi compleanni. Si presenta alla loro casa loro Agata, un’operatrice sanitaria, per aiutarli. In realtà Agata è un’orfana che volutamente ha deciso di introdursi in casa Borghi perché deve far luce sulla misteriosa morte di sua madre, grande amica di Anna…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il serial trasmette un forte messaggio sul valore della vita in qualsiasi stato si trovi e lo dimostra nella “banalità” di una vita quotidiana. L’amore coniugale (quello per sempre) e gli affetti familiari ne sono il giusto corollario. Peccato che la definizione dell’amore coniugale non vada oltre un romantico sentimentalismo.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per tutti salvo per i più piccoli, nel vedere una mamma inerme nel letto e certe persone sotto gli effetti della droga
Giudizio Artistico 
 
La regia tiene bene il ritmo della suspense anche se lo stile soap-opera porta ad abbondare con frasi solenni sul senso da dare alla vita e con i tanti abbracci
Testo Breve:

Una famiglia con quattro figli, deve affrontare il dramma di una mamma che entrata in coma.. La felice soluzione adottata èquella di continuare a considerarla parte della famiglia, perché “si può essere motori anche restando fermi”. Un serial coraggioso sull’amore alla vita e alla famiglia naturale nel format una di soap-opera. Su MediasetPlay

Il film esprime un no netto all’eutanasia, alla morte procurata per chi sta in coma da vari anni, senza se e senza ma, senza appigli a ipotesi contrarie. In modo del tutto nuovo, non si limita a dire un no ma ci mostra come vivere quando si è detto sì alla vita che continua. Lei è sempre la moglie di Guido, la madre dei suoi quattro figli, funzione che continua ancora a esercitare: “Anna è al centro della nostra famiglia e i nostri figli hanno bisogno di lei”: dice Guido, contrastando la madre di Anna che vuol porre fine a quello che ritiene solo una sofferenza per Anna e per tutta la famiglia. Il marito, i figli e le figlie, vanno da lei quando hanno delle gravi decisioni da prendere, come facevano quando lei poteva rispondere ma lo fanno anche ora perché stando lì, al capezzale del suo letto, come in un confessionale, ne colgono ancora lo spirito. E’ sufficiente la sua presenza per far loro ricordare ancora quei in momenti nei quali ha potuto dare una giusta risposta affettuosa a tutti. L’amore alla vita, in qualunque condizione, diventa tutt’uno con l’amore che circola all’interno della famiglia Borghi. Di fronte alle figlie e ai figli che crescono, a volte papà Guido si sente impreparato e così si confessa: “temo di non farcela senza vostra madre ma se restiamo uniti, se ci diciamo la verità, allora ce la faremo tutti insieme perché si fanno in sacco di cavolate quando si dicono le bugie”. In effetti durante le sei puntate di 115 minuti a episodio, si sviluppano spesso contrasti, incomprensioni ma poi un abbraccio suggella l’unità ritrovata. Il sì alla vita si rende manifesto anche in riferimento alla vita nascente. La sedicenne Sole ha commesso una leggerezza durante un festino dove ha bevuto troppo ed è rimasta incinta. L’incertezza è tanta ma poi, ancora una volta, abbracciare la mamma per chiederle consiglio, diventa risolutivo: “Quando ho poggiato la testa sul petto della mamma, l’ho sentito battere e ho capito che batteva per me. Anche se piccolo piccolo, il suo cuore ha incominciato a battere dentro di me”.

Ovviamente le leggi dell’entertainment vanno rispettate e quanto detto finora costituisce solo lo sfondo emotivo del racconto. Puntata dopo puntata, dobbiamo capire se Agata riesce a scoprire il mistero della morte della madre, se l’ispettore che sta indagando sullo stesso delitto abbia in realtà un secondo fine, su come mai tutti i risparmi della famiglia Borghi siano stati prelevati dalla stessa Anna prima della sua malattia per un fine misterioso e infine: i quattro ragazzi Borghi sono in realtà tutti figli di Anna? Un meccanismo di sospetti e di relative rivelazioni, forse un po’ troppi ma che garantiscono l’attenzione del pubblico.

A nostro avviso ci sono tre osservazioni da fare su questo serial che resta comunque unico per il suo modo schietto e senza tentennamenti, di essere pro-vita e pro-famiglia naturale.

La prima riguarda la relazione che sussiste fra il forte amore espresso verso la vita, in qualunque forma si trovi, e l’amore coniugale. Seguiamo la storia di varie coppie in formazione (di Guido verso Anna avvenuta anni prima, della figlia Francesca verso un simpatico ragazzo). E’ lecito ritenere che un atteggiamento così convinto a favore della vita sia originato da forti personalità che hanno maturato con la mente e con il cuore, una convinta filosofia di vita che fa loro affrontare serenamente le non poche difficoltà che una tale scelta comporta. Il serial invece, in termini di amore coniugale è iper-sentimentale. Una scena risulta significativa: Anna e Guido giovani sono seduti su un prato e Guido si esprime in modo diretto: “sposami!”. Lei ha una risposta molto logica: “ma tu neanche mi conosci!”. Guido ribatte: “Non è che ci si deve conoscere per sposarsi; non basteranno cent' anni per conoscerti bene ma ci si sposa per momenti come questo:  per il sole, per l'acqua, per l' aranciata che stiamo bevendo..”. Si tratta di una risposta che fa tremare i polsi perché in questo modo si rischierebbe di cambiare partner ogni volta che ci si trova a contemplare insieme un romantico tramonto. Lo sviluppo della storia contraddirà in seguito le premesse perché il loro amore si mostrerà solido, pronto ad affrontare qualsiasi difficoltà ma stranamente tutto fa perno su di un iper-romantico sentimentalismo.

La seconda perplessità nasce dal fatto che noi conosciamo la storia vera a cui la fiction si è ispirata: quella di Nazzareno e Angela Moroni, genitori felici di cinque figlie. Quando, nel 1988, Angela, viene colta da un sonno profondo, Nazzareno, d’accordo con le figlie, decide di accudirla in casa, circondata dall’amore della sua famiglia, per 29 anni. Nazzareno, un diacono neocatecumenale, ha commentato in un’intervista, riguardo al tema dell’eutanasia: “non l’ho mai pensato un minuto in vita mia. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Il funerale di Angela è stata una festa perché Angela non è sparita nel nulla, ha iniziato una nuova vita, una vita senza fine, una vita eterna”.

E’ sicuramente molto bello che il serial abbia espresso un forte collegamento fra l’amore per la vita e l’amore per la famiglia naturale: valori che sono naturali ancor prima che soprannaturali ma dispiace un poco che in nessun momento delle sei puntare si faccia cenno al fatto che quei valori naturali sono perfettamente in sintonia con la fede nel Dio dei cristiani.

Infine bisogna riconoscere che il gentil sesso, in questa fiction, non ci fa una bella figura (ad eccezione della generosa Anna) soprattutto in termini di capacità di badare a sé stesse e gestire la loro vita, temi su cui c’è oggi, giustamente, molta sensibilità. La sedicenne Sole, alla sua prima festa importante, dove si beve un po’ troppo, resa incinta; Anna da giovane e in seguito la figlia Francesca, non hanno le idee molto chiare su quale possa essere l’uomo della loro vita: arrivano al punto di indossare (Anna) o di comperare (Francesca) l’abito nuziale salvo poi decidere all’ultimo minuto che a loro piace un altro uomo. Il serial sorvola (meno male) su cosa abbiano provato i fidanzati traditi ma si tratta di situazioni dove viene ancora confermato che l’amore è la sensazione irrazionale di un attimo, il cuore che batte in un momento molto particolare ma non si sa bene perché.

Tutti gli attori sono nella parte ma una menzione speciale va data a Matteo Oscar Giuggioli nella parte di un Jacopo sensibile e ribelle e a Stella Egitto in quella della fidanzata tradita da Guido, metà maliarda e metà strega. Raoul Bova appare un po’ troppo melanconico e meditativo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SOUND OF METAL

Inviato da Franco Olearo il Gio, 06/17/2021 - 07:26
 
Titolo Originale: Sound of Metal
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Darius Marder
Sceneggiatura: Darius Marder, Abraham Marder
Produzione: Caviar, Flat 7
Durata: 120
Interpreti: Riz Ahmed, Olivia Cooke, Paul Raci

Ruben è un batterista e la sua ragazza Lou è una cantante. Vivono in un camper e si spostano da una città all’altra degli U.S.A. per partecipare a concerti heavy-metal.  E’ una vita nomade, spesso sniffano qualcosa ma i due si amano e vivono la vita che a loro piace. Un giorno Ruben si accorge di aver perso l’udito. Si rifiuta di credere che quella vita che aveva costruito con tanta passione, sia finita. Scopre che forse un’operazione chirurgica potrebbe fargli recuperare parte dell’udito. Lou sa che lui spera l’insperabile e rischia di ricadere nella tossicodipendenza. Gli organizza un incontro con una comunità di non udenti e per evitare che non abbia ripensamenti lo lascia per tornare da suo padre in Francia. Ruben dapprima riluttante, entra in comunità, impara il linguaggio dei segni, si fa benvolere ma non ha mai perso la speranza di poter tornare a suonare e decide quindi di rischiare il tutto per tutto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Due innamorati sanno affrontare i loro problemi ponendo avanti tutto il bene dell’altro; un uomo scopre la sua vocazione: quella di aiutare i non udenti come lui, a comprendere che non si tratta di una menomazione ma di una diversità.
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Scene intime senza nudità, riferimenti alla tossicodipendenza e all’alcolismo senza dettagli.
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che costruisce magnifici dialoghi, una sapiente regia che ci fa immedesimare nelle ansie di Ruben. Due premi Oscar 2021
Testo Breve:

Ruben e Lou formano un complesso heavy-metal e girano gli USA con un camper. Un giorno, Ruben diviene completamente sordo. C’è ancora speranza di guarire con interventi molto costosi che non si può permettere? Occorre rassegnarsi e unirsi a una comunità di non udenti? Un dramma su importanti scelte esistenziali magnificamente scritto, realizzato e interpretato. Su Prime Video

Joe guida la comunità dei non udenti dove si è rifugiato Ruben. Anche lui aveva perso l’udito durante la guerra del Vietnam ma poi era riuscito ad accettare la sua nuova condizione e a comprendere che la sua missione sarebbe stata quella di  insegnare anche agli altri a vivere serenamente quella loro particolarità.   Ruben entra nel suo ufficio: Joe aveva avuto modo, nei mesi precedenti, di apprezzare la sua progressiva integrazione nel gruppo e gli aveva anche proposto di diventare un suo collaboratore ma sa anche che Ruben si è assentato per qualche giorno e capisce che qualcosa è cambiato. Ruben gli mostra le fasciature dell’intervento preliminare che ha subito (ha venduto il suo camper per questo), è in attesa di quello definitivo ma non ha più soldi. Ruben usa toni manipolativi, sdrammatizza la situazione, chiede in prestito la cifra che gli manca promettendo di restituirla al più presto.  Joe è profondamente deluso: Ruben si è fatto nuovamente travolgere da speranze che non esistono, non riesce a staccarsi da ciò che lui è stato e che ora non è più. Il volto di Joe è serio ma tranquillo, dice ciò che deve dire con molta calma, in modo da non essere frainteso.

E’ questo uno dei momenti culminanti del racconto, ben costruito dopo che abbiamo imparato a conoscere i due personaggi  e diciamo subito che ci troviamo di fronte a un film di alta qualità. Non a caso ha avuto sei candidature all’Oscar 2021 (due vinti: miglior montaggio e miglior sonoro), più altri premi in altri festival per le interpretazioni di Riz Ahmed e Paul Raci. Premi meritati non solo per la bravura dei protagonisti e per le capacità tecniche del regista Darius Mander (capace di farci immergere nelle condizioni di Ruben, facendoci percepire, fisicamente, lo stesso silenzio in cui vive Ruben) ma per l’intensa ricostruzione di realtà umane nelle quali ognuno di noi si può immedesimare. Il disadattamento di Ruben è sicuramente il tema portante: il suo oscillare fra la scelta di adattarsi con docilità alla nuova condizione in cui si trova e quella di ritenere invece giusto ribellarsi contro il destino. Ma anche la relazione fra lui e Lou è raccontata con grande intensità: hanno vissuto a lungo insieme, ma proprio perché si amano veramente, debbono cercar di comprendere quale sia il vero bene per l’altro e soffrono pensando che la giusta conclusione possa essere il separarsi. Si tratta di relazioni interpersonali sviluppate attraverso colloqui molto ben costruiti che non scivolano mai nel melò ma si mantengono a un alto livello di realismo.

Siamo molto lontani dal terribile film ucraino The tribe, dove un gruppo di ragazze e ragazzi adolescenti sordomuti copriva la propria diversità con la prostituzione e le rapine agli anziani; qui molto spazio è lasciato alle iniziative di recupero che si attuano nella comunità di Joe e non da ultimo, anche se in modo discreto, affiora il tema della fede. Lo ritroviamo nella preghiera che viene detta ad ogni inizio di seduta collettiva,  in quel “riposo” che prova Joe nel continuare nel riflettere ogni giorno in silenzio sul significato della sua missione e nello sguardo  di Ruben rivolto al campanile della chiesa che ha di fronte, quando si accorge che non può gestire la vita a suo totale arbitrio ma ha bisogno di aiuto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'AMICO DEL CUORE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/07/2021 - 11:42
Titolo Originale: Our Friend
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Gabriela Cowperthwaite
Sceneggiatura: Brad Ingelsby
Produzione: Black Bear Pictures, STX International, Scott Free Productions
Durata: 124
Interpreti: Casey Affleck, Dakota Johnson, Jason Segel, Isabella Kai,

A Fairhope in Alabama, Matt ha un posto come articolista per il giornale locale mentre la moglie Nicole è un’attrice di teatro. Nel 2013 lei è a letto davanti a Matt che l’ascolta. Dopo un anno da quando a lei è stato diagnosticato il cancro, sono stati informati che la malattia è terminale e forse le restano sei mesi di vita. I coniugi discutono su come dare la notizia alle loro due figlie, Mollie ed Evie. Decidono, per il momento, di costruire una pietosa bugia. Dane è amico di lunga data di entrambi ed è quasi un zio per le bambine. Ha qualche settimana libera e si offre restare da loro per aiutarli; Matt finisce per accettare ma Dave non ci resterà solo qualche settimana…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un forte affetto familiare, una calda amicizia, consentono di sostenere l’impatto di una tragedia che non trova spiegazione ma che viene gestita al meglio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene cariche di tensione
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei tre protagonisti, nessuno dei quali prevale sugli altri; una regia sensibie ai risvolti umani anche se la storia appare un po’ complessa nei suoi continui flash back/forward
Testo Breve:

Matt e Nicole sono sposati con due figlie ma vengono informati che lei ha un cancro terminale. Un loro grande amico decide di dedicarsi interamente al loro sostegno. Un storia vera molto umana e ben raccontata , che non  eccede nel patetico. Su Prime Video

La storia è assoluamente vera, basata sull’articolo scritto da Matthew Teague nel 2015 su Esquire. E’ accaduto proprio quanto viene descritto: di fronte a una famiglia che deve affrontare un lungo, doloroso periodo, l’amico comune Dave si offre di supportarli vivendo con loro fino a quando sarebbe stato necessario. Nella sequenza iniziale, quando Nicole e Matt si trovano a discutere come gestire al meglio gli ultimi sei mesi di vita di lei, c’è il rischio che si arrivi troppo rapidamente a una conclusione sbagliata: che si stia assistendo a un altro film strappalacrime sugli ultimi mesi di una persona malata di cancro. In realtà il tema della malattia non è quello portante ma è l’amicizia. Significativamente il titolo originale è Our friend, l’amico di entrambi. Sempre allo scopo di allentare la tensione, il film avanza con continui flashback, per evitare che il dramma si concentri tutto alla fine, in modo di aver tempo di raccontare come l’amicizia si sia progressivamente formata, non solo di Dave con Matt ma anche con Nicole. 

Il tema di come l’amicizia possa essere un potente lenitivo di fronte alla morte imminente, è stato già esplorato in opere recenti.  Nel francese Il meglio deve ancora venire (2019) due amici dai tempi del college fanno cose pazze, sempre desiderate ma mai portate a compimento, perché è probabile che uno dei due sia un malato terminale; una situazione molto simile si trova nell’americano Non è mai troppo tardi (2008). Anche in quest’ultimo film, Nicole porta a compimento una serie di desideri non ancora realizzzati ma le motivazioni dell’amico che compie un gesto così generoso sono più complesse.  Molte recensioni scritte su giornali americani hanno tenuto a sottolineare che non ci si trova davanti a un santo, non si tratta di un Cristian Film. Dave aspira a diventare un comico ma poi fallisce e si adatta a fare il commesso di un negozio; anche la ragazza con cui stava avviando una relazione finisce per lasciarlo perché non comprende come lui “perda tempo” ad aiutare un amico invece di pensare a costruire il suo futuro. Sono per Dave momenti di grande depressione e lo vediamo vagare solitario per il grand canyon con lo zaino in spalla (notevoli le affinità con il recente Nomadland: sembra che in U.S.A. quando si attraversano momenti di incertezza e sbandamento, una soluzione sia quella di vagare solitari per il deserto). E’ proprio partendo da un vuoto di vita assoluto che Dave trova un appiglio nel sentirsi utile nei confronti di chi si fida di lui, ha per lui affetto). Le motivazioni sarebbero state quindi soprattutto psicologiche, niente religione, niente ideologia umanitaria. Tuttavia, possiamo parlare lo stesso di religione anche se un po’ particolare: possiamo definirla religione del’umano.  Cioè il credere che l’uomo sia al centro di tutto e che trovi le giuste risposte in se stesso, nel momento in cui si trova intimamente appagato. Un appagamento che può anche voler dire desiderare di sentirsi utile verso gli altri. Nel caso narrato non si è trattato di adesione a principi assoluti di solidarietà umana ma di una positiva coincidenza fra una famiglia che aveva biogno di aiuto e di una persona che aveva in se’ un vuoto da riempire. Il racconto, proprio per evitare che il film sottintendesse motivazioni ideologiche, ci tiene a sottolineare le imperfezioni dei tre protagoniti (Matt troppo concentrato a fare carriera a discapito della famiglia, Nicole che si concede un’avventura amorosa) proprio per porci davanti a persone qualunque, come noi, ma colpite da una terribile malasorte, che comunque cercano di affrontare con il meglio della loro umanità.

La regista Gabriela Cowperthwaite è brava proprio in questo: nel caratterizzare i tre protagonisti, nei loro momenti di abbracci, di rabbia, di pianto, nei momenti allegri. Molto bravi i tre protagonisti, in particolare, Casey Affleck, che dopo il Manchester by the sea si è come specializzato nel trattare, con sensibilità, crisi familiari.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLUE MIRACLE - A PESCA PER UN SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/07/2021 - 10:15
 
Titolo Originale: Blue Miracle
Paese: U.S.A.
Anno: 2021
Regia: Julio Quintana
Sceneggiatura: Chris Dowling Julio Quintana
Produzione: Third Coast Content, Endeavor Content, Mucho Mas Media
Durata: 95
Interpreti: Dennis Quaid Jimmy Gonzales Anthony Gonzalez Dana Wheeler-Nicholson Fernanda Urrejola

Cabo San Lucas, in Messico, anno 2014. Omar gestisce, assieme a Becca, sua moglie, Casa Hogar, un centro di accoglienza per ragazzi senza famiglia. Anche Omar ha vissuto da ragazzo per strada vivendo di lavoretti che gli dava la malavita locale ma poi era riuscito a uscire da quell’ambiente e aveva deciso di aiutare, con sua moglie, ragazzi che si trovano in quella sua stessa situazione. Dopo un furioso uragano, Casa Hogar non riesce a far fronte ai lavori necessari e ai suoi debiti. Le donazioni private non sono sufficienti ma un amico gli suggerisce di partecipare con alcuni dei suoi ragazzi al Torneo annuale di Bisbee Black & Blue, la competizione di pesca sportiva più importante del paese. Se vincesse il premio avrebbe abbastanza soldi per risolvere tutti i suoi problemi. Omar non ha mai pescato professionalmente ma decide ugualmente di salire con i suoi ragazzi sulla barca del capitano Wade, che ha già vinto due volte il trofeo; peccato che ora sia un vecchio che non ha più fiducia in se stesso..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Giovani e adulti, pur tentati di prendere strade sbagliate per risolvere i loro problemi, comprendono che la soluzione giusta è quella di compiere il bene, anche perché c’è lassù Qualcuno che non ci abbandona
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Belle riprese marine, nella parte tutti i personaggi, lo sviluppo della storia è un po’ didascalico ma è proprio la soluzione che può andar bene per un pubblico di piccoli e di grandi
Testo Breve:

Omar gestisce una casa di accoglienza per ragazzi raccolti dalla strada. Cercheranno di trovare i soldi di cui hanno bisogno in una gara internazionale di pesca. Un film particolarmente adatto  ai ragazzi che piacerà anche agli adulti, dove tante sfide etiche vengono felicemente risolte. Su Netflix

Omar, pur avendo accettato di partecipare alla gara di pesca, sa che le possibilità di vincere sono minime. Per questo ascolta con attenzione una sua vecchia conoscenza dei tempi in cui viveva nei quartieri pericolosi della città, che gli sta offrendo un lavoretto che gli consentirebbe di risolvere i suoi problemi finanziari. Il capitano Wade ha trovato una soluzione per vincere barando: comperare un marlin blu già pescato e far credere che sia stato lui a catturarlo. Moco, un ragazzo arrestato dalla polizia per aver rubato un orologio, non sa se continuare la sua vita da vagabondo o accettare la proposta di papà Omar di unirsi agli altri ragazzi della sua casa. Il film è disseminato di dilemmi etici di questo tipo. Si può dire sia il tema dominante. Il percorso che i personaggi compiono, tortuoso e incerto all’inizio, approda alla giusta soluzione non solo per il bene di loro stessi ma per la palese conclusione che noi non siamo mai soli, abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri e dare il buon esempio è il metodo più convincente per convertire al bene chi è ancora incerto. Non è esente, tutto il racconto, di un richiamo a una speranza soprannaturale, il pensare che anche nelle peggiori situazioni, ci sia Qualcuno che ascolta le nostre sofferte indecisioni e che ci vuole aiutare.

Un film troppo buonista? Probabilmente si, ma allora come mai, sicuramente ai ragazzi ma anche ai genitori, di fronte a un finale così felice ma anche così noiosamente prevedibile, ci scappa un po’ di commozione? Si tratta di un film a tesi, che ha una filosofia di vita da dimostrare e costruisce gli avvenimenti al solo scopo di arrivare a una conclusione voluta? Probabilmente si ma allora come mai le linee essenziali della storia sono rigorosamente vere? Nel 2014 un gruppo di ragazzi di casa Hogar vinse il trofeo senza aver mai pescato in vita loro e i soldi guadagnati furono impiegati non solo per riparare la casa di accoglienza ma  di aumentarne la capacità, consentendo di aprire anche un settore femminile.

Intense e vere sono le sequenze iniziali, che ci mostrano una qualunque convulsa giornata di Omar e Becca. Omar che corre nei bassifondi della città per ritrovare un ragazzo che è ritornato nel suo quartiere, Becca che prepara il pranzo per tutti quei ragazzi e ha parole di conforto per chi si sente melanconico, la polizia che consegna a Omar un giovane ladruncolo a cui spetterebbe andare in prigione: il tutto va avanti grazie alla serena follia dei due coniugi che sanno di fare ciò che è giusto e bello. E’ una premessa essenziale per comprendere che si sta trattando un tema molto serio che però non diventa mai angoscioso: tutti i ragazzi sono ritratti nella loro curiosa e divertente originalità e il racconto devia presto su un bellissimo mare blu, quello davanti alle coste della Bassa California, dove si svolge la gara di pesca. La storia di questi ragazzi e degli adulti si intreccia non a caso con l’antichissima arte della pesca. Un’arte dove non bisogna aver fretta ma pazienza e fiducia, quella stessa  che consente a Omar, giorno dopo giorno, di trasformare quei ragazzi che lo chiamano papà e al capitano Wade di accorgersi che è tempo di rimettere in ordine la propria vita. Qui interviene l’attore più conosciuto, Dennis Quaid, nei panni di un burbero vecchio dalla barba incolta;  si comprende subito che non è cattivo ma che si porta dentro la tristezza di una vita spesa male per coltivare sogni che non si sono realizzati e a trascurare affetti che lo avrebbero salvato.

Una storia incantevole e felicemente vera: per chi è interessato può conoscere la storia vera a questo link

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CRESCENDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/26/2021 - 15:27
 
Titolo Originale: Crescendo
Paese: GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Dror Zahavi
Sceneggiatura: Stephen Glantz, Volker Kellner, Marcus O. Rosenmüller, Johannes Rotter, Dror Zahavi
Produzione: CCC FILMKUNST
Durata: 109
Interpreti: Peter Simonischek, Bibiana Beglau, Sabrina Amali, Daniel Donskoy

Eduard Spork è un bravissimo direttore d’orchestra tedesco. Riceve un ingaggio per formare e dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Le audizioni vengono organizzate a Tel Aviv: se gli israeliani accorrono con facilità, i palestinesi devono affrontare lunghi viaggi, superare i check-point per raggiungere il luogo della selezione. Obiettivo del gruppo è preparare un concerto a conclusione del nuovo tentativo di accordo per la fine dello scontro israelo-palestinese.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
“Un nemico è solo qualcuno di cui ancora non conosci la storia”, afferma il maestro d’orchestra. Un impegno concreto per avvicinare giovani di due popoli in conflitto con il fascino condiviso della musica
Pubblico 
Pre-adolescenti
Nudità senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
I giovani attori (realmente palestinesi e israeliani) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso. La regia riesce a far emozionare senza facili buonismi
Testo Breve:

Per festeggiare un prossimo, sperato, trattato di pace, un maestro d’orchestra viene ingaggiato per dirigere un ensamble di giovani musicisti israeliani e palestinesi. Una riflessione non banale, abbellita dalla musica, su cosa possa indurre giovani di popoli in conflitto, a comprendersi e a vivere in pace . Nelle Sale della Comunità

Un film drammatico al termine del quale si desidererebbe trovare scritto: basato su una storia vera. Non perché ci sia una storia avventurosa e a lieto fine, ma perché riesce a dare speranza allo spettatore, la speranza e il sogno di veder collaborare, anche solo per un momento, palestinesi e israeliani.

Quella dei pregiudizi è la prima tematica preponderante. Spork, tedesco, chiamato a fare il direttore di un’orchestra per metà composta da musicisti per metà israeliani e per metà palestinesi. Si crea un clima di sospetto vicendevole, che mette in seria difficoltà l’impresa fin da subito. Pregiudizi che, inizialmente, portano nel microcosmo dell’ensemble le stesse dinamiche che caratterizzano la realtà politica della regione. La rivalità che vede in concorrenza Ron (interpretato da Daniel Donskoy) e Layla (interpretata da Sabrina Amali) per il ruolo di primo violino mostra come la bravura deve fare comunque i conti con il conflitto esistente tra i loro popoli e la storia d’amore che prende il via tra Omar (interpretato da Mehdi Meskar) e Shira (interpretata da Eyan Pinkovitch) non potrà mai ricevere il suo coronamento con delle nozze, perché non riceverebbe mai l’approvazione delle famiglie.

Spork comprende che solo nella condivisione e nella conoscenza reciproca, quel gruppo di ragazzi può diventare un’orchestra. Così, di pari passo con le prove della musica, il direttore cerca di far avvicinare i ragazzi per aiutarli a mettere da parte i loro pregiudizi etnici. Mettersi nei panni degli altri, dirsi in faccia il perché di tanto odio… attività che sembrano più pertinenti a gruppi di auto-mutuo aiuto per la gestione dell’odio che non parte di prove di musica. Eppure, tutto questo funziona. L’equilibrio, pur restando delicato e molto fragile, sembra costruirsi.

Secondo argomento di rilievo, naturalmente, è quello della musica. Musica che diventa il terreno comune, il linguaggio condiviso tanto dai palestinesi quanto dagli israeliani. Potrebbe diventare il ponte per creare quella riconciliazione tanto ricercata e desiderata.

Di grande bravura il cast. I giovani attori (che nella vita reale appartengono al medesimo popolo dei personaggi che incarnano) si distinguono per la loro capacità di portare sullo schermo tanto la passione per la musica quanto la durezza del conflitto in corso.

La capacità di coinvolgimento emotivo della pellicola è notevole. Le occasioni di confronto e di scontro create dal direttore d’orchestra per far sfogare i giovani e poter poi costruire (successivamente) un clima di concordia portano in scena una carica d’odio che non lascia indifferente lo spettatore

Un film che non propone soluzioni concrete al conflitto che da più tempo dilania il Medio Oriente, ma che fa sognare e desiderare questa pace.

Una nota in calce. La scelta di un sottotitolo con un hashtag che strizza l’occhio al più famoso motto sessantottino make love not war rischia di banalizzare un po’ il messaggio della pellicola. In nessun momento, infatti, emergono dai personaggi spinte rivoluzionarie o sovversive, ma sempre con grande delicatezza e realismo vengono ricercate le soluzioni per la costruzione di una concordia e collaborazione capaci di unire le differenze a partire dal terreno comune della musica.

Il film, del 2019, è ora riproposto nelle sale dopo il periodo di chiusura Covid.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CATTIVO POETA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/25/2021 - 08:18
Titolo Originale: Il cattivo poeta
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianluca Jodice
Sceneggiatura: Gianluca Jodice
Produzione: Ascent Film, Bathysphere Productions, Rai Cinema
Durata: 106
Interpreti: Sergio Castellitto, Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Clotilde Courau, Fausto Russo Alesi

1936. Giovanni Comini, da poco promosso federale di Brescia è stato convocato d’urgenza a Roma da Achille Starace, segretario del Partito Fascista. Giovanni ha soggiornato a lungo all’estero, in Francia, ha mostrato anche velleità letterarie e sembra la persona giusta per un incarico molto speciale. Presentarsi al Vittoriale, sul lago di Garda, dove Gabriele D’Annunzio è in ritiro forzato da ormai 15 anni, nelle vesti di rappresentante del partito, pronto a soddisfare qualsiasi suo desiderio ma in realtà con l’intento di controllarlo: il Vate ha ancora un largo seguito ma ci sono troppi sospetti riguardo a un suo dissenso nei confronti della prossima alleanza fra Mussolini e Hitler. Giovanni lascia la sua sede di Brescia e la sua ragazza Lina e arriva al Vittoriale facendo conoscenza con il vasto staff che circonda il Vate. Non può ancora vederlo perché da tre giorni è rimasto rinchiuso nella sua camera...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
D’Annunzio è rappresentato per quello che sappiamo: libertino, dedito a un sesso senza freni, cocainomane ma nei confronti con il giovane federale mostra intatta la sua libertà di pensiero e un po’ di istinto paterno
Pubblico 
Maggiorenni
Alcuni nudi femminili integrali ma statici. Uso di cocaina. Scene di tortura senza dettagli
Giudizio Artistico 
 
Rigorosa ricostruzione degli ambienti e dei costumi degli anni trenta. Prestazione eccezionale di Sergio Castellitto nelle parte di D’Annunzio. Il personaggio del giovane federale risulta più sfumato e contraddittorio
Testo Breve:

Un giovane federale viene mandato al Vittoriale per spiare le intenzioni di Gabriele D’annunzio, ormai vicino alla fine. Una impeccabile ricostruzione della personalità del Vate, più incerta quella del giovane. In Sala

Questo film è stato preparato con molta cura. Molte riprese sono state fatte direttamente al Vittoriale così come a Piazza Venezia e altri ambienti “anni trenta” sono stati ricostruiti ispirandosi fedelmente agli originali. Le persone che hanno formato lo staff del Vate sono esattamente esistite e lo stesso federale Giovanni Comini fu realmente mandato al Vittoriale per controllare D’Annunzio. L’incontro a Verona fra Mussolini e l’eroe di Fiume si è svolto realmente e la frase attribuita a Mussolini: “D’Annunzio è come un dente guasto: o lo si ricopre d’oro o lo si estirpa” fu pronunciata realmente. Il modo di parlare del poeta, le sue frasi sono frutto di un’accurata indagine fatta su i suoi diari e i suoi scritti. 

Questo rigore è risultato fondamentale per riportarci quasi fisicamente al 1936 e raccontarci l’incontro fra due uomini: un grande poeta al  crepuscolo che però ha ancora la capacità di cogliere i segni dei tempi e un giovane federale, convinto del valore del suo impegno politico ma che inizerà, a contatto con il vate,  a veder  vacillate le sue convinzioni.

Il regista e sceneggiatore Ganluca Jodice evita facili cortocircuiti storici, anche se forse sarebbero stati utili per conquistarsi il pubblico; di disegnare cioè un D’Annunzio antifascista. Una lunga sequesta è dedicata, attraverso il racconto di una delle protagoniste, a ricordare i 500 giorni magici della presa di Fiume nel 1919, “l’unica città al mondo governata da un poeta, dove non esistevano divieti nè gerarchie, si poteva divorziare e votavano persino le donne”.  Era quella l’epoca della Vittoria mutilata e indubbiamente D’Annunzio e Mussolini condividevano le stesse idee rivoluzionarie. Il contrasto nacque in seguito come correttamente riporta il film, sul tema dei rapporti con Hitler: con intuito da poeta e non da politico, il vate non vedeva nulla di buono dall’alleanza con quel “ridicolo nibelungo con il ciuffo calato alla Charlot”.

Il ricordo dell’impresa di Fiume ritorna in un incontro del Vate con i reduci di quel glorioso 1919: D’Annunzio, coerente con se stesso, non riesce a vivere in tempi mediocri e trasferisce il suo sgomento a quel gruppo sparuto di seguaci:  “Sono tempi dal cielo chiuso senza nessun indizio di certezza; la tristezza è così densa che non sappiamo più sollevarci a combattere contro l’oppressione”.

Analoghe melanconiche riflessioni vengono da lui espresse su quella che è l’essenza del suo vivere: lo scrivere: “Quando ti nasce un sentimento per qualcosa e una voglia insopprimibile di esprimerla, prendi la penna, scrivi,  poi ti accorgi che quello che avevi immaginato lì sulla carta sembra banale, stupido; il linguaggio rende estraneo ciò che è intimo. Così è per la politica; è il tradimento degli ideali, la buona fede e la passione autentica”.

Se la figura del vate è stato approfondito in tutte le sue sfaccettature e portato sullo schermo dalla “mostruosa” interpretazione di Sergio Castellitto, non possiamo dire lo stesso del federale Giovanni Comini, interpretato da Francesco Patanè. Appare in alcune situazioni contraddittorio e ambiguo, indefinito. Giovanni si accorge con sdegno che nella sede del fascio di Brescia venivano svolti interrogatori-tortura ai sospettati ma è difficile pensare che lui, il capo del fascio locale, ignorasse cosa facevano i suoi gregari; la sua storia d’amore ha risvolti dolorosi ma dopo poche sequenze sembra che tutto sia stato assorbito e può così riprendere le sue normali mansioni. E’ il personaggio che è stato più liberamente “creato” ma risulta troppo profonda la differenza di spessore fra i due protagonisti. E’ indubbio che alcune sequenze siano state inserire per ricordare al pubblico che il fascismo fu pur sempre una dittatura ma le soluzioni adottare risultano un po’ forzate nel contesto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN MANI SICURE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/21/2021 - 19:41
 
Titolo Originale: Pupille
Paese: FRANCIA, bELGIO
Anno: 2018
Regia: Jeanne Herry
Sceneggiatura: Jeanne Herry
Produzione: Trésor Films, Chi-Fou-Mi Productions, StudioCanal
Durata: 110
Interpreti: Gilles Lellouche, Sandrine Kiberlain, Élodie Bouchez

Clara, una giovane studentessa di Brest, arriva trafelata all’ospedale perché è al termine del periodo di gravidanza. Al personale sanitario fa sapere che non intende allevare il bambino. Nasce Theo, un neonato bello e sano; Matilde, un’assistente sociale informa Clara che ha diritto all’anonimato e che ha due mesi di tempo per ritornare sulla sua decisione. Se deciderà definitivamente di non allevarlo, il bimbo sarà considerato un pupillo dello stato e il comune procederà ad avviare la pratica di adozione. Nei due mesi di attesa, il neonato viene affidato a Jean, un operatore familiare molto bravo. Intanto Alice, che non ha potuto avere un bambino dal suo compagno, ha fatto da otto anni domanda di adozione senza ancora aver potuto soddisfare il suo desiderio. La situazione è ulteriormente peggiorata perché nel frattempo si è separata ma le resta un filo di speranza perché la legge sulle adozioni in Francia è stata modificata e vengono accettate anche famiglie monoparentali….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film esalta il valore assoluto di persona che spetta a un bambino appena nato e che merita la massima cura
Pubblico 
Adolescenti
Una rapida scena di incontro sessuale
Giudizio Artistico 
 
Tutti i protagonisti sono perfettamente nella parte; il regista e sceneggiatore Jeanne Herry usa uno stile molto personale, quasi documentaristico per trasmetterci le emozioni che si provano alla nascita di un bambino. Premiato con il Bayard d'Or per la miglior sceneggiatura e la miglior attrice (Élodie Bouchez) al Festival di Namur
Testo Breve:

Theo è nato ma la madre dichiara di   non volere né potere tenerlo; entra in scena lo staff del comune che con cura e professionalità avvia la scelta di chi potrà adottarlo. Il film fatto di tanti, piccoli ma emozionanti passaggi. Su Raiplay

Theo è nato: sta sempre con gli occhi aperti e guarda in silenzio il mondo intorno a sé. E’ lui il protagonista assoluto del film. Le infermiere prima, l’operatore sociale dopo, la mamma adottiva che ancora inesperta cerca di tenerlo in braccio, lo guardano tutti con infinita dolcezza e premura. Le operatrici familiari ricordano alle mamme inesperte che bisogna parlargli continuamente, non certo perché possa capire ma perché lui è in grado di cogliere le emozioni, l’affetto che esprimono le loro parole. Forse è troppo ma quando gli adulti si pongono in stupefatta ammirazione intorno a lui, è inevitabile ricordare la scena dei re Magi intorno al bambino Gesù.

Qualcuno ha detto che è la storia di un incontro fra una donna che desiderava essere madre e un bambino in cerca di una mamma oppure si pone in evidenza il dramma di una ragazza che ha deciso che non vuole e non può allevare il figlio che le è nato (decisione comunque saggia perché almeno non ha abortito). In realtà il perno della storia è solo lui, perché lui è da subito una persona che merita la massima attenzione. Si tratta di una priorità che traspare anche nel lungo processo di selezione alla ricerca della migliore famiglia adottiva: i selezionatori ci possono apparire anche crudeli quando scartano una coppia ma lo dicono chiaramente: il loro compito non è soddisfare una coppia che sente un vuoto nella propria vita ma trovare i genitori più adatti per Theo.   Adottare un figlio non è la stessa cosa che allevare il proprio: quando crescerà essi dovranno sostenere anche discussioni dove lui forse  griderà: “tu non sei mia madre!”. Il secondo protagonista non è una persona ma uno staff, quello dell’organizzazione comunale che si occupa di adozioni. C’è chi deve parlare con la madre che non vuole tenersi il figlio, chi si occupa di selezionare la coppia adottiva, chi si prede in cura il bimbo nei due mesi previsti per un eventuale ripensamento. Lo stile è lo stesso: con calma professionale la loro missione  non è influenzare le decisioni di nessuno ma accompagnarli in quei momenti così cruciali per la loro vita, sia per chi abbandona che per chi adotta. Ci vengono presentati anche spezzoni di vita privata (scorci della vita coniugale di Jean; l’amore non corrisposto di una delle operatrici; il lavoro a teatro di Alice) ma hanno ben poco peso nel complesso della storia. Il regista ha scelto un approccio quasi documentaristico ed evita perfino le tecniche più classiche della sceneggiatura: costruire un antagonista per aumentare la drammaticità della storia, sviluppare un crescendo che porti a un emozionante punto di svolta verso la fine: l’approccio è soprattutto contemplativo, cura nei dettagli concreti che proprio per il tema trattato, diventano tutti emozionanti.

Bisogna riconoscere che i film francesi attribuiscono sempre un grande valore a servizi pubblici di tipo umanitario: in Lo scafandro e la farfalla, il personale sanitario eccelle nella cura di un paziente paralizzato; nel Medico di campagna viene sottolineato il valore, professionale e umano, di un lavoro ben fatto; in Essere e avere viene evidenziato  il prezioso lavoro di un coraggioso insegnante multiclasse in uno sperduto paese di montagna;  si potrebbe continuare. A quando anche in Italia un bel film sul tema delle adozioni?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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