Dramma

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UNA CANZONE PER MIO PADRE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/10/2019 - 09:18
 
Titolo Originale: I Can Only Imagine
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Andrew Erwin, Jon Erwin
Sceneggiatura: Jon Erwin, Brent McCorkle
Produzione: Kevin Downes Productions, Mission Pictures International
Durata: 110
Interpreti: J. Michael Finley, Brody Rose, Dennis Quaid, Cloris Leachman, Madeline Carroll

Grenville, Texas, 1985. Bart Miller ha dieci anni, suo padre si ubriaca ed è violento con lui e la madre, che alla fine li abbandona. Rimasto solo con il padre, si dedica al football, più per seguire le orme del padre (un ex campione) che per convinzione, confortato solo dall’amore che prova per Shannon, una sua compagna di scuola. Un grave incidente in campo lo costringe ad abbandonare la carriera sportiva. Costretto a reinventarsi la propria vita, insofferente alla convivenza con il padre che sembra non stimarlo, scopre di avere una bella voce e decide, a 18 anni, di tentare la sorte nel mondo della musica. Costituisce, con un gruppo di amici, la Christian Rock MercyMe, un complesso che canta le canzoni da lui composte, ispirate alla fede e con un pulmino attrezzato iniziano a girare per gli Stati Uniti,. Il successo però non arriva: Bart sa che non potrà riacquistare la propria serenità se non riuscirà a riconciliarsi con il padre. Decide quindi di abbandonare temporaneamente il gruppo e di tornare a casa...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un figlio e un padre, trovano la forza di chiedere perdono e con la pace ritrovata, l’uno trova la serenità per vivere in pienezza, l’altro per affrontare senza timore il momento in cui il sipario si chiude
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza familiare potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film raggiunge l’obiettivo di mostrare la forza del perdono e la fiducia nella Divina Provvidenza anche se eccede, sopratutto nel finale, nell’impiego di toni enfatici
Testo Breve:

Un giovane, dopo che la madre lo ha abbandonato, costretto a vivere con un padre violento,lascia la città natale  per seguire la sua passione per la musica. Un christian film che racconta un difficile percorso personale che conosce la forza del perdono e trova l’ispirazione giusta per scrivere I Can Only Imagine, una canzone piena di fede e di speranza

 

Avevamo già conosciuto i fratelli registi Andrew e  Jon Erwin per il film October Baby, forse il più riuscito film contro l’aborto (e sul perdono), assieme a Juno.  Come il precedente, il film si ispira a fatti realmente accaduti: se il primo si rifaceva alla storia di Janna Jessen, che era riuscita a sopravvivere a un abosto mal praticato e che poi è diventata una sostenitrice del movimento pro-life, ora questo Una canzone per mio padre  cerca di indagare sulla genesi del  successo stepitoso conquistato negli Stati Uniti da una canzone cristiana: I Can Only Imagine, vincitrice di tre dischi di platino, andando a scavare nella vita del suo autore, Bart Miller. I fatti realmente accaduti costituiscono, in verità,  solo uno spunto iniziale: nella realtà la madre di Bart lasciò la casa quando lui aveva tre anni e non tredici; il padre morì quando lui aveva 19 anni, otto anni prima che Bart componesse la sua canzone di maggior successo; lo stesso padre, non ostacolò la carriera artistica del figlio, come appare nel film ma gli diede utili suggerimenti. La storia che ci propone il film va quindi intesa sopratutto come una parabola sul perdono, sull’esistenza di una Provvidenza di cui la vita di Bart vuole essere  la prova: un ragazzo cresciuto in una famiglia devastata dalla violenza, costretto a reinventarsi la propria via dopo un’incidente subito, scopre di aver ricevuto un dono, la sua bella voce, in grado di ridare significato alla sua esistenza fino ad arrivare al riconoscimento internazionale del suo talento.

A dire il vero le storie di trasformazione per mezzo della fede sono due: c’è anche quella del padre Arthur, più sintetica ma più convincente. Il merito va tutto al grande  Dennis Quaid che interpreta magistralmente quest’uomo ruvido e disilluso dalla vita che non riesce a controllare i propri istinti violenti ma che soffre in segreto, perchè sa  che sta distruggendo proprio ciò che più ama. Sarà proprio il ritorno alla fede che gli aprirà le porte alla speranza del perdono da parte di suo figlio e la forza per iniziare una nuova vita. La storia di Bart, invece, mostra delle lacune. Non sono ben sviluppate le ragioni della sua fede: lo vediamo partecipare da piccolo a un week end in campeggio sotto la guida del pastore di una chiesa protestante ma non si percepiscono le basi di una fede che lo portano a costituire un complesso dedicato proprio a cantare christian songs. Nella realtà pare sia stata sopratutto la nonna a costruire le basi della suo credere ma questo personaggio è poco sviluppato. Difficile anche comprendere alcuni suoi atteggiamenti, come quello di  abbandonare Shannon senza più vederla per lungo tempo per seguire la sua vocazione di cantante.

Altro protagonista del racconto è proprio I Can Only Imagine, la canzone di platino. Il film crea fin dall’inizio molta aspettativa:  una giornalista intervista Bart, ormai compositore di successo, e gli evidenzia come quella canzone sia stata la luce giusta, per tante persone,  per ritrovare la speranza e la fede; invita Bart a raccontare la sua vita, perché una canzone simile non si scrive in 10 minuti. Il valore di quella canzone viene ricordato più volte nel film, fino a quando, alla fine possiamo ascoltarla anche noi,  quando Bart si esibisce in concerto davanti a una folla osannante. E’ indubbio che puntare sui fan di questa canzone abbia pienamente ripagato l’impresa dei fratelli Erwin e il film nel 2018 ha incassato 85 milioni di dollari solo in U.S.A. Ora la Dominus Production , la coraggiosa casa di produzione italiana che ha già importato altri christian films come Cristiada, God’s Not Dead 2, Unplanned e ha deciso di distribuirlo in Italia, dove non esiste il christian rock nè il mercato dei christian film: un gesto coraggioso ma utilissimo nella misura in cui riuscirà a vincere il torpore del mercato italiano, che pensa che sia lecito parlare di fede solo per raccontare la biografia di un santo o di un Papa.

Per sapere dove il film è stato programmato in Italia si può consultare:

https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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L'ATTIMO FUGGENTE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/06/2019 - 11:11
Titolo Originale: Dead Poets Society
Paese: USA
Anno: 1989
Regia: Peter Weir
Sceneggiatura: Tom Schulman
Produzione: Touchstone Pictures
Durata: 128
Interpreti: Robin Williams, Robert Sean Leonard, Ethan Hawke, Gale Hansen

Nel 1959 John Keating, professore di lettere, ha un incarico presso il collegio maschile di Welton, Vermont, dove lui stesso ha studiato. Il suo approccio didattico è originale: fa saltare interi capitoli del libro di testo, perché la poesia non è pura forma ordinata ma è espressione di una vita vissuta in pienezza. Invita a ispirarsi al carpe diem di Orazio oppure ai versi di Thoreau: “Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza, in profondità, succhiando tutto il midollo della vita”. Il suo invito a non uniformarsi al gregge e a scoprire se stessi trova piena corrispondenza nello studente Neil, che decide di perseguire la sua passione per il teatro e con altri suoi compagni rifonda la Setta dei Poeti Estinti già inaugurata dal professor Keating quando era giovane, per riunirsi in una grotta nel bosco e declamare poesie…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il professore invita gli alunni a non adagiarsi nel conformismo ma poi manca di trasmettere il valore di alcuni principi assoluti irrinunciabili
Pubblico 
Adolescenti
Per la tragedia che colpisce un adolescente
Giudizio Artistico 
 
Molto bravo il regista nel ritrarre un’adolescenza sensibile e ancora fragile ma la contrapposizione buoni/cattivi appare forzata
Testo Breve:

Un professore di lettere entusiasma i ragazzi all’amore per la poesia e per la libertà contro ogni convenzione ma poi la sua impostazione astratta si scontra contro la realtà

E’ indubbio che questo film del 1989 (premio Oscar nel 1990 come miglior sceneggiatura originale) sia rimasto a lungo nella memoria di tanti spettatori. Per la scena finale, quando tutti gli alunni si alzano in piedi sui banchi per salutare per l’ultima molta il professore che è stato licenziato; per il motto  Carpe  diem  oppure il “succhiare tutto il midollo della vita” ma soprattutto per quella felicissima rappresentazione della gioventù del tempo (ora sarebbe poco credibile): bravi ragazzi, molto sensibili, che fanno squadra fra di loro, pronti a ridere e scherzare ma sempre con un fondo di malinconia.

Visto in prospettiva, il film appare molto manicheo: i bravi e i sensibili da una parte, i cattivi e gli inflessibili dall’altra: il preside e gli altri professori che si ispirano al motto: “tradizione, onore, disciplina, eccellenza” e ritengono che sia troppo presto perché i ragazzi ragionino con la loro testa ma soprattutto il padre di Neil, che ritiene corretto che sia lui a decidere il futuro di suo figlio. Terribile e insostenibile è anche la figura della madre di Neil: nel momento di massima tensione fra figlio e padre, è incapace di frapporsi come mediatrice, schiacciata dalla legge di autorità del pater familias. Ma è forse proprio questa semplificazione un po’ rozza che ha reso più immediata la comprensione del messaggio del film e che ne ha determinato il successo.

Cosa ha proposto di così sconvolgente il professor Keating? Indubbiamente ha collegato il motto “carpe diem” al fatto che prima o poi saremo tutti cibo per vermi e che, con i versi di Pitts, bisogna cogliere “la rosa quando è il momento / che il tempo lo sai vola / e lo stesso fiore che sboccia oggi / domani appassirà”. Un atteggiamento che sembra invitare al più puro edonismo del qui e ora ma in realtà in altri momenti, come quando invita ognuno dei ragazzi, perfino a camminare secondo il proprio stile, sta ponendoli in allerta contro ogni forma di convenzionalismo e li sta invitando a essere se stessi, a ragionare con la propria testa. In effetti quei ragazzi, sotto l’influsso del professore, non organizzano una rivoluzione ma cercano di risolvere i problemi tipici della loro età: Knox trova il coraggio di dichiararsi alla bella Chris, anche se al momento ha un fidanzato un po’ “manesco”; il molto timido Todd, chiuso in se stesso, trova finalmente il coraggio di esternare i propri sentimenti con l’aiuto del professore; Charlie, spirito ribelle, trova finalmente l’audacia di scrivere, sul giornalino dell’istituto, che bisogna aprire le iscrizioni anche alle ragazze. Sembrerebbe quindi giusto parteggiare indiscriminatamente con il prof Keating ma il suo insegnamento ha una falla. Sottolinea l’importanza di pensare con la propria testa ma non suggerisce i principi ideali a cui ispirarsi e invece, molto genericamente, li invita a non reprimere i propri impulsi. Il difetto di questa impostazione viene evidenziato dal film stesso. Dopo la disgrazia che colpisce Neil, il professor Keating viene accusato di essere stato il responsabile morale di ciò che è accaduto, perché con il suo insegnamento ha finito per esasperare il rapporti fra Neil e il padre. Tutti i ragazzi appartenenti alla Dead Poets Society vengono invitati a firmare una dichiarazione che avvalla questa ipotesi. Nessuno di loro si rifiuta di firmare questa falsità, nessuno di loro reagisce con spirito di giustizia. E’ proprio questo il punto: se Keating ha invitato i ragazzi a ragionare con la propria testa, non li ha poi invitati a trovare quelle virtù e quei principi irrinunciabili che debbono regolare la nostra vita. Dalla sua impostazione astratta e generica è mancato l’atterraggio sulla realtà perché non ha mostrato quali strumenti (le virtù) debbono venir impiegati per viverla. In un breve momento, quando il professore rimprovera bonariamente Charlie per la sua bravata sul giornale della scuola, gli fa notare che c’è il momento del coraggio ma anche il momento della prudenza. Ma è come un attimo, troppo poco per cambiare il messaggio del film.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PLEASANTVILLE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 12:32
Titolo Originale: Pleasantville
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Durata: 120
Interpreti: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, • Jeff Daniels

Siamo in California negli anni ’90. Due gemelli, che frequentano l’high school della loro città e vivono con la madre divorziata, sono caratterialmente diversi. David è un ragazzo introverso appassionato della serie Pleasantville, sitcom degli anni ’50, di cui conose le battute a memoria. Jennifer è una ragazza irrequieta, poco dedita agli studi ma molto impegnata a cercar di conoscere intimamente i ragazzi che le piacciono. Una sera viene da loro un vecchio signore che si spaccia per tecnico televisivo ma in realtà è lì per cataputarli nel mondo in bianco e nero di Pleasantville, nella parte di Bud e Mary Sue Parker, i figli della coppia protagonista. Per quanto si ingegnino, i ragazzi non riescono a ritornare nel mondo reale e non resta loro che stare al gioco...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto risulta diseducativo perché valorizza la realtà dei nostri istinti (sessualità, ira) senza suggerire che debbono venir convogliati in una giusta direzione
Pubblico 
Adolescenti
Per comprendere correttamente l’ambigua metafora trasmessa dal racconto e per alcuni riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il film ha trovato una formula efficace (la colorazione dei personaggi della sitcom che vengono “convertiti”) per sviluppare il suo attacco verso un conformismo bigotto ma poi risulta incoerente nelle conclus
Testo Breve:

Due ragazzi degli anni ’90 vengono catapultati all’interno una sit com familiare degli anni ’60. Una metafora per attaccare il pensiero  bigotto e uniformato di quegli anni ma la soluzione proposta è peggiore del male che si vuole debellare

Nel 1516 Thomas Moore aveva pubblicato Utopia: aveva immaginato una società pacifica (contrariamente all’Inghilterra del tempo) dove la proprietà privata è abolita mentre il commercio e il denaro risultano inutili, perché il popolo vive solo di ciò che si ottiene coltivando la terra. Le utopie hanno la funzione di portare in evidenza ciò che di buono c’è nell’animo umano, qualora  fosse capace di dominare la sua avidità e  la sete di guadagno.  Le sit-com americane degli anni ’50, quando si viveva sotto l’incubo di una guerra nucleare, avevano lo scopo di portare serenità alle famiglie, quando la sera erano tutte riunite, figli e genitori, davanti al televisore. La serie Pleasantville del 1959 immaginata nel film, si rifà, abbastanza fedelmente,  a Papà ha ragione (Father Knows Best), che durò 203 episodi dal 1956 al 1960, dove ogni problema veniva risolto con ragionevolezza all’interno della famiglia. Pleasantville attacca questo mondo tranquillo e piacevole, dove il papà, tornando dal lavoro, annunciandosi con un “tesoro, sono a casa!”, è sicuro che la moglie abbia già preparato tutto per la cena, dove i ragazzi e ragazze si appartano di sera in macchina nel prato dei fidanzati, esprimendosi con delle effusioni che non superano mai certi limiti,  mentre di giorno, la squadra di basket della scuola riesce sempre a vincere.

Le intenzioni dello sceneggiatore e regista Gary Ross possono inizialmente esser parse buone: gli abitanti  di Pleasantville si rianimano, prendono colore (quasi una metafora del brano di Ezechiele dove le ossa inaridite si ricompongono e prendono vita) appena scoprono le passioni che muovono i loro animi, la bellezza dell’arte e la profondità della letteratura (a Pleasantville i libri hanno le pagine tutte bianche). La parte divertente del racconto sta proprio nel vedere, sotto l’effetto del “cattivo” esempio di David e Jennifer, come i giovani e gli abitanti di Pleasantville escano dai ritmi ordinati di un  mondo sempre uguale e diventino colorati man mano che scoprono le difficoltà e le sfide di un mondo non facilmente prevedibile. Ma è proprio qui che la costruzione del film propone traguardi sbagliati: per la signora Parker scoprire i piaceri de sesso vuol dire tradire suo marito che pur l’ama e trascurare i suoi impegni nei lavori domestici; per il sindaco di Pleasantville vuol dire perdere il controllo dovuto alla sua carica e scoppiare in gesti d’ira; per Jennifer/Mary Sue la scoperta del piacere della lettura vuol dire divorare in un giorno L’amante di Lady Chaterley di D. H, Lawrence. Alla fine, la scoperta delle passioni che ci animano non viene bilanciata da un’altrettanto importante scoperta: la bellezza di una vita che abbia uno scopo, un progetto, all’interno del quale far convergere le proprie pulsioni vitali.

Sono significativi a questo proposito due colloqui. David, tornato nel mondo reale, scopre che la madre non è partita più per il week end con il suo ultimo fidanzato: ha nove anni meno di lei e sarebbe stata un’illusione sentirsi più giovane. La madre, piangendo si confida con il figlio: “quando c’era tuo padre pensavo che tutto andasse bene, che sarebbe andato sempre bene: avevo la giusta casa, la giusta macchina, avevo la giusta vita. Dimmi se si può vivere così a quarant’anni”. La tristezza della madre è giustificata: ha puntato tutto su un felice matrimonio ma le cose non sono andate bene. David invece, risponde, con l’aria di chi se ne intende: “non esiste la casa giusta, la vita giusta, nessuno ha stabilito come si deve vivere”, dando così alla madre una lezione di perfetto nichilismo.  In un’altra scena, tornati a Pleasantville, vediamo Betty Parker conversare amabilmente prima con il marito e poi con l’amante Bill. “Tu sai cosa succederà adesso?”, chiede a entrambi ed entrambi rispondono sorridendo sereni: “non lo so”. Ovviamente il loro destino è nelle loro stesse mani, lei deve decidere se tornare dal marito o restare con Bill ma a quanto pare gli abitanti di Pleasantville, così bravi nello scoprire la forza dei loro istinti, non sono stati capaci di cercare i richiami della loro coscienza.

Alla fine si tratta di un film garbato e divertente nella sua metafora contro il pensiero unico ma è fuorviante nella filosofia di vita che propone come alternativa. Eppoi chi lo ha detto che al pubblico, anche quello di oggi, non piacciano le fiction Tv edificanti? Come spiegare il successo di Downton Abbey, dove non ci sono omicidi, divorzi, droga, lotta di classe ma tutti appaiono gentilii e premurosi verso gli altri

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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PARASITE

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/03/2019 - 12:20
Titolo Originale: Gisaengchung
Paese: Corea del Sud
Anno: 2019
Regia: Bong Joon-ho
Sceneggiatura: Bong Joon-ho
Durata: Barunsun E&A
Interpreti: Song Kang-ho, Lee Sun-kyun, Cho Yeo-jeong, Choi Woo-shik

La famiglia Kim (padre, madre, una figlia, un figlio) vive di sussidi di disoccupazione, saltuari lavoretti e abita in un umido seminterrato. Il figlio Ki-woo ha però un piano; stampando documenti falsi, riesce a farsi assumere come tutore in inglese dell’adolescente Da-hye, figlia maggiore dell’agiata famiglia Park. La giovane signora Park appare molto alla mano e ingenua e così Ki-woo sviluppa un nuovo piano: con degli stratagemmi riesce a far passare per maestra di disegno sua sorella Ki-jung che può così intrattenere il piccolo e ipercinetico Da-song Park. Infine con metodi truffaldini, riesce a far licenziare l’autista e la domestica tuttofare, per far assumere rispettivamente suo padre e sua madre, senza però mai denunciare i legami di parentela che esistono fra di loro. L’inganno sembra perfetto ma qualcosa di imprevisto accade....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Chi, per cercar un lavoro usa l’inganno ai danni di persone povere come loro e chi immerso nel benessere, resta in balia del consumismo più futile
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente, una sequenza sensuale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista mostra grande padronanza del mezzo cinematografico, riuscendo a passare dalla commedia alla satira alla tragedia con un’ottima messa in scena. Ma il meccanismo narrativo, ben oliato, non mette in evidenza i risvolti umani
Testo Breve:

Un’intera famiglia che vive di espedienti riesce, con l’inganno, a farsi assumere al servizio di una ricca famiglia. Una commedia che sfocia in tragedia, ben costruita ma fredda

Dal Giappone era già arrivato di recente il ritratto di una famiglia molto povera ma ben affiatata, che viveva di furti e di altri sgradevoli espedienti : Un affare di famiglia di Hirokazu Kore-Eda, vincitore a Cannes nel 2018. Ora, dalla Corea, vincitore allo stesso festival, nel 2019, arriva un’altra famiglia fortemente unita che vive in un misero seminterrato pieno di scarafaggi ma molto abile nel falsificare documenti, orchestare truffe per riuscire a  trovare un lavoro regolarmente pagato. Se  Hirokazu Kore-Eda raccontava i fatti con realismo, in questo film di  Bong Joon-ho è il tono della satira a prevalere sopratutto all’inizio, giocato sul forte contrasto sociale fra la famiglia Kim, che vive nel caos dei colorati bassifondi di Seul, impegnata sopratutto a sbarcare il lunario e la famigia Park, che abita in una casa fatta di ampi spazi, interni con mura uniformemente grigie, secondo le moderne tendenze di  un’architettura essenziale, occupata solo a inseguire  le curiosità dell’ultimo lusso. La prima parte del film, quando seguiamo la famiglia Kim che moltiplica le sue arguzie per compiere la sua scalata sociale, è divertente e brillante ma si innesca ben presto una spirale negativa che sembra inarrestaile: per raggingere i suoi obiettivi, i Kim debbono orchestare crudeli menzogne contro l’autista e la governante, sfruttando l’insensibiltà umana dei coniugi Park. Si tratta di una spirale in discesa che non si arresta più e l’armonia della costruzione si spezza progressivamente fino al caos più incontrollato e alla violenza splatter.  

Alla fine delle più di due ore del film, si ammira la perfetta padronanza della narrazione di Bong Joon-ho, capace di passare con disinvoltura dalla satira alla commedia alla tragedia, con momenti veramente spassosi, ma si tratta pur sempre di un meccanismo. Sopratutto nella scena finale, dove tutto precipita e c’è un eccesso di violenza, ci appare chiaro che l’autore, più che esser interessato a farci conoscere l’evoluzione umana dei personaggi coinvolti, si è impegnato a costruire un castello di Lego, salvo poi divertirsi a distruggerlo. Quasi un finale simbolico per quella società cinica e materialista che ha voluto rappresentare.

Per questo motivo abbiamo apprezzato di più l’altro recente film coreano, Burning – L’amore brucia che si concentrava sull’evoluzione dei personaggi e aveva dei sinceri momenti di crepuscolare malinconia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
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DOWNTON ABBEY

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/25/2019 - 09:58
Titolo Originale: Doenton Abbey
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Michael Engler
Sceneggiatura: Julian Fellowes
Produzione: Carnival Film & Television
Durata: 122
Interpreti: Maggie Smith, Hugh Bonneville, Jim Carter, Michelle Dockery, Allen Leech, Elizabeth McGovern, Imelda Staunton,

Nel 1927 il castello di Downton Abbey nello Yorkshire è ancora abitato dal conte Robert Crawley e dalla sua moglie americana Cora ma la conduzione della dimora è passata alla primogenita Mary e al cognato Tom Bransom. Di buon mattino arriva una lettera direttamente dal Royal Palace di Londra: il re George V e sua moglie Mary verranno in visita e soggiorneranno presso i Crawley per una cena e una nottata. Tutta Downton Abbey è in subbuglio: i piani alti sono molto preoccupati e cercano di appianare certi dissapori all’interno della famiglia mentre ai piani bassi la servitù non sta più nella gioia: serviranno il re e la regina! Mary ritiene opportuno richiamare in servizio, per l’occasione, il vecchio maggiordomo Charles Carson ma si tratta di una precauzione inutile: arriva a Downton lo staff della casa reale che ha l’intenzione di sostituire tutti i domestici del castello. Intanto la nonna Lady Violet ha un altro problema da risolvere: arriverà per l’occasione anche la dama di compagnia della regina, Lady Bagshaw, verso la quale non si sono mai spenti i dissapori riguardo all’assegnazione in eredità di un palazzo nobiliare di proprietà della Bagshaw…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti, signori e servi, hanno un nobile animo oppure sanno riconoscere i propri errori
Pubblico 
Adolescenti
Alcune affettuosità fra omosessuali
Giudizio Artistico 
 
Vengono confermate in questo film tutte le qualità del serial: ottima recitazione (ma Maggie Smith nella parte di Violet è impagabile), buona sceneggiatura e grande cura nei costumi e nelle ambientazion
Testo Breve:

Il conte Robert Crawley di Downton Abbey riceve un’importante notizia: il re e la regina verranno in visita al castello. La servitù si mobilita mentre al piano di sopra si cerca di appianare qualsia controversia prima dell’arrivo del re. Il film conferma in pieno il successo della serie.

La serie TV Downton Abbey è durata sei stagioni, l’ultima nel  2016 in Italia. Ha avuto l'audience più alto di tutti i tempi, 3 Golden Globes, 69 candidature agli Emmy, vincendo 15 premi.

Con questo paniere di medaglie la decisione di realizzare una versione per il grande schermo deve esser stata molto naturale: si sarebbe potuto contare sulla fedeltà di una folla di fans e oltretutto la presenza di tutti i principali attori che dopo tante puntate si sarebbero mossi su binari ben collaudati e  la sceneggiatura  scritta da Julian Fellowes lo stesso ideatore della serie, non avrebbe offerto il fianco ad alcun rischio. Ovviamente realizzare un film è un’altra cosa e da questo punto di vista gli spettatori vengono ampiamente ripagati: la cura nei vestiti d’epoca, nelle suppellettili, nelle riprese lungo le strade della cittadina è elevatissima e Highclere Castle che “recita la parte” del castello di Downton Abbey, fa la sua bella figura grazie alle ampie panoramiche aeree realizzate con dei droni.

Dopo un ampio capitolo introduttivo per ambientare chi non è avvezzo alla serie, gli eventi si sviluppano, come di consueto, su due piani: quello della servitù, che si sentirebbe onorata di svolgere il proprio servizio in presenza dei reali e organizza una congiura per rendere innocuo lo staff reale che è arrivato direttamente da Londra, e quello ai piani superiori dove si cerca di appianare ogni contrasto che risulterebbe inopportuno in presenza dei reali. Su entrambi i livelli intanto continuano o si sviluppano, nuove intese amorose. Chi già conosce la serie si trova di fronte a una piacevole conferma. Chi non l’ha mai vista, non può che apprezzare l’alta professionalità di tutti i protagonisti e la piacevolezza dei rapporti fra gli abitanti del castello, dove i contrasti non superano mai certi livelli ma sono affrontati con molta ironia inglese.

E’ inevitabile domandarsi il perché di tanto successo intorno a questa storia anche se bisogna ammetterlo, l’audience è stata soprattutto televisiva, in un’epoca dove le persone davanti alla TV erano per lo più di fascia medio-alta, situazione poi sconvolta dall’arrivo delle piattaforme in streaming.

Una prima risposta, più tecnica, riguarda il fatto che anche questo è un serial di “contesto” che ha sempre un certo successo. I personaggi si muovono nell’interno di un’ambientazione chiusa, molto ben descritta anche nei dettagli più tecnici  e ciò consente allo spettatore di restare molto focalizzato sulla storia, di “sentirsi dentro” ciò che accade. E’ il caso di successi come IER, The West Wing, The Newsroom, House of Cards, dove “il come si vive” (in ospedale, nel tavolo ovale del presidente,..) è molto ben dettagliato.

Ovviamente in questo Downton Abbey c’è molto di più. Ci sono delle situazioni che potrebbero apparire incredibili se non surreali: l’opera presenta una pattuglia numerosa di domestici che non si ribellano, anzi si sentono onorati di fare bene il loro mestiere, in un’epoca dove i movimenti socialisti erano nel pieno del loro sviluppo; una nobiltà che pur vivendo negli agi non si vizia e non considera (comportamento storicamente molto comprensibile) i domestici come una classe inferiore. Lo sceneggiatore sembra percepire in questo film, l’a-storicità del quadro sociale che presenta e inserisce alcune annotazioni ai margini della storia (una domestica che parla di comunismo, un repubblicano che tenta un attentato al re, un omosessuale che si domanda quando verrà il tempo nel quale potrà mostrare apertamente la sua inclinazione) che però non riescono a deviare la navigazione dell’ormai collaudato mainstream.  La risposta può essere questa: Downton Abbey (serie o film che sia) esalta la nobiltà d’animo dell’uomo, in qualsiasi classe si mostri. In quest’opera i personaggi sono presi sul serio dal primo all’ultimo, la servitù non è remissiva e i nobili non sono né padroni né egoisti. Ognuno si sforza di fare la cosa giusta e ognuno è trattato con rispetto proprio per questo. Non ci sono stereotipi.

Un altro tema portante è quello della tradizione: gli inglesi hanno giusti motivi per esser orgogliosi della propria monarchia, genuina espressione dello spirito della nazione (c’è qualcuno che ha scritto qualcosa di simile sull’Italia di Vittorio Emanuele III e l’emozione del tempo di sentirsi italiano?) ma se la serie ha avuto successo in tanti altri paesi è perché tutti noi comprendiamo bene il valore della conservazione delle nostre radici. E’ un tema che viene affrontato da Mary, la figlia del conte incaricata dell’amministrazione del castello, lei sente che i tempi stanno cambiando e si domanda se non sia il caso di abbandonare una struttura così complessa da tenere in piedi. La risposta è più morale che pratica e viene dalla nonna Violet: non si può abbandonare Downton Abbey, perché ha un senso di vita per loro, per i domestici e per tutta la contrada.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PANAMA PAPERS

Inviato da Franco Olearo il Mar, 10/22/2019 - 17:49
Titolo Originale: The Laundromat
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Steven Soderbergh
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Anonymous Content, Grey Matter Productions, Topic Studios, Sugar23
Durata: 96 su NETFLIX
Interpreti: Meryl Streep, Gary Oldman, Antonio Banderas

Una coppia di pensionati si concede una gita in battello sul lago George (New York) ma un’onda anomala capovolge l’imbarcazione e mentre lei. Ellen, si salva, il marito muore annegato. La compagnia che gestisce quelle gite turistiche contatta la società di assicurazione con la quale aveva stipulato una polizza contro gli infortuni ma riceve pessime notizie: la loro cartella assicurativa è stata ceduta da una società all’altra, in un gioco di scatole cinesi, fino all’ultima, che ha l’indirizzo in una dei noti paradisi fiscali e il cui proprietario è stato arrestato per frode. Ellen non si dà per vinta e inizia a risalire la catene delle società fittizie, i cui proprietari sono solo dei prestanome, fino ad arrivare a Panama, alla società Mossack Fonseca, che manovra la piramide di queste società di carta….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film denuncia con toni accorati lo scandalo delle evasioni fiscali accadute di recente non solo negli Stati Uniti ma in altri paesi del mondo
Pubblico 
Adolescenti
Occorre comprendere il valore dell'economia. Situazioni squallide di imbrogli e tradimenti
Giudizio Artistico 
 
Davis Soderbergh impiega, anche questa volta, uno stile tutto suo per dire, scherzando, cose molto serie, anche se la struttura a episodi finisce per far perdere compattezza al racconto
Testo Breve:

David Soderbergh ha scelto una chiave ironica e quasi favolistica per farci conoscere i Panama Papers, uno dei più grossi scandali che hanno mostrato la pratica dell’utilizzo dei paradisi fiscali per eludere le tasse da parte di tante persone  ricche ma anche di tanti rispettabili politici

Per nostra fortuna sono tanti i registi che hanno deciso di denunciare sul grande come sul piccolo schermo la fragilità del sistema finanziario e fiscale del mondo occidentale e se gli altri si sono concentrati finora sulla crisi finanziaria del 2008 (Too big to fail, Margin Call, Inside job, The Corporation, La frode, La grande scommessa) Soderbergh ci fa conoscere uno scandalo meno noto, quello dei Panama Papers del 2016 che svelò una catena di aziende-guscio collocate in paradisi fiscali per evadere le tasse da parte di uomini politici, finanzieri o semplicemente persone ricche. L’impresa di questi registi e sceneggiatori, anche se altamente meritevole, non è mai stata facile: occorre superare la montagna di sigle che celano complessi tecnicismi finanziari e in molte di queste opere ci sono come delle pause, delle parentesi che vengono aperte per mostrare, magari con simpatiche analogie, il significato di certe sigle. Ora Soderbergh, da sempre interessato alla denuncia civile (Effetti collaterali, Contagion, Erin Bronckovich,..) e con uno stile sempre originale, ha scelto la via della “favola reale”, facendo parlare, fin dall’inizio proprio Mossack (Gary Olman) e Fonseca (Antonio Banderas) i quali ci conducono in un mondo magico , dove non è più applicato il sistema del baratto  (io ho una mucca e tu mi dai delle pecore) ma si usa  “un pezzo di carta con delle parole o immagini di persone potenti e che promettono un valore”, lo stesso dicasi della parola magica “credito”, che  è solo “il tempo futuro della lingua del denaro”. Con questo tono leggero i due uomini, sempre vestiti con abiti eleganti, come si addice al loro successo, sviluppano la parte più didascalica della storia, raccontandoci di isole fantastiche (i paradisi fiscali) e che “la differenza fra evasione fiscale ed elusione fiscale è sottile come le mura di una prigione”. In parallelo seguiamo il problema nella prospettiva di chi è stato vittima di questi imbrogli e la bravissima Meryl Streep svolge più di una parte ma soprattutto quella di una donna semplice, incompetente sulle questioni finanziarie ma  dotata di ferma determinazione per andare fino in fondo nella questione.

Oltre alla storia di Ellen, vengono inseriti nel racconto altri sub-plot che ci pongono nella prospettiva di chi si arricchisce gestendo o usufruendo dei titoli di queste società fittizie. Si tratta di personaggi squallidi (uno ha due mogli, l’altro  tradisce la sua con l’amica della figlia), uno residente nell’isola di Nevis, un paradiso fiscale,  l’altro un ricco possidente che compra il silenzio di sua figlia  vendendogli le azioni di una di queste società fantasma. Sono questi due episodi a destare la maggiore perplessità: sono come due novelle ben raccontate, attinenti al tema delle società di carta ma di fatto sono sganciate dal mainstream. Sconvolgente infine  il terzo episodio, che vede pubblici ufficiali cinesi occuparsi di imprigionare e uccidere gli indesiderati politici. Strano che la Cina non abbia sporto denuncia.

Dobbiamo ringraziare Soderbergh per averci sensibilizzato, ancora una volta, sulla scarsità  dei controlli fiscali che fanno sì che i ricchi diventino  più ricchi (“quando, o Signore,  i miti finiranno per ereditare la terra?” chiede Ellen in preghiera) ma spiace che non abbia evidenziato un aspetto molto positivo di questa losca faccenda. Quando una talpa, che è rimasta sconosciuta, rivelò tutti gli imbrogli di Mossak Fonseca, è nata la più grande collaborazione fra giornalisti avvenuta nella storia. Ha impegnato più di 350 reporter in 80 nazioni, coordinati dall’International Consortium of Investigation Journalist. I risultati pubblicati di questa indagine hanno vinto il premio Pulitzer del 2016 e il risultato di questo lavoro è stata la scoperta di 214.000 società offshore che provocò le dimissioni dell’allora primo ministro islandese e del primo ministro pakistano e venne citato il padre del primo ministro inglese David Cameron.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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INGRID VA A OVEST

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/09/2019 - 21:19
Titolo Originale: Ingrid Goes West
Paese: USA
Anno: 2017
Regia: Matt Spicer
Sceneggiatura: Matt Spicer, David Branson Smith
Produzione: Star Thrower Entertainment, 141 Entertainment, Mighty Engine
Durata: 97
Interpreti: Aubrey Plaza, Elizabeth Olsen, O'Shea Jackson Jr, Billy Magnussen

Ingrid, una ragazza che vive da sola dopo la morte della madre, segue su Instagram, in modo ossessivo, una giovane influencer che esprime felicità e gioia di vivere e che ha annunciato il suo prossimo matrimonio. Ingrid, gelosa, s’intrufola nel banchetto di nozze e le spruzza negli occhi uno spry irritante. Dopo un periodo passato un un centro psichiatrico, libera e nuovamente con il telefonino, segue ora Taylor, una influencer di Los Angeles. Ingrid usa i soldi avuti in eredità dalla madre per cambiare città e andare ad abitare vicino a Taylor. Con uno stratagemma riesce a presentarsi, a diventare sua amica e a vivere con lei il mondo magico delle serate mondane fra gente che conta. Un giorno arriva anche il fratello di Taylor, Freddie, che ha avuto un passato da tossicodipendente e che vive da parassita alle spalle di sua sorella. Freddie non tarda ad accorgersi che c’è qualcosa di falso nell’amicizia fra Ingrid e sua sorella....

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista ritrae con crudo realismo un mondo dove la protagonista ma anche gli altri personaggi del film (escluso uno) vivono di illusioni e sotterfugi perché per loro conta solo ciò che appare
Pubblico 
Adolescenti
Non ci sono scene disturbanti ma i sotterfugi, gli imbrogli che vengono compiuti esprimono un ambiente umano degradato
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Audrey Plaza che costruisce un personaggio disturbante. Ottima anche la regia di Matt Spicer che ci fa immergere in un mondo fatuo, dove si vive solo di ciò che appare, con pochi, drammatici, momenti di verità
Testo Breve:

Ingrid vuole a tutti i costi entrare a far parte del mondo scintillante di una famosa influencer di Instagram.  Una satira crudele e senza speranza del mondo dei social media capace di rendere debole chi è già fragile

Seguiamo sempre con interesse film o serial Tv che approfondiscono il tema del rapporto fra i giovani e i social media. Se Likemeback riproduceva le ansie da like di alcune ragazze che volevano conquistarsi la  fama nella realtà virtuale di Instagram, questo Ingrid va a Ovest ci mostra un’altra ragazza che si posiziona sul fronte opposto: sceglie la influencer che più la affascina per diventare sua amica, per costruire tutto il suo mondo intorno a lei. Certamente Ingrid è un personaggio borderline, anaffettiva e un po’ autistica ma non possiamo tranquillizzarci dicendo che per lei, che ha difficoltà ad avere rapporti umani veri, è inevitabile che la realtà dei social costituisca, in modo ossessivo, un mondo in cui rifugiarsi, forse anche per noi, in scala più ridotta, il mondo di Internet diventa irresistibile e  pieno di attrattive appena ci vien voglia di  fare uno stacco dalla realtà.

Audrey Plaza è molto brava a impersonare il personaggio di Ingrid: drammaticamente sola, passa ore a consultare il suo telefonino, a ridere spensierata alle foto gioiose della sua influencer di riferimento, a riflettere corrucciata quale sia la frase giusta per commentare l’ultima foto. Ma è anche molto furba e quando entra finalmente nel giro di quel mondo che si trova dall’altra parte del suo telefonino, la vediamo prendersi sempre qualche microsecondo prima di rispondere quando è interpellata: lei non è mai sincera e cerca di portare gli altri nella direzione che vuole lei. In effetti la satira del regista Matt Spicer si estende anche a chi di mestiere fa l’influencer: la vita di Taylor, sempre così scintillante  se vista attraverso le foto  sempre ben filtrate di Instagram, è in realtà una vita disordinata, fatta di tentativi di avviare iniziative commerciali (sempre falliti) appofittando delle conoscenze che ha conquistato tra le persone VIP  o cercare di vendere i quadri-patacche che compone suo marito, perché anche lui vive alle spalle della moglie.

Complessivamente si tratta di un film molto ben fatto ma sgradevole nella sua satira crudele di tante persone che impostano la loro vita su sogni non più di celluloide come si diceva una volta, ma sui colori freddi dello schermo di un telefonino. E’ gradevole in particolare Ingrid, che sperpera l’eredità di sua madre per perseguire le sue aspirazioni deliranti o che inganna la buona fede delle poche persone buone che incontra. Ovviamente non riveliamo il finale ma “la rete” avrà modo di riconfermare, con tracotanza, il suo potere incantatore su tante persone troppo fragili o troppo superficiali.

Il film è disponibile su PrimeVideo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TOLKIEN

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/26/2019 - 09:47
 
Titolo Originale: Tolkien
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dome Karukoski
Sceneggiatura: David Gleeson, Stephen Beresford
Produzione: Fox Searchlight Pictures, Chernin Entertainment
Durata: 112
Interpreti: Nicholas Hoult, Lily Collins, Colm Meaney, Anthony Boyle,Patrick Gibson,Ty Tennant

John Ronald Reuel Tolkien vive modestamente a Birmingham, con sua madre, rimasta vedova, e suo fratello minore. Le serate scorrono serene allietate dai racconti della madre che li affascina con storie di draghi e di cavalieri ma poi anche lei muore e i due ragazzi vengono affidati a un tutore, un sacerdote cattolico, padre Francis, che riesce a mandarli prima alla King Edward’s School e poi grazie, a una borsa di studio vinta dal ragazzo per le sue straordinarie doti, riesce a iscrivere Ronald all’università di Oxford. Qui fa amicizia con tre ragazzi Christopher Wiseman, Robert Gilson e Geoffrey Smith. I quattro formano una società segreta chiamata T.C.B.S. (Tea Club and Barrovian Society) ma poi scoppia la prima guerra mondiale e Ronald, con i suoi amici, deve andare al fronte francese, lasciando la sua amata Edith Bratt con la promessa che al suo ritorno si sarebbero sposati…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un gruppo di amici si impegna ad aiutarsi a vicenda in ogni occasione e a operare perché il bene vinca sul male. Una bella storia d’amore di un ragazzo e una ragazza che si amano, si sposano e vivono felici e fedeli
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione delle ambientazioni d’epoca, non eccezionale la recitazione dei vari protagonisti, una regia classica che non genera molte sorprese
Testo Breve:

Il giovane Tolkien, orfano di padre e di madre, trova la sua vocazione universitaria, l’amore per una donna e un saldo gruppo di amici. Un film dall’impostazione classica alla ricerca di quali spunti biografici abbiano dato origine al romanzo fantasy più famoso di tutti i tempi.

Capita a volte, a un regista o a uno sceneggiatore, di dover riversare in un film una storia che lo tocca intimamente, magari si tratta della vita di sua madre o dei suoi genitori. Succede allora che il racconto si sviluppa con toni ovattati, volti a proteggere quel personaggio che lui ama.

Qualcosa di simile succede in questo film sulla infanzia e giovinezza di John Ronald Reuel Tolkien, autore ancora oggi, fra i più letti al mondo, perché il regista Dome Karukoski non riesce a mascherare l’affetto e l’ammirazione che prova per il protagonista.

Il progetto di questo film è notevolmente ambizioso: cercar di scoprire, nella vita di Tolkien, quelle esperienze che poi hanno fatto germogliare le ambientazioni e i comportamenti dei personaggi immaginari che hanno dato vita ai suoi romanzi.

E così avviene: quei suoi tre compagni di università legati fra loro da una forte amicizia (molto bella la sequenza nella quale, rivolti a Ronald gli dicono che sanno che lui è orfano ma vogliono essere i suoi fratelli) creano una compagnia fedele, come quella della Compagnia dell’Anello.

La sua ragazza prima e moglie per la vita dopo, Edith Bratt si trasformerà in Arwen, l'Elfa che visse durante la Terza Era ed è  Edith stessa ad accompagnare Ronald a vedere l’opera I Nibelunghi e a raccontargli l’influsso malefico dell’anello. Durante la battaglia della Somme della Prima Guerra Mondiale, nel pieno degli assalti alla baionetta, fra il fuoco e il fumo, Ronald intravede Mordoc e i soldati con la maschera antigas sembrano tanti Nazgul.

E’ inutile dire che questo accostamento realtà-fantasia realizzato dal regista ha scandalizzato tanti puristi di Tolkien, soprattutto per la libertà che si è preso nel modificare la biografia dello scrittore.

Non è vero che Edith abbia aspettato trepidante Ronald che tornasse dalla guerra, visto che si erano già sposati nel 2013; non è vero che Ronald si sia buttato fra il fuoco e le fiamme della battaglia della Somme, visto che svolgeva l’incarico di ufficiale addetto alle comunicazioni, non andò mai a combattere al fronte e fu presto dismesso per un’infezione da pidocchi. Manca inoltre il Tolkien più impegnato, in particolare contro ogni forma di totalitarismo del suo tempo e la sua fede religiosa.

Tutto questo è vero ma è indubbio che il film ha successo nel ricostruire lo spirito che animò il gruppo degli amici dell’università, tutti impegnati in diverse forme artistiche (pittura, musica, scrittura) per riuscire a mettere in atto una rivoluzione culturale per il  loro tempo.

L’amore puro fra Ronald e Edith, l’impegno fra gli amici della compagnia ad aiutarsi a vicenda e la speranza che il bene possa vincere sul male sono i valori che il film riesce a ben rappresentare.

Se poi sia possibile fare qualcosa di meglio nel cercare di estrarre, dalla biografia di Tolkien spunti per le costruzioni di fantasia che sono presenti nei suoi romanzi è difficile dirlo: in fondo la sua fu una monotona vita da accademico che sicuramente lavorò molto di fantasia e se non partecipò concretamente a nessuna battaglia, gli sarà stato sufficiente comprendere l’orrore della guerra dal racconto di tanti altri soldati.

Ben tratteggiata è invece la sua passione per le lingue e per i miti nordici, dote che scoprirà durante la sua vita passata a Oxford, dove ebbe la fortuna di incontrare ottimi professori.

L’ambientazione d’epoca, i costumi, sono molto curati; forse ci si sarebbe aspettato qualcosa di più dall’interpretazione dii Nicholas Hoult nella parte di Ronald, resta bloccato per quasi due ore nella stessa espressione

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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C'ERA UNA VOLTA A...HOLLYWOOD

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/12/2019 - 18:55
Titolo Originale: Once upon a time in...Holywood
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Produzione: Heyday Films
Durata: 161
Interpreti: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Dakota Fanning, Margaret Qualley, Al Pacino

Nel 1969 a Los Angeles, Rick Dalton, un attore di serie B della televisione e Cliff Booth, uno stuntman suo amico e assistente, fanno fatica a ritrovare una ricollocazione nell’industria cinematografica che sta cambiando velocemente. Rick finisce per accettare di comparire come “cattivo” nel filone degli “spaghetti western” italiani mentre Cliff non trova più lavoro e nel suo girovagare per LA incontra Pussycat, una giovane ragazza hippie che gli chiede un passaggio fino allo Spahn Ranch, un tempo luogo preferito da Hollywood per le riprese di film western e ora occupato dalla “famiglia” hippie di Charles Manson. Con gli ultimi soldi guadagnati Rick riesce ancora a godersi la sua lussuosa villa a Bel-Air e scopre con piacere che come nuovi vicini di casa sono arrivati Roman Polanski e sua moglie Sharon Tate. Ma siamo arrivati al 9 agosto di quell’anno, quando i seguaci di Charles Manson decidono di assaltare, con pistole e coltelli alcune ville di Bel Air per uccidere tutti..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben costruita l’amicizia cameratesca dei due protagonisti ma anche un ritratto giustamente negativo delle comunità hippie, che facevano della libertà sessuale e dell’uso di LSD una bandiera ideologica
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio continuo, linguaggio con riferimenti sessuali espliciti, uso di LSD, una scena di violenza efferata alla fine del film,
Giudizio Artistico 
 
Quentin Tarantino è riuscito, con cura maniacale a ricostruire perfettamente gli ambienti e lo spirito della fine degli anni '60. Non si tratta di una storia che si evolve ma di singole, ben realizzate sequenze con le quali approfondiamo il carattere dei protagonisti
Testo Breve:

Una ben realizzata opera di nostalgia da parte di Quentin Tarantino sulla Hollywood di un tempo, un amarcord affettuoso dove mette parzialmente da parte la sua passione per la violenza

Questo film non racconta una storia, non ci sono personaggi che si evolvono affrontando problemi o conflitti ma è nei suoi 161 minuti, un unico stato emotivo con venature di malinconia, espressione dell’affetto che il regista Quentin Tarantino mostra nei confronti del mondo scintillante del cinema (ma anche della televisione) della fine degli anni ’60. Un anno in cui tutto cambiò, non solo per quel 9 agosto 1969, quando Sharon Tate fu massacrata dalla setta di Manson ma anche perché fu l’anno in cui uscì Easy Rider, che diede il via alla stagione della Nuova Hollywood, più autoriale, più ribelle, meno legata alle storiche case di distribuzione.  Mentre seguiamo i due protagonisti, siamo invitati a vedere una sorta di documentario sulla Los Angeles degli anni ‘60: ci spostiamo lungo l’Hollywood Boulevard del tempo (ben sei isolati sono stati riscostruiti dalla scenografa), risentiamo molte canzoni famose, vediamo spezzoni di film o serie televisive, un collage di luci al neon di locali famosi e una vera passione per le scarpe, maschili o femminili, spesso riprese in primo piano.

Il film può essere visto con due angolature. Quella del cinefilo, che assapora il gusto di rivedere, interpretati da nuovi attori, Bruce Lee, Steve McQueen; sequenze di serial famosi come Lancer della ABC o  F.B.I. della C.B.S. e poster di film come Romeo e Giulietta di Zeffirelli, Ringo del Nebrasca di Sergio Corbucci (autore molto amato dal regista)  e di Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm dove la vera Sharon Tate aveva recitato. Oppure godersi il film per quello che è secondo lo stile del regista, cioè non una storia compiuta ma singole sequenze dove si  alternano i tre protagonisti: Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), Cliff Booth (Brad Pitt) e Sharon Tate (Margot Robbie) che si ritrovano assieme solo nel finale.

Sono proprio queste le parti più affascinanti del film, dove Tarantino con il suo grande senso del cinema, costruisce situazioni di una calma apparente che sta per esplodere. Cliff, arrivato allo Spahn Ranch, cerca di farsi strada con cautela fra hippie sempre più minacciosi oppure quando, sempre Cliff,  si trova disarmato a cercare di scherzare con i componenti della famiglia Manson che lo hanno circondato con la pistola. Più intensa e priva di minacce latenti è quella in cui Rick, che ha perso la fiducia nel suo talento, viene confortato dalla piccola protagonista del film che stanno girando oppure la sequenza dove la Sharon Tate-Margot Robbie, tutta sola, va a cinema per godersi divertita un film dove compare la vera Sharon, una prova di maestria di cinema nel cinema. Occorre riconoscere inoltre che in questo film Tarantino è insolitamente parco di sequenze violente, salvo che nel finale.

Ancora una volta, come sempre nei film di Tarantino, all’uscita dalla sala non ci si ricorda più dei singoli personaggi ma restano impresse alla mente alcune specifiche sequenze e certi dialoghi, costruiti con maestria. Ma soprattutto, in questo caso, non si può dimenticare una ricostruzione impareggiabile, nelle immagini e nello spirito, di quella Los Angeles della fine degli anni ’60.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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UNPLANNED

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/10/2019 - 11:49
Titolo Originale: Inplanned
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Sceneggiatura: Cary Solomon, Chuck Konzelman
Produzione: Soli Deo gloria
Durata: 106
Interpreti: Ashley Bratcher, Brooks Ryan, Robia Scott

La giovinezza di Abby Johnson è stata alquanto movimentata. Si è trovata incinta dopo una relazione con un ragazzo che non ha mostrato alcun interesse a sposarla e così Abby si è sottoposta a un primo aborto. Si è poi sposata con un uomo con il quale ha vissuto per pochi anni. Subito dopo il divorzio si è accorta di essere rimasta incinta e ancora una volta ha deciso di abortire. Nel 2001 si convince che è giusto far parte dell’organizzazione Planned Perenthood come clinic escort per le donne che desiderano interrompere la gravidanza, anche se il lavoro in clinica viene continuamente disturbato dai movimenti pro-life che, fuori dei cancelli, esortano le pazienti a desistere dal loro proposito. Abby si sposa, ha una figlia e intanto viene apprezzata per il suo lavoro tanto da venir nominata direttrice della clinica. Poi qualcosa cambia: iniziano i contrasti con i manager di Planned Parenthood e lo sconcerto che prova nel vedere, mentre si trova in sala operatoria, l’ecografia di un feto che si agita nel momento in cui viene soppresso, finiscono per convincerla definitivamente a dimettersi e a passare dalla parte dei pro-life.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna, dopo aver a lungo lavorato in una clinica per aborti, scopre l’orrore di quella pratica. Purtroppo la tematica pro-life è stata sviluppata in odio a chi la pensa diversamente
Pubblico 
Maggiorenni
Molte scene impressionanti con abbondanza di sangue
Giudizio Artistico 
 
Il film cerca di riprodurre in modo rigoroso i fatti che sono stati narrati nel libro omonimo. Ma ci sono troppe ellissi nel presentare l’evoluzione intima dei personaggi
Testo Breve:

Un film di chiara impostazione anti abortista, basato su fatti realmente accaduti, cerca di mostrare la validità delle proprie tesi puntando sull’orrore delle pratiche abortiste  e considerando dei nemici coloro che la pensano diversamente

 

Il film, tratto dal libro omonimo scritto dalla stessa Abby Johnson, fin dalle prime sequenze, mostra subito come intende sviluppare il controverso tema dell’aborto.

Vediamo Abby assistere in sala operatoria, tramite uno schermo ecografico a una pratica di aborto per aspirazione.  Il feto si agita mentre inizia a venir risucchiato all’interno del tubo e subito dopo ci appare in primo piano un contenitore trasparente che si riempie velocemente di sangue e di tessuti del feto ormai smembrato. Una sequenza successiva, dove c’è la stessa Abby che ha ingerito la pillola del giorno dopo, non è meno sconvolgente: passa una notte con forti dolori, perdendo copiosamente sangue e alla fine si preoccupa di raccogliere per terra, per buttarli nel water, i brandelli di quello che è stato il suo bambino.

L’obiettivo del film è quindi chiaro fin dall’inizio: picchia duro per mostrare l’atrocità di questa pratica e per affermare che chi è a favore dell’aborto è un essere disumano (durante un colloquio, un manifestante pro-life stabilisce una somiglianza con l’olocausto ebraico e la pratica della schiavitù in America). La stessa manager della clinica Planned Parenthood è tratteggiata come una donna cinica, che vede nell’aumento degli aborti l’unico modo per incrementare i profitti (alla fine del film una nota, per cercare di evitare cause legali, chiarisce che il film è stato realizzato senza il consenso di Planned Parenthood). La società di distribuzione Pure Flix (la stessa che ha distribuito God’s not dead) si è lamentata dell’attribuzione di Restricted (vietato ai minori di 17 anni non accompagnati) data al film in U.S.A., giudicandola motivata da ragioni politiche. In realtà il divieto è pienamente giustificato.

Possono essere utili film impostati in questo modo? Servono a mio avviso per rinforzare le convinzioni di chi ha già un atteggiamento pro-life (negli U.S.A. durante i mesi di programmazione del film, intere comunità appartenenti a chiese di varie fedi cristiane sono andate compatte a vederlo) ma non certo a convincere chi ha idee diverse. Chi è considerato come nemico reagirà  come nemico.  Il pensiero dell’aborto nasce a causa di una disarmonia fra il bambino che sta crescendo fisicamente in grembo e quello che si sta sviluppando nella mente della donna, dove non riesce a trovare una collocazione adeguata.  Armando Fumagalli nel suo La comunicazione di una chiesa in uscita, ha messo in evidenza le iniziative di altre associazioni come Vitae Foundation che cercano, con centri di ascolto e con filmati promozionali, di entrare nella mente e nel cuore della donna che ha intenzione di interrompere la gravidanza, temendo un cambiamento radicale della propria esistenza. L’obiettivo è quello di cercare di rassicurare la donna e ripristinare la fiducia in se stessa; un “posso farcela” anche nella situazione che si è creata.

La stessa motivazione che è stata addotta da Abby, come causa della sua conversione, appare fragile. Il fatto che lei sia rimasta sconvolta dalla visione del feto che sembrava soffrire al momento del risucchio, ha scatenato le critiche dei fautori del pro-choice. Sono stati intervistati illustri ginecologi che hanno negato che il feto possa avere una sensibilità prima della ventiquattresima settimana; sono state fatte addirittura delle indagini giornalistiche facendo dei controlli fra gli archivi di Planned Parenthood, dai quali risulta che nel giorno della “conversione” indicato da Abby non era stato fatto nessun aborto che avesse avuto necessità di una ecografia. La sua uscita dall’organizzazione sarebbe quindi stata motivata soprattutto da contrasti con il management.  Sono tutte reazioni inevitabili quando il presupposto è fragile. Se il feto, in un momento del suo sviluppo, acquista sensibilità, vuol dire che se l’aborto è praticato prima, diventa eticamente lecito? In realtà le motivazioni pro-life dovrebbero essere più profonde e riguardare tutto il tempo dello sviluppo del feto, che costituisce un continuo non divisibile. 

Il film si basa molto sulla narrazione dei fatti accaduti e poco sulla psicologia dei personaggi e la loro evoluzione. Perché Abbey ha avuto due relazioni infelici (che la hanno portata ad abortire), perché la terza relazione risulta molto solida? Sono domande senza risposta, com’è facile che accada quando è l’autore stesso che racconta la sua vita. Però questo aspetto indebolisce la narrazione: l’evento della “conversione” appare isolato e non pienamente giustificato, dopo che abbiamo visto Abby, per due terzi del film, fare carriera fino a diventare la direttrice della clinica texana.

Possiamo concludere con due dati positivi: la clinica dove ha lavorato Abby è stata definitivamente chiusa per mancanza di “clienti” e, come abbiamo appreso dalle cronache, in U.S.A. sei stati hanno modificato la loro legge sull’aborto, restringendo l’autorizzazione a casi particolari come il rischio per la salute della donna o in caso di violenza subita.

La versione italiana del film è prevista per gennaio 2010, distribuito dalla Dominus Production

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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