Dramma

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I NOSTRI CUORI CHIMICI - CHEMICAL HEARTS

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/08/2021 - 11:09
Titolo Originale: Chemical Hearts
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Richard Tanne
Durata: 94
Interpreti: Lili Reinhart, Austin Abrams:

Henry Page è uno studente dell’ultimo anno delle superiori, carattere introverso, appassionato di scrittura. Nella sua scuola arriva Grace Town: ragazza misteriosa, lettrice di poesie, zoppicante, cammina con il sostegno di una stampella e con la paura di guidare. Insieme si trovano a co-dirigere il giornalino della scuola. Insieme fanno lunghe camminate e chiacchierate. Lui se ne innamora, lei corrisponde in qualche modo, ma a volte è schiva e silenziosa. Per lui è la prima storia d’amore seria; lei, invece, ha una bellissima storia pregressa finita in modo tragico. Henry vivrà il suo ingresso nell’età adulta, per Grace sarà l’occasione di elaborare il suo lutto.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta la genesi di un amore fra due adolescenti ma la vita è affrontata con sofferenza, incupita dall’ipotesi che ciò che sentiamo è frutto di pure reazioni chimiche
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di un rapporto sessuale fra due giovani senza nudità, ma con dettagli sul preservativo impiegato, un bacio lesbico, linguaggio scurrile, uso di stupefacenti, viene affronta verbalmente la tematica del suicidio. Secondo Prime Video: 16+
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione dei due protagonisti Lili Reinhart e Austin Abrams: grazie all’aiuto di ottimi dialoghi riescono a farci partecipi di una tormentata storia d’amore
Testo Breve:

fra Henry e Grace, che partecipano alla redazione del giornalino scolastico, l’amore sboccia inesorabilmente ma lei deve cacciare i fantasmi del suo passato. Un film che sottolinea come l’adolescenza possa trasformarsi in una stagione vissuta con sofferenza. Su Prime Video  

Un accostamento forse inconsueto quello operato dal film fin dal suo incipit e che spiega perché abbiamo dei “cuori chimici”: secondo la sorella di Henry, l’amore attiva una serie di meccanismi fisici e psicologici molto simili a quelli che scatena una qualsiasi dipendenza. Sostanze come dopamina, adrenalina invadono il nostro cervello e attraggono il nostro corpo verso un altro.  Il risultato è che essere adolescenti è doloroso perché si provano dei sentimenti difficili da sopportare. Le conclusioni sono tragiche, secondo le parole di Grace: “Gli anni dell’adolescenza sono un limbo dove ti trovi a metà strada fra essere un bambino è un adulto. Gli adulti sono soltanto dei bambini con le cicatrici, sopravvissuti a quel limbo”. Si tratta di una posizione scientista e tragicamente romantica allo stesso tempo, che apparentemente sembra dare risposta a tutto: innamoramento, sbalzi d’umore, senso di vuoto quando si perde l’affetto di qualcuno… ma che viene poi smentita dal film stesso. La chimica dei fenomeni della maturazione umana, infatti, non rende sufficientemente merito alla ricchezza del mondo emotivo con cui ogni persona deve fare i conti durante la sua vita.

Questo teen drama, tratto dall’omonimo libro del 2016 scritto da Krystal Sutherland, racconta la storia di due ragazzi che “terminano” la loro adolescenza per entrare nel mondo adulto: un passaggio necessario, pur restando complesso, articolato, che chiede anche lo sforzo uscire da un passato doloroso.

Amici, famiglia e amori: le componenti che non possono mancare in un teen movie.

Cominciando dai primi. Per Henry sono un punto di riferimento imprescindibile, non lo stesso per Grace che, essendo arrivata da poco in città, non si è ancora costruita una cerchia di confidenti e, dal suo atteggiamento un po’ riservato e un po’ scontroso, sembra non cercarne. L’interpretazione dei giovani protagonisti è davvero ottima: la sintonia tra i vari personaggi, la resa dei diversi sbalzi d’umore, la complicità e l’intesa… ogni elemento viene messo in risalto.  

Le due famiglie principali, quella di Henry e quella di Page, sono molto diverse. La prima è una famiglia solida: due genitori che si sono conosciuti al tempo del liceo, che come allora si amano ancora. Hanno una figlia, oltre al protagonista. Il ragazzo percepisce la loro storia come perfetta e senza problemi, Una situazione che contrasta con la tempesta che il ragazzo sta vivendo. Se Henry si sente incompreso da loro, fa eccezione la sorella maggiore, a sua volta delusa da una storia d’amore, con la quale riesce a confidare le sue pene d’amore. La famiglia di Grace, invece, non sa bene come gestire il trauma della figlia e si trova impotente davanti a tanto dolore.

Nell’ambito dell’amore, infine, numerose sono le sfaccettature presentate. L’amore stabile e solido dei genitori dei ragazzi; l’innamoramento di Henry per Grace, fatto di trasporto, di dialogo, di attrazione fisica (viene portato sullo schermo anche un rapporto sessuale, senza però indugiare su nudità). Infine l’amore segnato dal lutto improvviso, con tutti i suoi rimorsi e sensi di colpa in chi resta.

Se numerosi, recentemente, sono stati i film teen sulla malattia e sulla morte, particolarmente interessante è questa pellicola perché mostra in modo molto realistico la fase dell’elaborazione del lutto. Nella maggior parte dei sick-lit movie, dopo la morte di uno degli innamorati compare spesso la scritta: qualche tempo dopo / alcuni mesi dopo / alcuni anni dopo… apprezzabile qui la scelta del regista di raccontare proprio quel tempo in cui è necessario imparare a convivere con l’assenza della persona amata per cercare di andare avanti.

Scelta che fornisce l’opportunità anche di approfondire i caratteri e le relazioni dei personaggi: non si sta parlando certamente del cinema verità, ma di una pellicola che restituisce al pubblico dei personaggi con uno spessore umano davvero significativo e verisimile.

Il giudizio +16 attribuito al lungometraggio è coerente con i suoi contenuti, non adatti ai più piccoli sia per quanto detto finora che per il linguaggio in alcuni tratti scurrile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUELLO CHE TU NON VEDI

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/01/2021 - 09:44
 
Titolo Originale: Words On Bathroom Walls
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Thor Freudenthal
Sceneggiatura: Nick Naveda
Produzione: Leone Film Group, LD Entertainment, Kick he Habit Productions
Durata: 111
Interpreti: Charlie Plummer, Andy Garcia, Taylor Russell

Adam è un ragazzo introverso, coltiva la passione della cucina e vuole diventare chef. A metà dell’ultimo anno viene espulso dalla sua scuola per un incidente causato durane un esperimento di chimica: incidente causato da alcune visioni e voci che lo accompagnano nei momenti meno opportuni della sua vita. Il protagonista, infatti, è schizofrenico. La madre decide di iscriverlo ad una scuola privata cattolica per permettergli di conseguire il diploma e quindi realizzare il suo sogno. Unitamente al cambio della scuola, Adam viene preso in cura da uno psichiatra che attraverso i medicinali gli permette di condurre una vita migliore. Nella nuova scuola si innamora di Maya, la ragazza più intelligente dell’istituto. Si trova, però, costretto a decidere se continuare a tenere segreta la sua malattia oppure rivelarla e farsi aiutare anche da lei per affrontarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo riesce a convivere con le allucinazioni della sua mente schizofrenica grazie a una calda amicizia (che diventerà poi amore), il sostegno dei genitori e saggi e comprensivi insegnanti. Un accenno discreto al valore della fede e della preghiera
Pubblico 
Adolescenti
Il linguaggio abbastanza volgare e alcune scene dai toni un po’ troppo paurosi, rendono il film adatto a partire dagli adolescenti.
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvantaggia dell’ottima interpretazione di Charlie Plummer nelle vesti del protagonista Adam e la regia riesce, con alcune originali soluzioni, a far coinvolgere lo spettatore nelle allucinazioni di una mente schizofrenica
Testo Breve:

In una high school privata cattolica, si incontrano Adam, un adolescente che soffre di schizofrenia e Maya una ragazza intelligente ma di famiglia povera. L’accettazione e il controllo del suo stato, passano per Adam, attraverso l’affetto dei genitori, un amore che sboccia e un insegnante-sacerdote comprensivo. Un film ben sviluppato su Prime Video.

“Se sei un ragazzo col tumore, le persone non vedono l’ora di venirti in soccorso, sono tutti ansiosi di esaudire qualsiasi desiderio tu abbia, ma quando sei schizofrenico non vedono l’ora di farti diventare il problema di qualcun altro ed è per questo che poi finiamo per strada urlando al niente, aspettando la morte: nessuno vuole esaudire i nostri desideri”. Questo breve monologo riesce ad esprimere molto bene la differenza che c’è tra questo film e tra le tante pellicole apparentemente omologhe del genere sick-lit (ovvero lungometraggi dove il plot è dettato dal decorso di una malattia): Colpa delle stelle, A un metro da te, I passi dell’amore, …

Diversa malattia e diverso modo di trattarla (cinematograficamente parlando). La sceneggiatura, infatti, riesce ad equilibrare molto bene diverse componenti: alcuni tratti umoristici, altri seri, alcuni momenti romantici e altri drammatici. Il tutto con grande delicatezza.

Numerosi messaggi positivi vengono lanciati al pubblico.

In primo luogo, mostra come il curare qualcuno non sia solamente somministrare dei medicinali. Anche gli affetti sono un elemento essenziale, l’amore può essere terapeutico soprattutto con patologie di questo tipo. Più volte, inoltre, viene ripetuto che le persone non sono le loro malattie. Quanto Adam arriverà a dire di sé stesso (“Adam è Adam, non è la sua schizofrenia”) è una verità valida non solo per lui, ma per chiunque si trovi in una situazione di sofferenza fisica e mentale. Infine, Adam capisce che da solo e con i soli medicinali non può farcela, ha bisogno della sua famiglia e di chi gli vuole bene. L’isolamento, il tenere nascoste le cose, la vergogna di fronte alla sofferenza rendono solo più grande il dolore e più drammatica da affrontare la situazione.

L’interpretazione dei protagonisti è particolarmente convincente: primo fra tutti Charlie Plummer (Adam), capace di servirsi di registri di humor nero, romantico, drammatico… senza mai essere sopra le righe e senza mai cercare la commozione o la pietà del pubblico. Anche la co-protagonista, Taylor Russell racconta bene la sua battaglia: ragazza intelligente ma di famiglia povera, deve inventarsi mille lavoretti (leciti o illeciti) per mantenere la sua iscrizione in una high school privata.

Una menzione significativa, tra i personaggi, la merita Andy Garcia che interpreta padre Patrick, il prete della scuola cattolica dove Adam e Maya sono iscritti.  Adam ama accostarsi al confessionale, non perché sia credente ma perché riesce in questo modo a chiedere consigli su come comportarsi, in modo discreto. Don Patrick è molto bravo in questo: non forza il ragazzo ad ascoltare un indottrinamento religioso che risulterebbe fuori luogo ma cerca di avvicinarsi a lui e ai suoi problemi con comprensione e calda umanità. Meno bene vengono presentate le suore che gestiscono la strutta educativa: nel consueto cliché di anziane rigide e intransigenti.

Per far partecipare anche il pubblico della malattia mentale di Adam, alcune scelte registiche e di effetti speciali colgono il segno: la voce molto grave e la nebbia nera che avvolge ogni cosa, trasmettono l’angoscia vissuta dal protagonista in alcuni momenti. Anche la personificazione dei tre stati d’animo (la rabbia, le pulsioni sessuali, la riflessività), senza mai scadere nella banalità, rende partecipe il pubblico del mondo interiore di Adam e del modo in cui questo influenza o disturba la sua vita. La scelta, infine, degli sguardi diretti in camera da parte del protagonista quando va alle sedute dello psicologo, rafforzano il coinvolgimento di chi guarda, senza però metterlo a disagio.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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COSA MI LASCI DI TE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 03/25/2021 - 16:52
 
Titolo Originale: I Still Believe
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Andrew e Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Jon Gunn
Produzione: Kingdom Studios
Durata: 115
Interpreti: KJ Apa, Britt Robertson

Jeremy Camp, giovane studente e musicista dell’Indiana, si trasferisce in California per il College. Lì, tra i tanti studenti, conosce Jean-Luc (con cui condivide la passione per la musica) e Melissa, giovane del primo anno come lui. Se ne innamora fin da subito ed inizia a frequentarla. Dopo qualche tempo, lei scopre di avere un tumore in stadio abbastanza avanzato. Si fa operare e, dopo l’operazione, visto che le cose sembrano andare meglio, i due decidono di sposarsi. Durante il viaggio di nozze, però la malattia riappare in tutta la sua gravità. Nel giro di qualche mese la giovanissima Melissa muore. Jeremy passerà un periodo molto difficile che riuscirà a superare grazie alla sua fede cristiana e racconterà la sua storia attraverso le sue canzoni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’amore fra un uomo e una donna, la fede in un Dio misericordioso sostengono la coppia nel dramma che debbono affrontare
Pubblico 
Adolescenti
Il racconto di una grave malattia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La buona interpretazione dei due protagonisti attenua i problemi che scaturiscono dall’impostazione del racconto che finisce per affrontare troppe tematiche senza portarle al loro pieno sviluppo
Testo Breve:

Lui e lei si incontrano al college, si innamorano, si sposano ma poi lei muore. La storia vera di un giovane che ha usato le sue doti musicali per raccontare a tutti la sua esperienza di amore e di fede. Una storia commovente un po’ soffocata da un eccesso di filoni narrativi aperti. Su PrimeVideo

Un’altra storia di adolescenti dove la malattia fa capolino e trasforma la vita, dove la fede aiuta a superare il dolore e il buio della morte. Omologo al recente Nuvole (anche se, in quest’ultimo, è il protagonista maschile che si ammala e muore), questo film fa conoscere un tratto della vita di un cantautore di rock cristiano molto affermato negli Stati Uniti (Jeremy Camp ha pubblicato undici album, ha vinto cinque GMA Dove Awards, tre nomination all’American Music Awards e un Grammy Award come “miglior album Pop/Contemporary Gospel” nel 2010).

Numerosi i valori positivi che la pellicola propone al pubblico: l’innamoramento e il fidanzamento vissuti nel rispetto reciproco e nella capacità di attendere. L’amicizia come valore portante per la nostra vita. La famiglia come sostegno e supporto, soprattutto nei momenti più difficili. La musica come strumento per trasmettere messaggi positivi. La fede come aiuto, anche nel dolore e nello sconforto di fronte alla morte.

Dopo il primissimo e strappalacrime Love Story, sono ormai numerose le opere che appartengono al cosiddetto filone Sick Lit: dai serial Tv (Braccialetti rossi) ai lungometraggi (I passi dell’amore, A un metro da te, Il sole a mezzanotte, il già citato Clouds-Nuvole) solo per elencare i più recenti. Il valore aggiunto in questo Christian film, rispetto agli altri, è proprio la fede: fede non come rifugio o vana consolazione di fronte all’esito ineluttabile degli eventi, ma sguardo capace di dare speranza e forza per affrontare con consapevolezza le dure esperienze della vita. La lettera che Melissa scrive a Jeremy invita a riflettere proprio in questa direzione: la serenità e la pace con cui sono stati affrontati tutti i momenti difficili sono state un dono dall’Alto per non lasciarsi andare alla disperazione, ma per affrontare con forza i momenti più difficili.

Sfortunatamente è proprio la grande, troppa ricchezza di contenuti, a danneggiare il film. La fede e la musica sono poco più che accennati, i rapporti familiari vengono presentati ma non approfonditi, il rapporto tra Jeremy e Melissa conosce uno sviluppo ma solo nel finale si comprende la portata del loro amore. Alcuni personaggi praticamente “spariscono” durante lo svolgersi della narrazione.

Il lungometraggio ha un’apertura che sembra preludere ad un biopic: la storia di un giovane e promettente cantautore che parte per il College per studiare e per sviluppare la sua passione per la musica. Arrivato a destinazione, si apre una storia d’amore: inizia come un triangolo amoroso (per l’interesse che Melissa mostra per l’amico Jean-Luc), ma poi approda felicemente al fidanzamento. All’interno di questa storia d’amore fa capolino la malattia, che occupa la parte centrale del film. Il ricovero, l’intervento, le terapie, il matrimonio in un momento di apparente quiete del cancro, la ricomparsa del tumore fino alla morte di Melissa.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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MANK

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/24/2021 - 11:33
Titolo Originale: Mank
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: David Fincher
Sceneggiatura: Jack Fincher
Produzione: NETFLIX
Durata: 131
Interpreti: Gary Oldman, Amanda Seyfried, Arliss Howard

Nel 1940 una RKO ormai in crisi, decide di puntare tutto sul 24enne Orson Welles dandogli carta bianca per girare un film, libero di scegliere il soggetto e i collaboratori che vuole, senza il controllo finale della produzione. Per la sceneggiatura Orson sceglie Herman (Mank) Mankiewicz che ha a disposizione solo 60 giorni per finire il lavoro, rinchiuso in una casa in campagna, bloccato a letto con una gamba ingessata per un incidente, tenuto a distanza dalle sue amate bottiglie a causa dell’alcoolismo che gli ha ormai minato la salute. In un flashback sugli anni 30’, scopriamo che Mank era benvenuto nell’alta società che conta di Hollywood per via del suo parlare colto e arguto e non nascondeva le sue idee di sinistra ritenendo giusto aiutare chi era rimasto disoccupato dopo la crisi del ‘29. Per questo motivo finisce per scontrarsi con Mayer, direttore della MGM e con William Randolph Hearst, il magnate dell’editoria di quel tempo. E’ proprio dalla personalità di quest’ultimo che Mank prende spunto per disegnare il protagonista di Citizen Kane….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono eroi in questo film ma il faticoso vivere in un mondo altamente competitivo che riesce nonostante tutto, a portare alla ribalda persone di talento.
Pubblico 
Adolescenti
La dipendenza dall’alcool del protagonista, la presenza di un suicidio, rendono il film non adatto ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Questo film si presenta con ben 10 candidature all’Oscar 2021
Testo Breve:

Herman (Mank) Mankiewicz è lo sceneggiatore principale del primo e più famoso film di Orson Wells: Quarto potere. La fase della scrittura della sceneggiatura diventa l’occasione per conoscere lo studio-system degli anni ’30 e il personaggio Mank, un genio della scrittura, triste e rassegnato. Su Netflix

Quando si ritorna alla Hollywood degli Studios e a Quarto Potere (Citizen Kane) si sa già che ci si sta confrontando con un mito da maneggiare con cura. Considerato dai più come il miglior film di tutti i tempi, non fu, in realtà un film che fece fare un passo avanti nelle tecniche narrative su pellicola, come lo furono i lavori di David Wark Griffith ma si trattò di una incontenibile soggettività individuale, opera di un genio che aveva avuto carta libera per esprimersi, anche se gli incassi non superarono le spese e delle nove candidature all’Oscar che ricevette (fra la disapprovazione del pubblico ogni volta che il suo titolo veniva nominato durante la cerimonia) ne vinse solo una, per la sceneggiatura.

Anche RKO 291 – La vera storia di Quarto Potere aveva ricostruito la genesi di questo film ma si era concentrato sul conflitto fra Welles e Hearst, perché quest’ultimo aveva impiegato tutto il suo potere mediatico per evitare che il film venisse distribuito. Ora, con Mank, l’attenzione si sposta sulla fase precedente, quella della stesura della sceneggiatura (il film lascia intendere che il merito fu soprattutto di Herman, con ritocchi minori di Welles) e sul dipingere quell’epoca, dove la disoccupazione era ancora alta, coda lunga della crisi del ’29, l’avvento del sonoro aveva portato alla ribalta una nuova generazione di sceneggiatori  esperti nell’arte della parola e dove quei Tycoon che detenevano il potere sugli studios e sulla carta stampata avevano la capacità di portare l’opinione pubblica dove era loro maggiormente conveniente. E’ l’amara constatazione che fa  Mank a Irving Thalberg, della MGM, quando si accorge che lo studio  sta preparando falsi telegiornali  per denigrare il candidato democristiano, in aria di socialismo, alla carica di governatore della California: “Lei può convincere il mondo intero che King Kong è alto dieci piani e che Mary Pickford è vergine a 40 anni; figuriamoci se non può convincere gli elettori che sono alla fame, che un candidato socialista costituisca una minaccia per la California”. Si tratta di riflessioni sul Soft Power che hanno validità anche adesso.

Il film si dedica molto alla definizione del personaggio Mank, grazie anche alla bravura di Gary Oldman che sembra si sia specializzato, dopo aver impersonato Winston Churchill in L’ora più buia, in personaggi che hanno il dono della parola. Mank affronta ogni problema con una certa melanconica ironia ma a volte sferzante satira quando è necessario, sfoggiando una cultura che i suoi interlocutori, ricchi imprenditori o belle attrici, non hanno. Ne viene fuori un ritratto non certo ideale (la sua dipendenza dall’alcool lo porterà a una morte precoce, a 56 anni), abituato a non compromettersi troppo fra i potenti del tempo, per continuare a galleggiare anche quando la sua stella è ormai in fase calante. La sua umanità emerge con discrezione, nei rapporti con la moglie alla quale chiede più volte: “come fai a sopportarmi?” ma soprattutto con l’intesa platonica che stabilisce con Marion Davies, attrice e amante di Hearst. I dialoghi che i due hanno a tu per tu, distanti da occhi e orecchie indiscrete, sono i più belli del film e quell’uomo e quella donna (Amanda Seyfried è candidata all’Oscar come attrice non protagonista) riescono a essere pienamente se stessi, senza quella maschera che lo studio-system aveva loro imposto.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NOTIZIE DAL MONDO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/24/2021 - 22:36
 
Titolo Originale: News of the World
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Paul Greengrass
Sceneggiatura: Luke Davies, Paul Greengrass
Produzione: Perfect World Pictures, Playtone, Pretty Pictures, Universal Pictures
Durata: 118
Interpreti: Tom Hanks, Helena Zengel, Elizabeth Marvel

Nel 1870, cinque anni dopo la fine della Guerra di Secessione, il capitano in congedo Jefferson Kyle Kidd gira per i villaggi del Texas e si guadagna da vivere fornendo le ultime notizie apparse sui giornali a un pubblico che non sa leggere. Mentre Kyle è in viaggio, incontra una bambina bianca di nome Johanna, sperduta nel bosco. Era stata rapita dai nativi americani quand’era ancora in fasce (i genitori erano stati uccisi) e Kyle decide di farla salire sul suo cavallo per portarla dai parenti più prossimi. Sarà lo stesso percorso che lo riporterà dalla moglie che non ha più visto dall’inizio della guerra….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In un dopoguerra dove tante ferite sono rimaste aperte e troppi rancori vengono ancora covati, un uomo e una ragazza cercano di rigenerare affetti e speranze
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza, sia pur non insistita e di pericolo rendono la pellicola non adatta ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Bravo Greengrass nel riprodurre un Texas ancora devastato moralmente dalla Guerra. Ottima interpretazione dei due protagonisti. Quanche tema trattato non è ben calato nel contesto
Testo Breve:

Un capitano in congedo e una ragazza orfana viaggiano in un Texas ancora devastato dalla Guerra di Secessione, alla ricerca di un nuovo equilibrio e nuovi affetti. Un film sensibile e ben raccontato. Su Sky

Quindi un nuovo western, dopo tanto tempo. Si apprezzano da subito, grazie a una magnifica fotografia,  quegli scenari che ci eravamo dimenticati: immense praterie solcate da un approssimativo tracciato per carri,  villaggi che appaiono come dal nulla perennemente immersi nel fango, dove la presenza della legge e dello stato è alquanto labile. Sappiamo che i western alla John Wayne e alla James Steward avevano subito una profonda rivisitazione a partire da Soldato Blu del 1970. Non c’era più l’eroe d’acciaio che portava giustizia e onestà contro le prepotenze e I soprusi dei cattivi di turno ma venivano alla luce le violenze indiscriminate compiute contro i nativi americani. Il filone prosegui con altri titoli (Picccolo grande uomo, Un uomo chiamato cavallo,..fino a Balla coi lupi del 1990). Non possiamo però dire che questo Notizie dal mondo si ponga sulla stessa scia revisionista. Nei primi due filoni citati c’erano eroi molto buoni contro cattivi molto cattivi. Qui c’è una dolente consapevolezza che dividere il male dal bene non sia così semplice. Lo comprende Kyle che ha militato nelle file dei Sudisti e  ora pensa, da sconfitto,  che anche i confederati abbiano commesso degli errori.  Qualcosa di simile può dire Johanna, doppiamente orfana perchè rapita dai nativi americani quando era piccola, dopo che i genitori erano stati uccisi, ha ora perso anche i genitori adottivi, uccisi a loro volta. E’ la violenza ora il nemico da battere e ne è cosciente Kyle che non ama usare le armi: le impiega solo quando lui e la bambina stanno rischiando la vita.

Il film descrive bene anche gli umori della gente del Sud dopo la sconfitta: non amano le imposizioni che vengono da Washington in termini di abolizione della schiavitù, sopportano malamente nei loro territori truppe dell’esercito unionista rimaste per il mantenimento dell’ordine ma anche  (sappiamo dalla storia ma reso un po’ superficialmente nel film) che è impegnata ad affrontare una profonda crisi post-bellica a causa delle pesanti condizioni di pace. Un sottofondo difficile e opaco che non è di nessun aiuto per queste due anime in sofferenza. La risposta potrebbe venire trascendendo il proprio esistere e cercando consolazione in una sorta di visione sapienziale. Per Johanna, cresciuta nella tribu degli Iowa, il cerchio dà il senso al tutto: terra cielo, alberi, animali, tutto è unito da un unico spirito. Per Kyle, più pragmatico, il giusto simbolo è la linea retta: andare sempre avanti, come i coloni del tempo, fino a trovare una terra da coltivare. Alla fine sarà un’altra soluzione quella giusta, che naturalmente non riveliano, ma che scaturisce dalla loro necessità vitale  di vivere di affetti e di speranza.

Paul Greengrass gestisce bene questa materiale insolito per lui, abituato film stile action (e lo si vede anche qui in una sequenza centrale, ad alta adrenalina). Resta fuori posto un episodio presente a metà film, dove la sceneggiatura ha volute inserire una istanza di proto-sindacale che si chiude rapidamente con una pistolettata alla western, ridondante per l’economia del film. Tom Hanks e Helena Zengel sono convincenti espressioni di una malinconia dolente, di affetti strappati.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LEI MI PARLA ANCORA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 02/12/2021 - 19:00
 
Titolo Originale: Lei mi parla ancora
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati, Tommaso Avati
Produzione: Duea Film, Bartlebyfilm, Vision Distribution
Durata: 100
Interpreti: Renato Pozzetto, Stefania Sandrelli, Lino Musella, Isabella Ragonese, Fabrizio Gifun

Nino e Caterina sono sposati da 65 anni, vivono in un paese della Bassa Padana e non possono pensare di lasciarsi. Ma lei muore e Nino parla ancora con lei, nella solitudine della sua stanza. La figlia, che gestisce una casa editrice, pensa che il modo migliore per scuotere suo padre sia impegnarlo nella scrittura di una autobiografia e per questo ingaggia Amicangelo, un ghost writer che finisce per accettare a condizione che venga pubblicato il suo romanzo. I due uomini non possono essere più diversi: Amicangelo è divorziato con una figlia che vede raramente e vive di lavori occasionali; Nino è sereno: ha gestito per anni la farmacia del suo paese, ha due figli che si prendono cura di lui e ora vive dei ricordi di un amore che ha dato un senso pieno a tutta la sua vita…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un inno all’amore coniugale, alla stretta simbiosi in cui vivono un uomo e una donna, circondati da figli premurosi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Pupi Avati compie con mestiere sicuro un’operazione nostalgia, bravissimi Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli ma il film ha una struttura non robusta, sembra incompleto nella parte finale
Testo Breve:

In un paese della Bassa Padana, una coppia è rimasta felicemente unita per 64 anni e ora che lei non c’è più, è giusto che lui scriva la storia di quel forte amore che si è nutrito di piccole, grandi  cose. Pupi Avati incontra Guseppe Sgarbi per un inno all’amore coniugale. Su SKY

Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli sono strepitosi nel mostrarci le attenzioni, le premure, le apprensioni di una coppia che ha saputo vivere unita per 64 anni uno accanto all’altra, e ora che Caterina se n’è andata, per Nino assume un significato tutto particolare quello che lei aveva scritto in quel foglietto che gli aveva consegnato un momento prima di entrare in chiesa per il matrimonio: se si fossero dati reciproco e infinito amore sarebbero diventati immortali. E’ quello che percepisce Nino, che continua a confidarsi con lei e a chiederle consigli.

Il film compie un’operazione nostalgia incasellando una serie di singoli, piccoli momenti della coppia passati insieme (partecipano a un cineforum di parrocchia, a un ballo in una rotonda sul Po, compiono una passeggiata in bicicletta,..) e  non si impegna a mostrarci in qual modo questo amore coniugale si sia consolidato  e sia degno dell’epiteto di immortale. O meglio, sono proprio quei piccoli, elementari momenti di vita, la vera spiegazione.  Lo chiarisce bene Giuseppe Sgarbi, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, in un’intervista a Repubblica del 2016: “Mi bastava questo mondo: le persone che vi abitavano, le lente stagioni, il fiume e i suoi argini, dove andavo a pescare". Quindi la cultura del vivere con calma, di gustarsi un giorno dopo l’altro, che si oppone a quella del progettare, realizzare se stessi. Un approccio che ha un che di religioso, anche se non si parla mai di fede nel film, perché consente di apprezzare ciò che si ha ricevuto invece che costruito. Ancora Giuseppe Sgarbi: "Alla fine una qualche identità la devi pur avere. Si chiamano radici. Ferrara con i suoi dintorni è il loro mondo. È quello che Dio o la natura ti ha dato. Il resto sono conquiste o disfatte provvisorie".

Pupi Avati non poteva che essere il regista più adatto, maestro di nostalgie per gli anni che furono, e struggente amante della propria terra natia. Se coltivare le proprie radici è importante, lo è anche l’amore per la propria famiglia. Il Nino del film, che sta diventando amico di quel ghost writer dalla vita un po’ incasinata, gli ricorda che la fedeltà coniugale ha un “valore sacrale”: val la pena provarci e riuscirci. Lo aveva già sottolineato Giuseppe Sgarbi nella stessa intervista: “Ogni tanto mi è capitato di rimpiangere la famiglia come luogo della tradizione, dove tutto è pace e ordine”.

Nonostante la bravura degli attori, il tema della nostalgia così ben sviluppato, c’è qualcosa di incompiuto in questo film, come di una aspettativa non rispettata.  Verso la fine sembra che ci sia fretta di chiudere, quasi ci trovassimo di fronte a un montaggio incompleto: il percorso di trasformazione di Amicangelo appena accennato, frettolosa chiusura della scrittura del libro, piccoli accenni al lavoro in farmacia, alla passione della coppia per l’arte, quasi riferimenti doverosi ma non sentiti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ULTIMO PARADISO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/09/2021 - 12:24
Titolo Originale: L'ultimo paradiso
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Rocco Ricciardulli
Sceneggiatura: Rocco Ricciardulli, Riccardo Scamarcio
Produzione: Lebowsky, Silver Productions,
Durata: 107
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Gaia Bermani Amal, Antonio Gerardi, Valentina Cervi

Nel 1958, fra gli uliveti della Murgia pugliese, i braccianti lavorano nelle tenute di Cumpà Schettino. Il pagamento delle ceste di olive raccolte è l’occasione per il giovane Ciccio di proclamare davanti a tutti che non è più tollerabile che vengano pagati per pochi soldi mentre tutto il guadagno resta nelle mani dei padroni. Molti braccianti si manifestano solidali con lui e Cumpà deve assolutamente trovare un modo per rendere innocua questa spontanea forma di sindacalismo. Ma don Schettino scopre ben presto di avere un altro grave motivo per odiare Ciccio: proprio lui che è sposato con un figlio, è l’amante segreto di sua figlia Bianca…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nessuno dei protagonisti maschili (le donne sono solo delle vittime) sembra disporre del dono della ragione: sono tutti in balia di passioni irrefrenabili.
Pubblico 
Maggiorenni
Il film evita di entrare in dettagli cruenti ma non c’è nessun personaggio che possa considerarsi un riferimento positivo
Giudizio Artistico 
 
Ottima l’ambientazione nella Puglia alla fine degli anni ’50, sensibile prestazione di Gaia Bermani Aramal ma per il resto la sceneggiatura che vuole troppo in modo confuso e i personaggi sono ridotti a stereotipi
Testo Breve:

Nella campagna pugliese alla fine degli anni ’50, si scatena la prepotenza dei padroni, le vendette dei contadini, e amori adulterini innescano rappresaglie e contro-vendette. Un dramma a fosche tinte molto confuso. Su Netflix

L’inizio del film è particolarmente promettente: molto ben filmate le distese degli uliveti pugliesi, ben realizzato l’adattamento delle masserie con gli arredi del tempo e la ricostruzione delle usanze e dei modi di vivere del tempo. Se gli uomini vanno a zappare, le donne si ritrovano al torrente per lavare i panni; quando mariti e figli tornano a casa, secondo lo spirito patriarcale allora imperante, li servono a tavola e le donne mangeranno quando ci sarà tempo. Fra i contadini c’è voglia di andare in America e di ribellarsi ai massari che li sfruttano. La messa in scena  della Puglia alla fine degli anni ’50, come fondale del racconto, può dirsi completo.

Poi il racconto si sviluppa ma il tema della protesta dei contadini passa rapidamente in second’ordine: Ciccio trascura i problemi sindacali per portare avanti la sua storia d’amore con Bianca, alla continua ricerca di un posto segreto dove incontrarsi. Da qui in poi la storia si ingarbuglia rapidamente: omicidi seguiti da vendette, cambio di protagonista, accumulo di infedeltà coniugali, violenze sessuali sulle giovani contadine, senza contare il frequente cambio di stile narrativo: dalla tragedia rusticana si passa a sequenze oniriche e alla magia del surreale. A causa della troppa carne al fuoco, lo spettatore finisce per disorientarsi e si salva solo la performance di Gaia Bermani Amaral nella parte di Bianca che rende credibile una giovanile e cocente passione amorosa.

C’è un altro aspetto che disorienta: la mancanza di una bussola etica. Lo spettatore ha la consuetudine di seguire le vicende del protagonista perché costituisce in genere il riferimento positivo o magari è vittima di un’ingiustizia oppure è un cattivo, cosciente di esserlo. Se escludiamo le donne, viste tutte come vittime di una società patriarcale, gli uomini sono uguali nel loro seguire le proprie passioni incontrollate: odio, vendetta, violenza sulle donne, adulterio.

In una sequenza baricentrica del film, Ciccio e sua moglie Lucia si trovano da soli in chiesa, davanti all’altare. Lei sa tutto della relazione del marito ed è venuta in chiesa per pregare, per capire. Lui sviluppa una tesi insostenibile: vuole bene alla moglie e al figlio ma l’amore per Bianca è un’altra cosa (è una fuga, un sogno, come si esprimerà in altri momenti: evidentemente gli è rimasto qualche residuo non consumato di immaturità adolescenziale). La scena si conclude con un’esibizione di pessimo gusto: per dimostrare che lui si sente senza colpa, Ciccio apre il calice e si mangia un’ostia (consacrata? Non si sa) come fosse una merendina per il pomeriggio.

Grazie alla brava Gaia Bermani Amaral, l’amore fra Ciccio e Bianca si veste di toni iper-romantici, di struggente sogno che non  può realizzarsi, ma anche questa nota idillica si frantuma perché veniamo a sapere che Ciccio ha avuto in precedenza altre donne, è una sorta di seduttore seriale. Se c’è alla fine un messaggio che può essere colto da questo film, potrebbe essere proprio un elogio all’amore libero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UN SACCHETTO DI BIGLIE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 02/01/2021 - 21:40
 
Titolo Originale: Un sac de billes
Paese: FRANCIA, Canada, repubblica Ceca
Anno: 2017
Regia: Christian Duguay
Sceneggiatura: Benoît Guichard, Christian Duguay, Laurent Zeitoun
Produzione: Quad production, Main Journey
Durata: 110
Interpreti: Dorian Le Clech,Batyste Fleurial, Patrick Bruel, Elsa Zylberstein

Parigi, anni ’40, durante l’occupazione nazista. Nella famiglia Joffo, di origine ebraica il padre Roman fa di mestiere il barbiere, così come i due figli maggiori; la mamma Anna è molto brava a suonare il violino mentre i due figli più piccoli, Maurice e Joseph vanno ancora a scuola. Una nuova legge impone a chi è ebreo di venir indentificato con una stella di Davide sulla giacca e Joseph e Maurice subiscono il disprezzo di molti loro compagni. In una situazione che lascia pochi spiragli di speranza, il padre organizza prima la partenza dei due figli maggiori, poi quella dei più piccoli. Hanno le istruzioni per raggiungere Nizza, sotto l’occupazione italiana, più tollerante. Ma per Joseph, il più piccolo, si tratta di un’avventura più grande di lui e solo l’aiuto del fratello gli porta un po’ di conforto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una famiglia ebrea molto unita affronta le persecuzioni a cui viene sottoposta; sacerdoti, dottori, altri civili, si prodigano per salvare la vita di chi è stato perseguitato
Pubblico 
Pre-adolescenti
Questo film, che ha due ragazzi come protagonisti, si presta molto bene a raccontare i tempi delle persecuzioni contro gli ebrei. Vengono evitate scene cruente anche se non mancano situazioni ad alta tensione
Giudizio Artistico 
 
Il film diretto da Christian Duguay (Belle & Sebastien – L’avventura continua) conferma la sua visione positiva dell’uomo che riesce a riscattare anche i momenti più cupi della nostra storia. Ottima interpretazione del piccolo Dorian Le Clech
Testo Breve:

Nel ’40, due ragazzi parigini di origine ebraica fuggono verso Nizza per sottrarsi alle persecuzioni. Un racconto ispirato a una storia vera che mostra come, anche nei momenti più cupi della storia, ognuno è chiamato alla responsabilità verso il bene Su Chili

E’ sera, i quattro fratelli sono tornati a casa. In camera da letto, iniziano una battaglia con i cuscini e il padre si scandalizza: “Non siete cresciuti per queste sciocchezze?” Ma poi si infila anche lui nella zuffa, fra il divertimento di tutti. Tempo dopo, la famiglia si ritrova ancora riunita, sia pur per poco. I ragazzi fanno una colletta e regalano un violino alla mamma. La mamma si commuove, è da tanto tempo che non suona, ma poi accetta di farlo, sollecitata dal marito e dai figli. Come tanto tempo prima, i ragazzi restano incantati a quelle melodie che non vorrebbero mai smettere di ascoltare. 
Il film è carico di momenti di tensione per la continua ricerca dei ragazzi di un luogo sicuro dove sfuggire ai controlli della Gestapo ma la vera bellezza del film scaturisce proprio da questi momenti di forte unione familiare che non sono un semplice intervallo nel flusso del racconto ma esprimono quell’energia morale che dà ai ragazzi la forza di andare avanti, a dispetto di ogni avversità.  Il premio alla recitazione va proprio a Dorian Le Clech che interpreta il piccolo Joseph: da quel bambino che è contento di aver vinto un sacchetto di biglie dai suoi compagni di scuola e che ancora si alimenta delle coccole di papà e mamma, a ragazzo sperduto migrante con i piedi sanguinanti, con il solo sostegno del fratello; poi abituato a mantenersi con dei lavoretti, ormai addestrato sul valore dei soldi e infine anche disincantato esperto in umanità, abituato a riconoscere chi è un ipocrita e chi è sincero.
Si parla di guerra e di antisemitismo ma il film è ricco in umanità sia da parte di chi si trova sul fronte giusto che su quello sbagliato. Notevole è anche insolito è l’elogio che il film presta a quei sacerdoti cattolici che non hanno esitato ad aiutare quei due ragazzi ebrei, come firmare documenti di battesimo falsi. Né mancano gli “italiani brava gente” che a Nizza giocano tranquillamente a carte con coloro che sanno di essere ebrei. Anche l’ufficiale tedesco incaricato di stanare gli ebrei non ha lo sguardo torvo né digrigna i denti ma svolge con fredda competenza il suo lavoro. E’ un giusto a modo suo: se ha le prove che una persona sia ebrea, la deporta; se non ci sono prove inconfutabili in quel senso, libera i sospetti. Altro personaggio rappresentativo di quei tempi è il libraio dell’Alta Savoia incontrato dai ragazzi. Non è umanamente cattivo (ha dato a Joseph, che si è spacciato per trovatello, il lavoro di vendere i giornali per le strade) ma sostiene il governo di Petain, convinto che solo con l’alleanza con i tedeschi si realizzerà una nuova Europa. 
Alla fine, questo film costruito principalmente ad uso dei ragazzi finisce per risultare più realistico di tanti film per adulti, evitando lo schema semplicistico secondo cui chi sta dalla parte sbagliata è anche tanto cattivo ma mostrando come nella confusione delle tante ideologie del tempo, molti non hanno saputo dare le giuste priorità a quei valori umani che restano universali. Il film, come tutti quelli che ricostruiscono fatti realmente accaduti, ha la forza espressiva del reale: Joseph Joffo,  autore del libro omonimo a cui il libro si è ispirato, è proprio quel Joseph che negli anni quaranta era un piccolo bambino.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA CASA DEI LIBRI

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/15/2021 - 19:45
Titolo Originale: The Bookshop
Paese: Spagna. UK, Germania
Anno: 2017
Regia: Isabel Coixet
Sceneggiatura: Isabel Coixet
Produzione: Diagonal Televisió, A Contracorriente Films, Zephyr Films, One Two Films
Durata: 112
Interpreti: Emily Mortimer, Patricia Clarkson, • Jorge Suquet

Fine anni ’50. Una giovane vedova, Florence Green, torna a vivere a Hardborough (nel Suffolk, Inghilterra) dove aveva vissuto con il marito. Nella casa, pregevole anche perché antica, decide di aprire una libreria. Il negozio viene apprezzato dagli abitanti: in particolare da un ricco e misterioso personaggio, Mister Brundish. Per far fronte all’aumentato lavoro, la proprietaria assume la giovanissima Christine come sua aiutante. L’iniziativa ha subito successo ma non è dello stesso parere Mrs. Gamart, una ricca signora che aveva identificato nell’antica casa il luogo ideale per fondarvi un circolo culturale. Abituata ad ottenere sempre tutto, si mobilita in ogni modo per far fallire l’attività di Florence…..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel film rifulge la figura del vecchio gentiluomo Mr. Brundish che ha il coraggio di protestare contro i soprusi che Florence è costretta a subire ma su tutto il film pesa una sorta di fatale ineluttabilità del male
Pubblico 
Pre-adolescenti
Molte cattiverie possono esser risparmiate ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film ha vinto il premio Goya 2018 come miglior film, migliore regia e migliore sceneggiatura non originale ma la voglia di sviluppare una tesi preordinata finisce per ridurre i personaggi a stereotipi di che seguono una partitura preordinata
Testo Breve:

La vedova Florence vuole trasformare la sua vecchia casa in libreria ma c’è chi aspira invece a impossessarsene per i propri fini. Una lotta impari e in po’ schematica fra la fragile innocenza e il potere del male

“Quando Mrs Green apri il primo scatolone di libri che aveva ordinato, i problemi e gli ostacoli di quegli ultimi giorni scomparvero …e per un istante percepì accanto a se ancora una volta il suo defunto marito che aveva amato moltissimo”. E’ questo il commento che ascoltiamo in sottofondo mentre Florence è intenta a prendere uno a uno i libri, quasi li accarezza e poi li mette sugli scaffali: in quella stessa casa dove, tanti anni prima, quando suo marito era ancora vivo, aveva la consuetudine di leggere con lui un libro a voce alta. Il questo film il libro è visto come strumento di condivisione, di stimolo alla riflessione, apertura mentale verso il diverso da sè e il diverso dal piccolo mondo di Hardborough, che fossilizza, sclerotizza pericolosamente i rapporti fra le persone (non a caso i libri citati nel film non sono i classici di sempre ma delle opere che uscirono proprio in quegli anni: Farenhet 451, Lolita, L’estate incantata). Se i libri sono dei protagonisti indiretti, l’argomento che prende il sopravvento è un altro: la lotta fra l’innocenza inerme e la perfidia del male impersonificate rispettivamente da Florence e da Mrs  Gamart.

Si tratta infatti di una pellicola “al femminile” e sono tre le donne che si contendono la scena e che danno movimento all’intreccio della storia. Mrs. Green (Emily Mortimer) con la sua intraprendenza, porta una ventata di novità in un piccolo paese, con il suo ingegno e la sua capacità di collaborare ottiene anche il favore della gente. La sua disponibilità e i suoi modi gentili la rendono una persona affabile. Mrs. Gamart (Patricia Clarkson), una signora che conta in quella piccola comunità, come una bambina viziata vuole quella casa che non è sua e cerca in ogni modo di ottenerla per i suoi scopi. La sua ambizione la rende una persona infida, disposta a tutto pur di averla vinta. Christine (Honor Kneafsey), la giovanissima aiutante del negozio di Florence, che si lascia affascinare dalla sua datrice di lavoro nonché dai libri che le vengono dati da leggere. È una bambina sveglia, che conserva una sua innocenza anche se coinvolta in diverse diatribe tra adulti.

Gli schieramenti sono quindi due e ben evidenti: da una parte la povera vedova che vive dei suoi libri (non solo perché li vende, ma anche perché ne legge molti) e dall’altra la ricca signora che vuole “controllare” la cultura. La piccola Christine, stando dalla parte di Mrs. Green ne coglierà, almeno idealmente, l’eredità. Costumi e scenografie aiutano a far percepire al pubblico il forte contrasto tra le due donne. Da una parte la vecchia casa, sobria nell’arredamento e nelle finiture, abitata da Florence: una donna che, nonostante la sua affabilità, è spesso sola, ma sempre in compagnia dei suoi amati libri. Dall’altra la grande e sontuosa casa di Mrs. Gamart: spesso scenario di feste con numerosi invitati ma luogo di sotterfugi e intrighi volti ad estendere la superiorità di censo anche ad altri ambiti della piccola cittadina.

Il male, impersonificato da  Mrs Gamart assume l’aspetto desolante della legalità: la cospirazione si avvale del sindaco (figlio della signora), del direttore di banca, di leggi approvate  ad uso della signora-lucifero, del tradimento di persone che per meschini interessi si fingono amici di Florence per poi tradirla alle spalle.. Mentire, sapendo di avere le spalle coperte da chi ha potere, diventa la norma. C’è rimasto solo il vecchio Mister Brundish a difendere a viso aperto l’aspirante libraia.

Sono molto brave nella loro parte sia la rassegnata Emily Mortimer  che la perfida Patricia Clarkson ma i cattivi sono così terribilmente cattivi e Florence è un agnello talmente fragile che il film prende le forme di un soggetto a tesi e i personaggi subiscono il rischio della stereotipazione.

“Fino a quel momento Florence aveva vissuto la sua vita fingendo di credere fosse suddivisa in carnefici che dominano il mondo e vittime che ne subiscono le conseguenze” questa frase, pronunciata dalla voce narrante all’inizio del film, finisce per diventarne il tema programmatico.

La regia, con inquadrature lente e generose di dettagli, e la fotografia, con paesaggi naturali e scorci della cittadina di Hardborough molto belli, danno alla pellicola un tono marcatamente malinconico.

Il film è l’adattamento cinematografico del romanzo La libreria di Penelope Fitzgerald, diretto dalla regista spagnola Isabel Coixet ma lo stile narrativo , nel privilegiare la correttezza formale dei rapporti umani, anche in situazioni di ipocrisia più sfacciata, è molto inglese

Autore: Francesco Marini
In Televisione
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UN DIO VIETATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/13/2021 - 19:16
 
Titolo Originale: Un Dios prohibido
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Pablo Moreno
Sceneggiatura: Juanjo Díaz Polo
Produzione: Contracorriente producciones
Durata: 133
Interpreti: Íñigo Etayo, Elena Furiase, Gabriel Latorre, Juanjo Díaz Polo, Jacobo Muñoz

Quando nel 1931 fu inaugurata la cosiddetta Seconda repubblica spagnola, per i cattolici della penisola iberica iniziarono tempi di feroce persecuzione: si contano più di 6.000 morti (un quarto dei quali sono stati beatificati e 11 canonizzati). Nell’agosto del 1936, appena iniziata la Guerra Civile, a Barbastro, vicino a Saragozza, 51 tra seminaristi e sacerdoti Missionari Claretiani vengono sequestrati e costretti a scegliere tra l’apostasia (della fede e della vocazione) o la morte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte all’evidenza della prossima morte 51 sacerdoti e seminaristi sanno trovare nella fede in Dio e nella solidarietà reciproca la forza necessaria per dare valore al loro martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Anche se non ci sono dettagli cruenti, le allusioni a gesti di violenza sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buone le recitazioni di quasi tutti i protagonisti; il basso budget del progetto, che talvolta viene percepito, non mortifica l’efficacia della narrazione.
Testo Breve:

A Barbastro, nel 1936, all’inizio della guerra civile, 51 fra sacerdoti e seminaristi, vennero uccisi dai miliziani. Il film riscostruisce il loro martirio attenendosi rigorosamente ai fatti accaduti. Su Youtube in lingua spagnola; su  DVD in italiano

Il vescovo, ormai prigioniero nel seminario, contempla da una finestra il saccheggio della cattedrale e il falò che i miliziani hanno realizzato bruciando tutti gli oggetti sacri. “Sempre lo stesso errore – commenta -  vogliono un mondo migliore costruendolo con il sangue e con il fuoco. Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male”. Lo stesso vescovo sarà il primo a esser prelevato, torturato e poi ucciso con tre colpi di pistola alla tempia ma farà ancora in tempo a dir loro che li perdona.

Il film, autoprodotto dalla congregazione claretiana, si vuole attenere con rigore a quanto è realmente accaduto, pur evitando sequenze impressionanti, perché basato su di una sceneggiatura preparata a partire da alcuni scritti rinvenuti alla fine della guerra civile tra i diari dei martiri, riuscendo così a portare alla conoscenza degli spettatori anche alcuni aspetti dell’interiorità di fede e della psicologia dei personaggi.

Il risultato è di grande equilibrio: tanto ai rivoluzionari quanto ai religiosi viene dedicato uno spazio consono per permettere una migliore comprensione della situazione, dei personaggi e delle dinamiche relazionali senza semplificare troppo e senza trattare in modo superficiale un argomento tanto delicato.

Il film ha come tre protagonisti che avanzano in modo progressivo verso la tragedia finale: i miliziani, i sacerdoti con i seminaristi e la gente di Barbastro. All’inizio non ci sono le avvisaglie di quello che sarebbe accaduto dopo: il colonnello José Villalba Rubio si impegna a garantire l’ordine in città; fra gli aderenti al Fronte Popolare c’è ancora chi, come Eugenio Sopena, pur desiderando portare a termine un totale rinnovamento della società in chiave marxista, è cosciente che l’ordine deve essere garantito e che la vendetta per vendetta porta solo altro odio. Sarà proprio la loro partenza verso Barcellona, per combattere sul fronte, a lasciare la gestione della città in mano ai più fanatici.  

Un capitolo a parte è quello dei giovani seminaristi. La testimonianza che riescono a dare è grande. La vita di preghiera mai abbandonata (anche in situazione precaria), la comunione con ostie consacrate fortunatamente trafugate, la fraternità vissuta con affiatamento e solidarietà, diventano gli strumenti per superare la paura del dolore e della morte, forza per resistere anche alle torture e alle umiliazioni. Quella di abbracciare il martirio non è una decisione semplice e presa a cuor leggero né dai superiori né dai seminaristi: più volte viene data loro la possibilità di salvare la vita, abbandonando l’abito talare, ma nonostante la giovane età, i giovani decidono di conservare la fede a scapito dell’esistenza terrena.

Infine c’è il terzo protagonista, il più oscuro: la folla. Una folla che saccheggia le chiese, che esulta quando i seminaristi salgono su un camioncino per andare a morire. “Che cosa abbiamo fatto di male?” è la domanda che si pone il vescovo senza poter ricevere risposta. Anche un seminarista, figlio di contadini, si domanda come mai tanti altri di origine contadina come  lui nutrano tanto odio verso la Chiesa. Se il film costituisce una bellissima testimonianza di martirio in nome della fede, lascia un vuoto narrativo su questo aspetto. Si tratta di una domanda che non ha solo un valore storico ma attuale: come mai la congregazione claretiana ha dovuto lei stessa produrre il film? Questo scorcio di storia, anche se dolorosa, non poteva avere un significato per l’intera nazione e per il resto del mondo?

Le interpretazioni sono molto convincenti anche se non tutti sono dei professionisti; tecnicamente, il film è curato, ma mostra talvolta il basso budget che ha avuto a disposizione. Resta evidente che lo scopo non è quello di concorrere per premi internazionali ma di lasciare alla memoria dei posteri una testimonianza cristiana di alto profilo.

Un film che si unisce ad altri che hanno portato alla luce i fatti legati alle persecuzioni operate durante la guerra civile spagnola: basti pensare a There be dragons di Roland Joffé del 2011 o richiama altri casi di eroico martirio come quello dei monaci benedettini in Algeria nel 1996 ricordato in Uomini di Dio

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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