Dramma

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LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA

Inviato da Franco Olearo il Ven, 03/27/2020 - 17:10
Titolo Originale: LA CONCESSIONE DEL TELEFONO - C'ERA UNA VOLTA VIGATA
Paese: Italia
Anno: 2020
Regia: Roan Johnson
Sceneggiatura: Andrea Camilleri, Leonardo Marini, Francesco Bruni, Valentina Alferj
Produzione: Palomar, Rai Fiction
Durata: 115
Interpreti: Alessio Vassallo, Fabrizio Bentivoglio, Corrado Guzzanti, Thomas Trabacchi,• Federica De Cola

Vigata 1856. Pippo Genuardi è ufficialmente un commerciante di legnami ma la sua vera fonte di reddito è l’aver sposato Taninè Schilirò, figlia dell’uomo più ricco di Vigata. Ha il pallino delle novità: si è comperato un’automobile e ora ha una nuova ambizione: installare una linea telefonica fra casa sua e il suocero (per motivi che scopriremo). Manda quindi una lettera di richiesta al prefetto Marascianno, di origine napoletana, seguita da altre due lettere di sollecito ma questa sua insistenza è vista con sospetto: il prefetto decide di indagare su di lui nonostante gli inviti alla moderazione del questore Monterchi, un uomo venuto dal Nord. Pippo ha un altro compito da assolvere: scoprire l’indirizzo dell’appartamento dove si è rifugiato a Palermo il suo amico Sasà La Ferlita. E’ un’informazione che sta a cuore al mafioso don Lollò, che deve vendicarsi per una vendita al gioco non pagata. E’ un servizio che Pippo Genuardi svolge con piacere perché pensa che don Lollò potrà, in cambio, aiutarlo ad ottenere l’ambita concessione telefonica…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Non ci sono personaggi positivi ma ognuno si muove solo per il proprio tornaconto, come mosso da un istinto ingovernabile
Pubblico 
Maggiorenni
La bestemmia di un sacerdote. Dettagli verbali scabrosi di pratiche sessuali
Giudizio Artistico 
 
Perfetta ricostruzione del mondo di Vigata a fine ottocento nel linguaggio, nella costruzione dei personaggi, nella fotografia
Testo Breve:

Un giovanotto falso e vanesio, amante delle donne e delle ultime novità della tecnologia, finisce per mettersi nei guai in una Sicilia di fine ottocento dove i locali poteri forti abusano a loro arbitrio dell’autorità di cui dispongono. Un racconto ben realizzato ma molto amaro

Questo film per la TV, trasmesso su RaiUno e ora disponibile su RaiPlay, completa la trilogia dei romanzi storici di Andrea Camilleri (La mossa del cavallo, La stagione della caccia) e si presenta come un lavoro di ottima fattura. E’ presente tutta l’arguta gradevolezza del racconto di Camilleri, l’uso sapiente dell’immediatezza del dialetto siciliano, il gusto dello stile epistolare forbito e ridondante di quel tempo, il ritratto di personaggi carichi di ironia, gli squarci di una città arroccata sulle colline. Il regista Roan Johnson ha compiutamente trasferito in immagini la ricchezza del testo, ogni inquadratura è impreziosita dalla fotografia di Claudio Cofrancesco e gli interpreti sono maschere perfette di questa farsa comico-tragica.

La simpatia e la perfezione dello stile dell’autore (Andrea Camilleri ha firmato anche la sceneggiatura) ci fanno sorvolare su certe peculiarità del racconto. La trama è complessa e a volte macchinosa (per tre volte l’indirizzo dato da Pippo a don Lollò è sbagliato), la componente del tradimento coniugale sembra aggiunto all’ultimo per dare un colpo di scena finale.  Ciò che colpisce soprattutto è la staticità dei personaggi, bloccati in un “tipo” specifico. Non ci sono evoluzioni, riflessioni di coscienza ma ognuno è quel che è, e collide con l’essere degli altri, tutti spinti da un determinismo ineluttabile.

E’ probabilmente sintomatico della visione tragica della vita, nonostante la forma di simpatico intrattenimento, che ci propone Camilleri.

E’ proprio il protagonista che finisce per essere la persona più odiosa: ha perennemente un atteggiamento falso e mellifluo, quando parla è sempre untuosamente ossequioso verso il potere e si sa già che sta dicendo il falso perché la sua è una recita continua per ottenere, manipolando gli altri, ciò che più gli interessa. E’ anche un quaquaraquà, per usare una terminologia coerente con l’ambientazione, pronto a sottomettersi a qualsiasi richiesta accompagnata da minaccia. Come se non bastasse è un donnaiolo che vive una doppia vita.  

Non ci fanno una buona figura neanche i personaggi femminili, interessati solo a concedersi succosi incontri d’amore e a cucinare saporite pietanze. La critica alle autorità pubbliche locali di quello stato italiano da poco costituito, è inesorabile: il prefetto è un fanatico del complotto, non c’è nessuna sensibilità per le istanze dei neonati fasci siciliani, espressione di disagio della fascia più povera della popolazione, le sentenze di un tribunale possono facilmente essere comprate e, forse cosa più odiosa di tutti, i carabinieri manipolano le prove per avallare certe comode teorie. Il fatto che il questore Monterchi sia l’unica persona di buon senso (legge molti libri, lascia intendere l'autore, quindi si è costruito una coscienza), sposta di poco il quadro negativo perché lui non è “uno di loro” ma un uomo del Nord. Non manca una frecciata diretta alla fede cattolica che si esprime con una satira feroce verso l’etica dei comportamenti sessuali.

Andrea Camilleri in questo lavoro (con l’aiuto di un ottimo staff) si conferma un grande pittore, che sa usare con maestria il pennello e scegliere le giuste tonalità di colore ma il soggetto scelto per il quadro è triste perché privo di speranza e carico di sfiducia nelle capacità trasformanti dell’uomo

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BOMBSHELL - LA VOCE DELLO SCANDALO

Inviato da Franco Olearo il Sab, 03/21/2020 - 19:40
Titolo Originale: Bombshell
Paese: USA, Canada
Anno: 2019
Regia: Jay Roach
Sceneggiatura: Charles Randolph
Produzione: Lionsgate, Denver and Delilah Productions, Lighthouse Management & Media, Bron Studios, Everyman Pictures
Durata: 109
Interpreti: Charlize Theron, Nicole Kidman, Margot Robbie, John Lithgow

Nel 2016, durante un dibattito politico con Donald Trump, l’anchorwoman di Fox News Megyn Kelly attacca il futuro presidente, accusandolo di misoginia. Questo la porta a essere emarginata dalla rete televisiva, espressione della destra conservatrice americana, e criticata dal presidente del network, Roger Ailes. Contemporaneamente, la presentatrice Gretchen Carlson, che nell’ultimo periodo si era opposta strenuamente alla strumentalizzazione del corpo femminile all’interno dei programmi targati Fox, viene licenziata e denuncia Ailes di moleste sessuali. Inizia così una bufera giudiziaria e mediatica, che travolgerà la Fox e porterà drastici cambiamenti ai piani alti…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film affronta una tematica molto attuale, quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro, raccontando fatti realmente accaduti
Pubblico 
Adolescenti
Uso di turpiloquio, numerosi riferimenti a molestie sulle donne (mai mostrate direttamente), una scena di rapporto omosessuale
Giudizio Artistico 
 
Il film rimane molto freddo perché denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla
Testo Breve:

Il film racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016.  Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico e accettare le molestie dei manager che contano

Come anticipato dal titolo, il film di Jay Roach racconta la “bomba” scoppiata all’interno degli studi della Fox nel 2016, appena un anno prima di un caso analogo, di maggiore risonanza e dalle conseguenze ancora più vaste (il celebre “caso Harvey Weinstein”, che porterà alle battaglie sociali, culturali e mediatiche del movimento #metoo). Il film affronta dunque una tematica molto attuale - quella delle molestie subite dalle donne sui luoghi di lavoro – accendendo i riflettori sul mondo del giornalismo televisivo americano, in cui molti dei volti più conosciuti sono femminili, ma il controllo e il potere sono tutti concentrati in mani maschili. Al di là di una tanto apparente quanto finta immagine di libertà e democrazia, il giornalismo televisivo è costretto a sottostare ai compromessi politici e alle esigenze dello spettacolo, ineluttabili dal momento che si tratta di un medium visivo. Più dell’acume e della bravura delle presentatrici, infatti, ciò che conta è il loro aspetto fisico (tacchi altissimi, vestiti corti e gambe in bella mostra, trucco perfetto…).  Insomma, il messaggio è chiaro: se non sei bella (e, si potrebbe aggiungere, se non hai intenzione di sottostare ai capricci e ai desideri dei tuoi capi), non hai alcuna possibilità di farti strada in questo mondo, come ribadisce più volte Roger Ailes.

Da questo punto di vista, il film fa una scelta interessante, vale a dire quella di affiancare alle due protagoniste “vere” – le presentatrici Megyn Kelly e Gretchen Carlson, interpretate da Charlize Theron e Nicole Kidman – un personaggio fittizio: la giornalista alle prime armi Kayla Pospisil (Margot Robbie), che incarna tutte quelle impiegate della Fox rimaste senza nome, ma probabilmente costrette a sottostare allo stesso trattamento delle più celebri Kelly e Carson. Il personaggio di Kayla, insomma, funge un po’ da trait d’union tra passato e presente, permettendo al film di rendere più vicino nel tempo il problema (e il dolore).

Lo stile di Bombshell unisce la ricerca documentaria all’iperrealismo del cinema impegnato americano, mescolando parti recitate e materiale d’archivio, interviste reali e fittizie. Il risultato è una denuncia di vasta portata, che travolge non solo il personaggio di Ailes, ma anche la famiglia Murdoch, proprietaria della Fox, che viene, più o meno indirettamente, accusata di essere a conoscenza dei comportamenti di Ailes e di altre figure chiave del network, ma di averli sempre ignorati, salvo poi abbandonare la barca durante il naufragio, prendendone le distanze e licenziandoli in cambio di una sostanziosa buonuscita.

Ecco, forse il difetto maggiore di Bombshell è che rimane un film molto freddo, che sì denuncia, ma intrattiene poco. La necessità di ricostruire, passo dopo passo, una storia complessa, lascia poco spazio in scena alle protagoniste, di cui, in realtà, non scopriamo quasi nulla e con cui facciamo fatica a empatizzare. L’effetto è un po’ controproducente: alla fine, le varie Megyn, Gretchen e Kayla rimangono figure astratte e non donne in carne ed ossa. Risultando, pertanto, lontanissime da noi.

Autore: Cassandra Albani
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SORRY WE MISSED YOU

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/18/2020 - 10:37
Titolo Originale: Sorry We Missed You
Paese: UK, Francia
Anno: 2019
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch, BFI, BBC Films, Les Films du Fleuve, France 2 Cinéma
Durata: 101
Interpreti: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

Ricky, Abby, Liza Jane e Seb sono una famiglia che vive a Newcastle. Ricky, dopo aver perso numerosi lavori a causa della crisi economica, decide di mettersi in proprio affidandosi ad un franchising di corrieri. L’obiettivo è quello di poter dare una volta alla sua vita e a quella dei suoi cari, acquistando una casa, invece di continuare a vivere in affitto. Per farlo deve vendere l’auto della moglie Abby, che è assistente domiciliare e acquistare un furgone per le consegne. Gli orari di lavoro, però, particolarmente duri mettono a dura prova la tenuta della famiglia e l’educazione dei figli e le esigenze del mercato, non transigono: non badano alle persone e alle loro esigenze, non tengono conto neanche della salute, ma richiedono che tempo e relazioni vengano sacrificati per riuscire a guadagnare sempre più denaro

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La partecipata denuncia di un capitalismo senza regole non è accompagnata da una proposta costruttiva che conduca a un mondo migliore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film e Ken Loach, con il suo stile essenziale, riesce a farci entrare nell'intimità di una famiglia sottoposta a una difficile prova
Testo Breve:

Un padre di famiglia decide di mettersi in proprio lavorando come spedizioniere. Ken Loach denuncia ancora una volta le storture in una società che privilegia il tornaconto economico a scapito dei valori dell’uomo e della famiglia

Con il suo ventiseiesimo lungometraggio, Ken Loach completa, almeno idealmente, una “riflessione cinematografica” iniziata con il suo precedente film Io, Daniel Blake (Palma d’oro a Cannes 2017, David di Donatello, Bafta, Cesar, London Critics). Se nella precedente pellicola il regista si era concentrato sulla dimensione politica e sociale dello stato inglese, con le relative conseguenze sul welfare a scapito delle persone in stato di necessità, qui l’invito è a considerare le conseguenze della precaria situazione economica generale sulle persone e sulla famiglia.

Attraverso le caratterizzazioni dei personaggi si può cogliere la critica di Leach. I due datori di lavoro di Ricky e Abby, infatti, potrebbero essere considerati la personificazione del mercato liberista: Maloney, il responsabile dei corrieri e la responsabile delle assistenti domiciliari (che non si vede mai, se ne sente solamente la voce attraverso un cellulare). L’esigenza di mantenere alti gli standard produttivi, la necessità di un buon feedback da parte dei fruitori dei servizi, chiedono alla famiglia Turner di sacrificare quasi tutto: tempo di coppia, tempo di svago con i figli, tempo di riposo, salute fisica. Se all’inizio l’attività lavorativa di Ricky veniva presentata alla stregua di una libera professione in vista di una crescita e di un benessere economici mai raggiunti prima, ben presto si rivela essere una forma moderna di schiavitù: quattordici ore di lavoro al giorno, esposizione al rischio di incidenti, sanzioni di vario tipo e rimborsi delle cose danneggiate. Così come la datrice di lavoro di Abby: numerosi appuntamenti durante la giornata, dal mattino presto alla sera tardi, qualche volta anche il sabato sera (sacrificando il momento di svago familiare).

Se i genitori soffrono, non meno i figli: Liza Jane deve imparare presto ad essere autonoma su tante cose, non potendo contare sul supporto dei genitori sempre impegnati al lavoro, Seb che con la sua ribellione adolescenziale (mettendo a rischio la sua stessa riuscita scolastica) cerca di attirare l’attenzione dei suoi familiari.

Una prospettiva, quella del regista inglese, che lascia un retrogusto amaro, senza speranza fintantoché le cose restano così. Una lettura ben lontana da quella del sogno americano fatta da Gabriele Muccino ne La ricerca della felicità o da quella della guerra tra poveri fatta da Bong Joon-ho nel suo recente successo Parasite (o nel suo precedente lavoro Snowpiercer).

Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film. La pellicola permette di approfondire anche pensieri e stati d’animo dei personaggi: il desiderio di “riscatto sociale” e di benessere che Ricky Turner (interpretato da Kris Hitchen) vorrebbe per la propria famiglia, deve fare i conti con un lavoro che promette indipendenza, ma si rivela peggiore di qualsiasi lavoro dipendente.

Abby Turner (interpretata da Debbie Honeywood) che ama la sua famiglia, cerca di essere presente (in particolare con i figli e le loro esigenze), cerca di supportare il marito nelle sue scelte anche quando queste costano sacrifici e lo portano a grandi frustrazioni poi riversate sulla famiglia stessa.

Liza Jane (interpretata da Katie Proctor) e Seb (interpretato da Rhys Stone), due figli che in modo diverso cercano di arrangiarsi nel far fronte all’assenza dei genitori impegnati nel lavoro per garantire loro un futuro.

L’ottima regia di Loach riesce a far emergere ogni cosa attraverso dialoghi e immagini. Il suo passato di documentarista emerge in più momenti, in particolare si mostra nelle sequenze di intimità familiare: il dialogo del protagonista con figlia in un momento di pausa pranzo durante le consegne, le discussioni e i confronti che spesso la famiglia Turner vive a tavola.

Nel complesso è un buon film, impegnativo, che aiuta a riflettere sui rapporti umani in un contesto dove il mercato sembra dettare legge in ogni situazione.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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TUTTO IL GIORNO DAVANTI

Inviato da Franco Olearo il Dom, 03/15/2020 - 17:32
 
Titolo Originale: Tutto il giorno davanti
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Luciano Manuzzi
Sceneggiatura: Luciano Manuzzi, Federica Pontremoli
Produzione: Rai Fiction, Bibi Filmtv
Durata: 11o su RaiReplay
Interpreti: Isabella Ragonese, Sara D’Amario, Paolo Briguglia, Selene Caramazza, Enrico Gippetto

Palermo, 2014. Adele, divorziata con due figli da accudire, una di 12 e l’altro di 18, è assessore alle Politiche Sociali di Palermo. Sono frequenti gli arrivi di navi cariche di profughi e Adele si preoccupa soprattutto dei minori non accompagnati, diventandone la tutrice legale. Arriva un giorno importante: è prevista la firma, in comune, del protocollo per l’istituzione di tutori volontari per minori stranieri. Ma la giornata è già carica di impegni: bisogna organizzare la festa di compleanno della figlia, un centro di raccolta è stato chiuso e occorre trovare una nuova residenza per quei ragazzi che si erano ormai abituati a vivere a Palermo..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una donna riesce a convincere il contesto civile e politico in cui vive sull’importanza e la bellezza del riuscire a prendersi cura di quei ragazzi che sono dovuti fuggire dai loro paesi
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il racconto di un nobile impegno di dedizione verso ragazzi immigrati viene portato avanti attraverso un sovraccarico di eventi che mortificano una riflessione più profonda
Testo Breve:

La storia vera di una donna che si è battuta per dare dignitosa accoglienza ai minorenni non accompagnati immigrati in Italia. Una bella storia che poteva essere raccontata meglio.

“La grande madre non sono io; la grande madre è Palermo e tutte le persone che sanno che le differenze culturali non sono un pericolo ma una risorsa; tutti quelli che sanno che nessuno decide dove nascere; tutti quelli che accolgono migranti come figli. E certo, i figli hanno bisogno di noi e noi ci siamo. Dobbiamo esserci”. E’ questo il messaggio programmatico che Adele lancia alla fine del film, rivolto agli spettatori e che sintetizza il suo impegno a favore dei minori che sono arrivati a Palermo dall’Africa. Il film ricostruisce in modo romanzato le attività di Agnese Ciulla, che è stata assessore alla Cittadinanza sociale del comune di Palermo dal 2012 al 2017 nella giunta di Leoluca Orlando. Isabella Aragonese, che interpreta Agnese, rende bene la sua energia incrollabile che cerca continuamente di portare avanti le sue idee in un contesto molto complesso e spesso ostile. Ma la frase che lei pronuncia alla fine del film (sintesi di quanto ha detto, in vari contesti la vera Agnese) appare profondamente vera: a lei va il merito di essersi impegnata in prima persona in quest’opera che  ha sentito profondamente come giusta  ma al contempo ha trovato un contesto favorevole dove le sue idee hanno germogliato, grazie alla collaborazione del sindaco, del  giudice tutelare, della procura, del garante per l’infanzia ma soprattutto della città di Palermo, che ha mostrato il suo grande cuore e ha risposto generosamente al suo appello, riuscendo a trovare un  tutore per ognuno di quei ragazzi. Come coronamento di questo impegno, nell’aprile 2017 è stata approvata la legge 47, che sancisce il rispetto dei diritti dei minori stranieri non accompagnati al pari di quelli dei minori di cittadinanza italiana e dell’Unione Europea.

Sicuramente una storia interessante che valeva la pena di raccontare (è già uscito il libro, “La grande madre”, edito da Sperling & Kupfer e scritto da Agnese con la giornalista palermitana Alessandra Turrisi) ma la soluzione narrativa che è stata adottata per il film lascia perplessi. Si è deciso di raccontare una unica giornata palermitana di Agnese, una giornata dove gli autori hanno cercato di raccontarci tutto del contesto e delle iniziative dell’assessore, attraverso una serie incalzante di eventi e di problemi nuovi che continuamente accadono, mentre Agnese corre in giro trafelata per porre ovunque dei rattoppi e arrivando sempre in ritardo. Si inizia con Agnese che ha problemi come madre perché il suo lavoro le fa trascurare i figli; subito dopo deve accorrere nel centro di accoglienza dove stanno sgomberando dei minori ma intanto occorre organizzare la cerimonia che avverrà nel pomeriggio nelle sale del comune per la firma del protocollo. Intanto una ragazza di colore cerca di buttarsi dalla finestra perché è stata raggiunta in Italia dal marito violento e Agnese, arrivata al porto, deve tuffarsi in acqua per salvare un bambino che è caduto. Si tratta di una soluzione troppo apertamente didascalica che cerca di incrociare problemi privati e sociali e disegna il ritratto di un’Africa primitiva e violenta che consenta di giustificare gli arrivi di tanti immigrati. Era giusto celebrare una figura così ricca di materna umanità ma era opportuno presentare questo valore con l’evidenza della sua stessa forza, senza che fosse necessario per lei buttarsi nelle acque luride del porto o subire le incomprensioni (che risultano artificialmente costruite)  della figlia piccola.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUEEN & SLIM

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/04/2020 - 20:30
Titolo Originale: Queen & Slim
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Melina Matsoukas
Sceneggiatura: Lena Waithe
Produzione: BRON Studios, 3Blackdot, De La Revolución Films, Hillman Grad, Makeready
Durata: 132
Interpreti: Daniel Kaluuya, Jodie Turner-Smith, Bokeem Woodbine

A Cleveland, nell’Ohio, un giovane e una giovane di colore chiacchierano in un bar: si sono dati un appuntamento tramite Tinder, il famoso sito di incontri e cercano di fare reciproca conoscenza. Lui si offre di accompagnarla a casa in macchina ma durante il percorso un poliziotto gli intima di fermarsi. L’uomo d’ordine ha un comportamento rude e sprezzante e dopo una serie di malintesi la situazione precipita e il poliziotto resta ucciso. I due sanno che avranno poca speranza di dimostrare la loro innocenza e decidono di fuggire spostandosi verso Est, nella speranza di trovare il modo per arrivare a Cuba. Intanto le televisioni locali trasmettono la sequenza dell’incidente (il poliziotto aveva attivato una telecamera) per invitare la popolazione a individuare i colpevoli. Ciò crea solidarietà verso i due fuggiaschi da parte della gente di colore; sono diventati i loro eroi e già li chiamano Queen e Slim…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il tema dei metodi violenti della polizia è affrontato in tutta la sua cruda realtà ma dal film non scaturisce alcun segno di speranza verso una soluzione pacifica ai problemi di integrazione razziale negli Stati Uniti
Pubblico 
Maggiorenni
Uso frequente della violenza. Una intensa ed scena di incontro amoroso con nudità
Giudizio Artistico 
 
Grande maestria della regista nello sviluppare un racconto serrato ed emozionante mentre la sceneggiatura sviluppa bene il percorso intimo dei due protagonisti cheriescono a i trasformarsi per l'effetto benefico della vicinanza dell'altro
Testo Breve:

Lui e lei, afroamericani, che si sono appena conosciuti, sono in fuga lungo le strade degli Stati Uniti, accusati di aver ucciso un poliziotto. Un road movie che è soprattutto una intensa storia d’amore

La regista Melina Matsoukas, vincitrice di due Grammy Award, al suo primo lungometraggio, si è fatta le ossa nella realizzazione di videoclip musicali (è famoso Formation, di Beyonce)  e si vede. Il ritmo del film è serrato, l’economia delle sequenze è rigorosamente calibrata, non ci sono indugi compiacenti, che non sarebbero risultati adatti a un road movie dove un solo minuto di  ritardo nella fuga può risultare fatale.  

La prima sequenza è tranquilla, facciamo la conoscenza con due persone molto diverse, accomunate dal colore della pelle e dalla solitudine. Lei è una ragazza dallo spirito indipendente che si è fatta da sola, un’avvocatessa impegnata nel cercare di difendere i suoi fratelli che rischiano la pena di morte; lui è un semplice impiegato di negozio, legato alla famiglia e con una sincera fede religiosa. Poi, subito dopo il dramma. Fermati dal poliziotto, più i due cercano di chiedere perché sono stati fermati, più il poliziotto si accanisce nelle perquisizioni, fino a minacciarli con la pistola. Tutto accade velocemente e i due, che a malapena avevano iniziato a conoscersi, debbono mantenere i loro destini forzatamente uniti nel cercare di sopravvivere in un’America che ancora trova nella violenza la sbrigativa soluzione a tanti dei suoi problemi. Da questo momento il film sviluppa due movimenti paralleli, strettamente collegati. La fuga on the road, da villaggio a villaggio, che cattura l’attenzione dello spettatore desideroso di conoscere la loro prossima mossa per sopravvivere e la trasformazione progressiva che subiscono i due protagonisti, dentro di loro e fra di loro.  
Non ci troviamo di fronte a una replica di Gangster Story, dove Bonnie and Clyde avevano una euforica e spavalda furia distruttiva contro tutto e contro tutti né a una replica di Thelma e Louise, le due donne che cercavano di superare, con la loro incosciente spensieratezza, un’esistenza soffocata dalla prepotenza maschile, ma due giovani che non cercano altro che realizzare se stessi e trovare un po’ di felicità e si trovano invece  ingabbiati, per circostanze avverse, in un destino che non hanno scelto.
E’ questo l’aspetto più interessante e più vero del film, che finisce per diventare più un racconto intimo che un’action story. I due sono molto diversi come carattere e altrettanto nell’ atteggiamento nei confronti della loro negritudine. Se nella prima parte del film trascorrono il tempo a litigare perché ognuno vorrebbe affrontare la situazione in cui si trovano in modo diverso, alla fine, nella loro convivenza forzata, ognuno dei due insegna all’altro ad avere una prospettiva diversa. Sono simboliche, a questo riguardo, le loro fughe dalla tensione della fuga come sporgersi dal finestrino della macchina che corre veloce mentre si canta una canzone o provare, per lui che non c’è mai stato, a montare un cavallo, un modo per abbandonarsi alla tranquilla natura che esprime l’animale. Infine il primo ballo insieme, quando le barriere reciproche cadono e  il rapporto diventa più confidenziale. “Cosa vorrei io? –confida Queen - Voglio un uomo a cui posso far vedere i miei lati peggiori”. Da quel momento in poi l’angoscia si attenua e germoglia la felicità di essersi trovati, di sentirsi una cosa sola in un solo destino, anche se così avverso. 
Il tema del razzismo negli Stati Uniti e dell’atteggiamento violento della polizia ci viene rappresentato senza sconti e quasi senza speranza di riscatto  ma la sceneggiatrice non risolve il problema con semplicistiche interpretazioni ideologiche: riporta il problema alla coscienza del singolo. Accanto a poliziotti fanatici, ci sono anche poliziotti di buon senso e c’è anche una coppia bianca che si presta a dare rifugio ai due fuggitivi.  A fianco  di afroamericani che cercano una soluzione pacifica per i loro problemi, ci sono altri pronti alla rivoluzione e un ragazzo di colore, esaltato dal mito che si è costruito intorno alla coppia che fugge, finisce anche lui per cedere all’uso della violenza. Oltre a raccontarci una bella storia d’amore, questo film si aggiunge ai molti, anche recenti (Detroit) che ci ricordano che il tema dell’integrazione razziale non è stato ancora superato

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO

Inviato da Franco Olearo il Mar, 03/03/2020 - 21:15
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Brett Haley
Sceneggiatura: Jennifer Niven, Liz Hannah
Produzione: Echo Lake Entertainment, Mazur / Kaplan Company
Durata: 107
Interpreti: Elle Fanning, Justice Smith

Finch, un ragazzo afroamericano che frequenta l’high school, sta facendo la sua corsetta serale, quando si accorge che Violet, una compagna di scuola, si è posta pericolosamente in bilico sul parapetto del ponte sotto cui sta passando. Violet è stata traumatizzata dalla perdita dell’amata sorella morta accanto a lei in un incidente d’auto. Finch le si accosta con calma e riesce a convincerla a scendere. Il giorno dopo il professore di geografia propone ai ragazzi un compito da svolgere in coppia: descrivere due luoghi interessanti dello stato dell’Indiana, dove vivono. Fich propone a Violet di andare con lui a cercare posti insoliti. La ragazza all’inizio dice di no, vuole continuare a restare chiusa nel suo dolore, inoltre gli amici le rivelano che Finch è un po’ “schizzato” (soffre di un disturbo bipolare) ma poi, alla fine, accetta…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un ragazzo e una ragazza, con fragilità psichiche, si incontrano iniziano ad amarsi ma il loro rapporto non riesce a raggiungere quella fiducia e dedizione all’altro capace di curare tutte le loro ferite
Pubblico 
Adolescenti
Una scena di rapporto prematrimoniale senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il film beneficia della fresca interpretazione di Elle Fanning, e di paesaggi naturali molto ben fotografati ma scivola nel finale in un eccesso di letteratura e la descrizione del protagonista maschile resta incompiuta
Testo Breve:

Entrambi frequentano l’high school Lei è depressa per la morte della sorella, lui soffre di un disturbo bipolare ma si incontrano e si amano nelle loro fragilità. Un teen drama iper-romantico dove, secondo la moda degli ultimi tempi, si affronta il tema del suicidio

Quando si vuole raccontare una storia iper-romantica e commovente fra due giovani, è inevitabile che alla fine uno dei due muoia. A iniziare da Love story del 1970 (dove moriva lei) e poi oltre, fino a Colpa delle stelle del 2014 (dove moriva lui). In effetti quest’ultimo aveva iniziato un nuovo filone a cui questo Raccontami di un giorno perfetto aderisce pienamente: la solidarietà fra un lui e una lei che hanno gravi infermità, in questo caso psichiche. Lei è depressa dopo la morte della sorella e non sente più la voglia di vivere; lui alterna momenti di grande entusiasmo ad altri di completa sfiducia in se stesso durante i quali si affida a tanti sticker che appende al muro della sua camera come per non perdere il senso di cosa sta facendo e a volte scompare per qualche giorno. Pesa, sulla sua esistenza, un padre violento che ha abbandonato la famiglia.

Violet  si è chiusa nell’apatia, timorosa di cosa potrebbe succedere se tornasse a sentire emozioni, ma poi è lei la prima a beneficiare della frequentazione che si sviluppa fra i due: recupera l’attenzione verso il mondo che la circonda, ritorna a meravigliarsi e scopre che “non serve salire in cima a una montagna per sentirsi in cima al mondo” e che “ci sono posti meravigliosi anche nei giorni più bui”, dice Violet nel finale del film, dai connotati forse un po’ troppo letterari. Se Elle Fanning sostiene bene la parte della ragazza che ritrova il gusto della vita, non si può dire lo stesso di Finch, non certo per la mancanza di bravura di Justice Smith ma perché il suo personaggio non è coerente né approfondito. Perché Violet finisce per appoggiarsi all’energia di Finch e grazie alle attenzioni che riceve da lui subisce una profonda trasformazione mentre il ragazzo non trova un modo sereno di convivere con i suoi limiti? La ragione può essere trovata proprio nella filosofia di fondo che sostiene il film. Violet ha scoperto, con l’aiuto di Finch,  la bellezza della natura, del mondo che ci circonda, del saper cogliere la meraviglia, piccola  o grande, che si sprigiona in ogni singola giornata. Tutto ciò è giusto e bello ma resta una scoperta soggettiva; un approccio alla vita esistenzialista di corto respiro, privo di verità più profonde che si scoprono quando si vive con l’altro e per l’altro. Di tutt’altra forza era Colpa delle stelle, dove i due ragazzi, proprio nell’amore reciproco e nell’aiuto portato agli altri trovano un senso pieno nei giorni che restano loro da vivere. La debolezza del film, ricavato dal best-seller All the Bright Places di Jennifer Niven che è anche sceneggiatrice, sta proprio in quel rapporto amoroso che inizia ma non si salda, nell’incomprensione da parte di Violet (e anche nostra, perché non è ben descritto) di quel misterioso male di cui soffre Finch.

Il film è disponibile sulla rete Netflix

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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PAOLO, APOSTOLO DI CRISTO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/26/2020 - 12:04
 
Titolo Originale: Paul, Apostle of Christ
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Andrew Hyatt
Sceneggiatura: Terence Berden Andrew Hyatt
Produzione: Affirm Films ODB Films
Durata: 108
Interpreti: James Faulkner, Jim Caviezel, Olivier Martinez, John Lynch,Joanne Whalley

Dopo l’incendio di Roma del 64, iniziano violente  persecuzioni contro i cristiani, ritenuti da Nerone responsabili dell’incendio.  Paolo viene arrestato. Il resto della comunità cristiana, guidata da Aquila e Priscilla, è riuscita a trovare un rifugio sicuro ma è indecisa se restare o lasciare Roma.  Luca arriva a Roma e riesce a incontrare Paolo:  la testimonianza dell’apostolo è indispensabile perché possa riuscire a  completare  Gli Atti degli apostoli, il racconto delle vicende dei primi cristiani dopo la morte di Gesù. Il capo delle guardie, il prefetto Mauritius sa, che il prigioniero Paolo è solo un capro espiatorio scelto da Nerone ma è ligio al dovere e tratta Paolo con la dovuta durezza. Ma Mauritius ha una pena nel cuore: sua figlia sta morendo e anche se Luca, su segnalazione di Paolo, si è offerto di aiutarlo, non vuole tradire gli dei di Roma...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ci mostra la forte fede di Paolo, Luca e dei primi cristiani, sereni di fronte al martirio ma anche come, fin dai primi tempi, si formavano dei gruppi dissidenti, pronti a imbracciare le armi
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente di pestaggi sanguinosi e torture nei confronti dei cristiani
Giudizio Artistico 
 
Il regista e sceneggiatore Andrew Hyatt conferma il suo stile di un racconto intimista e claustrofobico che pone in rilievo i momenti di riflessione del grande apostolo ma la sceneggiatura soffre di alcune incoerenze
Testo Breve:

Paolo al carcere Mamertino , riceve le visite di Luca che sta scrivendo gli Atti degli Apostoli. Le riflessioni di Paolo prima della morte, in un film intimista non per tutti i palati

Paolo e Luca condividono la stessa cella. E’ il momento dei ricordi, di quando Luca aveva raggiunto Paolo a Roma quando si trovava agli arresti domiciliari. “La tua fermezza mi ha dato la forza di continuare in molte di quelle notti fredde e tristi” , commenta Paolo ma ricorda anche le terribili canzoni che cantava Luca prima di addormetarsi e di Pietro che russava. Paolo insiste: “Ringrazio Dio per averti messo nella mia vita: non so cosa avrei fatto  senza di te” e Luca ironico, rinfacciandogli le sue doti di dottore: “saresti morto di malaria e di emorragia”. Questo colloquio confidenziale e molto umano, rivela alcune scelte fatte dall’autore nel ricostruire gli ultimi anni dell’apostolo: Luca risulta una figura importante, almeno tanto quanto Paolo; mentre Paolo invece  è visto, nella sua vecchiaia, come una persona umile, saggia e profonda  ma ormai priva del carisma della guida. Se abbiamo conosciuto  Paolo, attraverso le sue lettere, per la sua fede incrollabile nel mandato ricevuto, qui appare molto più riflessivo e quando la comunità cristiana di Roma  gli chiede consiglio per decidere  se restare o lasciare la città, lui non ha altro da rispondere che: ”agite secondo coscienza”.

Le riflessioni che esprime in colloquio con  Luca o davanti agli aguzzini che lo interrogano, sono spesso frasi ricavati dalle sue lettere. E’ presente il famoso inno alla caritàdella Prima lettera ai Corinzi, usata molto spesso nella liturgia dei matrimoni,  mentre dalla seconda lettera a Timoteo vengono ripresi molti brani, incluso quella che prospetta la conclusione della propria vita terrena: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede”. Ogni racconto filmico che si appoggia su fatti realmente accaduti mescola quasi sempre personaggi e situazioni inventate (in questo caso il prefetto Mauritius,  Aquila e Priscilla come capi della comunità cristiana a Roma) con realtà storiche ricavate dai documenti di cui disponiamo ma in questo caso è proprio la miscela che non funziona. Sono presenti alcune disarmonieò illogicità narrative, , come quando un manipolo di cristiani non ortodossi assalta la prigione per liberare Paolo uccidendo due guardie e il prefetto Mauritius,invece di adirarsi per la morte di due suoi uomini, inizia a disquisire con lui su cosa sia la verità. Anche dopo, quando Luca e Paolo sono stati liberati perché Luca è riuscito a guarire la figlia del prefetto e  sono ospiti della sua villa, passeggiano nel giardino discorrendo serenamente sugli Atti degli Apostoli di prossima pubblicazione, trascurando il fatto che se loro sono vivi, tanti loro fratelli sono morti poco prima nell’arena. “Vivere è Cristo, morire è un guadagno”: riflette Paolo “Questa mi piace” ossserva Luca. “Allora scrivila” suggerisce Paolo. E’ come se lo sforzo dell’autore  Andrew Hyatt, che pur aveva dato buona prova di se’ in  Piena di Grazia , sugli ultimi anni di Maria, non abbia avuto come impegno primario quello di farci conoscere lo spirito e l’anima di Paolo ma abbia selezionato un frammento della sua vita, già vecchio e bisognoso dell’aiuto degli altri e abbia pensato di rendercelo più vicino umanizzandolo al massimo, inclusi alcuni dettagli sulla  stesura del libro di Luca.

Il film svolge un lavoro più che dignitoso nel presentarci situazioni verosimili anche se non confermate dai dati a disposizione (la presenza di Aquila e Priscilla a Roma, l’arrivo di Paolo a Roma per la stesura del libro degli Atti, le due prigionie di Paolo) ma ciò che desta maggiore perplessità è l’assenza di Pietro in questo film, mentre avrebbe dovuto condividere la prigionia di Paolo.

Interessante notare che  il film è stato prodotto dalla  Affirm Film (Fireproof, Courageous,War Room, Risorto) e questo lavoro si può a tutti gli effetti inquadrare come Christian Film, attualmente disponibile sulla piattaforma NETFLIX ma reperibile anche nella versione DVD.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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GLI ANNI PIU' BELLI

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/19/2020 - 14:30
Titolo Originale: Gli anni più belli
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Paolo Costella
Produzione: Lotus Production, Rai Cinema, 3 Marys Entertainment
Durata: 129
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Micaela Ramazzotti, Kim Rossi Stuart, Claudio Santamaria, Emma Marrone, Nicoletta Romanoff

Nel 1982, quattro ragazzi romani hanno sedici anni, diventano grandi amici, trascorrendo assieme giornate un po’ folli e continueranno a incontrarsi periodicamente anche nei successivi quarant’anni. Riccardo, dopo aver partecipato con passione alla contestazione studentesca, cerca di sfondare prima nel mondo del giornalismo e poi nella politica, senza grandi successi; Giulio riesce a riscattarsi da una vita vissuta nella povertà diventando un avvocato di grido, sfruttando a proprio vantaggio il ciclone tangentopoli. Paolo, appassionato di lettere, desidera solo diventare un bravo insegnante di liceo ma deve trascorrere lunghi anni nel precariato. Infine Gemma che si innamora, ricambiata, di Paolo ma, rimasta orfana, è costretta a trasferirsi a Napoli da una sua zia. Paolo e Gemma imboccheranno strade diverse ma resterà sempre nel loro cuore la purezza di quel primo amore.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Quattro amici molto fragili si fanno trascinare dal flusso della vita commettendo molti errori, incapaci di coltivare impegni sentimentali duraturi e ritrovandosi fra le mani, alla fine, quasi loro malgrado, due soli valori: l’amicizia fra di loro e l’amore verso i figli
Pubblico 
Adolescenti
Qualche scene sensuali con nudità parziali
Giudizio Artistico 
 
Gabriele Muccino si conferma un ottimo ritrattista di personaggi appassionati e sregolati e guida lsenza stanchezze la dinamica della narrazione
Testo Breve:

La storia di quattro amici romani che si svolge in parallelo a quarant’anni di vicende italiane. Passioni e melanconie raccontate e recitate con grande bravura

Ne L’ultimo bacio i protagonisti erano dei trentenni; in Baciami ancora avevamo ritrovato gli stessi personaggi ma ormai quarantenni; ora, in questo Gli anni più belli, questi cinquantenni di oggi che ricordano quando avevano sedici anni all’inizio degli anni ’80, sono anche loro tutti irrimediabilmente mucciniani. Essere antropologicamente dei mucciniani vuol dire essere pietre rotolanti. Rotolano durante l’adolescenza, là dove li porta la golosità urlata e incontrollata delle loro passioni. Ormai adulti, uomini e donne, inseguono un sogno che non si realizza mai oppure lavorano con tenacia al proprio successo ma scelgono sempre di rotolare dove li porta la convenienza del momento, pronti anche ad abbandonare persone a cui avevano promesso amore duraturo.

Non ci sono principi a cui non venir mai meno, non ci sono progetti grandiosi da perseguire, ma solo la ricerca personalissima di singoli momenti di felicità. Si tratta di antieroi verso i quali Muccino ha una particolare predilezione e che solo lui riesce a raccontare così bene, nella loro fragilità così umana. Se poi riescono a conservare la loro amicizia, fra continui abbandoni e riprese o recuperare l’affetto dei loro figli nonostante la loro cronica incostanza, sembra che tutto avvenga ancora una volta perché il mondo continua a girare su se stesso, e  si finisce sempre per incontrarsi di nuovo, più che per effetto di una ferma determinazione.
Per fortuna anche in questo film  Muccino ha imbastito un abile controcanto: la figura di Paolo. Paolo ama la letteratura, ama trasmettere ai suoi alunni le verità racchiuse nei classici, sa aspettare con pazienza la nomina a professore di ruolo; se ha dichiarato di amare Gemma è perché lo sente davvero come l’amore di  tutta la sua vita ma anche se vorrebbe andare ad abitare con Gemma, resta nella casa della madre per prendersi cura di lei, gravemente malata. Questa gemma di valori umani, al maschile, contrasta con le figure femminili, che Muccino tratta amorevolmente ma non certo stimandole. Sia il personaggio di Gemma, sia quello di Anna, non seguono altra regola se non quella della convenienza economica, pronte a lasciare l’amato e il marito appena si profila un’opportunità più solida. La figura di Gemma, pur magnificamente interpretata Micaela Ramazzotti, soffre inoltre di una scrittura incompiuta e si fa fatica a seguirla nella sue continue metamorfosi, dalla ricerca dell’amore appassionato a quello prezzolato.

Il film dura più di due ore e forse mette troppa carne al fuoco (sullo sfondo seguiamo la storia degli ultimi quarant’anni d’Italia) ma Muccino resta molto bravo nel raccontarci le emozioni i dolori, le rabbie  le allegrie dei protagonisti con un ritmo narrativo estremamente fluido.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE FRESHMAN YEAR

Inviato da Franco Olearo il Mer, 02/12/2020 - 21:27
 
Titolo Originale: The Freshman Year
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Jude Okwudiafor Johnson
Sceneggiatura: Jude Okwudiafor Johnson, Toby Osborne
Produzione: Anchor Media Studios, Jude Johnson Productions
Durata: 105
Interpreti: Diallo Thompson, Natalia Dominguez, Benjamin Onyango, Gregory Alan Williams

CJ è un bravo ragazzo afroamericano che ha terminato l’high school con pieni voti, nutre una grande ammirazione per suo padre, un pastore protestante e ha sempre condotto una vita semplice e morigerata, alimentato dalla lettura della Bibbia. Al suo primo anno di università conosce Marcella, di origini ispaniche, la prima della sua semplice famiglia che riesce ad andare al college. Fra di loro si stabilisce una forte intesa e durante i festeggiamenti per la vincita della squadra di basket per la quale gioca, CJ finisce per bene alcolici per la prima volta nella vita e un po’ alticcio, viene aiutato da Marcella. Qualche tempo dopo, Marcella scopre di esser rimasta incinta. Suo fratello maggiore è molto contrariato (il padre è morto da tempo) perché tutti gli sforzi della famiglia per farla studiare rischiano di sfumare e propone l’aborto. Anche la famiglia di DJ resta turbata: che si dirà di un pastore che non riesce a dare la giusta educazione a suo figlio?

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Può una vita condotta irreprensibilmente con la preghiera e la lettura della Bibbia consentire di affrontare situazioni difficili? La risposta è si ma solo se abbinata a un sincero senso di umiltà, ponendosi sempre al servizio degli altri
Pubblico 
Adolescenti
Per le tematiche trattate
Giudizio Artistico 
 
Il film sembra muoversi inizialmente in modo eccessivamente scolastico ma poi è la forza stessa degli eventi, improntati a elevato realismo, che porta avanti la storia, nonostante recitazioni non eccezionali
Testo Breve:

Il figlio di un pastore, educato troppo nella bambagia, finisce per comportarsi irresponsabilmente al primo anno di università. Un buon esempio di come la fede sia un sostegno indispensabile per affrontare  situazioni difficili, privilegiando la solidarietà

Il pastore e sua moglie si ritrovano da soli, in camera da letto, dopo che il figlio ha rivelato loro la sconvolgente novità.  “Quello che è fatto, è fatto, certe cose capitano”: afferma la madre, per fermare le lamentele del marito che continua a rimuginare su ciò che è accaduto. Marito e moglie si trovano di fronte a un serio pericolo  nei confronti del quale si sentono impotenti: l’ipotesi che Marcella con i suoi familiari voglia ricorrere all’aborto. Anche il proporre ai ragazzi di sposarsi non è una buona soluzione: il matrimonio è amore “finchè morte non ci separi”, non deve essere una costrizione. La conclusione dei coniugi è una: ormai DJ si deve considerare grande e responsabile della propria vita e loro dovranno dargli il massimo supporto possibile,  morale e materiale per aiutarlo nel processo decisionale. Si tratta del colloquio decisivo di tutto il film. Il pastore e sua moglie da quel momento metteranno da parte ogni recriminazione sul passato e aiuteranno Dj e Marcella a trovare tutta la serenità necessaria per reimpostare la propria vita in modo coerente con l’attesa di un figlio. Alla fine DJ, se è stato impulsivo una volta, riuscirà a mettere a frutto la sua fede in un Dio che non abbandona nessuno e anche Marcella, educata alla fede cattolica, recupererà il vivo senso dell’amore per la vita che nasce.

In base alle scritte poste alla fine del film, il racconto fa riferimento a fatti realmente accaduti e in effetti è caratterizzato da elevato realismo. La storia è in fondo una lezione di sano prammatismo a cui ogni buona intenzione o principio assoluto si deve piegare per dare comunque e sempre la priorità ai valori che scaturiscono dall’affetto familiare e dalla solidarietà. Il pastore viveva di una vita alimentata da meditazioni ispirate dalla Bibbia ma dopo la bruciante delusione di un figlio che perde il controllo appena uscito dalla casa paterna, un ambiente forse troppo protettivo, sa come comportarsi: impegnandosi a ricostruire la compattezza della famiglia per affrontare nel modo migliore possibile la nuova situazione. Senza che nessuno resti isolato ma anzi, in modo che i due giovani ritrovino le loro energie spirituali necessarie per gestire al meglio le trasformazioni che subiranno le loro vite.

Questo christian film è disponibile in streaming sul sito www.christiancinema.com  in lingua inglese

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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1917

Inviato da Franco Olearo il Ven, 01/24/2020 - 11:43
Titolo Originale: 1917
Paese: Gran Bretagn, Usa
Anno: 2019
Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Sam Mendes e Krysty Wilson Cairns
Produzione: Amblin Partners, DreamWorks Pictures, Neal Street Productions, New Republic Pictures
Durata: 119
Interpreti: George MacKey, Dean Charles Chapman, Marc Strong, Andrew Scott, Colin Firth, Benedict Cumberbatch, Richard Madden

Aprile 1917. Ai caporali Blake e Schofield viene affidato il compito di attraversare le line nemiche e raggiungere un battaglione isolato dalle comunicazioni per fermare un attacco che porterebbe a morte certa 1600 uomini, tra cui anche il fratello maggiore di Blake. Una corsa contro il tempo nel mezzo degli orrori delle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nella brutalità della guerra si manifesta, per un breve momento, la tenerezza verso i piccoli e gli indifesi
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di violenza
Giudizio Artistico 
 
Sembra che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente
Testo Breve:

Nel 1917 due portamessaggi inglesi debbono attraversare le linee nemiche per portare un messaggio di estrema importanza. Un film sofisticato  ma poco coinvolgente

Ispirandosi ai racconti del nonno, portamessaggi come i protagonisti del film, Mendes costruisce una macchina sofisticata e grandiosa anche se non sempre efficace dal punto di vista del reale e profondo coinvolgimento emotivo. Le riprese sono state realizzate in modo da dare la sensazione di seguire un unico lunghissimo pianosequenza che “pedina” i giovani soldati mentre percorrono le trincee, superano il filo spinato e avanzano nella terra di nessuno, cercando di evitare le trappole di un nemico insidioso anche se in ritirata.

Questa scelta di linguaggio, che in teoria dovrebbe portare lo spettatore a condividere il punto di vista di due giovani con caratteri diversi ma uniti da una missione oltre che dalla loro amicizia, rischia fin troppo spesso in realtà di attirare l’attenzione su sé stessa, raffreddando una materia narrativa potenzialmente potentissima.

In questo senso anche la parata di star anglosassoni, ognuna presente sullo schermo per lo spazio di una scena o poco più, finisce per tradursi in un altro elemento di distrazione che aggiunge “stellette” al film, ma dà solo in parte sostanza alla storia.

Detto ciò i due giovani interpreti (e soprattutto George MacKey, già visto in Captain Fantastic) risultano convincenti nel dare corpo a due ragazzi immersi in un conflitto che ha già lasciato i suoi segni (Schofield ammette con l’amico di non amare le licenze per il ripetersi di addii sempre più dolorosi) e la loro missione trasporta lo spettatore in un viaggio “all’inferno” che la fotografia di Roger Deakins aiuta a costruire con scelte visive potenti, anche se in alcuni punti la ricostruzione assume un’eleganza che la rende meno “carnale”.

Fa eccezione un momento particolarmente bello in cui uno dei due giovani soldati, nel mezzo della violenza si trova di fronte al miracolo della vita e della tenerezza (tanto più sorprendente in mezzo a tanto orrore) e in quella parentesi di pace ritrova uno sguardo commosso che lascia spazio alla speranza.

Non manca il dramma, quindi, nel film di Mendes, ma la sensazione, bizzarra considerando l’investimento personale del regista (che al nonno dedica il film), è che Mendes si sia concentrato più sull’aspetto tecnico che sulla storia in sé, dando vita a una pellicola sicuramente grandiosa, ma non sempre coinvolgente.

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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