Dramma

AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 21:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SAPIENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2019 - 21:22
 
Titolo Originale: La Sapienza
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura: Eugène Green
Produzione: LA SARRAZ PICTURES, MACT PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro

A 50 anni, Alexandre Schmidt è un architetto francese ormai affermato che però decide di rinunciare a un prestigioso progetto perché si rifiuta di dar seguito alle richieste della committenza: radere al suolo ciò che prima era stato costruito. Alexandre decide che il modo migliore per impiegare il tempo che ora si trova a disposizione sia andare a Stresa e poi a Roma per scrivere un saggio sulle opere del Borromini. Sarà l’occasione per rinnovare su prospettive diverse a sua passione di costruttore, da tempo affievolita. La moglie Alienor decide di accompagnarlo: fra di loro è rimasto solo un civile rispetto, dopo un tragico evento che ha messo alla prova la loro unità coniugale. A Stresa incontrano due giovani fratelli, Goffredo e Lavinia; il primo prossimo agli studi di architettura, la seconda afflitta da una strana malattia nervosa che la costringe a restare spesso a letto. Alienor decide di recuperare il suo senso materno ormai affievolito restando a Stresa con Lavinia, mentre Goffredo accompagnerà Alexandre in Italia alla scoperta del Borromini....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un architetto che inizialmente si dichiara un materialista, scopre che la sua ispirazione resta incompleta se non inserisce la forza di una luce soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Eugène Green si avventura su temi alti, difficili da esprimere cinematograficamente. Un esercizio interessante ma riuscito a metà
Testo Breve:

Raiplay ha compiuto questo interessante recupero di La sapienza, sulla storia di un architetto che cerca la sua ispirazione professionale e la trova nelle forme spirituali del Borromini. Un film non per tutti i palati riuscito a metà

Alexandre, durante un discorso di ringraziamento in occasione di un premio ricevuto come riconoscimento alla sua opera, si era dichiarato un materialista, impegnato nei valori della laicità francese.    Si era sempre rifiutato di erigere delle chiese di qualsiasi religione; sono le fabbriche – a suo dire - le cattedrali del mondo moderno. Si tratta però di un’auto etichettatura che non rispecchia appieno il suo sentire: ne è una riprova l’ammirazione che Alexandre dice di nutrire per l’architetto Borromini e in particolare per come ha realizzato la chiesa di sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Si tratta di uno spazio spirituale, come lui stesso lo descrive, che punta verso l’assoluto, attraverso una progressione che percorre prima lo spazio dimora degli angeli e infine si protende verso lo spazio divino, verso la sorgente della luce.

Alexandre ammira anche il Bernini, di cui apprezza quello stile particolare che gli consente sempre di imbrigliare forme dinamiche all’interno di figure geometriche, secondo una razionalità che sente in sintonia con una sensibilità francese e lui stesso si dichiara un Berniniano, ma non può fare a meno di riconoscere che il Borromini riesce a trasmettere qualcosa di più profondo anche se non è in grado di cogliere l’essenza della sua aspirazione.

Il suo giovane amico, aspirante architetto, ha invece le idee molto chiare: essere architetti vuol dire creare spazi da riempire di gente e di luce. La luce deve costituire una “presenza”, una presenza divina che può essere percepita da chi è credente ma anche da chi non lo è. Un’opera architettonica deve diventare “un tempio per tutte le religioni”.

Come si può vedere da questi brevi cenni della trama e delle conversazioni, il regista e sceneggiatore Eugène Green “punta in alto, affronta tematiche intellettuali impegnative che necessitano di una forma narrativa adeguata, un modo per riuscire a raccontare cinematograficamente non in prosa ma in poesia questa ricerca della sapienza e della bellezza. Ecco che il parlare dei protagonisti ha una cadenza lenta e solenne, guardando direttamente verso la telecamera. C’è abbondanza di piani fissi, gesti ieratici e lente carrellate lungo le pareti di diverse opere del barocco italiano per riuscire a coglierne la dinamica delle forme ma anche la serenità e la solarità delle sponde del lago Maggiore.

Si tratta quindi di un film non per tutti i palati ma interessante, a nostro avviso almeno nel  modo con cui il protagonista lotta interiormente nel dover scegliere fra un armonico e chiuso razionalismo (in termini architettonici: il cerchio e l’ellissi) e altre forme che esprimono una spinta verso l’alto, verso il trascendente.

E’ sintomatico il transito di Alexandre e di Goffredo per Torino e la loro analisi della Sindone; Anche se  riferisce a Goffredo che in base ad alcune analisi effettuate, il tessuto va datato intorno al  XII secolo, Alexandre si dichiara sinceramente turbato, come uomo e come architetto, da quel volto e da quei segni di sofferenza che provengono da un lontano  passato. Solo dopo una prolungata vicinanza con Goffredo, che non è appesantito, come lui, dalla sfiducia e dalla sofferenza che gli hanno procurato alcune vicende personali, comprende perché l’architettura del Borromini attrae tanto il suo animo: l’architetto ticinese  sembra aver trovato una perfetta armonia fra la sapienza  e la spinta verso l’infinito. Sembra forse pronto a concludere che fra i due elementi non c’è alcuna contraddizione, ma che la Sapienza è esattamente espressione del Divino, come viene ricordato fin all’inizio del film, citando La Bibbia:

La sapienza ..è  un riflesso della luce perenne (Sapienza 7,26)

L’obiettivo del regista è stato sicuramente ambizioso, un obiettivo raggiunto a metà, non solo per la forma narrativa scelta ma per certe libertà autoriali che si è concesso: una parentesi comica fuori luogo e un po’ razzista (ai danni di un turista australiano); il cameo interpretato dal regista stesso nei panni di un rifugiato caldeo, una rapida incursione nella  psicologia con l’inspiegabile malattia debilitante di Lavinia.

Il film è disponibile sulla piattaforma Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNA GIUSTA CAUSA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/04/2019 - 09:14
 
Titolo Originale: On the Basis of Sex
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Mimi Leder
Sceneggiatura: Daniel Stiepleman
Produzione: AMBLIN PARTNERS, GORDONSTREET PICTURES, ROBERT CORT PRODUCTIONS
Durata: 120
Interpreti: Felicity Jones, Armie Hammer, Justin Theroux, Kathy Bates

Alla fine degli anni ’50, Ruth Bader Ginsburg, già sposata e con una figlia piccola, è una delle prime donne ad esser iscritta alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Harward. La sua vita non è facile perché l’ambiente universitario è ancora pieno di pregiudizi nei confronti delle donne e inoltre suo marito si è gravemente ammalato. Lei inizia così a frequentare in parallelo anche le lezioni del secondo anno, dove suo marito è iscritto, per permettergli di studiare. Una volta laureata, non riesce a trovare un solo studio di New York disposta ad accettare una donna come avvocato. Rassegnata, diventa professoressa universitaria e insegna una materia che le sta molto a cuore: le discriminazioni in base al sesso che le leggi di quel tempo ancora convalidavano…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un marito e una moglie riescono sempre a spalleggiarsi anche nei momenti più difficili. La virtù della fortezza di Ruth che non si lascia scoraggiare ma si batte per dei principi che ritiene giusti
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura molto ben costruita riesce ad sviluppare una storia basata su un conflitto di idee senza mai riuscire a stancare
Testo Breve:

La storia vera di Ruth Bader Ginsburg, fra le prime donne a laurearsi in legge, che dovette superare tutti i pregiudizi del tempo nei confronti della donne fino a diventare un giudice costituzionale Un interessante storia di idee e di una famiglia affiatata

Può interessare la storia di due primi della classe, marito e moglie, appassionati di legge, (lei prima nel suo corso ad Harward e prima in quello alla Columbus, lui uno dei più giovani e brillanti avvocati tributari di New York) che passano il tempo a dibattere questioni di legge?

Può appassionare un film che sembra scritto per degli avvocati o dei giudici, dove si entra nel dettaglio, nelle sue due ore di durata, dei meccanismi che regolano la giurisprudenza americana?

Il film ci riesce, perché ci racconta anche la storia di una famiglia molto affiatata, dove marito e moglie si sostengono a vicenda con convinzione, nella buona e nella cattiva sorte e perché riesce ad appassionarci alle difficoltà che affronta Ruth, una donna di indubbio talento, per “scalare la montagna”, cioè riuscire a smontare pezzo per pezzo, le centinaia di leggi (in U.S.A. si applica la common law, quindi non c’è un codice di riferimento) che ancora negli anni ‘70,  stabilivano diversi diritti e doveri in base al sesso.

Il personaggio di Ruth è molto ben tratteggiato (un po’ meno quello del marito), il film è la biografia romanzata di un noto giudice donna della corte costituzionale (compare brevemente alla fine del film) della quale viene mostrato il cuore indomito nelle tante battaglie affrontate ma anche l’equilibrio di saper riconoscere quando è inutile insistere e di accontentarsi di una piccola vittoria al momento invece di desiderare tutto subito.

Il film è interessante, oltre che per la bella storia in sé, anche perché solleva problematiche che è giusto dibattere: ne citiamo solo due.

Di fronte a una causa difficile da vincere, la si affronta perché si è convinti dei principi che si vogliono difendere o piuttosto perché è un’occasione irrinunciabile per raggiungere la notorietà da tanto tempo desiderata? In effetti è proprio questa l’accusa che gli avversari rivolgono a Ruth, per scardinare le sue tesi. È inutile dire che non c'è una risposta univoca ma nel caso di Ruth la sceneggiatura dà una risposta chiara: occorrono entrambi, giusti principi e una giusta ambizione. Il riconoscimento del principio di parità uomo-donna davanti alla legge era molto difficile da perseguire e lei è stata la persona giusta, perché occorreva tutta la determinazione e la sicurezza di cui era dotata, che le scaturiva dalla sua profonda preparazione.

Più delicato è l'altro tema: fino a che punto si può dire che l’uomo e la donna siano per natura diversi e che quindi la legislazione deve riflettere questa complementarietà oppure debbono avere gli stessi diritti e accedere alle stesse opportunità? Gli avversari di Ruth disegnano scenari apocalittici: prevedono bambini trascurati, mamme in ufficio o alla catena di montaggio, uomini e donne che competono per lo stesso lavoro, riduzione dei salari a causa della maggiore concorrenza, aumento dei divorzi e lo sgretolamento dei fondamenti della società americana. Ruth è stata pronta a rispondere: quando studiava all’università di Harward non c’erano neanche i bagni per le donne; sul lavoro non potevano fare gli straordinari e i giudici erano solo dei maschi.

Il film presenta una risposta chiara a questi dubbi. le leggi debbono seguire l’evoluzione della società. C’è uno stretto legame fra la legge e la cultura di un popolo e i giudici debbono adeguarsi, non certo alle mode correnti (né tanto meno anticiparne di nuove) ma alle onde lunghe dell’evoluzione dei costumi. In effetti Ruth riuscì a vincere la sua prima causa contro le discriminazioni uomo-donna solo negli anni ’70, nel pieno delle contestazioni studentesche.

Il limite della legge è proprio questa: cessa di difendere dei principi quando questi non sono più rispettati dalla maggioranza. Il modo con cui ogni singolo individuo, nel caso specifico una donna, possa riuscire a conciliare le mansioni che derivano dalla sua natura, in particolare partorire e allevare figli e svolgere lavori anche onerosi al pari di un uomo, viene lasciato alla coscienza del singolo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LIKEMEBACK

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/31/2019 - 19:41
Titolo Originale: Likemeback
Paese: ITALIA, CROAZIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo Guerra Seràgnoli
Sceneggiatura: Leonardo Guerra Seràgnoli
Produzione: ESSENTIA, NIGHTSWIM, INDIANA PRODUCTION COMPANY CON RAI CINEMA, COOPRODOTTO ANTITALENT PRODUKCIJA
Durata: 80
Interpreti: Denise Tantucci, Angela Fontana, Blu Yoshimi, Goran Markovic

Lavinia, Carla e Danila sono tre ragazze che hanno finito il liceo e si godono una vacanza fra le isole della Croazia in barca a vela con skipper, un dono generoso da parte della madre di Carla, la più studiosa, che pensa di trascorrere quella vacanza preparandosi all’esame di ammissione all’università. Lavinia è la più sicura di se’ e si vuole godere la vacanza mentre Danila è tutta concentrata nel fare il maggior numero di foto da postare su Instagram: vuole assolutamente raggiungere i 30.000 followers..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Encomiabile l’impegno del regista di ricostruire gli effetti che si determinano in tre ragazze sul finire dell’adolescenza, a causa di una totale dipendenza dai social network . Un tentativo non completamente riuscito che evidenza la superficialità di tre ragazze ma non spiega pienamente le ragioni del loro comportamento
Pubblico 
Maggiorenni
Numerosi nudi femminili. Relazioni amorose di una sola notte. Impiego di sostanze stupefacenti in discoteca
Giudizio Artistico 
 
Un film sperimentale nella messa in scena, nella sceneggiatura, nelle riprese, che tradisce una certa impostazione intellettuale
Testo Breve:

Tre ragazze in barca per passare l’estate del dopo maturità. Un film di denuncia sulla dipendenza dai social network riuscito parzialmente

Danila scatta una foto a Lavinia mentre sta dormendo a sua insaputa e la posta su Instagram. La mattina dopo Lavinia va su tutte le furie: postando un’immagine improvvisata in questo modo, rischia di rovinare il suo livello di Like. Si calma solo quando si accorge che i commenti dei followers sono positivi: hanno apprezzato un’immagine così spontanea. Indubbiamente l’idea di mettere a fuoco la dipendenza della generazione Z dai media è particolarmente stimolante e degna della massima attenzione ma le scelte del regista e sceneggiatore Leonardo Guerra Seràgnoli lasciano perplessi. Tre ragazze si trovano nell’estate del dopo maturità, raccontata in tanti e tanti film a iniziare dai fratelli Muccino (L’estate addosso, Che ne sarà di noi). Cosa ci fanno queste tre ragazze, da sole in una barca (c’è un solo maschio con loro: lo skipper) lungo le coste della Croazia? Perché non hanno organizzato la vacanza più entusiasmante della loro vita con i loro amici, con il loro ragazzo? Si può rispondere che il viaggio in barca è una metafora dell’incomunicabilità nella quale le ragazze si sono autoescluse. Ogni tanto parlano dei loro ragazzi ma li qualificano con distacco, attraverso gli sport che praticano, le loro manie, sembrano quasi quei brevi profili che appaiono su Facebook. In questo film ci sono solo loro, il mare blu e il cellulare. In effetti è il cellulare, il vero protagonista della storia, che deve subito esser rimesso in carica appena dà segni di esaurimento e quando cade in mare, come accade a Carla, si determina una vera e propria tragedia. Le ragazze attraversano paesaggi incantevoli ma per loro sono solo un’occasione per fare un nuovo selfie, non per comunicare con qualche persona a loro cara, ma per accrescere il livello di apprezzamento raggiunto presso tanti anonimi followers. La più fragile di tutte è Danila, che si riprende in pose sempre più audaci per aumentare il proprio indice di gradimento ma poi, quando sbarca su un’isola e passa la serata in una discoteca, è inesperta nei rapporti umani e non sa come gestire i ragazzi che incontra. Il film ha un profilo sperimentale e Il regista ha voluto essere originale sia nelle inquadrature che nella sceneggiatura. Anche le tre ragazze hanno collaborato alla stesura del testo per cercare di ricostruire il modo di parlare degli adolescenti (ma il modo con cui si sovrappongono nel parlare, rende spesso poco intellegibile cosa dicono) e in effetti il loro chiacchierare libero, le inquadrature come se fossero improvvisate attraverso telefonino, consentono allo spettatore di sentirsi in barca con loro. Il problema di questo film è che tutto si esaurisce in questa novità. Dopo essersi immersi nel cielo e nel mare della Croazia, dopo aver ascoltato le ragazze che parlano fra loro, prendono il sole e postano continuamente foto, succede poco altro, tranne una turbativa finale che non vogliamo rivelare.. Le varie tecniche escogitate dall’autore per realizzare un nuovo cinema-verità non costituiscono la base per una narrazione ma si richiudono in se stesse. Si potrebbe dire che il film ha comunque il merito di denunciare l’alienazione che si raggiunge quando diventa più importante la vita virtuale che si vive dentro un telefonino che quella reale, ma questa conclusione appare parzialmente corretta. Quella dipendenza dal cellulare è una causa o un effetto di una vita impostata alla massima superficialità? Sappiamo molto poco di queste ragazze ma concludiamo che hanno pochi amici e relazioni fragili, sono dei Narciso che contemplano la loro immagine nel vetro di un cellulare, hanno poco pudore e apprezzano gli incontri di una sola notte. Forse, in questo film a tema, manca la presenza di personaggi fatti di carne e ossa.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA MIA SECONDA VOLTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/26/2019 - 15:32
 
Titolo Originale: La mia seconda volta
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Alberto Gelpi
Sceneggiatura: Fabrizio Bozzetti
Produzione: LINFA CROWD 2.0. COPRODOTTO VARGAT FILM
Durata: 90
Interpreti: Aurora Ruffino, Simone Riccioni, Mariachiara Di Mitri, Luca Ward,

Giorgia ha diciott’anni, studia all’ultimo anno del liceo artistico a Macerata. Sa di avere talento (confeziona per hobby orecchini originali che riesce a vendere via Internet) e vorrebbe andare a Roma in cerca di opportunità ma il padre è contrario. Ludovica ha 23 anni, studia all’accademia di Belle Arti e aspira a diventare scenografa. Non è quindi contenta quando scopre che chi seguirà la sua tesi non sarà il titolare della cattedra ma Davide, un suo giovane assistente. Un giorno Giorgia, per distrazione, sta quasi per investire con la sua macchina Ludovica. Dopo un momento di tensione, le due ragazze diventano amiche e Giorgia si offre di aiutare Ludovica a ricomporre il modellino per una scenografia che nell’incidente si è rotto. A un certo punto entra in casa Davide e Ludovica scopre che il suo assistente per la tesi non è altri che il fratello maggiore di Giorgia....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una donna fa tesoro di una leggerezza compiuta da adolescente e quel fatto diventa per lei lo stimolo per cambiare vita e dedicandosi ad aiutare chi rischia di commettere lo stesso errore
Pubblico 
Pre-adolescenti
Turpiloquio. Un ragazza accetta un appuntamento al buio da uno sconosciuto conosciuto via Internet
Giudizio Artistico 
 
La sceneggiatura risulta debole, spiegando ciò che non occorre spiegare e togliendo tensione drammatica a quei momenti che più ne hanno bisogno
Testo Breve:

Una ragazza con grandi speranze per il proprio ’avvenire, distrugge tutto per un gesto irresponsabile (l’assunzione di droga). Le nobili intenzioni del film, molto valide per incontri rivolti a dei  giovani risultano meno  efficacai in una sala cinematografica

“Cineducando” è il nome che è stato dato al progetto sostenuto da case di produzione e distribuzione come Linfa Crowd 2.0 e Dominus Production che ha l’obiettivo di realizzre pellicole con un profondo  contenuto etico ed educativo per poi presentarle a studenti di scuole medie e superiori o in altri contesti culturali sensibili. La mia seconda volta rientra a pieno titolo in questo progetto perché racconta, in modo romanzato, la storia vera di Giorgia Benusiglio, che ha rischiato di morire per aver assunto una pasticca di Ecstasy e una volta ripresasi, ha deciso di dedicarsi  interamente a far comprendere ai giovani i rischi della droga.

Il film è uscito nelle sale il 21 marzo ‘19 ma da tempo  è stato presentato in molte  scuole delle principali città italiane e migliaia di ragazzi hanno potuto parlare sul tema della dipendenza dalla droga con i protagonisti della storia e con la stessa Benusiglio.

Questa bellissima iniziativa è ora sfociata nei tradizionali canali di distribuzione cinematografica. C’è quindi una domanda da porsi: questo film è  in grado di raggiungere  un vasto pubblico, non più selezionato come quello di un incontro a tema?

Su questo punto sogono delle perplessità proprio dalla struttura con cui è stato costruito il film. Viene meno la regola “show don’t tell” e  la didattica precede la narrazione. Accade con la professoressa del liceo artistico di Giorgia, che prende spunto dall’arte Kintsugi per sentenziare che “Le cicatrici rappresentano la storia che si fa carne. E dal dolore può nascere una bellezza ancora più grande” . Ma accade anche in quello spazio onirico  che interrompe la narrazione a intervalli regolari, forse il mondo in cui è rimasta chiuda Giorgia durante il coma, che  commenta  ciò che lo spettatore già vede: “quando tutto sembra perduto, quando pensi di aver toccato il fondo,..”

Maggiore perplessità desta  il modo con cui si è voluto raggiungere l’obiettivo dichiarato, quello di dissuadere i giovani dall’assumere  delle droghe. Conosciamo, dai vari racconti che ha fatto  Giorgia Benusiglio,la drammaticità della sua storia, colta da epatite fulminante  dopo l’assunzione di una pillola ecstasy. Il suo fegato era in necrosi e nell’attesa di un donatore, era arrivata a pesare 27 chili. La scelta narrativa è stata diversa: non si vede il momento  il cui la ragazza prende la droga (anzi si costruisce intorno a quell’evento una sorta di  giallo, per scoprire  chi sia stato il responsabile) e l’uscita dal coma della ragazza si risolve romanticamente con l’iniziativa di un suo amico che gli fa ascoltare la sua musica preferita. Per fortuna la Benusiglio interviene di persona alla fine el film, per riportare  il racconto alla sua cruda realtà  , mostrando la profonda cicatrice che ha sul fianco e che costituisce  memoria indelebile del trapianto che l’ha salvata.

Può darsi che questo alleggerimento sia stato motivato dalla necessità di non impressionare i ragazzi, che avrebbero comunque potuto fare tutte le domande che volevano durante gli incontri programmati ma si tratta di una soluzione che a cinema indebolisce l’efficacaia del racconto.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 03/25/2019 - 12:05
Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi
Testo Breve:

Una tranquilla casalinga a cui viene ucciso il marito e la figlia, si trasforma, dopo cinque anni di preparazione, in una spietata assassina.  Un action movie inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza

 

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOY ERASED - VITE CANCELLATE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/19/2019 - 17:13
Titolo Originale: Boy Erased
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Joel Edgerton
Sceneggiatura: Joel Edgerton
Produzione: BLUE-TONGUE FILMS, ANONYMOUS CONTENT
Durata: 114
Interpreti: Lucas Hedges, Nicole Kidman, Russell Crowe, Joel Edgerton

Jason è figlio di un pastore battista in una piccola comunità dell’Arkansas. Sinceramente devoto e ragazzo ubbidiente, al suo primo anno di college, subisce violenza sessuale da un altro ragazzo che per proteggersi gioca d’anticipo, denunciando Jared ai suoi genitori come omosessuale. Il padre chiede aiuto ad altri pastori più esperti di lui e gli consigliano Love in Action, un centro diurno specializzato nella terapia di conversione (all’eterosessualità), un misto di cure psichiatriche e di ritiro spirituale. Jason desidera anche lui tornare ad essere visto nella comunità battista a cui appartiene come un ragazzo “normale” e accetta di iniziare la terapia….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Una madre e un padre, fedeli della chiesa Battista, affrontano con un equilibrio acquistato con il tempo, la scoperta di avere un figlio ha inclinazioni omosessuali
Pubblico 
Maggiorenni
Non ci sono nudità ma è presente una scena di violenta sessuale omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film riesce nel suo intento di denuncia contro certe terapie che mescolano la fede con la psicologia ma le trasformazioni che subiscono i protagonisti non vengono completamente sviluppate
Testo Breve:

Il figlio di un pastore della chiesa Battista scopre di avere tendenze omosessuali e viene mandato in un centro di “rieducazione”. Un film che raggiunge il suo obiettivo di denuncia anche se i personaggi non vengono completamente sviluppati

I film svolgono la funzione di puro intrattenimento oppure sono utili per far riflettere su alcune realtà contemporanee. Questo Boy Erased è del secondo tipo e la serietà del racconto è avvallato dalle memorie a cui si è ispirato, scritte da Garrard Conley , che ha vissuto realmente il tipo di esperienza  che viene raccontata.

I film che trattano il tema dell’omosessualità sono ormai un oceano in piena e molti non fanno mistero del loro pubblico preferito, quello delle comunità LGBT e dei loro simpatizzanti. Per citare solo gli ultimi: Tuo, Simon e La diseducazione di Cameron Post. Si tratta di film ideologicamente orientati, dove ci sono dei buoni e dei cattivi. Questo film ha un atteggiamento diverso: sembra affrontare seriamente il problema dell’omosessualità senza pregiudizi manichei e così come si dedica ai problemi di Jason allo stesso modo si pone nella posizione difficile del padre-pastore battista e in quella della madre, impegnata a cercare, a dispetto di tutti e di tutto, la serenità del figlio.

Fin dalle prime sequenze entriamo nel dettaglio delle giornate vissute da Jason dentro Love in Action dove gli alunni sono invitati a individuare chi, nella catena dei loro parenti, è un manifesto peccatore oppure fare esercizi di mascolinità, come imparare a stringere forte la mano quando si saluta. Non occorrono molti dettagli per considerare riprovevoli questi metodi, che confezionano un grande minestrone a base di fede e psicologia. La fede, ha per la sua stessa essenza, come presupposto la libertà personale, e questi metodi che scavano nelle coscienze oneste di adolescenti per far leva sul loro senso del peccato è semplicemente odioso.

Jason, in modo autonomo rispetto alla terapia che subisce, sembra domandarsi continuamente quale destino preferire per se’: il breve episodio del suo incontro con un altro ragazzo, un artista, e il loro passare una serata assieme senza concluderla con rapporti sessuali sembra esprimere la volontà di Jason di tentare di conciliare la sua inclinazione con la fede cristiana, praticando la castità. Sappiamo pero che Garrard, il Jason della realtà, aderirà pienamente, una volta cresciuto, ai movimenti LGBT.

Il percorso della madre (Nicole Kidman, da un po’ di tempo, sembra trovarsi perfettamente a suo agio nel ruolo di madre premurosa, com’era già accaduto in Lion – La strada verso casa).

è più lineare: dopo un momento di esitazione nel cercare di conciliare la sua posizione di madre, moglie  e donna di fede, decide da che parte stare: sosterrà suo figlio nel suo difficile percorso. Più complesso il comportamento del padre, che ama sinceramente il figlio, ma deve riconoscere l’obiettiva distanza nelle loro scelte concrete e rispetto alla fede religiosa.

Si tratta di un film interessante per il tema che affronta ma di fatto non aiuta a sciogliere nessuno nodo, se non la giusta condanna di questi metodi ibridi fatti di fede e psicologia. Occorre anche aggiungere che il racconto si sviluppa per quasi due ore con una certa gravità e monotonia, mentre le psicologie dei personaggi non vengono scavate fino in fondo.

Nelle sue scritte finali, il film commette una grossolana approssimazione: nel dichiarare che ancora oggi 36 stati americani ancora considerano leciti le conversion therapy per i minori, mette nel calderone, molto probabilmente,  anche la terapia riparativa (nome estremamente infelice) del dott Joseph Nicolosi che è invece un metodo esclusivamente psichiatrico per aiutare coloro che non si trovano a loro agio con la loro inclinazione omosessuale e che il dottore ha praticato fino alla sua morte  

La situazione si può considerare paradossale: gli scienziati non sono stati ancora in grado di determinare se l’inclinazione omosessuale sia innata o abbia origini psicologiche ma intanto i movimenti LGBT la definiscono a priori come innata mentre alcuni movimenti cristiani a priori la ritengono reversibile, purché vengano rimosse le ferite psicologiche che ne hanno determinato l’origine.

I rapporti con la fede cristiana sono ancora più complessi: per la Chiesa Cattolica la dottrina è chiara ma la pastorale, se guardiamo all’Italia, è in fase di formazione e non sembra delinearsi una linea predominante.  Si fronteggiano varie impostazioni:  c’è il movimento Courage (fondato da Terence Cooke , che è stato arcivescovo d New York) che prevede il sostegno spirituale, con discrezione, a gruppi formati allo scopo; alcuni vescovi si sono espressi a favore di una catechesi non distinta, ma integrata in quella tradizionale che si svolge nelle parrocchie; c’è infine l’atteggiamento totalmente aperto del gesuita americano James Martin (il suo libro, Un ponte da costruire, è stato tradotto in italiano con una prefazione di Matteo Zuppi, vescovo di Bologna) che invita i movimenti LGBT a sentirsi a casa propria nella Chiesa, nel rispetto reciproco.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CROCE E DELIZIA

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/07/2019 - 22:31
Titolo Originale: Croce e delizia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Simone Godano
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt
Produzione: WARNER BROS. ENTERTAINMENT ITALIA, PICOMEDIA E GROENLANDIA
Durata: 100
Interpreti: Alessandro Gassman, Jasmine Trinca, Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano

Carlo è un vedovo cinquantenne, proprietario di una pescheria nella provincia laziale, che assieme ai due figli, la nuora e due nipoti, ha preso in affitto una casa sulla costa vicino Gaeta. L’appartamento è la dependance di una villa ampia e lussuosa, di proprietà di Tony, un divorziato sessantenne con due figlie, una nipotina e un burrascoso passato di infedeltà coniugali. Nascono subito le prime difficoltà e incomprensioni fra i due nuclei familiari così diversi come estrazione ma quella vacanza passata gomito a gomito è in realtà stata pianificata da Tony e Carlo. Debbono infatti annunciare alle rispettive famiglie che hanno deciso di unirsi tramite una unione civile e che la cerimonia avverrà fra tre settimane…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Se i figli si salvano per la loro generosità, i padri appaiono, egoisti e immaturi, portabandiera dell’ideologia dell’amicizia sessuata, secondo lo spirito della Grecia antica
Pubblico 
Maggiorenni
Per gli argomenti trattati
Giudizio Artistico 
 
Il regista Simone Godano riesce a imprimere un buon ritmo alla narrazione e i personaggi sono ben caratterizzati grazie agli ottimi dialoghi Qualche eccesso nel costruire situazioni caricaturali mentre la sottotraccia di un “film a tesi” non riesce sempre a restare celata
Testo Breve:

Due uomini sui cinquant’anni, uno vedovo, l’altro separato, comunicano ai loro figli che intendono aderire ai patti di unione civile, scatenando le più scomposte reazioni. Un film ben diretto e recitato, che tradisce però la sua struttura a tesi.

Diciamo subito due cose: che il film è ben realizzato e che, nonostante le apparenze, non parla di omosessualità.
Il regista Simone Godano ha saputo imprimere un buon ritmo al racconto, Jasmine Trinca e Filippo Scicchitano hanno interpretato con particolare sensibilità i loro ruoli, anche perché sono stati ben diretti. Anche la colonna sonora è efficace nel commentare al momento giusto gli eventi che accadono.  La notizia, comunicata fin dall’inizio del film che, Tony e Carlo intendono sposarsi (cioè firmare una unione civile), ha l’effetto di un sasso gettato nello stagno e innesca sconvolgimenti nei componenti delle rispettive famiglie, mettendo a nudo incomprensioni, conflittualità  mai risolte. I dialoghi, ben costruiti (molti sono gli a tu per tu) riescono a far emergere in modo progressivo il profilo di personaggi che appaiono reali, si forma in questo modo un bassorilievo con più volti che appare più incisivo del simile, per collegialità di voci, ultimo lavoro di Muccino: A casa tutti bene. Questi pregi finiscono per contrasto, per evidenziare alcune debolezze, come la contrapposizione troppo macchiettistica fra la famiglia ricca e snob e quella spontanea e coatta e lo strano stop-and-go del racconto, dove dopo una scena-madre c’è una breve sequenza di raccordo a cui fa seguito  una nuova scena-madre.

Dicevamo prima che il film non parla di omosessualità ma di qualcos’altro. Una persona viene considerata omosessuale quando percepisce una attrazione dominante verso persone dello stesso sesso e l’omosessualità è da tempo il tema preferito del cinema occidentale tanto da tradire, in molti autori, un sorta di adeguamento passivo alla moda corrente: anche in film dove il tema non è di primo piano ma la storia prevede molti protagonisti, è obbligatorio che almeno un coppia sia omosessuale. Si è però recentemente sviluppata una nuova tendenza, dopo che per anni tanti film hanno evidenziato le discriminazioni a cui erano soggette le persone con questa inclinazione. Vinta ormai, in tutti i paesi occidentali, la battaglia per la pari dignità dei due tipi di unione, omo ed etero, si è passati alla fase successiva, dove persone con una normale inclinazione eterosessuale, possono esprimere le loro simpatie, attestare la loro amicizia verso un altro, anche sessualmente. . Il primo film in Italia con questa tendenza può essere individuato in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino e ora questo Croce e delizia ne costituisce una continuazione ideologica. In entrambi i film i protagonisti sono persone che hanno relazioni con donne senza alcun problema (Carlo, vedovo, interpretato da Alessandro Gassmann ricorda che mai, in nessun momento, si è dimenticato della sua cara moglie). Nel primo una buona ’intesa fra studente e professore viene “arricchita” da un rapporto sessuale mentre nel secondo due ultracinquantenni, uno divorziato e l’altro vedovo (la storia è stata costruita in modo da evitare il tema dell’adulterio, com’era successo in Carol, dove la protagonista abbandonava marito e figlio per seguire la sua “amata”) hanno trovato, nella loro complementarietà, una intesa che si esprime anche in questo caso, tramite una relazione sessuale. In altri tempi, in altri contesti culturali, si sarebbe tranquillamente parlato di amicizia fra due uomini. Né si può parlare, in queste circostanze, di omosessualità ma più opportunamente di “amicizia sessuata”. E’ inutile sottolineare che, in entrambi i film, il principio ispiratore va cercato nell’antica civiltà greca. Per il primo si tratta di un caso classico di pederastia che trova l’approvazione dello stesso padre del ragazzo, perché ritiene che un legame “approfondito” anche sessualmente, possa essere utile alla formazione di suo figlio; nel secondo è uno dei protagonisti (la madre di Penelope, interpretata da Anna Galiena) a dichiarare che l’amore fra due uomini, nell’antica Grecia, era considerato più puro, perché libero dal vincolo della fecondità.

Tony  (Fabrizio Bentivoglio) resta un personaggio odioso dall’inizio alla fine del film: snob, narcisista, infedele, ha un approccio sereno rispetto alla vita solamente perché è una persona superficiale e irresponsabile.  Più articolato è il personaggio di Carlo (Alessandro Gassmann) che mostra una progressiva evoluzione: nelle prime sequenze, con le sue insicurezze, le sue nevrosi, sembra niente più che la classica caricatura di un omosessuale; verso metà film recupera la sua dignità di uomo, sapendo reagire a tono alle umiliazioni subite; nella parte finale recupera la sua capacità di essere padre e di porsi al servizio di chi è più giovane (in questo caso non verso suo figlio ma verso Penelope).

Proprio per questo, nonostante tutto l’impegno del regista e della sceneggiatrice, la relazione fra loro due appare poco credibile e tradisce la voglia di trasmettere un’’ideologia, quella dell” amicizia sessuata.  Due uomini sui cinquant’anni dovrebbero esser fieri di poter ancora esser utili ai loro figli, prendersi cura della formazione dei nipoti e questo dovrebbe costituire la forma primaria della loro felicità. Il fatto che pensino invece a cercare ancora insolite forme di amore tradisce il loro profondo egoismo e una grande immaturità.

Sul fronte dei figli, Penelope e Sandro sono le figure più belle, perché si interessano realmente dei destini dei loro padri e sapranno essere generosi nei loro confronti in un gioco di inversione delle parti, dove sono loro i saggi mentre i padri sembrano delle persone fragili e immature.

La frase più significatica, per comprendere l’atteggiamento che suggerisce il film, viene pronunciata dalla madre a Penelope, che la rimprovera di non aver mai reagito ai molti tradimenti del marito: “in fondo lui è tuo padre, non lo puoi cambiare: devi amarlo per quello che è”. Si tratta di una frase più desolante di quanto sembri in apparenza: noi siamo come monadi, imprigionati nel nostro io, siamo quello che siamo senza influenze reciproche, senza valori o beni da condividere, impossibilitati a trasformare e a migliorare noi stessi.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MIGLIOR REGALO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/25/2019 - 20:44
 
Titolo Originale: El Major regalo
Paese: Spagna
Anno: 2018
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martínez
Produzione: Infinito + 1
Durata: 107
Interpreti: Juan Manuel Cotelo, Joe Gòmez, Carlos Aguillo, Carlos Chamarro

La storia inizia durante le riprese dell’ultima sequenza di un film western. Tutto sembra esser pronto ma all’ultimo momento il regista decide di modificare lo script classico dove il buono uccide il cattivo. Non convinto che la vendetta sia l’unico modo per dare una buona fine al suo lavoro, l'artista decide allora di intraprendere un viaggio nel mondo alla ricerca di una migliore soluzione, per sconfiggere qualsiasi guerra, perché il tema della vendetta diventi il tema del perdono.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La forza del perdono, umana e trascendente, emerge con lucidità da interviste fatte a chi ha perdonato di cuore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il cuore pulsante del film è costituito dalle interviste fatte a persone che realmente hanno vissuto la trasformazione del perdono sulla loro pelle; qualche eccesso di retorica dal regista Cotelo che a volte spiega ciò che è già chiaro nel racconto
Testo Breve:

La rievocazione di casi reali dove persone colpite nel corpo e negli affetti hanno perdonato di cuore, costituisce un insolito ma efficace trattato  di etica e di fede.

Come si potrebbe definire Juan Manuel Cotelo, il regista di L’ultima cima (2010), Dio esce allo scoperto (2012), Terra di Maria (2013), Footprinnts, il cammino della vita (2016) e ora questo Il miglior regalo (2018)?

Su potrebbe intendere come un predicatore laico all’uso americano (ma cattolico) che impiega non un una retorica efficace per trasmettere la verità del Vangelo  ma il più moderno story telling. Non si tratta di fiction ma sempre di storie vere, con interviste ai protagonisti diretti dei fatti accaduti ed è proprio questa scelta che rende questa forma di  apostolato particolrmente efficace.

In quest’ultimo lavoro il tema è il perdono: tema affrontato in modo estensivo nell’ora e quaranta minuti del film attraverso interviste a persone che hanno perdonato di cuore: perdono in famiglia nei confronti di un padre violento;  perdono dopo esser stata vittima di un attentato terroristico come la spagnola Irene; perdono da parte di chi ha aderito all’IRA; perdono in Colombia dopo i violenti scontri fra i guerriglieri del FARC e l’Esercito di lIberazione nazionale (ELN); in Uganda dopo il genocidio incrociato perpetrato fra Utu e Tutsi; perdono verso la moglie che ha tradito abbandonando il marito e tre figli. La serietà dei fatti narrati non viene sminuita ma comunque allentata dalla componente fiction che si interpone fra un’intervista e l’altra; in questa parentesi western  Cotelo stesso, con molta ironia, impersona un regista impegnato nelle riprese di un film che deve classicamente concludersi con una sfida mortale fra i due antagonisti nella strada principale del villaggio. E’ proprio questo finale violento che determina  una crisi di coscienza da parte del regista che invita tutta la troupe  a trovare un finale più positivo. La ricerca della migliore soluzione sarà il pretesto per Cotelo di spostarsi da una parte all’altra del mondo dove maggiormente ha infuriato l’odio e la violenza per cercare dove ha brillato la forza del perdono.

“Quando sei in guerra diventi cieco. Ti si chiude il cuore come se lo coprissero di cemento” racconta un uomo che ha combattuto e ucciso in Colombia durante la guerra civile. “Eravamo come bestie e uccidevamo anche i nostri figli” racconta un altro nel rievocare il genocidio dei Tutsi, circa un milione di persone, avvenuto in Ruanda nel 1994.

Partendo da tante situazioni drammatiche la forza del perdono appare in tutta la sua evidenza. Si inizia a riconoscere in chi ti ha ferito non l’ggetto di una vendetta ma una persona da comprendere: “colui che fa del male è la prima vittima di un odio che tiene dentro di se” racconta Irene che ha perso le gambe in un attentato.  In tanti intervistati, l’odio è risultato: " un peso che condiziona la tua esistenza, una sofferenza che ti opprime e il perdono una liberazione". La soluzione sta , nell’azzerare la propria vita e iniziare da capo, come se si nascesse in quel momento: “perché dovrei perdermi la vita ad amareggiarmi per la mia situazione? Non mi è stato mica amputato anche il cuore - dice sempre Irene - “bisogna rinascere: è come se fossi nata direttamente senza gambe.

Man mano che la ricchezza del perdono, testimonianza dopo testimonianza, viene resa evidente, interviene la seconda scoperta: “il perdono è un dono che Dio ci regala- dichiara il marito tradito e poi riconciliato – solo Dio te lo può dare ma bisogna chiederlo. Non ho nessun rancore per lei, nè per la pesona che l’ha portata via. Non debbo pensare male di nessuno. È solo Dio che giudica”.

Complessivamente un film raggiunge con efficacia il suo obiettivo. Un obiettivo appena affievolito da uno sviluppo del racconto non pienamente organico e da una certa tendenza, da parte del Cotelo-intervistatore, a voler spiegare ciò che possiamo comprendere dalle persone intervistate.

Le uscite del film nelle sale italiane possono venir monitorate su Facebook - Infinito+1 Italia

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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VITA PER VITA - MAXIMILIAN KOLBE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/19/2019 - 18:17
 
Titolo Originale: ZYCIE ZA ZYCIE
Paese: Polonia
Anno: 1991
Regia: Krzysztof Zanussi
Sceneggiatura: Krzysztof Zanussi, Jan Jozef Szczepanski
Produzione: IFAGE FILM, MEDIA FILM TV PARIGI - FILM GROUP TOR VARSAVIA
Durata: 94
Interpreti: Edward Zentara e Christoph Waltz

1941,campo di concentramento di Auschwitz. Jan, uno dei reclusi, riesce a fuggire. Alcune famiglie del luogo hanno il coraggio di dargli nuovi vestiti e di sfamarlo e alla fine trova rifugio per qualche tempo in un convento di francescani. In questa circostanza viene a sapere che dopo la sua fuga, per rappresaglia dieci detenuti sono stati condannati a morire di fame e di sete. Viene inoltre a conoscenza di un gesto inaudito: un sacerdote, padre Massimiliano Kolbe, si è offerto di venir condannato al posto di un padre di famiglia e l’ufficiale tedesco aveva accettato lo scambio. Jan, che ha sempre pensato a se stesso, è spinto questa volta da una insolita curiosità e inizia a indagare su chi fosse realmente padre Kolbe….

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La grande fede di padre Kolbe e il gesto che ne è stata la sua massima espressione, risaltano in mezzo a tante mediocri figure di contorno
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Zanussi, qui regista e sceneggiatore, sceglie uno stile asciutto, quasi scarno, che risulta particolarmente efficace quando è la stessa grandezza dell’uomo santo che si manifesta
Testo Breve:

Nel 1941, ad Auschwitz, padre Kolbe si offre di morire al posto di un padre di famiglia. La progressiva presa di coscienza del valore di quel gesto da parte delle persone che ne rimasero coinvolte e poi da parte di tutto il mondo

Krzysztof Zanussi, qui regista e sceneggiatore, ha scelto un metodo insolito per parlarci degli ultimi anni di padre Kolbe. Non racconta la storia dal punto di vista del santo ma nella prospettiva di alcuni laici e sacerdoti che sono vissuti ai margini di quell’evento oppure ne hanno sentito solo parlare. Sono persone normali, impegnati, in quei giorni drammatici, a pensare innanzitutto alla propria sopravvivenza e si interrogano, con un atteggiamento fra l’incredulo e l’infastidito, sul perché di un simile gesto. Man mano che viene a conoscenza di maggiori dettagli, Jan, cerca di riportare quell’evento nell’alveo di qualcosa di ragionevole, che abbia un senso umano, ma quel fatto resta lì, davanti a lui, senza una spiegazione soddisfacente. Anni dopo, quando si inizia a parlare di beatificazione, alcuni membri del partito comunista polacco iniziano a preoccuparsi della crescente fama che ha acquisito padre Kolbe, comprendono l’urgenza di imbastire una contro-propaganda e finiscono per concludere che in quel campo di concentramento il suo gesto sia stato un metodo per suicidarsi e por fine alle sue sofferenze. Perfino in Vaticano, quando si inizia a parlare di beatificazione, c’è chi fa dei fini distinguo fra ciò che può esser definito un martire per la fede e chi invece è morto per un altro uomo, come è accaduto per padre Kolbe.

Il film, in mezzo a tante mediocrità, introduce brevi, significativi camei della vita del santo, che rifulgono di luce propria. Come quando volle costruire un monastero in Polonia e senza avere un soldo, andò a chiedere dal signore locale la proprietà del terreno. Alla fine ci riuscì, offrendo in cambio preghiere e una statua della Madonna. Oppure quando, nella cella della morte guidava la preghiera e i canti liturgici degli altri condannati e concedeva l’ultima confessione a chi ne faceva richiesta. Non manca un ricordo di lui bambino, quando raccontava di aver parlato con la Madonna e che gli aveva chiesto il suo amore: la madre gli sorrideva e si portavano entrambi a un quadro della Vergine per iniziare a pregare.

Lo stile adottato da Zanussi è asciutto, quasi scarno, ma proprio dalla semplicità del racconto scaturisce con forza la grandezza del santo. Da testimonianze dirette sappiamo che padre Kolbe, mentre porgeva il braccio per l’iniezione letale, disse: “«...l'odio non serve a niente... Solo l'amore crea».  In effetti, proprio in un luogo come Auschwitz, espressione massima della brutalità umana, Kolbe ha piantato bel salda la croce di Cristo, a testimoniare che ancora una volta l’amore aveva vinto.

Il film è disponibile in DVD

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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