Dramma

IL GRANDE SALTO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 06/14/2019 - 09:48
Titolo Originale: Il grande salto
Paese: ITALIA
Anno: 2017
Regia: Giorgio Tirabassi
Sceneggiatura: Giorgio Tirabassi, Daniele Costantini, Mattia Torre
Produzione: SUNSHINE PRODUCTION
Durata: 94
Interpreti: Giorgio Tirabassi, Ricky Memphis, Marco Giallini, Roberta Mattei, Valerio Mastandrea, Gianfelice Imparato, Paola Tiziana Cruciani

Nello e Rufetto hanno superato i quarant’anni, quattro dei quali passati in carcere per rapina a mano armata. Proprio per quel precedente, non riescono a trovare un lavoro e in fondo non lo cercano neanche: sognano piuttosto di organizzare il colpo che possa consentire loro di fare il “grande salto”. Nello si trova in una situazione migliore: vive a sbafo in casa dei suoceri e ha una moglie e un figlioletto che lo consolano; Rufetto invece vive da solo in uno squallido scantinato e cerca di fare conoscenze femminili tramite appuntamenti via Internet…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Due ladri che hanno già trascorso quattro anni in prigione, restano imprigionati nei loro ruoli, senza impegnarsi per una vita diversa. Un gioco pericoloso e di cattivo gusto ai danni di una persona diversamente normale
Pubblico 
Adolescenti
Lo squallore dei due protagonisti, il racconto privo di speranze, escludono i più piccoli dalla visione del film
Giudizio Artistico 
 
Ottima recitazione dei due protagonisti e dei comprimari; le scene, anche quelle di azione, sono realizzate con perizia. Il racconto invece oscilla fra vari generi senza riuscire a scegliere un tono dominante
Testo Breve:

Due ladruncoli, usciti di prigione, cercano una svolta per lla loro squallida vita con un colpo definitivo. Una storia che oscilla incerta fra comicità, tragedia, trascendenza

La domanda che molto presto si pone lo spettatore è: cosa debbo fare, ridere o piangere?

La scena iniziale, la fuga in macchina dei due ladri inseguiti dalla polizia, è avvincente e promette un film carico di tensione. Le sequenze successive che ci mostrano  la squallida vita quotidiana di due ladruncoli da quattro soldi che sognano il grande colpo (divertente la loro trattativa per comprarsi una pistola) e intanto scroccano le cene al suocero di Nello, ci rimanda alle tante commedie all’italiana del dopoguerra, dove i protagonisti cercavano di sbarcare il lunario con molta inventiva o più direttamente, come ne I soliti ignoti di Monicelli, si rideva per le incredibili maldestre peripezie di quattro aspiranti ladri. In questo film invece, il racconto si riveste rapidamente di malinconia: la sfortuna di Nello e Rufetto è disarmante e quando, a causa di una ennesimo, maldestro, tentativo di rapina, ci scappa il morto, non si ride più. Ciò che è peggio è che il racconto è impostato in modo che lo spettatore sia invitato a sorridere, sia pur con sarcasmo, mentre il realtà si tratta di un episodio ben poco politically correct, grazie alla la sensibilità di oggi. Ad ogni buon conto lo spettatore si è ormai organizzato per assistere a un dramma della sfortuna e dell’incompetenza (in termini di accumulo di disgrazie siamo dalle parti di Umberto D di De Sica), quando il film vira nuovamente e si passa al surreale, perfino al trascendente, un escamotage che appare un po’ forzato, per riuscire a pervenire a una conclusione di questo strano, multiforme, racconto.

Ricky Memphis, Giorgio Tirabassi sono bravissimi nella parte dei due ladri senza speranza. C’è però una buona dose di macchiettismo nei loro personaggi. Quel loro cercare un riscatto attraverso un furto geniale,  senza comprendere che non  sono all’altezza; quel trovarsi, da parte di Nello, accanto a una moglie carica di affetto nonostante tutto, senza che questo lo faccia riflettere per proporsi una vita diversa; il cercare, da parte di Rufetto di organizzare incontri femminili solo per poter trascorrere una notte, senza comprendere che lui ha bisogno molto più di quello, finiscono per farci concludere che il racconto non solo è stato tragico ma peggio, senza speranza.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEL GIORNO D'ESTATE

Inviato da Franco Olearo il Sab, 06/08/2019 - 16:36
Titolo Originale: Amanda
Paese: FRANCIA
Anno: 2018
Regia: Mikhaël Hers
Sceneggiatura: Mikhaël Hers, Maud Ameline
Produzione: NORD-OUEST FILMS, OLIVIER PÈRE, RÉMI BURAH PER ARTE FRANCE CINÉMA
Durata: 107
Interpreti: Vincent Lacoste, Isaure Multrier, Stacy Martin

David ha 24 anni, è un giovane tranquillo senza troppe ambizioni, gestisce l‘affitto di alcuni appartamenti del palazzo in cui vive e ha un impiego saltuario come giardiniere del comune di Parigi. Aiuta sua sorella Sandrine, insegnante di inglese, andando a prendere a scuola la nipotina di 7 anni, Amanda. La vita scorre tranquilla quando in un attentato terroristico, Sandrine viene uccisa. David si trova di fronte a un problema più grande di lui: Amanda ha solo lui come parente più vicino…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un bel rapporto fra uno zio e una nipote rimasta orfana. Ma il contesto coniugale presentato dal film è costellato di separazioni
Pubblico 
Adolescenti
Un incontro sessuale con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Mikhael Hers è molto bravo nel raccontare la trasformazione di due anime sconvolte dal lutto. Pienamente nella parte di uomo semplice e buono il protagonista maschile, Vincent Lacoste
Testo Breve:

Il giovane David, che ama la vita semplice senza prendersi troppe responsabilità, si trova ad accudire la nipotina di 7 anni dopo la morte della madre. Un bel film francese sulla cura e la responsabilità dell’altro come soluzione per continuare a vivere

David e Amanda stanno sugli spalti di uno stadio a guardare una finale mondiale di tennis. David si appassiona e segue l’alternanza del punteggio ma Amanda inizia ad annoiarsi: capisce che il campione francese sta perdendo. Dice: “è finita!” e inizia a piangere.  Il suo fragile equilibrio, dopo la morte della mamma, si può rompere anche per il disappunto di un’aspettativa che non si realizza e lei si trova davanti al vuoto di una vita che sembra aver perso di senso. David se ne accorge e le dice che invece “non è finita”: mai perdere la speranza”. In effetti il campione francese riesce a rimontare e a vincere: Amanda torna a sorridere.

E’ possibile raccontare per immagini, in un film, l’elaborazione di un lutto, la lenta trasformazione di un’anima? E’ il compito che si è assunto Mikhael Hers in questo film dove l’unico fatto esterno rilevante è la morte improvvisa, a seguito di un attentato terroristico, della madre di Amanda. Il resto del film è la storia dei cambiamenti di umore, gli incubi notturni, le riflessioni di David e la piccola nipote.

La parte iniziale del film ha il compito di presentare i due protagonisti. Sandrine ha spiegato ad Amanda chi era Elvis Presley e le fa sentire uno dei suoi vecchi Rock and Roll. Mamma e figlia si abbandonano a un ballo allegro e scatenato: la loro intesa è perfetta. Anche la figura di David emerge con chiarezza: lo vediamo, andare in bicicletta alla stazione per dare il benvenuto a degli stranieri che hanno affittato uno degli appartamenti che lui amministra per conto del padrone; va a prendere la nipote a scuola e infine taglia delle siepi di un giardino pubblico per conto del comune.  Sono piccole incombenze di una persona semplice, che vive serenamente di quanto riesce a fare, sempre gentile con tutti. Vive dell’affetto della sorella, della nipote e di una zia ma l’incontro con Lena, una dolce ragazza di Bordeaux che si è trasferita a Parigi in cerca di fortuna, forse promette l’inizio di un’intesa amorosa.

Il film è il racconto di una normalità minimale e l’evento mostruoso, che scuote questo tranquillo lago di vita e di affetti è trattato in modo indiretto (si vedono persone ferite su prato del Bois de Vincennes, quando la tragedia è già avvenuta); il regista evita anche di mostrarci il funerale di Sandrine e non ha alcuna intenzione di affrontare il tema più generale del terrorismo islamico. Non gli interessa raccontare ciò che accade ma si concentra invece sugli stati d’animo che si affacciano al dolore. E’ il momento in cui lo zio deve piegare a Amanda che sua mamma è morta. Come si può spiegare a una bambina una tragedia simile? Il parlare di David è rotto dai singhiozzi e si sente impotente di fronte alla lucida razionalità di una bambina che chiede spiegazioni sul perché semplici persone intente a fare un pic-nic siano state uccise da una mano misteriosa. Non ci sono ragioni valide e resta un’unica realtà: “la mamma è morta e non la rivedremo più”. Da quel momento il film riprende la descrizione delle piccole cose di ogni giorno, ma è negli sguardi (verso la bicicletta di Sandrine rimasta legata a un albero, il suo spazzolino da denti che sta ancora in bagno) che si coglie la presenza di una ferita che non si rimargina, soprattutto nella bambina, che ha gli incubi di notte e non si adatta a vedere la sua vita gestita da uno zio che non la sa trattare come faceva la mamma. Anche le riprese frequenti della strade di Parigi (poi anche di Bordeaux) di notte come di giorno, fungono da segni di interpunzione del racconto e hanno la funzione di prendere tempo, perché l’anima è lenta ad assestarsi su nuovi equilibri.

Occorre notare che oltre alla tristezza del lutto e alla lotta per ritrovare la serenità, si aggiunge anche un’altra malinconia, quella delle crisi familiari: David e Sandrine hanno sofferto per il fatto che la loro madre li ha abbandonati da piccoli; Sandrine stessa, divorziata, cerca compagnia attraverso appuntamenti tramite Internet; l’amico più vicino a David attraversa una crisi familiare. Resta quindi ben descritto il forte legame fra lo zio e la nipote ma il regista avrebbe dovuto darci maggiori spunti per questa società che si sta dissolvendo nell’individualismo e che non si prende cura dei propri figli..

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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DOLOR Y GLORIA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/03/2019 - 21:55
Titolo Originale: Dolor y Gloria
Paese: Spagna
Anno: 2019
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: El Deseo
Durata: 108
Interpreti: Antonio Banderas, Penelope Cruz, Asier Etxeandía

Salvator Mallo è un regista-sceneggiatore che ha ormai raggiunto una fama internazionale ma che sta passando un periodo di depressione: non trova più l’ispirazione per scrivere una nuova sceneggiatura e soffre di molti mali fisici che che non gli hanno fatto perdere quell’energia che gli è così necessaria per dirigere un film. Tre incontri saranno per lui determinanti. Con Alberto, un tempo suo attore preferito e che non rivedeva da trent’anni, a causa di una disputa professionale durante l’ultimo film fatto assieme; con Federico, con il quale aveva avuto una intensa relazione ma con il quale non si era più rivisto dopo che Federico, per cercare di sottrarsi al vizio della droga, era emigrato in Sud America. Infine l’incontro-memoria con sua madre: quando vivevano in una grotta e lui aveva dovuto frequentare un seminario, contro la sua volontà, perché era l’unico modo a quel tempo, per chi era povero, di ricevere un’istruzione...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il protagonista della storia è quasi un uomo a metà: vive del proprio sentire (desideri, dolori, affetti familiari), è totalmente dipendente da essi perché chiuso nel proprio io, nella ricerca narcisistica di se stesso
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente di eroina. Affettuosità omosessuali, cenni a un’intesa pederastica
Giudizio Artistico 
 
Almodòvar si conferma molto bravo nel tratteggiare personaggi femminili, nel trasmettere la nostalgia di amori passati. Premio per la miglior interpretazione maschile ad Antonio Banderas al Festival di Cannes 2019
Testo Breve:

Un regista di successo cerca, nel ricordo dei suoi amori maschili passati, un modo per ritrovare l’ispirazione perduta. Un film sul narcisismo ma confessato onestamente

Secondo Aristotele, gli esseri viventi possono essere suddivisi in tre categorie, in funzione dell’anima di cui dispongono. Il mondo vegetale ha un'anima vegetativa, che conferisce alle piante la possibilità di nutrirsi, crescere e riprodursi; il mondo animale ha anche un’anima sensitiva, (percepire sensazioni, passioni), e infine c’è l’anima intellettiva (conoscenza, capacità di scelta e di autogoverno) che spetta solo all’uomo.

Il protagonista di dolor y gloria è un uomo a metà, fermo all’anima sensitiva: prova piacere, sia fisico che estetico, dolore (Salvador è afflitto da  vari malanni), percepisce degli affetti naturali (quello verso la madre soprattutto)  ma, privo della terza anima, non ha il controllo della propria esistenza, che è come una barca in balia delle fluttuazioni delle sue sensazioni ed è privo di morale, perché incapace di discernere e di orientarsi verso un bene specifico, chiuso narcisisticamente all’interno del proprio universo del sentire.

Bisogna riconoscere ad Almodòvar l’onestà di saper prendere atto della fragilità di una vita impostata in questo modo: è facile, come accade al protagonista, iniziare ad assumere eroina per il semplice gusto del provare; la tentazione del suicidio è dietro l’angolo (Salvador pone questa inclinazione al protagonista, suo alterego, di un’opera che sta scrivendo).

In una sequenza Salvador e Federico, che non si erano più visti da molti anni, ricordano il loro amore vissuto in una frenetica Madrid notturna e nelle suggestioni raccolte nei numerosi viaggi all’estero fatti insieme: il tutto ritorna allaloro mente coperto da un velo di malinconia, espressione di un amore basato  sulla cattura di singoli momenti di felicità, senza alcun impegno progettuale condiviso. 

Temi più profondi come quello del credere o non credere in un Dio trascendente, cadono anch’essi sotto il filtro dell’anima sensitiva: “le notti in cui soffro di diversi dolori, credo in Dio, le notti in cui soffro di un solo dolore, sono un ateo”.

Nel suo colloquio-amarcord con il suo amore di gioventù, veniamo a sapere che Federico, arrivato a Buenos Aires, si è sposato con una donna, dalla quale ha avuto due figli; in seguito si è separato e ora ha un nuovo amore.   “Uomo o donna?”: chiede Salvador. “La mia esperienza con gli uomini è finita con te”: è la risposta.  “Non so se prenderla come un complimento”: commenta Salvador. Ma Federico continua: “Ho detto a mia moglie che sono stato con un uomo per tre anni a Madrid -senza nominarti- e l’ho detto anche a uno dei miei figli. Un giorno gli confesserò che sei tu: è un vero cinefilo e non mi perdonerebbe se non glielo dicessi”

Questo colloquio, ci fa tornare al tema dell’etica mutilata. L’indifferenza che traspare dal chiedere “uomo o donna?”, il fatto di poter dire con orgoglio al proprio figlio di esser stato l’amante di un regista famoso, sottende l’equivalenza di due realtà totalmente differenti: l’amore generativo fra un uomo e una donna, da cui scaturisce l’impegno responsabile di allevare i figli che nasceranno e l’amore fra due persone dello stesso sesso . Questa equivalenza può scaturire solo da una visione puramente soggettiva della relazione, da una ricerca egoistica del proprio piacevole sentire, piuttosto che il riconoscimento di un bene obiettivamente superiore, che trascende il nostro io, quello dell’impegno di formare una famiglia.

Almodovar confema in questo film le sue indubbie qualità di regista: resta insuperabile nel tratteggiare  figure  femminili (in questo caso la madre di Salvador), nella costruzione di ambienti composti con vivaci colori (inclusa la presenza di quadri molto belli)  ma non rinuncia, neanche questa volta,  a soluzioni degne di un feuilleton ottocentesco (incontri che avvengono casualmente,  quadri smarriti da anni e poi ritrovati) ma   due ore di sviluppo sono troppe: si avverrtono segni di stanchezza sopratutto nella parte centrale.

Resta sgradevole la sequenza del turbamento di un bambino di 8 anni (è un ricordo di Salvator) nei confronti di un giovane che frequenta la sua casa e che si mostra a lui nudo: sono cenni di una intesa pederastica che per fortuna il regista evita di sviluppare. Un ricordo che sarà lo spunto, per Salvador, di una nuova sceneggiatura che intitolerà: Il primo desiderio. Ancora una volta  Salvador mostra di vivere solo del proprio sentire: desiderio o dolore.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 05/29/2019 - 09:15
Titolo Originale: The Man Who Killed Don Quixote
Paese: Regno Unito/ Spagna/ Portogallo/ Francia
Anno: 2018
Regia: Terry Gilliam
Sceneggiatura: Tony Grisoni e Terry Gilliam
Durata: 132
Interpreti: con Adam Driver, Jonathan Pryce, Joana Ribeiro, Stellan Skarsgård

In Spagna per girare uno spot televisivo legato al soggetto di Don Chisciotte, il cinico e annoiato regista hollywoodiano Toby Grisoni (quasi omonimo del co-sceneggiatore del film vero), è più preoccupato di portarsi a letto la moglie del suo produttore che di finire il lavoro. Una sera, durante una cena con i membri della troupe, acquista da un gitano la copia piratata del suo film d’esordio, un’opera studentesca sperimentale – e ai tempi molto apprezzata – sempre ispirata al capolavoro di Cervantes. Riguardando il suo vecchio film, Toby capisce di doverne rivisitare le location, un villaggio spagnolo poco distante dal set dove lavora, per ricongiungersi con la forza creativa della giovinezza. Una volta sul luogo, fa i conti con il cattivo ricordo che ha lasciato, con le speranze deluse dei paesani toccati e poi abbandonati dal sogno del cinema, e soprattutto con il protagonista ormai rimbambito del suo film, convinto di essere il vero Don Chisciotte della Mancia.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Il film vuol far rivivere lo spirito di Chisciotte, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Scene sensuali, di tensione psicologica e di violenza.
Giudizio Artistico 
 
Un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi
Testo Breve:

Dopo trent’anni di traversie, Terry Gilliam riesce a portare sullo schermo il “suo” don Chisciotte, simbolo della purezza contro le brutture del mondo

Chi la dura la vince. È questo il tema de L’uomo che uccise don Chisciotte, progetto a cui Terry Gilliam ha iniziato a lavorare trent’anni fa e che ha lasciato sul campo più di una produzione abortita per colpa, di volta in volta, di condizioni climatiche avverse, retromarcia dei finanziatori, la morte improvvisa degli attori che avrebbero dovuto interpretare l’eroe eponimo, e altre catastrofi. Tutto era sembrato remare contro per impedire al visionario cineasta di portare a termine il suo sogno (molte delle “calamità” sono raccontate nell’istruttivo documentario Lost in La Mancha del 2002, una lezione sulle utopie del cinema). Il dato più rilevante di questo film, quindi, è che finalmente sia stato portato a termine e, tutto sommato, per i cinefili che ne conoscevano tutte le traversie produttive, vederlo o meno non fa molta differenza. Ai fan del regista, comunque, piacerà moltissimo.
Don Chisciotte è un personaggio che, anche solo per meriti letterari, rimanda a una tradizione che parla di sogni irrealizzabili ed epici fallimenti e tra i cineasti che si sono cimentati con l’adattamento dell’opera, dovendovi poi rinunciare, c’è anche il grande Orson Welles. Bravo Terry Gilliam per non essersi fatto travolgere dalla “maledizione” di questa consuetudine negativa e aver completato il film di cui la trama, come si capirà, è il tratto meno importante. 
L’uomo che uccise don Chisciotte è un film sui “sogni perduti” del cinema; sulla sproporzione tra gli ideali della giovinezza e i compromessi dell’età adulta; un pastiche divertito ma romantico sospeso tra realtà e immaginazione, in cui lo spettatore è chiamato a perdersi insieme ai personaggi. Accusando le nefandezze dei nuovi oligarchi economici – rappresentati nel film da un magnate russo che fa il bello e il cattivo tempo con gli “schiavi” di cui controlla le vite –, vuole portare avanti la battaglia della purezza contro le brutture del mondo. Una battaglia incarnata dallo “spirito” del Don Chisciotte, alto ideale da trasmettersi da un uomo all’altro, da una generazione all’altra, perché sempre rimanga desto. L’unica alternativa al non barattare la propria libertà e il proprio onore – sembra mostrare il film, in una morale un po’ inconclusiva – è perdere il senno e continuare a lottare contro i mulini a vento. Almeno la dignità è salva. D’altra parte, come poetava Carducci, “tu solo, o ideal, sei vero”.
Sarebbe però ingeneroso nei confronti di Terry Gilliam trovare una “morale” in questa picaresca avventura che alla fine, comunque, attesta che l’anima di un capolavoro della letteratura può sopravvivere davvero a tutto. 

 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
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IL TRADITORE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 05/24/2019 - 20:46
Titolo Originale: Il traditore
Paese: ITALIA, FRANCIA, BRASILE, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo
Produzione: RAI CINEMA; IN COPRODUZIONE CON AD VITAM PRODUCTION, MATCH FACTORY PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Maria Fernanda Cândido

Alla festa di Santa Rosalia del 1980 ci sono tutti i grandi capi di Cosa Nostra, per sancire un accordo di facciata tra i palermitani e i corleonesi. C’è anche Tommaso Buscetta ma lui non partecipa alla riunione a porte chiuse: è solo “un soldato”. Riparte subito dopo per il Brasile (la patria della sua terza moglie) dove gestisce alcuni suoi “affari” ma le notizie che riceve dall’Italia sono tragiche: è iniziata la guerra di mafia per il commercio della droga e due dei suoi figli sono stati uccisi. Arrestato dalla polizia brasiliana, viene instradato in Italia dove conosce il giudice Falcone, che lo invita a parlare, in cambio dell’immunità. Buscetta non si riconosce più nella nuova violenza di Cosa Nostra e inizia a parlare…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Ancora un film dove il giudice Falcone si mostra un puntiglioso servitore dello Stato, cosciente dei rischi che sta correndo.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di torture senza evidenza di sangue. Scene di intimità amorosa con nudità
Giudizio Artistico 
 
Marco Bellocchio si conferma un grande regista, questa volta nella sua capacità di ricostruire con rigore situazioni realmente avvenute. Eccezionale prestazione di Pierfrancesco Favino nella parte di Buscetta e di Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno
Testo Breve:

Venti anni di cronaca di mafia italiana, dalle dichiarazioni del pentito Buscetta, al maxi processo, fino alla sua morte a Miami nel 2000. Marco Bellocchio cerca di scoprire chi è stato l’uomo Buscetta in un’opera che lo conferma come grande regista

Tommaso Buscetta è stato, nel 1984, il primo pentito, un pentito d’eccellenza che ha portato a 366 mandati di cattura. Dopo l’arresto di Riina, nel ’93, i due uomini sono messi a confronto in un’aula di tribunale ma il corleonese decide di non parlare. E’ Tommaso che allora che prende la parola e lo incalza dicendo che solo lui, Totò, deve esser considerato un vero traditore perché aveva stravolto lo spirito di Cosa Nostra iniziando a uccidere indiscriminatamente anche donne e bambini.

E’ questa la chiave di lettura migliore che ha dato Bellocchio di questa biografia di un delinquente pentito. Si è sottratto al rischio di farlo diventare un eroe, non ha ipotizzato nessuna forma di conversione all’ordine dello Stato (che sarebbe stato ben poco credibile), non ha nascosto che già a sedici anni era un affiliato a cui era stato dato l’incarico di uccidere. Alla fine il ritratto che ne ha fatto è quello di un uomo incolto (non aveva completato la scuola dell’obbligo), senza particolari ambizioni per il potere (è rimasto sempre un “soldato”) ma che aveva la passione per le belle donne, il sesso ma anche per la famiglia (in tutto ebbe otto figli da tre mogli). L’ipotesi che avesse deciso di parlare perché disilluso dall’organizzazione alla quale si era legato (ma anche perché aveva avuto due figli uccisi) appare quindi verosimile. Ma l‘uomo è sempre qualcosa di molto complesso e Marco Bellocchio ce lo ricorda: se da una parte Buscetta non aveva paura di morire (fu sottoposto in Brasile a feroci torture) dall’altra ci teneva a morire nel proprio letto. La morte era sempre dietro l’angolo e lui lo sapeva: “dott. Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io”, disse una volta al giudice. Solo indirettamente percepiamo le angosce di un uomo che aveva preso una strada dalla quale non si può tornare indietro: il regista a più riprese, ci fa partecipare ai suoi incubi notturni e più volte lo vediamo passare una notte insonne sul terrazzo di casa imbracciando un fucile. Lo stesso Falcone, anche se si trova di fronte a un “pentito” che ha rivelato molti dettagli di Cosa Nostra per ben 45 giorni, lo redarguisce, perché aveva compreso che Buscetta aveva finito di raccontare solo ciò a cui faceva più comodo, tenendo per se i suoi intrallazzi personali.

Non bisogna però pensare che il film sia solo una biografia di Buscetta; lo sviluppo del racconto è chiaro e lineare, c’è la precisa voglia del regista di raccontare i fatti come sono realmente avvenuti, senza aggiungere nulla in più. Ma Bellocchio non rinuncia alla sua vena più genuina, quella di tratteggiare un quadro sociale della Sicilia e dell’Italia degli ultimi vent’anni del secolo scorso e di adottare la sferza su certi vizi nazionali. Ecco che vediamo Buscetta giovane che impunemente può incontrare in carcere una donna per soddisfare i suoi piaceri, un sacerdote imbracciare il mitra perché affiliato a una cosca sotto attacco, un flemmatico Andreotti che si misura un vestito nuovo restando senza pantaloni. Il giorno dopo la strage di Capaci, il regista si attarda in una sequenza dove i tanti mafiosi irrompono in grida di gioia alla notizia.

Nella sequenza del maxi processo, fra mafiosi urlanti, flash dei fotografi, avvocati che cercano di prendere la parola, un giudice incapace di gestire tutto quel tumulto, Bellocchio ci ha regalato sequenze di vero cinema e si conferma un grande maestro.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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STANLIO E OLLIO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/07/2019 - 09:30
Titolo Originale: Stan & Ollie
Paese: GRAN BRETAGNA, CANADA, USA
Anno: 2018
Regia: Jon S. Baird
Sceneggiatura: Jeff Pope
Produzione: BRITISH BROADCASTING CORPORATION (BBC), ENTERTAINMENT ONE, FABLE PICTURES
Durata: 94
Interpreti: John C. Reilly, Steve Coogan, Nina Arianda, Shirley Henderson, Rufus Jones, Danny Huston

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
La volontà di rinsaldare una amicizia che ha resistito al logorio degli anni, Il sostegno di due mogli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
John C. Reilly e Steve Coogan evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.
Testo Breve:

1953. Dopo più di 100 film Stanlio e Ollio sembrano non attrarre più il pubblico. Ma a Londra qualcosa accade. Un omaggio alla grande coppia di comici con un po’ di nostalgia ma tanta amicizia

The show must go on. Lo sostiene Ida Laurel, la moglie di Stanlio (Stan Lauren) in un elegante bar inglese, e lo ripete, subito dopo, Ollio (Oliver Hardy), alla moglie Lucille. Sono passati sedici anni da quel lontano 1937, quando i due grandi attori comici riempivano le sale cinematografiche con i loro sketch. Il set hollywoodiano non li vuole più, li aspetta un palcoscenico europeo per ammiratori agè: hanno lasciato gli Stati Uniti per una tournée teatrale in Inghilterra e, forse, un possibile film. Al loro arrivo il giovane produttore (Rufus Jones) li ha accolti con fretta, i fattorini non sono disponibili nell’hotel che in realtà è una pensione e l’arredamento è decisamente diverso da quello a cui erano abituati. Stanlio e Ollio sono sempre loro, ma il loro successo sembra tramontato. Eppure Ollio non ha abbandonato la sua programmatica astuzia e la sua finta ruvidità, Stanlio è maldestro e fintamente inopportuno. I loro visi non hanno perso il vigore comico, anche se i loro corpi sono diventati più deboli, appesantiti dall’alcool. Al loro fianco ci sono due donne, due mogli, così opposte tra loro: Ida (Nina Arianda) è giovane, decisa, ha modi spicci e ha uno spiccato accento dell’Europa dell’Est quando parla in inglese; mentre Lucille (Shirley Henderson, amata dai più piccoli per il ruolo di Mirtilla Malcontenta nella saga filmica di Harry Potter) è premurosa, preoccupata, attenta.
Il duo non guarda alla fatica, continua a studiare e a provare e le loro date si moltiplicano. Dallo sketch del martello a quello delle due porte, la loro comicità conquista il pubblico. Ma c’è qualcosa che si inceppa. Ci sono problemi resi pietre dagli anni e che sono diventati ossessioni per Stanlio, e poi per Ollio. La spensieratezza dei due (che ancora oggi non stanca mai), la logica di ferro di Stanlio e la creatività di Ollio (che scrive e riscrive battute e inventa sketch di notte), lascia il posto alla nostalgia di un’amicizia che rischia di frantumarsi. E non per un semplice diverbio professionale. Dettagli mai superati, decisioni unilaterali, separazioni apparentemente forzate. Quello che sembrava un inossidabile legame, un sodalizio professionale consolidato, forse non è proprio così.
La risata lascia subito spazio alla nostalgia in Stanlio e Ollio, il biopic di Jon S. Baird, scritto da Jeff Pope, lo sceneggiatore di Philomena. Una nostalgia che si deposita pian piano nella mente e nel cuore dello spettatore perché sta assistendo, come se fosse veramente presente, alla vita di due giganti del cinema. I biopic al cinema sono difficilmente riproducibili e quello di Stanlio e Ollio, forse, lo era più di tutti. Escluso dai riconoscimenti ufficiali, Oscar e Bafta (i premi inglesi) il film, in realtà, dimostra che non esiste storia che il cinema non possa raccontare. È un’arte collettiva, dove le parole e la regia contano, ma dove contano, soprattutto in questo caso, due grandi attori. E John C. Reilly (l’attore amato da grandi registi come Martin Scorsese e Paul Thomas Anderson che si è sottoposto a ore di trucco per poter avere la rotondità di Oliver Hardy) e Steve Coogan (che nella vita ama anche scrivere, come dimostra la nomination agli Oscar per Philomena) evidenziano ancora una volta quanto una prova attoriale possa regalare emozione e verità se la scrittura è alta e non mira solamente a conquistare il pubblico, a cedere ai ricatti del marketing e del box office.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FRANCESCA CABRINI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 05/05/2019 - 20:05
 
Titolo Originale: Mother Cabrini
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Daniela Gurrieri
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video
Durata: 99
Interpreti: Cristina Odasso, Enrico Cttaneo, Chiara Catalano, Renato Ansaldi

Francesca Saverio Cabrini aveva da poco fondato, nel 1888 la congregazione delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù con l’obiettivo di recarsi in Estremo Oriente. Mons Giovanni Battista Scalabrini, con il pieno appoggio di papa Leone XIII, la convince a recarsi negli Sati Uniti, dove c’erano tanti italiani che vivevano una situazione difficile, senza il conforto della fede. Madre Cabrini e sei suore sbarcano a New York e iniziano ad aprire una scuola femminile usando un appartamento offerto dalla contessa de Cesnola, una ricca benefattrice di origine italiana ma ben presto il loro impegno si estende anche alla gestione di un grande ospedale che rischia di andare in fallimento…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
“Iniziamo con quello che c’è; il Sacro Cuore penserà al resto” Francesca Cabrini esprime la tranquilla forza di chi sa che non sta agendo per se stessa ma per realizzare ciò che è gradito al Cuore di Gesù
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Molto brava la protagonista Cristina Odasso nel presentarci una donna minuta ma forte nella fede e nella speranza, con la quale riesce ad affrontare qualsiasi difficoltà
Testo Breve:

I primi, difficili, anni della missione di santa Madre Cabrini negli Stati Uniti alla fine dell’’800, impegnata nel sostegno materiale e spirituale degli immigrati italiani, con pochi mezzi ma con una fede salda.

Quando si visita il museo dell’immigrazione a Ellis Island un cartello ricorda, senza reticenze, che gli immigrati da paesi a maggioranza cattolica (italiani, irlandesi) avevano una vita particolarmente difficile perché molti ritenevano che gli Stati Uniti dovesse restare una nazione rigorosamente protestante.

Questo film, correttamente, non inizia da subito a presentarci madre Cabrini ma cerca, attraverso immagini e dialoghi, di riportarci a quel fine ottocento dove migliaia di italiani partirono da un paese in profonda crisi economica (furono nove milioni fra i 1880 e il 1915) e una volta sbarcati, oltre alle difficoltà che dovevano affrontare per trovare un lavoro, si aggiungeva l’ostilità di molti verso chi era cattolico. La cultura positivista allora dominante, l’influenza che i massoni esercitavano sugli immigrati, rendeva ancora più drammatica la condizione degli italiani sbarcati nel Nuovo Mondo, che non avevano chi potesse confortarli nella fede.  Forse la scena più efficace, nella sua capacità di sintesi, è quella in cui si vede madre Cabrini percorrere un povero cortile pieno di bambine italiane che cercano qualcosa con cui giocare non avendo nulla da fare. Con i genitori impegnati in lavori precari, senza una scuola che le accogliesse, erano abbandonate a loro stesse, come animaletti selvaggi.

Per una santa così vicina ai nostri tempi, non c’è nessun tono apologetico nella narrazione ma la cruda realtà delle tante difficoltà che madre Cabrini dovette affrontare appena arrivata a New York e come le seppe superare con la forza della fede. Lo stesso arcivescovo Corrigan, nel vedere queste suore appena sbarcate, disse loro che era meglio per loro tornare indietro, perché non c’erano i soldi necessari per la scuola e l’orfanatrofio che volevano avviare. Anche quando finalmente, la contessa Cesnola offrì loro un appartamento in affitto per un anno per alloggiare le orfanelle, si scoprì che si trattava di un’iniziativa interessata, per dotarsi di domestiche a buon mercato. Ancora dopo, quando ogni problema materiale sembrò risolto, fu difficile convincere i genitori italiani a mandare a scuola i loro figli, perché più utili in casa o a svolgere lavori manuali. Difficoltà dopo difficoltà, emerge bene la personalità della santa. Quando il vescovo la invita a fermarsi per la mancanza di mezzi, lei è pronta a rispondere che “la nostra arma più potente non è il denaro ma la fiducia illimitata nel Cuore di Gesù”.  Nei momenti più difficili, la vediamo spesso in preghiera e poi invitare le sue consorelle ad avere fiducia in Dio, perché sicuramente avrebbe fornito loro tutti i mezzi necessari per la loro missione.  Una fede che incanalava nella giusta direzione le sue innumerevoli doti umane: fu una donna imprenditrice, in grado di risollevare le sorti di un intero ospedale che stava andando in fallimento; una suora obbediente sempre ai suoi superiori (sono belli gli incontri con Leone XIII che la incoraggiò nella sua missione) ed anche influente, in questa giovane nazione che stava consolidandosi con una sua propria cultura.

Cristina Odasso impersona molto bene questa donna fragile nell’aspetto ma di indomito coraggio, grazie alla sua fede incrollabile. Particolarmente curate sono anche le ambientazioni d’epoca.

Madre Francesca  è stata la prima a fondare una organizzazione religiosa esclusivamente femminile (Missionarie del Sacro Cuore di Gesù) non dipendente da un ramo maschile,  la prima santa americana (prese la cittadinanza americana nel 1909) , e i frutti del suo impegno si vedono ancora oggi nelle missioni presenti in 17 paesi di tutto il mondo. Un bell’esempio del potere trasformante della fede. 

Il film viene trasmesso dalla rete televisiva EWTN, la più grande rete cattolica del mondo
In Italia, la programmazione del film nelle varie città può essere consultata sul sito:

http://mothercabrini.cristianavideo.com/cinema/

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL CAMPIONE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/25/2019 - 21:31
 
Titolo Originale: Il campione
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Regia: Leonardo D'Agostini
Sceneggiatura: Giulia Steigerwalt, Leonardo D'Agostini - (collaborazione), Antonella Lattanzi - (collaborazione)
Produzione: GROENLANDIA CON RAI CINEMA
Interpreti: Andrea Carpenzano, Stefano Accorsi, Massimo Popolizio, Anita Caprioli

Christian Ferro è la grande promessa della Roma. Idolatrato dai fan, a soli vent’anni dispone di un parco di Lamborghini, una villa lussuosa dove si accampano belle ragazze, gli amici della borgata del Trullo dove è cresciuto e lo stesso suo padre, che si è rifatto vivo dopo averlo abbandonato in gioventù, per unirsi alla banda dei parassiti. Ma Christian ha un carattere irruento e si mette spesso nei guai. Il direttore della Roma, per cercare di raddrizzarlo, gli impone di conseguire il diploma di maturità e per questo ingaggia un tranquillo professore di liceo che ha il grande merito di non sapere neanche chi sia Christian Ferro...

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un professore riesce a far studiare uno studente riluttante solo quando viene instaurata fra di loro una solida comprensione umana e reciproca
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Perfetti nelle loro parti sia Andrea Capenzano che Stefano Accorsi. La sceneggiatura porta a compimento la storia con un buon ritmo pur all’interno di un impianto semplice e prevedibile
Testo Breve:

A un giovane goleador della Roma troppo irruento viene imposto l’obiettivo di conseguire il diploma di maturità con l’aiuto di un professore privato. Un incontro umano di comprensione reciproca e di riscatto dalla spietata logica del successo

Un ragazzo scatenato sul campo, con il genio della tattica, pronto a far bravate da bullo del quartiere Trullo dove è cresciuto e a menar le mani quando si sente offeso. Ma anche sensibile, capace di comprendere le sofferenze degli altri, perché anche lui ha una pena segreta nel cuore. Un professore taciturno e ingrigito, proiettato in un mondo sotto i riflettori che non è il suo ma desideroso di compiere quel miracolo su un soggetto difficile per il quale è stato chiamato: gli servirà a ridare un po’ di senso a una vita colpita da una devastante tragedia. Sono Andrea Capenzano e Stefano Accorsi le due punte di diamante di questo film, pienamente nella parte e se non ci si poteva aspettare di meno da Accorsi, ben collaudato nel ruolo di coach esistenziale dopo Veloce come il vento, una vera sorpresa è Andrea, che non poteva fare di meglio nel proporci un giovane di borgata che al di là del successo, vuole trovare il suo riscatto dai troppi adulti che lo vedono solo come una gallina dalle uova d’oro.

Anche la sceneggiatrice Giulia Steigerwalt svolge un ruolo importante: i dialoghi a due sono il suo punto di forza, un modo con il quale  i protagonisti trovano l’occasione per mettere a nudo le loro pene segrete, uno di fronte  all’altro. L’impianto è assolutamente classico (presentazione dei personaggi e del nodo che debbono sciogliere; percorso verso la soluzione,   colpo di scena verso la fine che mette in discussione tutto; conclusione) ma almeno non prevedibile e ben ritmato. Forse le sofferenze dei due protagonisti (la perdita da giovane della madre per Christian, la malattia mortale del figlio per il professore), sono innesti troppo palesemente funzionali al fine di costruire nodi da sciogliere

Il film affronta uno stimolante tema pedagogico: come far  interessare i giovani alle materie che debbono studiare e ci fa  dare uno sguardo a una realtà tutta italiana: la preparazione rigorosa di giovani leve destinate alla fiorente ma spietata industria del calcio.

Andrea Capenzano è rappresentante credibile di una generazione che non si presta a venir stritolato da meccanismi imposti dalla logica del guadagno ma cerca di costruire  in modo autonomo la propria personalità e  dei veri amici disinteressati

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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AFTER

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/17/2019 - 21:19
Titolo Originale: After
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Jenny Gage
Sceneggiatura: Jenny Gage
Durata: 91
Interpreti: Josephine Langford, Hero Fiennes-Tiffin, Khadijha Red Thunder

Tessa Young ha completato il liceo e si appresta a raggiungere il campus dove frequenterà l’università. La madre e il suo fidanzato di sempre si effondono in ammonimenti, affinché Tessa posta restare quella brava e studiosa ragazza che è sempre stata. Le raccomandazioni si rivelano presto inutili: La sua compagna di stanza la invita a una festa dove conosce Hardin, un ragazzo cupo e scostante, con il quale finisce per discutere animatamente anche di fronte alla professoressa di lettere, perché hanno giudizi diversi sui romanzi di Jane Austen ma ormai la scintilla è scoccata…

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I turbamenti sessuali della giovane Tessa sono il tema principale di questo film, senza che questo istinto naturale venga sostenuto da un’approfondita conoscenza e da un impegno reciproci dei due giovani. Un racconto “fisico”, senza profondità
Pubblico 
Maggiorenni
Rappresentazioni senza nudità di un rapporto lesbico e di una convivenza prematrimoniale. Una gioventù grigia, senza punti di riferimento
Giudizio Artistico 
 
Una sceneggiatura che lascia incompleto l’approfondimento dei protagonisti. Buona la prestazione di Josephine Langford (Tessa); incerta invece quella di Hero Fiennes-Tiffin (Hardin) vittima di una modesta definizione del suo personaggio.
Testo Breve:

Tessa inizia a frequentare l’università e conosce nuovi amici e un nuovo amore. Un prodotto ingessato, espressione dell’omologazione verso il basso della nuova cultura mediatica

 

Questo film ha un’importanza addirittura storica perché si può dire che sia il primo (dopo un altro esperimento in tono minore: The Kissing Booth)  a esser stato scritto in modo interattivo con l’aiuto dello  stesso pubblico e come tale costituisce una fonte certificata di ciò che può interessare agli adolescenti e agli young adult di oggi.

La strumento mediatico per una simile interazione è stata la piattaforma di narrativa online Wattpad, un colosso fondato nel 2006, con 70 milioni di scrittori registrati e più di 500 milioni di storie generate dagli utenti che ha proprio l’obiettivo di scoprire talenti e lanciarli nell’etere mediatico.

L’autrice Anna Todd aveva inizialmente concepito il suo racconto come tributo a Harry Styles, frontman della banda del cuore One Direction  (si tratta in effetti di una fanfiction) ed è interessante il modo con cui il racconto si è formato. Anna ha pubblicato in rete i singoli capitoli e da questi ha ricevuto di volta in volta i commenti dei lettori, in base ai quali ha fatto avanzare il racconto. Quando il suo lavoro (si tratta di un’epopea suddivisa in vari romanzi) è stato pubblicato in formato cartaceo, sono state vendute oltre 15 milioni di copie. Alla prima settimana di uscita del film in Italia, il successo è stato confermato e la pellicola è schizzata subito in cima al box office.

Qual è quindi il segreto di questa storia e come è stata trasferita sugli schermi?

Si tratta certamente di una love story in ambito universitario, ma non strappalacrime come l’originale del 1970, né ci troviamo di fronte a una coppia impossibilitata al contatto fisico, come nella saga Twilight o nel più recente A un metro da te. I due giovani soffrono comunque di insicurezza, di qualcosa che li ha resi fragili fin dalla giovinezza: la separazione e le colpe dei propri genitori. E’ questo in effetti il leit motiv che ricorre in tutta la più recente produzione di fiction che ha per protagonisti degli adolescenti, un espediente molto comodo per giustificare certe loro cattiverie. In realtà  è proprio l’amore il grande assente da questo film. E’ scontato che la tranquilla e semplice Tessa e il tormentato e tenebroso Hardin finiscano per piacersi perché ognuno ha bisogno di venir trasformato dall’altro ma i molto modesti dialoghi non ci esprimono l’avanzamento di una conoscenza reciproca, e i loro battibecchi intorno al Darcy e all’ Elisabeth di Orgoglio e pregiudizio o a Catherine e Heathcliff di Cime Tempestose appaiono degli innesti forzati. C’è un solo tema che viene sviluppato con abbondanza di dettagli: i turbamenti sessuali di Tessa di fronte al primo bacio, alle prime carezze, alla prima volta. Una progressione guidata da un Hardin incerto ma gentiluomo, disposto a fare progressi solo quando lei si sente pronta. E’ evidente l’intento dei produttori di realizzare un film patinato adatto a un vasto pubblico (non ci sono nudità) e di fatto i risvolti più crudi presenti nel romanzo, espressione della cattiveria di Hardin, sono stati eliminati, causando però una perdita della caratterizzazione del ragazzo, che appare spesso imbronciato e melanconico in ogni circostanza, senza che si comprenda bene il perché.

Alla fine il risultato è sconfortante: se dobbiamo concludere che il romanzo (e ora il film) è espressione del minimo comune sentire di un vasto pubblico giovanile, qui non ci troviamo di fronte a una bella storia d’amore (come in fondo, era Love story del 1970) ma siamo piuttosto dalle stesse parti di Cinquanta sfumature di grigio.

E quello che è stato proposto come un frutto spontaneo della generazione dei millennials è in realtà espressione dell’omologazione verso il basso che genera la nuova cultura mediatica

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA SAPIENZA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 04/10/2019 - 21:22
 
Titolo Originale: La Sapienza
Paese: Italia, Francia
Anno: 2014
Regia: Eugène Green
Sceneggiatura: Eugène Green
Produzione: LA SARRAZ PICTURES, MACT PRODUCTIONS, IN COLLABORAZIONE CON RAI CINEMA
Durata: 105
Interpreti: Fabrizio Rongione, Christelle Prot, Ludovico Succio, Arianna Nastro

A 50 anni, Alexandre Schmidt è un architetto francese ormai affermato che però decide di rinunciare a un prestigioso progetto perché si rifiuta di dar seguito alle richieste della committenza: radere al suolo ciò che prima era stato costruito. Alexandre decide che il modo migliore per impiegare il tempo che ora si trova a disposizione sia andare a Stresa e poi a Roma per scrivere un saggio sulle opere del Borromini. Sarà l’occasione per rinnovare su prospettive diverse a sua passione di costruttore, da tempo affievolita. La moglie Alienor decide di accompagnarlo: fra di loro è rimasto solo un civile rispetto, dopo un tragico evento che ha messo alla prova la loro unità coniugale. A Stresa incontrano due giovani fratelli, Goffredo e Lavinia; il primo prossimo agli studi di architettura, la seconda afflitta da una strana malattia nervosa che la costringe a restare spesso a letto. Alienor decide di recuperare il suo senso materno ormai affievolito restando a Stresa con Lavinia, mentre Goffredo accompagnerà Alexandre in Italia alla scoperta del Borromini....

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un architetto che inizialmente si dichiara un materialista, scopre che la sua ispirazione resta incompleta se non inserisce la forza di una luce soprannaturale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Eugène Green si avventura su temi alti, difficili da esprimere cinematograficamente. Un esercizio interessante ma riuscito a metà
Testo Breve:

Raiplay ha compiuto questo interessante recupero di La sapienza, sulla storia di un architetto che cerca la sua ispirazione professionale e la trova nelle forme spirituali del Borromini. Un film non per tutti i palati riuscito a metà

Alexandre, durante un discorso di ringraziamento in occasione di un premio ricevuto come riconoscimento alla sua opera, si era dichiarato un materialista, impegnato nei valori della laicità francese.    Si era sempre rifiutato di erigere delle chiese di qualsiasi religione; sono le fabbriche – a suo dire - le cattedrali del mondo moderno. Si tratta però di un’auto etichettatura che non rispecchia appieno il suo sentire: ne è una riprova l’ammirazione che Alexandre dice di nutrire per l’architetto Borromini e in particolare per come ha realizzato la chiesa di sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Si tratta di uno spazio spirituale, come lui stesso lo descrive, che punta verso l’assoluto, attraverso una progressione che percorre prima lo spazio dimora degli angeli e infine si protende verso lo spazio divino, verso la sorgente della luce.

Alexandre ammira anche il Bernini, di cui apprezza quello stile particolare che gli consente sempre di imbrigliare forme dinamiche all’interno di figure geometriche, secondo una razionalità che sente in sintonia con una sensibilità francese e lui stesso si dichiara un Berniniano, ma non può fare a meno di riconoscere che il Borromini riesce a trasmettere qualcosa di più profondo anche se non è in grado di cogliere l’essenza della sua aspirazione.

Il suo giovane amico, aspirante architetto, ha invece le idee molto chiare: essere architetti vuol dire creare spazi da riempire di gente e di luce. La luce deve costituire una “presenza”, una presenza divina che può essere percepita da chi è credente ma anche da chi non lo è. Un’opera architettonica deve diventare “un tempio per tutte le religioni”.

Come si può vedere da questi brevi cenni della trama e delle conversazioni, il regista e sceneggiatore Eugène Green “punta in alto, affronta tematiche intellettuali impegnative che necessitano di una forma narrativa adeguata, un modo per riuscire a raccontare cinematograficamente non in prosa ma in poesia questa ricerca della sapienza e della bellezza. Ecco che il parlare dei protagonisti ha una cadenza lenta e solenne, guardando direttamente verso la telecamera. C’è abbondanza di piani fissi, gesti ieratici e lente carrellate lungo le pareti di diverse opere del barocco italiano per riuscire a coglierne la dinamica delle forme ma anche la serenità e la solarità delle sponde del lago Maggiore.

Si tratta quindi di un film non per tutti i palati ma interessante, a nostro avviso almeno nel  modo con cui il protagonista lotta interiormente nel dover scegliere fra un armonico e chiuso razionalismo (in termini architettonici: il cerchio e l’ellissi) e altre forme che esprimono una spinta verso l’alto, verso il trascendente.

E’ sintomatico il transito di Alexandre e di Goffredo per Torino e la loro analisi della Sindone; Anche se  riferisce a Goffredo che in base ad alcune analisi effettuate, il tessuto va datato intorno al  XII secolo, Alexandre si dichiara sinceramente turbato, come uomo e come architetto, da quel volto e da quei segni di sofferenza che provengono da un lontano  passato. Solo dopo una prolungata vicinanza con Goffredo, che non è appesantito, come lui, dalla sfiducia e dalla sofferenza che gli hanno procurato alcune vicende personali, comprende perché l’architettura del Borromini attrae tanto il suo animo: l’architetto ticinese  sembra aver trovato una perfetta armonia fra la sapienza  e la spinta verso l’infinito. Sembra forse pronto a concludere che fra i due elementi non c’è alcuna contraddizione, ma che la Sapienza è esattamente espressione del Divino, come viene ricordato fin all’inizio del film, citando La Bibbia:

La sapienza ..è  un riflesso della luce perenne (Sapienza 7,26)

L’obiettivo del regista è stato sicuramente ambizioso, un obiettivo raggiunto a metà, non solo per la forma narrativa scelta ma per certe libertà autoriali che si è concesso: una parentesi comica fuori luogo e un po’ razzista (ai danni di un turista australiano); il cameo interpretato dal regista stesso nei panni di un rifugiato caldeo, una rapida incursione nella  psicologia con l’inspiegabile malattia debilitante di Lavinia.

Il film è disponibile sulla piattaforma Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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