Dramma

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1917

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2020 - 11:43
Titolo Originale: 1917
Paese: Gran Bretagn, Usa
Anno: 2019
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes e Krysty Wilson Cairns
Produzione: Amblin Partners, DreamWorks Pictures, Neal Street Productions, New Republic Pictures
Durata: 119
Interpreti: George MacKey, Dean Charles Chapman, Marc Strong, Andrew Scott, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Richard Madden

Aprile 1917. Ai caporali Blake e Schofield viene affidato il compito di attraversare le line nemiche e raggiungere un battaglione isolato dalle comunicazioni per fermare un attacco che porterebbe a morte certa 1600 uomini, tra cui anche il fratello maggiore di Blake. Una corsa contro il tempo nel mezzo degli orrori delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella brutalità della guerra si manifesta, per un breve momento, la tenerezza verso i piccoli e gli indifesi
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sembra che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente
Testo Breve:

Nel 1917 due portamessaggi inglesi debbono attraversare le linee nemiche per portare un messaggio di estrema importanza. Un film sofisticato  ma poco coinvolgente

Ispirandosi ai racconti del nonno, portamessaggi come i protagonisti del film, Mendes costruisce una macchina sofisticata e grandiosa anche se non sempre efficace dal punto di vista del reale e profondo coinvolgimento emotivo. Le riprese sono state realizzate in modo da dare la sensazione di seguire un unico lunghissimo pianosequenza che “pedina” i giovani soldati mentre percorrono le trincee, superano il filo spinato e avanzano nella terra di nessuno, cercando di evitare le trappole di un nemico insidioso anche se in ritirata.

Questa scelta di linguaggio, che in teoria dovrebbe portare lo spettatore a condividere il punto di vista di due giovani con caratteri diversi ma uniti da una missione oltre che dalla loro amicizia, rischia fin troppo spesso in realtà di attirare l’attenzione su sé stessa, raffreddando una materia narrativa potenzialmente potentissima.

In questo senso anche la parata di star anglosassoni, ognuna presente sullo schermo per lo spazio di una scena o poco più, finisce per tradursi in un altro elemento di distrazione che aggiunge “stellette” al film, ma dà solo in parte sostanza alla storia.

Detto ciò i due giovani interpreti (e soprattutto George MacKey, già visto in Captain Fantastic) risultano convincenti nel dare corpo a due ragazzi immersi in un conflitto che ha già lasciato i suoi segni (Schofield ammette con l’amico di non amare le licenze per il ripetersi di addii sempre più dolorosi) e la loro missione trasporta lo spettatore in un viaggio “all’inferno” che la fotografia di Roger Deakins aiuta a costruire con scelte visive potenti, anche se in alcuni punti la ricostruzione assume un’eleganza che la rende meno “carnale”.

Fa eccezione un momento particolarmente bello in cui uno dei due giovani soldati, nel mezzo della violenza si trova di fronte al miracolo della vita e della tenerezza (tanto più sorprendente in mezzo a tanto orrore) e in quella parentesi di pace ritrova uno sguardo commosso che lascia spazio alla speranza.

Non manca il dramma, quindi, nel film di Mendes, ma la sensazione, bizzarra considerando l’investimento personale del regista (che al nonno dedica il film), è che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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JOJO RABBIT

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/20/2020 - 10:46
Titolo Originale: Jojo Rabbit
Paese: Nuova Zelanda, Stati Uniti d'America, Repubblica Ceca
Anno: 2019
Regia: Taika Waititi
Sceneggiatura: Taika Waititi
Produzione: TSG Entertainment, Piki Films, Defender Films, Czech Anglo Productions
Durata: 108
Interpreti: Roman Griffin Davis, Thomasin McKenzie, Scarlett Johansson, Sam Rockwell

Johannes Betzler, soprannominato Jojo, è un bambino di dieci anni che vive nella Germania nazista del 1945. Le sue giornate passano in compagnia di due amici: uno reale, Yorki, e uno immaginario, Adolf Hitler. Come ogni bambino della sua età, partecipa ai gruppi della Gioventù Hitleriana, ma non ha abbastanza coraggio per portare a termine importanti incarichi; odia gli ebrei e li considera mostri, però non ne ha mai visto uno di persona. Vive con la madre Rosie, perché il padre è sul fronte italiano per la guerra e la sorellina è morta da poco tempo. Nonostante la guerra, le giornate passano tranquille, finché Jojo non scopre che la madre nasconde in soffitta una ragazza ebrea: Elsa. Perché è lì? Perché la madre la nasconde? Che cosa fare?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una madre e una ragazza sanno portare un bambino indottrinato dall’ideologia nazista alla consapevolezza di ciò che ha valore per sentirsi degli esseri umani
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene possono impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti i protagonisti ma il film non riesce a trovare uno stile narrativo uniforme, oscillando fra satira, favola, tragedia
Testo Breve:

Jojo Rabbit è un ragazzo di dieci anni, nato e cresciuto durante il regime nazista. L’affetto della madre e l’amicizia con una ragazza ebrea riusciranno a liberare la sua mente dall’indottrinamento fanatico di cui era stato vittima

Sono ormai molti i film che affrontano il tema del rapporto fra il nazismo (o il fascismo) e i giovani di quel tempo. Alcuni sono dei drammi: Il bambino con il pigiama a righe, Storia di una ladra di libri, Rosa Bianca  Sophie Scholl, ma c’è anche un capolavoro di equilibrio fra tragedia e poesia che è La vita è bella di Benigni. Per una rappresentazione satirica del fanatismo hitleriano dobbiamo invece rifarci a Charlie Chaplin (Il Grande Dittatore), a Ernest Lubitsch (Vogliamo Vivere) e a Mel Brooks (The producers, Una gaia commedia neonazista). Questo Jojo Rabbit sviluppa un’altra satira del nazismo ma lo fa ad altezza di bambino (Jojo ha dieci anni) ed ecco che il suo amico immaginario e confidente nei momenti in cui si sente più insicuro è nientemeno che Adolf Hitler e quando chiede a Elsa di spiegarli come sono fatti questi strani esseri che si chiamano ebrei, lui “beve” tutte le storie fantastiche che lei gli racconta.  Ma sarà proprio la scoperta che l’ebrea Elsa è semplicemente una ragazza come lui, che farà innescare i primi dissidi con l’amico Hitler fino al suo dissolvimento totale. Qualcosa di analogo era accaduto in Il bambino con il pigiama a righe, dove il protagonista faceva amicizia proprio con un ragazzo ebreo dall’altra parte del filo spinato ma se l’obiettivo di questo secondo era raccontare la “banalità del male” (il padre, il comandante del campo di concentramento, sembra un equilibrato gestore di questa insolita azienda) mentre più incerto è definire l’obiettivo di Jojo Rabbit.  Indubbiamente vuole sottolineare il livello di indottrinamento a cui può giungere un bambino nato e cresciuto nell’era nazista e lo fa portandosi a livello delle sue fantasie, delle sue riflessioni ma allora perché già a un terzo del film ci troviamo di fronte a una immagine orribile di uomini e donne impiccate nella piazza principale? In tutti i paesi il film è stato vietato ai minori di 10-12 anni: unica eccezione, come al solito, l’Italia che lo ha classificato Per Tutti.

Incerto anche lo stile narrativo scelto dall’autore. Vuole forse stabilire due sviluppi che si muovono in parallelo, uno frutto di pura fantasia infantile e l’altro che manifesta tutta la cruda realtà di qui tempi, come ha fatto Benigni in La vita è bella? Dobbiamo dire ancora di no, perché se le fantasie infantili sono raccontate in dettaglio, la realtà risulta invece un mescolamento di stili, a volte crudelmente vera come nella battaglia finale o nelle impiccagioni in piazza, altre volte particolarmente assurda come quando il capitano Klenzendorf (il comandante della Gioventù Hitlerina locale), in previsione del combattimento finale contro degli americani, si preoccupa soprattutto di disegnare nuove, sgargianti divise. La madre di Jojo è una dissidente del regime, lascia biglietti inneggianti alla libertà in vari punti della città (un chiaro richiamo al magnifico Lettere da Berlino) ma le motivazioni che spingono sia Rosie che Elsa a odiare il regine (“non vinceranno mai, l’amore è la cosa più forte al mondo. Il ballo appartiene alle persone libere”) appaiono generiche e astratte, un po’ poco per una popolazione che nell’ ultimo anno di guerra viveva sotto un regine che condannava a morte ogni dissidente e i bombardamenti degli Alleati che “livellavano” le loro città. Sono quindi tanti gli aspetti che disorientano lo spettatore, incerto fra ridere o meditare, considerarlo un racconto favolistico o una crudo documento storico.

Ciò in cui il film eccelle è nel raccontare i rapporti umani fra i protagonisti. Elsa non si arrabbia quando si trova di fronte a un ragazzino fanatico nazista e accondiscende alle sue richieste (vuole sapere tutto su come sono fatti gli ebrei) per poi condurlo per mano verso una nuova consapevolezza: “Non sei un nazista: sei un bambino di dieci anni, a cui piace indossare una buffa uniforme e che vuole fare parte di un gruppo”. La mamma Rosie è molto dolce nel non contrastare il fanatismo del figlio, che soffre per la mancanza della figura paterna in un mondo così violento. “Tu a dieci anni non dovresti celebrare la guerra e parlare di politica ma arrampicarti sugli alberi e poi saltare giù”.  La vita è un dono, dobbiamo celebrarla. Dobbiamo danzare per mostrare a Dio che siamo grati di essere vivi”.

Il film si presenta nelle sale con ben sei candidature agli Oscar (Miglior Film, Miglior Attrice non protagonista, Miglior Sceneggiatura non originale, Miglior Montaggio, Migliori Costumi, Migliore Scenografia) ma forse si tratta di un eccesso di atteggiamento benevolo nei confronti di un film che ci ricorda la disumanità del Nazismo.

Autore: Franco Olearo - Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PICCOLE DONNE

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/17/2020 - 15:50
 
Titolo Originale: Little Women
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Greta Gerwig
Sceneggiatura: Greta Gerwig
Produzione: Pascal Pictures
Durata: 135
Interpreti: Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Timothée Chalamet, Laura Dern, Meryl Streep

Mentre il padre è al fronte durante la guerra di secessione americana, quattro giovani sorelle — Meg, Jo, Amy e Beth March —, vivono le loro gioie e i loro dolori, affrontando la crescita, i cambiamenti e persino la malattia, con coraggio e resilienza, fino a diventare delle “piccole” (grandi) donne.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film ci sono esempi positivi di matrimoni riusciti, fondati sull’amore e sul sostegno reciproco ma è anche narrata la legittima aspirazione a realizzare un proprio sogno professionale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate
Testo Breve:

Questo ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre, ha il merito di distinguersi per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. Un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali

Si è molto parlato di questo film, ulteriore adattamento di uno dei classici per l’infanzia più amati di sempre: Piccole donne, di Louisa May Alcott. Caratterizzato da un montaggio moderno, un’eccellente fotografia e ottime interpretazioni attoriali, il film della Gerwig ha il merito di distinguersi dalle precedenti versioni, per la scelta di esplorare più a fondo alcune delle parti del romanzo da sempre più sacrificate. In particolare, gli adattamenti avevano finora dato largo spazio all’infanzia delle sorelle, per poi affrettare la parte in cui diventano adulte. In questo film invece, si parte quasi dalla fine, per ripercorrere, in un’alternanza di presente (toni più freddi) e flashback (toni più caldi) come “le piccole donne crescono”. Questo dà modo alla regista/sceneggiatrice di sviluppare più a fondo alcune dinamiche, per esempio l’innamoramento tra il giovane Laurie e Amy, la solitudine di Jo e i problemi economici di Meg e del marito. Di fronte a un classico così amato e conosciuto, la sfida era proprio quella di raccontare non solo qualcosa che parlasse ancor di più alla contemporaneità, ma soprattutto che fosse “nuovo”, inesplorato. Certo, i puristi del libro forse avranno storto il naso di fronte ad alcune licenze artistiche, come per esempio la narrazione frammentaria o la scelta di un giovane attore per il ruolo del professor Bauer, uomo maturo e di esperienza, non certo coetaneo di Jo. Il loro rapporto è quello più sacrificato dal film. Nella versione originale, è proprio il professore, con la sua onestà e schiettezza, a spingere Jo a scrivere qualcosa di più autentico e personale, ciò che diverrà poi il suo primo, vero, autentico romanzo, la storia della sua famiglia appunto, in memoria di Beth. Qui, invece, il ruolo dell’uomo è marginale e l’attrazione tra i due più epidermica.

Al di là di questo, il film ha il grande merito di andare in profondità su molti altri aspetti e di ritrarre i personaggi nelle loro diverse sfumature. Oltre al tema familiare, con la nostalgia per l’infanzia che passa, i rapporti che cambiano, i ruoli che evolvono, sono molto forti il tema della scrittura, come espressione di sé ed elaborazione dell’esperienza di vita, e il tema della donna nella società dell’epoca. Il pensiero comune è quello dell’arcigna zia March, interpretata in modo spassoso da Meryl Streep: una donna deve fare un buon matrimonio, a meno che non sia già ricca. Il suo destino, tanto nella realtà quanto nella finzione letteraria, risiede nel matrimonio, oppure nella morte. Jo (un’espressiva e talentuosa Saoirse Ronan), non si limita invece a pensare se stessa e le eroine delle sue storie all’interno di un matrimonio. Sogna l’indipendenza economica, la realizzazione di un proprio sogno professionale, una definizione di sé non subordinata a un uomo e ai suoi possedimenti. È una scelta coraggiosa e sofferta, che le porta anche molta solitudine. Sta per capitolare perché “vuole essere amata”, ma la mamma le ricorda che “non è la stessa cosa che amare”.

Il film non vuole certo sminuire l’istituzione matrimoniale, anzi. Alla fine, tutte le sorelle (eccetto Beth, appunto, che muore) troveranno il vero amore e i matrimoni rappresentati, primo tra tutti quello dei genitori March, sono esempi positivi, di amore e di sostegno reciproco. Il film vuole invece far riflettere su quanto fosse duro per una donna (e possa ancora esserlo), affermarsi professionalmente e in modo indipendente, alla pari di un uomo. Ciò non sostituisce il desiderio di crearsi una famiglia e di essere mogli e madri. Come dice Meg (una dolce Emma Watson) a Jo, “se i miei desideri sono diversi dai tuoi non significa che siano meno importanti”. Insomma, c’è spazio per molti “destini” e diverse ambizioni: ciò che conta è che non siano imposti o attesi dalla società, ma che siano scelti liberamente e con il cuore.

Autore: Eleonora Fornasari
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RICHARD JEWELL

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/17/2020 - 15:11
Titolo Originale: Richard Jewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Billy Rey
Produzione: Malpaso Productions, Appian Way Productions, Misher Films, 75 Year Plan Productions
Durata: 131
Interpreti: Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, John Hamm, Olivia Wilde

All’epoca dei Giochi Olimpici di Atlanta (1996) Richard Jewell, che da sempre sogna di servire la legge nelle forze dell’ordine, lavora come addetto alla sicurezza di un parco dove si svolgono concerti. É lì che individua uno zaino sospetto e convince colleghi e poliziotti a far spostare la gente, in tempo per scongiurare un massacro. Nell’attentato muoiono comunque 2 persone e oltre 100 restano ferite. Richard, dapprima considerate un eroe, entra però nel mirino dell’FBI, che sospetta che quella bomba l’abbia messa lui per poi fare l’eroe… Messo sotto accusa dagli uomini che più ammira, Richard potrà contare sul sostegno di sua madre e di un avvocato determinato per provare la sua innocenza

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomo comune, con un sincero desiderio di fare la sua parte, vede premiato il suo coraggio da un’ottusa persecuzione da parte delle autorità e dei media
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film, con la sua narrazione lineare ed efficace, la regia semplice, ma attaccata ai personaggi, il cast di prim’ordine è un buon esempio di cinema solido ed emotivo che dà soddisfazione al cuore e alla mente
Testo Breve:

Clint Eastwood racconta un’altra bella storia di un uomo comune che desidera solo fare la sua parte di buon cittadino ma deve fronteggiare istituzioni più grandi di lui

Come nell’ultimo The Mule Clint Eastwood parte da un fatto di cronaca per raccontare il personaggio di un “perdente” alle prese con istituzioni più grandi di lui. La storia di Richard Jewell è quella di un uomo comune, con un sincero desiderio di fare la sua parte (anche se questo si traduce in qualche eccesso, che il regista non nasconde, ma racconta con simpatia e indulgenza), che vede premiato il suo coraggio da un’ottusa persecuzione da parte delle autorità, ma anche dei media, che Eastwood mette sotto accusa tanto quanto l’FBI.

Il calvario del povero Richard, che non ha cercato la fama e subisce la gogna tra coraggio e incredulità, è raccontato con efficacia da Eastwood, che lascia spazio anche al bel ritratto di una madre solida (una bravissima Kathy Bates) e di un avvocato dallo spirito combattivo, ma anche dotato di una grande umanità (il sempre efficace Sam Rockwell). Il suo spirito vagamente anarchico (nel suo studio campeggia un poster con la scritta “Il Governo è il tuo peggior nemico”…) rispecchia quello del regista, che nella sua carriera ha puntato spesso su antieroi capaci di pensare al bene comune fuori dagli schemi.

Il repubblicano atipico Eastwood segue coerentemente la sua poetica, che è sempre un racconto di singoli, alle prese con scelte individuali (anche quando raccontava il dramma collettivo della battaglia di Iwo Jima) e qui costruisce il commovente ritratto di un eroe improbabile, ma vero. Paul Walter Hauser (già visto nell’ironico I, Tonya nei panni di un delinquente megalomane e pasticcione) è bravissimo a dare corpo a quest’uomo ingenuo, eccessivo ma profondamente buono, capace di piangere, ma anche di dimostrare spina dorsale di fronte ai soprusi.

Richard è un uomo buffo, e fa sorridere la sua determinazione a servire nelle forze dell’ordine (che solo la malafede può trasformare in un sintomo di psicosi…), ma quello che a Eastwood interessa raccontare è che in definitiva ciò che definisce un uomo sono le sue azioni. E quelle del buffo Richard sono oggettivamente quelle che hanno salvato la vita di decine di persone.

Il film, con la sua narrazione lineare ed efficace, la regia semplice, ma attaccata ai personaggi, il cast di prim’ordine (anche Jon Hamm nei panni dell’odioso persecutore di Richard) è un buon esempio di cinema solido ed emotivo che dà soddisfazione al cuore e alla mente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (F. Olearo)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 10:13
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

Hammamet, 1999. Il "Presidente" ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a "combattere" per riabilitarne l'immagine e gestirne l'eredità politica. Nel suo "esilio volontario" lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell'ex compagno di partito Vincenzo, suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo "avversario, mai nemico". Craxi deve combattere un altro, insidioso avversario, la malattia: il diabete sta minando gravemente la sua salute

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire i sentimenti e l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Prodigiosa interpretazione di Pierfrancesco Favino ma anche di Livia Rossi, nella parte della figlia premurosa. Lo sviluppo appare lento ma si riscatta con alcune scene di grande impatto
Testo Breve:

L’ultimo anno di Bettino Craxi ad Hammamet, fra amarezze, onesti rimpianti rabbiose rivendicazioni. Un racconto tragico che si sviluppa con malinconica lentezza

Il film inizia nel modo che meglio esprime i sentimenti di tenerezza che il regista Gianni Amelio aveva già mostrato di provare verso i bambini (Le chiavi di casa, il ladro di bambini, Il primo uomo): vediamo tre ragazzi che corrono verso i soldati incaricati della sorveglianza della villa di Hammamet dove risiede il “Presidente”, perchè sanno che lì potranno mangiare qualcosa. E’ ancora un altro bambino, (il nipote di Craxi, ospite anche lui della villa e che gioca spesso con il nonno) che diventa il tramite per farci ricordare la sua passione  per il Risorgimento e i suoi eroi temerari e per l’iniziativa più celebrata dello statista: la risoluzione pacifica della crisi di Sigonella, quando attraverso un’abile mediazione internazionale riuscì a salvare tutti i passeggeri (tranne uno) di una nave da crociera sequestrata dai terroristi palestinesi.

Al nome di Bettino Craxi viene sempre accostato l’epiteto di “personaggio controverso”: il film di Gianni Amelio non prende posizione su questo dilemma non risolto da ormai venti anni ma sviluppa un altro interesse: esplorare il Craxi-uomo nel suo ultimo anno di vita ad Hammamet, i suoi stati d’animo, i suoi momenti di sconforto, le sue impennate di orgoglio e di rabbia mentre la sua malattia lo sta portando verso la fine.

Non viene ricostruito nessuno degli eventi storici che hanno caratterizzato l’intensa vita dello statista (tranne la sua conferma plebiscitaria a segretario del Partito Socialista nel 1989, dove potè dire con orgoglio che l’italia era ormai diventata la quinta potenza industriale del mondo)  ma sono lo stesso ricordati con un “effetto ombra”.

Vengono cioè rievocati per analogia, come conseguenza di altri eventi che accadono ad Hammamet e che  fanno riaffiorare nell protagonista stati d'animo mai sopiti. Mentre passeggia sul litorale, viene abbordato da turisti italiani che lanciano invettive contri di lui  chiamandolo ladro e truffatore: è un modo per ricordare l’episodio del lancio delle monetine  davanti all’Hotel Raphael nel 1993. In un’altra sequenza Craxi promette di aiutare un tunisino povero che non riesce a ricoverare sua moglie in ospedale: è l’occasione, per "Il Presidente", di rivendicare la propria umanità, quella stessa che aveva voluto mostrare di avere durante il rapimento di Aldo Moro, per essere stato uno dei pochi politici (assieme ad Amintore Fanfani), ad aprirsi ad una ipotesi di compromesso. A un certo momento riceve la visita di un politico italiano di un altro partito: la conversazione è genericamente allusiva a fatti e comportamenti del passato ma si percepisce una certa simpatia fra i due personaggi: si sa per certo che fu  Francesco Cossiga il politico che andò a trovarlo ad Hammamet. Il “Presidente" accetta di  venir intervistato da Fausto, figlio di un suo amico di partito ora morto e in quell’occasione ripete gli stessi concetti che espresse nel suo famoso discorso al parlamento del 3 luglio 1992: ammise la pratica dei finanziamenti illeciti ma chiamò in causa tutti gli altri partiti come correi dello stesso malcostume.

Oltre a rievocare le ombre del passato il film sviluppa la cronaca dei giorni trascorsi ad Hammamet, dominati  dall’avanzare di una malattia incurabile, da cocenti delusioni (il figlio si era impegnato per la sua riabilitazione in patria ma senza successo), dalla debole speranza di ritornare in Italia almeno come persona malata, da momenti di onesta riflessione autocritica, sempre amorevolmente accudito dalla figlia Anita che continua caparbiamente a credere in lui. Nessun colpo di scena lungo le due ore del film ma una lunga, lenta discesa verso il disfacimento del corpo, lucidamente riconosciuta e accettata.
Il regista racconta la sua storia secondo lo stile del cinema d’autore europeo: il ritmo è lento,  i protagonisti parlano con calma, fissando spesso direttamente la telecamera. C’è  forse troppa “letteratura” ma  ci sono  anche momenti di assouta perfezione stilistica: come nell’incontro fra il Presidente e la sua amante, oppure quando Craxi (un magnifico Favino truccato benissimo) confida alla figlia un suo sogno: si è immaginato che dopo un suo discorso onesto e coraggioso in Parlamento, tutti lo applaudono, incluso lo stesso giudice che lo ha  accusato. “ Che coraggio c’è a parlare male degli altri?. Io non faccio queste cose”: è la sua ultima, accorata invocazione di una riconciliazione che non arriverà mai.

Ma allora, Craxi è stato riabilitato con questo film? Sicuramente è stato umanamente compreso ma non si può dire che siano stati fatti passi avanti nell’interpretazione storica del personaggio. Eppure qualcosa di significativo emerge, non certo in modo razionale, ma  figurativamente, come è possibile fare proprio attraverso il cinema. Sappiamo dalla storia che  già nel 1976 Craxi era stato eletto segretario, anche se la sua corrente aveva scarso peso, perché le forze principali del partito cercavano un homo novus nella funzione di un semplice segretario di transizione. In seguito diventò il primo ministro socialista della Repubblica Italiana e ancora una volta era l’outsider, il nuovo arrivato. Quando iniziò la decadenza della Prima Repubblica  e tutti i partiti, per finanziarsi, adottavano il metodo delle tangenti, fu più facile iniziare ad accusare lui, così diverso e innovativo rispetto a un estabilishment più consolidato.

Gianni Amelio esprime proprio questo: una persona che si sente diverso ed estraneo, percepisce una distanza fra lui e tanti altri e soffre per questa incomprensione di fondo;  per esser stato mandato avanti come capro espiatorio anche se ciò non evitò la rapida decadenza che avrebbe travolto o trasformnato profondamente tutti gli altri partiti

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HAMMAMET (E. Genovese)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/12/2020 - 09:51
Titolo Originale: Hammamet
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Alberto Taraglio
Produzione: Pepito Produzioni, Rai Cinema, Minerva Pictures
Durata: 126
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Alberto Paradossi, Luca Filippi, Claudia Gerini

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un onesto tentativo di ricostruire l’animo di Craxi dopo la caduta politica e la lenta attesa della fine
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.
Testo Breve:

L’ultimo anno di vita di Bettino Craxi ad Hammamet. Non un film politico, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete. Un bravissimo Pierfrancesco Favino sostiene da solo tutto il film mentre gli altri personaggi vivono solo in funzione  del protagonista

 

Raccontare la storia è sempre un’operazione rischiosa, coraggiosa e necessaria. E raccontare la storia politica italiana, lo è ancora di più. Con Hammamet Gianni Amelio (il regista amato per opere come Colpire al cuore, Le chiavi di casa e il suo ultimo film La tenerezza) scrive una pagina “storica” che prende vita da un personaggio politico italiano, Bettino Craxi, realmente vissuto e ne costruisce un film. Non un film politico, come il regista ha più volte precisato, ma un film che racconta la fine di un uomo di potere, costretto all’esilio in una terra non sua, divorato dal diabete e dai conseguenti problemi cardiocircolatori.

Siamo infatti nel 1999, ad Hammamet. Ci arriviamo subito dopo un inciso nel 1989 sul 45° Congresso del Partito Socialista a Milano, dove Craxi era osannato, amato mentre l’unica persona a uscire fuori dal coro è Vincenzo (Giuseppe Cederna) un operaio che si vuole dimettere dall’incarico di tesoriere del partito e lo avverte dei rischi che sta subendo.

Dieci anni dopo il Presidente (non viene mai nominato il nome di Bettino Craxi, mai chiamato da nessuno dei familiari o amici con il nome proprio) è esule in questa magnificente villa, accudito dalla giovane figlia (si chiamerà Anita), mentre suo nipote gioca con lui e sua moglie appare e scompare, quasi sempre seduta.

A “turbare” un equilibrio consolidato, fatto di poca gratitudine (il presidente nei confronti della figlia) è l’arrivo di un ragazzo, che porta la lettera di Vincenzo, il padre suicida.

Amelio, insieme allo sceneggiatore, costruisce un impianto narrativo quasi fedele (anche nelle location perché il film è girato principalmente nella villa tunisina di Craxi) ma punta tutto alla realizzazione di una storia greca e shakesperiana dove il Presidente è Agamennone, Priamo e Re Lear, mentre sua figlia è Elettra, Cassandra e Cordelia.

Pesano sulla vita e sulle decisioni di Craxi le due condanne che lo hanno definito agli occhi di tutti una persona accusata per corruzione e finanziamento illecito (5 anni e 6 mesi per le tangenti Eni-Sai, 4 anni e 6 mesi per quelle della Metropolitana milanese). Si accenna attraverso i dialoghi, più volte, all’uso improprio di denari, alla politica italiana servile, ma il personaggio di Craxi non è mai totalmente condannato o giustificato. Nelle oltre due ore di film si assiste alla fine di un uomo e si vivono emozioni per la malattia che sgretola corpi e crea distanze e distacchi, passioni e gelosie per tradimenti conosciuti e parzialmente accettati (da qui il cameo di Claudia Gerini) con la consapevolezza che niente potrà tornare come prima. Ma allo stesso tempo, se le idee di base sono forti (basta pensare alla drammaturgia greca e shakesperiana di riferimento) c’è in Hammamet un’imperfezione che rischia di rendere questo film uguale a tutti i film: i personaggi ci sono tutti, ma sono accennati, vivono in funzione solo del protagonista (interpretato da un grandissimo Pierfrancesco Favino che ha nascosto sé stesso e ha assunto tutto di Craxi: voce, movenze, tic) e non sono, se non in qualche lieve passaggio, parzialmente approfonditi. E se pur si apprezza il pre-finale onirico, in omaggio forse a Federico Fellini, Hammamet non riesce ad avere quella forza e quel peso necessari perché il suo film sia davvero cinema.

 

Autore: Emanuela Genovese
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FAREWELL - UNA BUGIA BUONA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 01/05/2020 - 20:44
 
Titolo Originale: The Farewell
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Lulu Wang
Sceneggiatura: Lulu Wang
Produzione: Big Beach, Depth of Field, Kindred Spirit
Durata: 100
Interpreti: Awkwafina, Tzi Ma, Diana Lin, Zhao Shuzhen

Billi Wang è nata a Pechino ma è rimasta in Cina solo fino ai sei anni, quando i suoi genitori si sono trasferiti in U.S.A. Ha conservato un legame molto stretto con Nai Nai, la nonna paterna che è rimasta in Cina e con la quale non manca mai di sentirsi ogni giorno per telefono, parlando con il suo cinese approssimativo. Un giorno, tornando a casa, si accorge che il padre è triste. Ha saputo che alla nonna è stato diagnosticato il cancro e ha deciso, assieme al fratello che è emigrato in Giappone, di riunire tutta la famiglia intorno a lei per un ultimo saluto. Hanno anche deciso che non riveleranno a Nai Nai il suo stato di salute ma motiveranno il loro arrivo in Cina con il matrimonio di suo nipote (che in realtà si è già sposato). Il padre informa Billi che la famiglia ha deciso che lei non deve partire perché è la più legata alla nonna e tradirebbe la sua preoccupazione. Billi non comprende perché a Nai Nai non debba venir detta la verità e una volta partiti i genitori, trova i soldi per partire anche lei...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i parenti della nonna Nai Nai mostrano grande affetto nei suoi confronti e si mostrano compatti nel prendere delle decisioni collegiali che poi rispettano
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
L’autrice sviluppa con grande sensibilità questo racconto familiare, mostrando sottile ironia nel mostrare certe usanze del suo paese di origine
Testo Breve:

Una grande famiglia (figli, nuore e nipoti) mostra grande premura nello stare vicino alla nonna che ha pochi mesi di vita. Un delicata storia di affetti con una sensibilità più orientale che occidentale

Avevamo già detto che per riuscire a trovare film che pongano in evidenza i valori della famiglia bisogna ormai rivolgersi o a canali specializzati (Hallmark in U.S.A.) oppure alle culture orientali: all’ India (SIR – Cenerentola a Mumbai), al Bagladesh (Bangla) alla  Cina (Apart Together e ora anche con questo The Farewell).  I colloqui fra i protagonisti di questo film discutono animatamente se la nonna vada informata della sua prossima fine oppure no, delle differenze di mentalità fra America e Cina (contano solo i soldi o altri valori?) ma c’è una cosa che è palpabile e che non è tema di discussione: l’affetto di tutti per la nonna e il forte legame fra i componenti della sua grande famiglia: ogni decisione importante va discussa ma poi tutti debbono comportarsi secondo quanto stabilito. Vediamo Billi commuoversi nel ricordare quando giocava nel giardino della nonna e come questo legame si fosse spezzato così presto per andare in America. In un'altra sequenza partecipiamo a un altro esempio di generosa dedizione: la madre di Billi, chiede alla sorella di Nai Nai, che si è dedicata a lei in tanti  anni, unica parente rimasta in Cina, se abbia bisogno di esser aiutata, anche materialmente, quando Nai Nai non ci sarà più. Lei non ha bisogno di nulla: è stata contenta di aver aiutato Nai Nai.

Questo film è strutturato in modo particolare: una volta che lo spettatore è stato informato che la nonna ha pochi mesi di vita, che i suoi due figli con le loro famiglie hanno deciso di raggiungerla per darle un ultimo saluto senza informarla della gravità del suo male, non succede nient’altro.  Un film o un serial occidentale avrebbe probabilmente farcito la trama di vari sub-plot, uno per ogni componente di questa famiglia e costruito un colpo di scena finale ma l’autrice Lulu Wang, al suo secondo lungometraggio, modula il racconto tutto sulle reazione dei vari personaggi a questo ritorno insolito alla terra di origine.  Se Billi ha ritrovato le sue radici e vorrebbe restare accanto alla nonna fino alla sua fine, se sua madre, più pragmaticamente, non rimpiange la decisione presa a suo tempo di emigrare e difende la way of life U.S.A. contro chi la vuole denigrare, su tutti risplende Nai Nai, che distribuisce complimenti e parole gentili a tutti e cerca di sedare ogni contesa verbale. Intorno al nodo etico principale (informare la nonna del suo stato oppure non dirle niente per farle trascorrere serenamente gli ultimi mesi), si sviluppa uno scontro di culture: secondo la legge americana sarebbe illegale non informare il paziente; secondo la cultura cinese, in una visione rigorosamente immanente, la scoperta della prossima morte può generare solo sofferenza. Il padre di Billi cerca anche di darne una spiegazione sociologica: in contrapposizione a un Occidente individualista, c’è un Oriente dove: “noi non apparteniamo neanche a noi stessi. La vita di una persona è parte di un tutto: la famiglia, la società”. Invita quindi Billi a trattenere le proprie emozioni e a non dire la verità per il bene di Nai Nai.

Si tratta di una contrapposizione sicuramente grossolana ma c’è in essa qualcosa di vero nel nostro privilegiare oggi un atteggiamento individualista. Ma quando anche noi ci sentivamo più uniti in una famiglia o in una comunità solidale (magari in un piccolo paese), il valore che ne scaturiva era opposto: quello dell’accettazione della morte. I cari si stringevano intorno al malato e lo aiutavano a compiere serenamente quel passaggio inevitabile, invece di trattenere le proprie emozioni come suggerisce la cultura orientale, e di evitare di informare il malato.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ATLANTIQUE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/18/2019 - 09:27
Titolo Originale: Atlantique
Paese: Senegal, Francia, Belgio
Anno: 2019
Regia: Mati Diop
Sceneggiatura: Mati Diop
Durata: 104
Interpreti: Mame Bineta Sane, Traore, Amadou Mbow

A Dakar, gli operai di un cantiere non vengono pagati da quattro mesi nè hanno speranza, in assenza di un sindacato che li difenda, di venir pagati. Fra di loro c’è Soulemain che ama teneramente la bella Ada, ricambiato. Ma per Ada è stato organizzato dai suoi genitori un matrimonio con Omar, un ragazzo ricco che farà uscire tutta la famiglia dalla miseria. Quella sera, Soulemain non si presenta all’appuntamento con Ada, che non tarda a scoprire la verità: il ragazzo ha preso una barca assieme ad altri compagni nel tentativo di raggiungere la Spagna. Alcuni testimoni hanno visto al largo la sua barca rovesciata. Qualche giorno dopo, alla festa di nozza fra Ada e Omar, uno sconosciuto appicca il fuoco nella nuova casa degli sposi. Issa, un giovane detective, inizia a indagare sull’incendio e sospetta che Soulemain non sia morto e che si sia voluto vendicare....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un amore struggente perché inappagato riesce a vivere di sogni che sembrano trasformarsi in realtà.
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scena sensuale
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2019, anche se a volte tradisce l’inesperienza (è un’opera prima) dell’autrice
Testo Breve:

A Dakar, Ada ama Soulemain ma lui si avventura in mare per raggiungere la Spagna mentre lei è costretta a sposare un altro. Una struggente storia d’amore (premio della giuria al Festival di Cannes)  che vive più di sogni che di realtà

Il mare, dalla spiaggia di Dakar, è visto in ogni momento della giornata. A volte c’è molta foschia e in un bianco abbacinante si intravedono appena le onde che increspano la superfice. Di sera, è illuminato dalla luna e i ragazzi che si radunano intorno al bancone di un bar improvvisato sulla spiaggia, si attardano a guardarlo.  L’Atlantico è il silenzioso, onnipresente, testimone di questa storia di amore struggente . Il film può esser interpretato come una favola, dove vita e morte, naturale e soprannaturale non si contrappongono ma si uniscono per dare vita a qualcosa di più profondo che fa dire ad Ada, nelle ultime sequenze : ”Il futuro mi appartiene, io sono Ada, io  so chi sono”.

Viene subito in mente La sirena (o Lighea), il racconto lungo di Tommasi di Lampedusa, anch’esso pieno di sensualità e di allusioni a una vita immortale e dove il mare era protagonista, ma lì prevalevano i richiami  a una cultura classica occidentale, mentre qui ci sono molti rimandi a credenze popolari africane. Occorre infatti prendere atto che l’autrice ha un tocco assolutamente originale e nonostante il tema trattato, non c’è ombra di cinefilia occidentale, magari con riferimenti ai tanti film o serial sui morti viventi,

La struttura del film è alquanto composita e non mancano rimandi alla realtà del  Senegal di oggi, come lo può vedere l’autrice Mati Diop, che guarda ormai il suo paese con gli occhi di una parigina. Ecco gli operai di un cantiere che non vengono pagati da mesi senza che nessuna autorità possa intervenire; il desiderio di molti di espatriare in un’Europa più ricca e più giusta; la polizia che fa il suo dovere evitando però di mettersi in urto con i potenti del luogo. Una religione mussulmana che sfocia nella superstizione, come quando viene chiamato un marabutto, un santone del luogo, per esorcizzare certi strani fenomeni che stanno accadendo.  La condizione della donna, costretta ad acconsentire a un matrimonio deciso dai suoi genitori e a sottoporsi a un esame sulla  verginità.

In questo contesto partecipiamo alla storia d’amore fra Ada e Soulemain, la componente più poetica del film,  più suggerita che reale, fatta di sguardi e di baci davanti all’Oceano e dal  desiderio di unire i propri corpi  che può ormai solo rifugiarsi in un sogno a occhi aperti. L’autrice ha arricchito  la sua favola  di un’ambientazione che diventa un elogio alla bellezza e alla sensualità. Sono belli sia le ragazze che i ragazzi protagonisti e alcune scene sono cariche di sensualità ma mai volgari per  sottolineare, l’armonia fra il desiderio del corpo e le aspirazioni dello spirito, che travalicano la materia,  lo spazio e il tempo.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA DI UN MATRIMONIO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/15/2019 - 14:55
Titolo Originale: Marriage Story
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Noah Baumbach
Sceneggiatura: Noah Baumbach
Produzione: Heyday Films
Durata: 136
Interpreti: Adam Driver, Scarlett Johansson, Laura Dern, Alan Alda, Ray Liotta

Charlie e Nicole lavorano nel mondo dello spettacolo. Sono sposati da dieci anni e hanno un bambino di otto. Lui è un affermato regista teatrale di off-Broadway, lei è stata a lungo la protagonista nei suoi lavori ma ora ha accettato una parte in una fiction televisiva che si realizzerà a Los Angeles, dove ha passato la sua giovinezza con la madre, una ex attrice del cinema. Nicole decide che vuole separarsi. Non c’è nulla di sgradevole in lui, che è sempre stata una persona controllata e gentile, ma Nicole si sente come soffocata dal suo successo e vuole tornare a Los Angeles. All'inizio entrambi sono propensi ad avviare una separazione amichevole ma poi finiscono per affidarsi a degli avvocati e il loro rapporto, già fragile, viene stravolto...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Occorre dare merito all'autore di averci descritto, con molto realismo, le ferite che provoca una separazione coniugale. Due coniugi che si amano sinceramente, perdono la loro visione di coppia e lasciano prevalere i rispettivi interessi individuali.
Pubblico 
Adolescenti
I più piccoli potrebbero venir impressionati nel vedere un papà e una mamma che litigano. Una sequenza dove c’è un’abbondante perdita di sangue. Frasi denigratorie nei confronti della fede cristiana. Dialoghi con riferimenti a pratiche sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Il film, ottimamente scritto, diretto e recitato, è candidato all’Oscar 2020 e ha già raccolto una messe di premi, in particolare dalle associazioni dei critici americani: miglior film, migliore sceneggiatura, miglior protagonista, miglior attrice non protagonista
Testo Breve:

Carlie e Nicole sono sposati da dieci anni e hanno un figlio ma lavorano anche insieme, perchè lui è regista di teatro, lei attrice. Iniziano una causa  di divorzio e attraversano, in mano a degli avvocati, un percorso di auto-distruzione. Un film pregevole per il suo tragico realismo

Perché questo film ha come titolo, anche nella versione originale, storia di un matrimonio? Fin dalle prime sequenze ci si accorge che si tratta esclusivamente della storia di un divorzio. Quindi quando si parla di matrimonio non c’è più nulla di interessante da raccontare se non la sua fine? Probabilmente è proprio così: non si tratta solo del racconto molto preciso e dettagliato (il regista, sceneggiatore e produttore Noah Baumbach ha realmente dovuto attraversare tutte le vicissitudini dell’iter di un divorzio) ma si sta celebrando, come vedremo, una sorta di funerale del matrimonio.

Sia Charlie che Nicole sono persone urbane, controllate (niente violenza o abuso di alcool) e in una sequenza iniziale, su richiesta dello psichiatra che li segue nella terapia di coppia , ognuno scrive cosa pensa dell’altro in modo positivo, espressione di una coppia che dopo dieci anni si conosce molto bene e sa convivere con i pregi e i difetti dell’altro. Ma Charlie e Nicole non sono solo marito e moglie, sono anche, lui un regista e lei un’attrice , che lavorano nella stessa compagnia teatrale. I motivi per i quali Nicole vuole divorziare vengono chiariti quando lei si confessa a Nora, l’avvocato che ha scelto per la sua difesa: all’inizio lei era la star di ogni opera teatrale del marito ma poi lui è diventato sempre più famoso: la gente andava a teatro attirata dal suo nome mentre lei veniva sempre più risucchiata dalla personalità del marito.

Ci si potrebbe da subito domandare come mai lei non abbia mai trovato un modo di dirgli onestamente come si sentiva e lui non abbia compreso che stava correndo il rischio di sopraffare la personalità di lei. Come mai non hanno trovato l’occasione per parlarsi con il cuore in mano, desiderosi di risolvere i loro problemi personali ma anche di salvare quella famiglia che loro stessi avevano costituito?

Non ci sono risposte nel film a queste domande, che inizia quando la situazione si è già dewteriorata.

All’inizio ci siamo domandati come mai il titolo parli di matrimonio mentre nello sviluppo della storia partecipiamo a  un divorzio. La risposta è che il film non parla di divorzio. In genere si parla di divorzio quando l’amore fra i due finisce, magari perché si è trasferito nella direzione di  una terza persona, ma niente di tutto questo accade. Il tema è un altro: lo sviluppo della propria personalità, in particolare lo sviluppo della carriera professionale, diventa incompatibile con l’istituzione del matrimonio, che vuol dire fusione di due destini in uno, di due vite in una sola.

E’ questo il tema dominante di altri film contemporanei: anche in La La Land i due non trovano un compromesso fra crescita professionale e vita in comune; addirittura tragica la soluzione che scelgono i due innamorati in Cold War. La soluzione mostrata è una sola: non ci si sposa o comunque, se si è già sposati,  si divorzia. Fino alla fine, in questa Storia di un matrimonio, entrambi rivendicano il loro diritti a crescere nella loro professione ma al contempo continuano a esprimere segni di tenerezza e di affetto verso l’altro. Lui si commuove, quando riesce a leggere le belle frasi scritte da lei nei suoi confronti durante la seduta di terapia di coppia. Nella sequenza finale, a un anno di distanza dal divorzio, lei si inchina a legare i lacci delle scarpe di lui.  Un piccolo gesto che rivela delle attenzioni che possono nascere solo da una lunga consuetudine all’intimità. La forma del L.A.T. (live apart together) sembra voler dire il film, sta diventando l’unica forma di unione praticabile.

Il film è realizzato e recitato benissimo. Stiamo assistendo non a qualcosa di costruito ma che ha tutti i caratteri di una realtà in progress. Terribile è la fase nella quale entrambi si rivolgono a un avvocato che li trascina in una sorta di girone infernale di accuse e contro accuse montate ad arte che finiscono per esaurire  i risparmi di entrambi. Non manca una “tirata” al cristianesimo dell’avvocato di Nicole, una donna, che evidenzia che davanti a un tribunale si tollera un marito  assente o inaffidabile ma una donna no, deve essere perfetta secondo il modello di Maria, la madre di Gesù. Commovente la figura del figlio, che cerca di stare sia con l’uno che con l’altra, disorientato e smarrito per la separazione che sta avvenendo. Il regista aggiunge anche un tocco di tragica ironia, quando, nel descrivere gli incontri programmati di Charlie  con il figlio, lo fa in coincidenza con la festa di Halloween e quelle maschere che lui  deve indossare non fanno ridere ma sono il segno di una esistenza che è diventata crudele.

Non manca una sottile caratterizzazione uomo-donna. Lei è molto concentrata su presente ma in questo modo perde di coerenza e di prospettiva storica. Le sofferenze che prova oggi e le impediscono di vedere i bei momenti passati del loro matrimonio; afferma di voler trovare una soluzione concordata alla separazione ma poi si rivolge a un avvocato; accetta di scrivere cosa pensa lei di suo marito su richiesta dello psichiatra ma poi si rifiuta di leggere la pagina scritta. Lui ha un maggior controllo nelle sequenze di decisione-azione, avvia con determinazione i suoi progetti che coinvolgono anche lei ma poi trascura di domandarsi cosa senta sua moglie in quei momenti.

Il film è disponibile sulla piattaforma Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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I MEDICI - NEL NOME DELLA FAMIGLIA (terza stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/08/2019 - 08:32
Titolo Originale: I medici - Nel nome della famiglia
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: James James Dormer, Guy Burt, Chris Hurford, Ian Kershaw, Debbie Oates, Francesco Arlanch, Charlotte Wolf
Produzione: Lux Vide, Rai Cinema, Big Light Productions, Altice Group
Durata: 8 episodi di 50' su RaiUno e su RaiPlay, nel 2020 su Netflix
Interpreti: Daniel Sharman, Francesco Montanari, Alessandra Mastronardi, Aurora Ruffino, Tobi Regbo, Neri Marcorè, Giorgio Marchesi, Daniele Pecci, Sarah Parish, Bradley James, John Lynch, Sinnove Karlsen.

Firenze 1478. Lorenzo de Medici, ancora sconvolto dalla morte del fratello Giuliano e desideroso di vendetta, si trova a dover superare due ostacoli: il malcontento del popolo fiorentino dopo la scomunica dichiarata per tutta la città da parte del papa Sisto IV (uno dei congiurati impiccati da Lorenzo era l’arcivescovo Salviati) e l’assedio della città da parte delle truppe pontificie capeggiate da Girolamo Riario, nipote del papa e dalle truppe del re di Napoli. Lorenzo si trova di fronte all’ostilità di una maggioranza dei priori di Firenze che non lo autorizzano a fornire ulteriori rinforzi e al tradimento del mercenario a cui aveva affidato la guida delle truppe e non ha ormai altra soluzione che raggiungere Napoli per convincere il sovrano alla pace. Intanto si unisce alla corte medicea il piccolo Giulio, figlio illegittimo di Giuliano e diventa la consolazione di Lucrezia Tornabuoni, la mamma di Lorenzo…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ricostruzione accurata del Rinascimento italiano, nella sua grandezza e nei suoi peccati
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche combattimento potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Scenografie e costumi impeccabili nella loro bellezza. Una sceneggiatura che riesce a scavare nel profondo della storia e dei personaggi. Credibile e convincente Daniel Sharman nella parte di Lorenzo il Magnifico
Testo Breve:

Nella terza stagione Lorenzo de Medici cerca di diventare l’ago della bilancia e il punto di equilibrio della penisola. Un racconto avvincente e una ricostruzione accurata della ricerca del bello ma anche della violenza presenti nel Rinascimento

Riario, il nipote del Papa, già partecipe della congiura che ha causato la morte di Giuliano de Medici, tallona Sisto IV perché stipuli un’alleanza con il re Ferrante di Napoli in modo che i loro due eserciti possano marciare contro Firenze ma il Papa indugia. “Voi dovete agire!” Esclama Riario spazientito. “Io debbo pregare”: è la risposta. 

Questa sequenza da sola rende evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto alle produzioni passate. Non sono poche le serie televisive che hanno visitato il Rinascimento Italiano (sul papa Borgia ne sono state fatte addirittura tre) ma tutte avevano un taglio molto simile. Il Rinascimento usato come ambientazione ideale per molta violenza e sesso, il Vaticano come un covo di prelati viziosi e avidi, e su tutte ha aleggiato un’idea portante: il Rinascimento come prosecuzione di un medioevo primitivo, in attesa che nascesse l’era del capitalismo con la riforma protestante e arrivasse il trionfo della ragione con l’Illuminismo.

Questa terza serie ci restituisce finalmente un Rinascimento molto più aderente al vero. Innanzitutto con la bellezza delle architetture, sia civili che religiose, con le opere d’arte dei grandi del tempo, con i costumi, tutti segni di una civiltà sofisticata. Ma soprattutto evita ogni contrapposizione buoni-cattivi nei confronti dei vari contendenti. Certamente le forze in campo erano in lotta fra loro per conquistare uno i territori dell’altro, nessuno era un santo sicuramente, né Sisto IV che lascia troppa mano libera all’ambizioso nipote né Lorenzo il Magnifico, impegnato a vendicare il fratello, ma al contempo i signori di quell’Italia ancora piccola si conoscevano tutti fra loro, spesso erano imparentati e nessuno, nelle loro contese, superava il livello dell’irragionevolezza fanatica. La fiction, nell’entrare in dettaglio nelle mosse e contromosse dei vari contendenti fa onore alla definizione data dallo storico J.Burckhardt sulla gestione dello stato vista a quel tempo come opera d’arte, fatta di sottile diplomazia, capacità di trattare ma anche simulazione e inganno.

I pregi della sceneggiatura sono molti. Innanzitutto la potremmo definire “democratica”: non c’è un protagonista assoluto, tutti i personaggi sono trattati con uguale cura e profondità, anche  le figure minori. Risaltano non solo i personaggi maschili ma anche quelli femminili e si fa spesso incursione nel mondo dei ragazzi, un microcosmo non privo anch’esso di rivalità. La forte fede cattolica del tempo viene evidenziata sottolineando le opere di carità compiute dai conventi così come lo sconcerto del popolo quando la città viene colpita dalla scomunica; nei dialoghi compaiono frasi che spontaneamente, senza fanatismi, auspicano l’intervento divino ma non si trascura il fenomeno della simonia e Lorenzo che è cosciente del fatto che per riuscire a far eleggere papa uno dei suoi figli dovrà investire molto denaro.

La tensione presente, del racconto, che si percepisce molto bene, viene ottenuta costruendo uno stato di perenne instabilità. Forse sotto l’influsso dei più validi sceneggiatori d’Oltreoceano (come Vince Gilligan di Breaking Bad e Better Call Saul), il racconto non si muove lungo un percorso lineare. Ci si trova di fronte a una forte difficoltà (ad es. Firenze assediata da due eserciti contemporaneamente): si prova allora una mossa, ma questa fallisce. Si cambia direzione, guardando la situazione in una diversa prospettiva ma l’iniziativa fallisce di nuovo, così bisogna trovare una soluzione assolutamente nuova…

Rispondere alla domanda se il serial rispecchi fedelmente la realtà dei fatti storici è impresa ardua, da specialisti. Conviene rifarsi a quanto ha scritto Francesco Arlanch (fra gli sceneggiatori della serie) nel suo libro Vite da Film (edizioni FrancoAngeli): “i biopic ben strutturati non fanno, primariamente, informazione storica. Come ogni forma di finzione, fanno opera di formazione umana. Le attestazioni di verità che caratterizzano la maggior parte dei biopic hanno soprattutto una funzione retorica: accrescono la forza esemplare della forma di vita che il biopic presenta”.

Resta solo un unico, grande, rammarico nel vedere questa terza stagione (come le precedenti del resto): non viene evidenziata la genesi e la struttura del potere finanziario dei Medici ma sono presenti solo pochi accenni. Peccato, perché si sarebbe raggiunta la perfezione di questa ricostruzione del Rinascimento italiano. Si sarebbe affermato con chiarezza che il capitalismo è nato allora e la struttura messa in piedi dai Medici (cambio di valute, prestiti, commercio di lana grezza e tessuti, assicurazioni, trasferimenti di metalli preziosi) non aveva nulla da invidiare alle multinazionali moderne

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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