Dramma

  • warning: Creating default object from empty value in /home/fctadmin/public_html/modules/taxonomy/taxonomy.pages.inc on line 33.
  • strict warning: Non-static method view::load() should not be called statically in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/views.module on line 907.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_validate() should be compatible with views_handler::options_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter::options_submit() should be compatible with views_handler::options_submit($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_handler_filter_boolean_operator::value_validate() should be compatible with views_handler_filter::value_validate($form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/handlers/views_handler_filter_boolean_operator.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_style_default::options() should be compatible with views_object::options() in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_style_default.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_validate() should be compatible with views_plugin::options_validate(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.
  • strict warning: Declaration of views_plugin_row::options_submit() should be compatible with views_plugin::options_submit(&$form, &$form_state) in /home/fctadmin/public_html/sites/all/modules/views/plugins/views_plugin_row.inc on line 0.

E' ANDATO TUTTO BENE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 01/18/2022 - 10:35
Titolo Originale: Tout s'est bien passé
Paese: FRANCIA
Anno: 2021
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon
Produzione: Mandarin Films
Durata: 113
Interpreti: Sophie Marceau, André Dussollier, Charlotte Rampling, Géraldine Pailhas

Nel 2008 Andrè ha superato gli ottanta ed è tuttora un rinomato mercante d’arte. Vive separato dalla moglie, un tempo scultrice, accudita da una badante a causa della sua instabilità mentale. La coppia ha avuto due figlie: Emmanuelle. la minore, è una scrittrice mentre la maggiore,Pascale,divorziata, accudisce i suoi due figli. Andrè è colpito da ictus celebrale. Emmanuelle è con lui nei momenti più critici ma a poco a poco il padre si riprende, torna lucido di mente anche se è costretto su una sedia a rotelle. Quando il peggio sembra ormai superato, Andrè chiede alla figlia di aiutarlo a farla finita. Emmanuelle resta costernata: non vuole assecondarlo in questo desiderio ma il padre inizia a praticarle ogni forma di ricatto psicologico..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film porta sullo schermo la squallida storia di un padre egoista e quasi disumano e di una figlia che non trova la forza di rispondere con energia ai ricatti del padre Un solo uomo, un autista di fede mussulmana, si rifiuta di guidare l'autombulanza fino alla clinica della morte
Pubblico 
Maggiorenni
E’ opportuno che i minori non vedano questa storia priva di qualsiasi sensibilità umana
Giudizio Artistico 
 
François Ozon riesce perfettamente, grazie alle sue indubbie qualità, nel suo intento di farci vivere, giorno per giorno, il compimento di una tragedia priva di qualsiasi pietas umana, guidata solo da un cieco egocentrismo
Testo Breve:

Un anziano, costretto su una sedia a rotelle, vuole farla finita. La figlia non riesce a dirle di no. E’ la storia molto particolare di una sconfitta umana che poteva benissimo non venir raccontata. In Sala

Il protagonista, André è un personaggio semplicemente odioso. Per ottenere qualcosa piagnucola come un bambino, non si fa scrupoli di preferire Emmanuelle all’altra figlia, predilige solo i  nipoti maschi, non vuole più vedere la moglie anche in questi suoi momenti così decisivi, mente spudoratamente per ottenere quello che desidera. Nei pochi flashback che vediamo, scopriamo che quando Emmanuelle era piccola è stato un padre irascibile e autoritario. Come se non bastasse si incontra ancora con il suo ex amante (ha inclinazioni omosessuali)  il quale si approfitta di lui, desideroso solo di ereditare il suo orologio d’oro. Non fa mistero della sua mancanza di sensibilità: quando viene a sapere che il servizio della buona morte di una clinica svizzera costa 10.000 euro, si domanda ironicamente: “ma i poveri come fanno?”.  La figlia le risponde: “muoiono nel loro letto”. Lui annuisce con indifferenza e il discorso finisce lì. Il regista  ha cercato di renderlo sgradevole anche fisicamente: André ha, dopo l’ictus, un labbro pendente e viene ripreso frequentemente, in posizione orizzontale,  per sottolineare la sua umanità mutilata.

Anche il film, nel suo complesso, è noioso: seguiamo passo passo, con minuzia di dettagli,  le iniziative che Emmanuelle deve intraprendere per avviare la complessa procedura necessaria per il  trasferimento del padre in una clinica della morte in Svizzera, incluse tutte le ipocrisie necessarie perché  lei e sua sorella non risultino responsabili della sua morte. Anche la cinica funzionaria della clinica si vuole riparare dietro una procedura ugualmente ipocrita: il paziente dovrà portare da solo alla bocca la pozione letale e nessuno dovrà aiutarlo.

Per contrappunto c’è il personaggio di Emmanuelle, che si prodiga in un servizio continuo a favore del padre, sopportando i suoi modi sgarbati e i suoi ricatti. Ha un moto di speranza quando il padre decide di rinviare la partenza per la Svizzera per ascoltare il nipotino che si deve esibire a scuola in una prova di musica.  Ma è l’illusione di un momento Emmanuelle di fronte a un uomo così testardo, non riesce a mostrargli le altre mille belle ragioni per vivere e alla fine conclude, sconfitta, che a quel padre non si può dire di no,

Molti critici hanno sottolineato come il film non sia a tesi, ma che il regista racconti, con un certo distacco, il dramma umano dei protagonisti senza prendere posizione.  

Non concordo con questo giudizio. Già il titolo di per se’ “E’ andato tutto bene” vuole portare il tema dell’eutanasia nell’ambito di una banalità procedurale. Ma soprattutto ci si trova di fronte a un terribile dilemma etico che era stato già portato sugli schermi in Million Dollar Baby: quando si ha la responsabilità di accudire una persona che si ama, ormai impossibilitata ad agire in modo autonomo, è lecito annullale totalmente se stessi per diventare il puro braccio esecutivo di colui che vuol porre fine alla propria esistenza? In entrambi i film la risposta è positiva: il fornire passivamente il proprio braccio per adempiere la volontà di chi vuol morire è un atto lacerante certo, ma viene pur sempre considerato, se non di amore, un atto doveroso.

Ma amare una persona vuol dire dare a questa, ciò che in coscienza si ritiene sia il suo bene, non vuol dire assecondare passivamente i suoi desideri. Amore non è solo sentimento ma responsabilità. Lo sa molto bene chi è genitore che non dice sempre sì al proprio figlio o figlia ma asseconda ciò che è bene per lui. Lo stesso un amico verso un altro amico, un coniuge verso l’altro coniuge, una figlia verso un genitore ormai anziano. Nel caso specifico di Andrè  non ci sono leggi sopra di lui ma diventa legge solo ciò che lui decide.  La responsabilità ricade quindi tutta su Emmanuelle che si trova davanti a un grave caso di coscienza. 

Dal 2015 esiste in Francia una legge che impropriamente si può definire pro-eutanasia. La vicenda narrata si svolge nel 2008 ma neanche la legge del 2015  avrebbe assecondato i desideri di Andrè. Si tratta infatti di una legge che consente una sedazione profonda e continua per chi soffre a seguito di una malattia che lo sta portando inesorabilmente verso la morte. Nel caso di Andrè non c’è sofferenza né morte prossima ma solo il vincolo di doversi muovere su di una sedia rotelle. Il suo desiderio di morire è quindi frutto di una personalità egoista e insensibile, che non coglie il conforto di poter stare comunque vicino alle sue figlie, ai suoi nipoti  e ai suoi amici anche nella sua nuova condizione.

Un film è sempre espressione del desiderio di portare alla ribalta un tema, un argomento,  che è percepito come condiviso dalla maggior parte del pubblico. Non si comprende quindi perché si siano spesi dei soldi per realizzare un film intorno a un caso così atipico e perché la gente debba andare a perdere tempo a vederlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

DOC - NELLE TUE MANI (Stagione 2, primi episodi)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/17/2022 - 08:02
 
Titolo Originale: DOC NELLE TUE MANI
Paese: Italia
Anno: 2022
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Viola Rispoli
Produzione: Rai Fiction, Lux Vide
Durata: 16 episodi di 50 min
Interpreti: Luca Argentero, Matilde Gioli, Sara Lazzaro, Alice Arcuri, Gianmarco Saurino, Giovanni Scifoni, Pierpaolo Spollon, Alberto Malanchino, Simona Tabasco

Andrea Fanti, chiamato doc, si trova a suo agio nel muoversi all’interno dell’ospedale senza un incarico ufficiale, aiutando e incoraggiando tutti con la sua competenza professionale e la sua calda umanità. Cerca di assumere un atteggiamento corretto e collaborativo con Agnese, la direttrice dell’ospedale, sua ex moglie, mentre la squadra, un tempo così unita sembra si stia per sfaldare: Giulia sta per partire per Genova, Lorenzo, da sempre innamorato di lei, pensa di abbandonare la medicina. Gabriel ritiene giusto tornare in patria in Etiopia anche se ciò vuol dire lasciare Elisa ma quest’ultima è pronta a specializzarsi in malattie tropicali per poterlo raggiungere. Lo specializzando Ric mantiene l’intesa con Alba ma c’è qualcosa di nuovo e terribile che sta accadendo. Una nuova pandemia, proveniente dalla Cina, è entrata con violenza nel reparto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Tutti i protagonisti si impegnano a collaborare e a solidarizzare fra loro per il bene del reparto e dei pazienti sotto cura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Gli sceneggiatori, con l’ausilio della regia, mostrano notevoli doti nel disegnare la calda umanità di tutti i protagonisti
Testo Breve:

DOC e la sua squadra tornano in campo anche di fronte alla crisi indotta dal Covid, cercando sempre di restare uniti e di collaborare fra loro. Su RaiUno e Raiplay

Doc, seconda stagione, nella prima serata con i primi due episodi, ha raggiunto 7 milioni di telespettatori, conquistando il 30,5% di share. Un successo clamoroso più che meritato dovuto alla simpatia dei personaggi ai quali il pubblico si è ormai affezionato, sicuramente per la bravura degli attori ma anche per l’abilità con la quale sono stati tratteggiati, grazie alla sceneggiatura di Francesco Arlanch e Viola Rispoli. Appoggiate sulle solide basi di un genere che piace sempre, il medical drama, dove l’emergenza è sempre dietro l’angolo e la scoperta di quale malattia abbia il paziente di turno è più avvincente della risoluzione di un giallo, si sviluppano tante storie private: relazioni amorose, rivalità, collaborazioni professionali. Tutto questo non è però sufficiente a dare ragione di un successo così solido e vanno cercate altre motivazioni, più profonde.

Le indagini che vengono svolte sui pazienti ricoverati sono sicuramente professionali, svolte da un team ben preparato ma non ci troviamo dalle parti del Dr House: Andrea entra ed esce nelle stanze dei pazienti, fa domande o cerca di intuire la loro vita privata proprio perché, come lui stesso dice, i pazienti non vanno solo sottoposti a una serie di analisi specialistiche ma “bisogna guardare il paziente in faccia, tutto intero, con la sua storia personale”.

Un altro aspetto che ha rilevanza è lo spirito di squadra: Non è l’eccellenza del singolo che fa funzionare il team ma è la sinergia che li tiene uniti. Forse gli sceneggiatori hanno trovato ispirazione dai vari serial di contesto che sono da sempre la peculiarità di Aaron Sorkin (West Wing, The Newsr Room, Molly’s Game, Miss  Sloane, Being the Richards) dove le dinamiche lavorative che si sviluppano all’interno di una comunità di professionisti di un determinato settore stimolano l’impegno di tutti e mettono alla prova ogni suo membro.

Sono tutti aspetti che catturano l’attenzione dello spettatore che viene comunque invitato a pensare sempre positivamente: non a caso il subplot presente in ogni puntata è al contempo un problema sanitario ma anche un caso umano, che si conclude sempre felicemente. E’ un modo di pensare positivo che  piace a una vasta porzione di  pubblico.

Resta insolita, almeno nei primi due episodi, la figura di Andrea. Appare come fuori dalla mischia, ormai senza problemi personali, una sorta di don Matteo di corsia pronto a sostenere, a consolare tutti i componenti del team, perché  è come se si fosse posizionato al di sopra delle parti.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

E' STATA LA MANO DI DIO

Inviato da Franco Olearo il Gio, 11/25/2021 - 21:22
Titolo Originale: E' stata la mano di Dio
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: The Apartment, Fremantle
Durata: 130
Interpreti: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri

Napoli anni ’80. C’è un fremito che corre lungo tutta la città: sta diventando sempre più concreta l’ipotesi che Maradona venga acquisito dal Napoli. E’ la grande speranza che coltiva anche Fabietto, un diciassettenne che frequenta il liceo dei salesiani; ha pochi amici e nessuna ragazza ma coltiva la speranza di diventare un regista. E’ figlio di un padre simpatico (Saverio) e di una madre affettuosa (Maria); può inoltre contare sul fratello più grande aspirante attore , al quale riesce a confidare tutte le sue incertezze; molto meno su sua sorella, che resta delle ore chiusa in bagno. Fabietto si diverte con i suoi genitori ( la madre ama orchestrare degli scherzi terribili e a volte scorazzano tutti e tre per la città sullo stesso scooter) ; conosce il desiderio quando scopre nuda la zia Patria ma poi, quando viene colpito da un lutto terribile e inaspettato, non riesce neanche a piangere: è come se dovesse ricostruire daccapo tutta la sua vita su nuove basi...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film costituisce una forma di sincera confessione dell’autore. Grande valore viene attribuito agli affetti familiari ma pervade un senso doloroso e senza senso dell’esistenza
Pubblico 
Adolescenti
Scherzi di cattivo gusto nei confronti di persone con handicap, uno sgradevole incontro fra una donna anziana e un adolescente, un nudo integrale femminile
Giudizio Artistico 
 
Tutti molto espressivi i protagonisti, con menzione speciale a Teresa Saponangelo nella parte della madre di Fabietto. Il film ha vinto il Leone d’argento al Festival di Venezia 2021 e il giovane Filippo Scotti ha ricevuto il premio Marcello Mastroianni
Testo Breve:

Negli anni ’80, a Napoli, Fabietto ha 17 anni, non ha ancora una fidanzata ma aspira a diventare regista. Una sincera autobiografia giovanile di Paolo Sorrentivo, fra affetti, dolori e speranze per il futuro. In Sala. Su Netflix a partire dal 15 dicembre 2021

Il film inizia con una lunga, lenta carrellata aerea che dal mare si avvicina a Napoli. E’il mare di Napoli il protagonista sotterraneo del film che ritorna a più riprese, quando tutta la famiglia allargata  si ritrova su di una barca per trascorrere in allegria un giorno di festa o quando Fabietto riesce a farsi finalmente un amico e insieme corrono in motoscavo verso Procida, nella speranza di  trascorrere una folle serata; perfino quando il ragazzo incontra finalmente un regista vero, Capuano, che lo sprona a trovare dentro di se’ quel dolore, quella  rabbia che gli consentano di scoprire la sua  vera ispirazione, la scena si conclude con un tuffo in mare, in quel mare di Napoli dal quale il l mentore del ragazzo gli ha detto che non si deve “mai disunire”.

Maradona è invece quella che potremmo definire la “forza  spirituale della città”,  quella che dà un senso al tutto, che tiene unito questo popolo così esclusivo e originale e che fa anche miracoli, come ci ricorda il titolo, perchè Fabietto si è salvato dalla tragedia che ha colpito i suoi genitori proprio perché quel giorno era andato allo stadio a vedere Maradona.

Infine c’è la famiglia allargata di Fabietto, un gruppo eterogeneo di zii, zie  con i loro mariti o fidanzati, personaggi curiosi, maschere deformate in pieno stile Felliniano. Tutti in allegria intorno a una tavola imbandita  quando c’è da prendere in giro qualcuno di loro ma pronti a tirarsi i piatti in testa quando qualcosa è andato storto e inizia il circolo vizioso dello scarico di responsabilità.

Con un racconto insolitamente lineare e rigoroso rispetto ai canoni del regista, sono queste le tre prospettive rispetto alle quali il giovane Fabio cerca di  costruire  la sua comprensione della vita, prima che l’arrivo del dolore lo spingesse bruscamente in tutt’altre direzioni.  In quel senso dell’esistere stanco e malinconico  che abbiamo già ritrovato nella  rappresentazione di un mondo in decadenza che si autocompiace della sua dissoluzione (La Grande Bellezza). Oppure nei due ottantenni in un albergo della salute in Svizzera, uno pervaso dall’apatia in cerca di uno sbocco vitale dopo un dolore familiare e l’altro tragicamente deluso nelle sue ultime aspirazioni da regista (Youth). In fondo anche in Le conseguenze dell’amore  ci troviamo di fronte a un protagonista emotivamente narcotizzato che ritrova nell’amore un insolito ma tragico risveglio.

Si tratta di un film dove il regista-sceneggiatore è riuscito a compiere con sincerità un’operazione a cuore aperto, dandoci ragione di quei sentimenti che abbiamo percepito fluire sottotraccia nei suoi film precedenti.

Abbiamo parlato di insolita linearità nello sviluppo, anche se il regista non riesce a scantonare il gusto, sempre presente nei suoi lavori, per l’immagine o per il personaggio di per se’, svincolati dall’economia del racconto. Ecco la ragazza bravissima con l’hoola hoop, il nudo di Luisa Ranieri (che tiene testa, con orgoglio nazionale, a quello di Madalina Ghenea mostrato in  Youth);  l’attrice di teatro tragico presente in un brevissimo sub-plot inconcluso; la sorella dell’amico spacciatore di Fabietto a cui viene concessa una scena (ambigua) che dura pochi secondi; la sorella del protagonista che esce dal bagno solo nella sequenza finale.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UN ANNO CON SALINGER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/15/2021 - 18:31
Titolo Originale: My Salinger Year
Paese: Canada, Irlanda
Anno: 2020
Regia: Philippe Falardeau
Sceneggiatura: Philippe Falardeau
Produzione: micro_scope, Parallel Films
Durata: 101
Interpreti: Margaret Qualley, Sigourney Weaver

New York, anni ’90. Joanna lascia la California e l’università di Berkeley per trovare un impiego a New York, la città dalle mille opportunità, in particolare per lei, che desidera diventare scrittrice. Viene assunta da un’agenzia letteraria ma Margaret la proprietaria, la tratta inizialmente con distacco e la sollecita soprattutto per le sue mansioni da segretaria. Joanna è contenta ugualmente perché si trova in un mondo che ruota intorno a tanti scrittori famosi e in particolare l’agenzia in cui lavora ha l’esclusiva per uno scrittore famosissimo ma molto particolare: David Salinger. Fra i tanti incarichi deve rispondere a tutti i lettori che hanno letto Il giovane Holden e che desiderano aprire un dialogo con Salinger ma lei è tenuta solo a comunicar loro un cortese rifiuto. Un giorno però inizia lei stessa a rispondere realmente a quei lettori, molti dei quali stanno passando momenti difficili e chiedono solo conforto…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Persone che si trovano a lavorare nello stesso ufficio, finiscono per sviluppare fra loro amicizia e solidarietà
Pubblico 
Adolescenti
Il film non può interessare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il regista-sceneggiatore canadese Philippe Falardeau aveva davanti a se’ una storia curiosa e appassionante ma è come se avesse portato a termine il suo compito sottotono, senza sfruttare a pieno le potenzialità che aveva davanti. Ben sviluppati tutti i personaggi che lavorano nell’agenzia letteraria. Brave, nei imiti dei loro personaggi, Margaret Qualley e Sigourney Weaver
Testo Breve:

Negli anni ’90 una ragazza approda a New York in cerca di indipendenza e di successo come scrittrice. Si troverà a lavorare nella stessa agenzia letteraria che cura i lavori di David Salinger, l’autore di Il giovane Holden. Il film non sfrutta a pieno le potenzialità di questa storia vissuta realmente. In sala

“Volevo viaggiare, volevo scrivere i mie romanzi, volevo parlare cinque lingue, volevo essere straordinaria”. Così si presenta Joanna al suo arrivo a New York. In effetti sono tanti i film che ci hanno raccontato di ragazze di provincia che sono approdate a New York  per costruire la propria indipendenza e cercare il successo ma questa volta l’interesse che il pubblico può aspettarsi da un film come questo è ancor più selettivo: si tratta di conoscere per fama o aver letto il  Giovane Holden, quel romanzo pubblicato in Italia nel 1952 e che è stato il riferimento per coloro che sono stati adolescenti in quel decennio. Ancora più difficile seguire il film, a meno che si sia esperti in letteratura americana, per apprezzare il momento nel quale a Joanna vengono presentate scrittrici di quel tempo, come Rachel Cusk o Judy Blume, autrice di romanzi per bambini. Nonostante queste limitazioni per uno spettatore italiano, il film ha una confezione gradevole; partecipiamo alla felicità di Joanna per riuscire a  vivere in un’atmosfera molto particolare, dove si parla unicamente di scrittori famosi e di esordienti al loro primo romanzo, tutti uniti dalla passione per lo scrivere. Ma anche dalla sua soddisfazione per prendersi un gelato al Walford Astoria e poter entrare, con il pretesto di consegnare un pacco, nella sede del mitico New Yorker. In parallelo riusciamo a seguire la sua vita privata (il film è ricavato dal romanzo autobiografico di Joanna Rakoff): finisce per incontrare un giovane con il quale condividere la passione dello scrivere. Vanno a vivere in  uno squallido appartamento, molto in stile bohemien  ma Joanna non sembra essersi completamente dimenticata del suo gentile ragazzo californiano.

Intanto la vita non è facile in agenzia: la direttrice è molto esigente e scostante, la fa lavorare molto con nuove apparecchiature come il dittafono ma  su questo punto i riferimenti a Il Diavolo veste Prada diventano evidenti, si fa fatica a evitare la sensazione del dejà vu e, com’è  facilmente prevedibile, si stabilirà presto fra le due donne una simpatica amicizia.

Alla fine la regia e la sceneggiatura del canadese  Philippe Falardeauv(Monsieur Lazhar) possono essere definite una continua toccata e fuga. Ci viene introdotta Joanna come aspirante scrittrice ma poi questo tema non viene sviluppato e alla fine non sappiamo se la ragazza inizia veramente a pubblicare qualcosa oppure no.

L’iniziativa che Joanna aveva intrapreso, di rispondere a tono alle lettere degli ammiratori di Salinger dando suggerimenti in merito alla loro situazione particolare, poteva risultare interessante e dare adito a risvolti inaspettati ma questo tema va presto in dissolvenza.

Le vicende sentimentali della ragazza sembrano prendere una direzione inaspettata ma non ci è dato conoscerne i risvolti finali.

Ben caratterizzati  al contrario i personaggi che lavorano nell’agenzia letteraria, tutti simpatici e pronti a darsi la mano l’un l’altro.

Resta allo spettatore la piacevole condivisione dell’amore per il romanzo scritto, del vivere e sperare un grande futuro in una città che è unica nel suo genere, ma forse è un po’ poco.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA SCELTA DI ANNE - L'Événement

Inviato da Franco Olearo il Sab, 11/13/2021 - 07:58
Titolo Originale: L'Événement
Paese: FRANCIA
Anno: 2021
Regia: Audrey Diwan
Sceneggiatura: Audrey Diwan, Marcia Romano
Produzione: Rectangle Productions, France 3 Cinéma, Wild Bunch, Srab Films
Durata: 100
Interpreti: Anamaria Vartolomei, Kacey Mottet Klein, Luàna Bajrami

Francia, 1963. Anne sta frequentando con profitto l’ultimo anno di liceo. Anche se i genitori sono solo proprietari di un bar di provincia, le  stanno pagando il collegio femminile dove lei soggiorna per frequentare il liceo della città più vicina e sa che l’aiuteranno nella sua ambizione di frequentare l’università di Lettere. Un giorno scopre di essere incinta. Durante un week end estivo al mare, aveva conosciuto un ragazzo amante della letteratura come lei, con il quale aveva avuto un incontro in un albergo. Anne è irremovibile nel voler cercare di interrompere la gravidanza ma l’aborto è illegale: i dottori non hanno intenzione di aiutarla, quelle poche amiche (ma anche amici) con cui si confida restano inorridite al pensiero dell’aborto. Lei non ne vuole parlare con i genitori e intanto le settimane passano e un aborto procurato rischia di diventare sempre più pericoloso..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La regista e sceneggiatrice Audrey Diwan ha realizzato un film con onestà e cruda adesione alle pagine del libro autobiografico a cui si è aspirato, con tanto realismo da far scattare inevitabilmente pietà nei confronti di quel non-ancora-nato che affronta ogni possibile sevizia. Resta terribile l’atteggiamento della protagonista, chiusa nel suo soggettivo sforzo di “risolvere il problema” senza alcun pentimento, senza un pensiero per quel piccolo che sta crescendo in lei, senza confidarsi con i genitori
Pubblico 
Maggiorenni
Scene esplicite di tentativi di aborto procurato in solitudine o con l’aiuto di una fattucchiera, con abbondanza di sangue. Visione del feto espulso. Molte nudità femminili integrali
Giudizio Artistico 
 
L’autrice sembra aderire alle nuove tendenze stilistiche, una sorta di neorealismo espressionista, dove nulla viene risparmiato allo spettatore. Ma è un modo troppo facile per stravolgerlo emotivamente evitando momenti di riflessione. Molto brava la protagonista, Anamaria Vartolomei
Testo Breve:

Una ragazza francese nel 1963 resta incinta quando l’aborto era illegale. Un altro proiettile della battaglia mediatica fra i pro-choice e i pro-life . Una battaglia ideologica che evita di andare al cuore di un dramma che non potrà esser risolto con delle leggi o con delle ideologie ma caso per caso, con sensibilità umana e l’aiuto di chi sa comunicare affetto e serenità. In Sala

Il film ha vinto il Leone d'Oro al Festival di Venezia 2021. Tratto dal romanzo autobiografico di Annie Ernaux , raggiunge in modo egregio l’obiettivo che si è prefissato: raccontare con uno stile duro e senza filtri, quel che di terribile  accadeva nel 1963 a una ragazza che voleva assolutamente abortire e lo faceva con l’unico metodo possibile: quello clandestino.

Un premio che segue anche la tendenza presente in ormai quasi tutti i festival, di seguire le ultime correnti  del politically correct (in particolare le tematiche LGBT o il diritto all'aborto, come in questo caso). Conferire un premio significa quindi porre all’attenzione del vasto pubblico un film che affronta un tema sensibile nella giusta prospettiva secondo il punto di vista della giuria. A questo punto bisogna però capire come mai, in una città grande come Roma, il film sia stato proiettato in un numero esiguo di sale, per lo più in stile d’essai.

Non c’è niente da fare: al grande pubblico non piace la tematica dell’aborto. Tutti sanno che ci sono situazioni dolorose dove simili decisioni debbono venir fronteggiate con grandi incertezze e sofferenze ma non nel modo sfacciatamente ideologico con cui viene presentato in questo e in molti altri film precedenti.

E’ inutile negarlo: è in atto una vera e propria guerra mediatica dove i due partiti, il pro-life e il pro-choice si fronteggiano a suon di film e di serial Tv e conta poco il fatto che la legge, in tutti i paesi occidentali abbia ormai da tempo reso legale l’aborto. Prima di questo L’evenement,  era uscito, con un approccio molto simile nel 2020, Mai raramente a volte sempre: la storia, ambientata all’oggi, di una ragazza che approda a New York presso una clinica della Planned Parenthood , una delle  più grosse catene di cliniche per l’aborto. Ancor prima 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007)  ambientato in Romania mentre nel 2006 era uscito quasi il capostipite della serie: Il segreto di Vera Drake.  Su fronte del pro-life è arrivato di recente anche in Italia Unplanned (2019) e  prima ancora, October Baby (2011). Da citare anche i film che prospettano, quando una giovane non si sente pronta ad essere madre, la soluzione dell’adozione, con i bellissimi Juno (2007) e In mani sicure (2018). Possiamo inquadrare fra i pro-life anche il recente Maid (2021). Non si parla di aborto ma mostra come una giovane donna, senza un lavoro e senza una casa, proprio perché è diventata madre, trovi l’energia e lo slancio (si tratta di un’altra storia vera) non solo per superare tutte le difficoltà ma anche per realizzare il suo sogno: studiare e diventare scrittrice.

Dicevamo che i due film più recenti pro-choice sono molto simili. Sia in Mai raramente a volte sempre che in La scelta di Anna – L’evenement  lo spettatore viene subito informato che la ragazza è rimasta incinta. Nel primo non veniamo neanche a sapere chi è il padre; nel secondo ci viene presentato brevemente ma risulta evidente che non ci troviamo di fronte a un grande amore maturato da tempo ma piuttosto  l’incontro di una notte.  E’ evidente che in entrambi i film lo spettatore viene da subito escluso da un’eventuale storia romantica. Il diritto all’aborto è incondizionato: non ci sono dei se, dei forse o delle motivazioni previe. Nel film francese, in modo più evidente che in quello americano, viene indicato che strettamente collegato al diritto di abortire, c’è il diritto al libero amore. Anne, che aveva accettato di incontrarsi in una stanza d’albergo con un giovane incontrato sulla spiaggia, in seguito, nei momenti critici, quando il suo problema non era stato ancora “risolto”, non si nega una notte d’amore con un ragazzo incontrato in un locale da ballo. Il film abbonda di nudi femminili integrali, non solo di Anne  ma di altre ragazze: sembra quasi che la protagonista del film non sia una persona ma il corpo della donna.

Non possiamo  ora trascurare di parlare dello stile narrativo adottato dalla regista. Nulla viene risparmiato allo spettatore (ma soprattutto alle spettatrici): né quando Anna cerca di abortire da sola utilizzando un attizzatoio da camino né quando vediamo la mammana clandestina infilare terribili ferri nel corpo di Anne per poi estrarli sporchi di sangue. Eppure il feto non muore. In quei momenti, ci sembra proprio di fare il  tifo per lui, di scoprire quanto la natura  cerchi di proteggere quell’essere che tenta in tutti i modi di restare in vita. Alla fine lo vediamo anche noi, quel bimbo che doveva nascere: è un grumo di carne e sangue caduto in fondo al water ma ancora legato con il cordone ombelicale a quella madre che avrebbe dovuto accudirlo.

E’ questo il grande dubbio che suscita questo film. Perché tanta esplicita crudeltà?  Ci troviamo di fronte a una nuova estetica neorealista che nulla lascia all’immaginazione (basti pensare ai contemporanei: La scuola cattolica e Squid Game) o piuttosto che lo sforzo di portare avanti la causa Pro-choice sia sempre più difficile e bisogna far ricorso a mezzi estremi?

Non dobbiamo dimenticare che oggi viviamo immersi in un mondo dominato dalle comunicazioni mediali e bisogna essere capaci di coglierne le astuzie. E’ appena iniziata la promozione sul referendum per la liberalizzazione delle droghe leggere ma naturalmente gli spot, le interviste non vanno al cuore del problema, cioè se queste droghe siano l’anticamera di quelle pesanti ma il vero problema, dicono, è che le carceri si stanno sovraffollando. In modo analogo ritornare indietro ai tempi in cui l’aborto era vietato come in questo film francese oppure indignarsi perché lo stato della Pennsylvania richiede l’approvazione dei genitori per autorizzare l’aborto per una minorenne, come nel film americano, è deviare dal tema principale. Legge o non legge il dilemma che deve affrontare ogni  ragazza o  donna che si trova in quelle condizioni, ci sarà sempre, oggi come negli anni ’60.

E il cuore del problema resta invariato: conciliare, per una donna, la legittima aspirazione a realizzarsi professionalmente, a trovare un uomo che si ama, ricambiata, con cui costruire una famiglia e diventare madre. Scelte ideologiche che spingono verso un estremo (libertà sessuale, libertà di aborto) o verso l’altro (dovere inderogabile di essere madre) non portano da nessuna parte e la guerra continuerà. Se di legge dobbiamo parlare, parliamo di leggi che facilitino la terza via, quella di portare a compimento la gestazione e poi dare in adozione il bambino.

In questa prospettiva, sia la protagonista del film francese che quella del film americano risultano dei “mostri di disumanità”. Concentrate caparbiamente nel loro unico obiettivo, prive di ogni rimpianto per aver compiuto un gesto non responsabile, prive di ogni umana, compensibile,  incertezza  su ciò che è giusto fare, senza un grammo di attenzione verso quel  bimbo che hanno in grembo, senza ascoltare nessuno, come l’americana che rifiuta la proposta di dare il figlio in adozione  o la francese, che non si confida con i suoi magnifici genitori, una coppia molto affiatata che ha tanto affetto per lei.

Le motivazioni psicologiche ci sono tutte: l’Anne francese, è presa dal panico: fugge da tutto e da tutti, non ascolta nessuno, deve solo raggiungere l’obiettivo di liberarsi dell’intruso che sta dentro di lei.  L’americana Autumn si difende al contrario, attraverso l’apatia: evita ogni coinvolgimento emotivo e intellettivo; continua caparbiamente a ripetere che “non ho provato niente di particolare”.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

UN ALTRO GIRO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 10/15/2021 - 10:33
Titolo Originale: Druk
Paese: Danimarca, Svezia, Paesi Bassi
Anno: 2020
Regia: Thomas Vinterberg
Sceneggiatura: Tobias Lindholm, Thomas Vinterberg
Produzione: Zentropa Entertainments, Film i Väst, Zentropa Sweden, Topkapi Films, Zentropa Netherlands
Durata: 117
Interpreti: Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe

Martin, Tommy, Nicolaj e Peter sono amici e colleghi: tutti e quattro insegnano in una scuola superiore. Nicolaj, professore di psicologia, condivide con i suoi colleghi la (presunta) teoria dello psichiatra norvegese Finn Skarderud secondo la quale un tasso alcolemico dello 0,5 g/L sarebbe salutare per la vita relazionale e professionale. I quattro amici decidono di provare sperimentalmente su loro tessi la veridicità di questo studio. Si organizzano, così, per arrivare sempre leggermente brilli al lavoro e in famiglia. La cosa sembra funzionare veramente: le loro vite rifioriscono su tutti i versanti (matrimoni che ripartono dopo un periodo di stanchezza, l’insegnamento che diventa più brillante, …). Volendo procedere con l’esperimento, i quattro amici si trovano a dover fare in conti con il rischio di scoprirsi dipendenti dall’alcol con tutte le conseguenze negative del caso.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film mostra sani rapporti familiari e di amicizia. Affronta il tema dell’alcoolismo mostrandone gli effetti deleteri
Pubblico 
Adolescenti
Il tema dominate è l’uso dell’alcool e i protagonisti sono visti bere frequentemente. Una adolescente beve alcool a scuola
Giudizio Artistico 
 
Premio Oscar 2021 come miglior film straniero e per la regia. Premio Golden Globe 2021 come miglior film straniero. European Film Awards 2021: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura
Testo Breve:

Di fonte a una vita grigia, senza slanci, qualche bicchierino in più potrebbe essere utile? E’ il tema portante di questo pluripremiato film danese,  complesso ma ricco di spunti di discussione. Su AmazonPrime

Vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero nel 2021, l’opera del regista danese Thomas Vinterberg affronta un tema spinoso e problematico: l’alcool. Lo fa tra due orizzonti filosofici: l’esistenzialismo di Kierkegaard e il dionisiaco de La nascita della tragedia di Nietzsche.

Pur nei suoi tratti stilisticamente di pregio, non è un film di semplice visione né tantomeno di immediata comprensione.

Il tema della dipendenza non affiora neppure. L’intento è quello di condividere la vita intricata di quattro amici e colleghi di lavoro. Intricata non perché i protagonisti si trovino ad affrontare particolari ostacoli o difficoltà presentati dalla vita ma perché ormai adulti sperimentano la discrepanza tra ciò che sono e ciò che dovrebbero/vorrebbero essere. Un lavoro in cui non sono più particolarmente brillanti, rapporti familiari e amicali stanchi e trascinati, a volte quasi osservatori passivi della loro stessa vita.

La scelta di provare sperimentalmente (in modo artigianale e poco scientifico) sulle loro persone l’esperienza descritta da Skarderud è possibile proprio a motivo di quella stanchezza mista a noia con cui stanno facendo i conti. La possibilità di essere un po’ più spontanei, di abbassare alcuni filtri nei rapporti con gli altri per risultare più bravi e più socievoli esercita un’attrattiva tale da portarli fin sulle soglie dell’alcolismo. L’elemento dionisiaco di nietzschiana memoria, se lasciato però al libero sfogo, conduce al nichilismo, alla distruzione di tutto: ecco che abbandonarsi all’alcool andando ben oltre l’esperimento di partenza (ovvero iniziando a cercare il quantitativo massimale, non più solo lo 0,5) li porterà a compromettere i loro rapporti familiari, il loro lavoro con il rischio di distruggere tutto.

Per contro, scena dopo scena l’empatia con i protagonisti cresce: non si riesce a restare distaccati dalle loro storie, a sentire quasi come proprio il disagio di queste vite stanche e in qualche modo immerse in una crisi di mezza età, a sentire compassione per questo desiderio di vivere senza trascinarsi. Una ricerca di qualcosa di intenso che si trova a fare i conti con i limiti e le fatiche dell’esistenza umana. Diverse storie come diversi sono gli esiti dell’esperimento nel momento in cui, di comune accordo, giungono alla decisione di farlo terminare.

Emerge in maniera forte il valore dell’amicizia, non nel senso a volte un po’ superficiale o banalizzato presente in tanti film.. Premettendo che l’esperimento eticamente è almeno dubbio così come discutibile la scelta di condividerlo, però bisogna prendere atto che il rapporto consolidato tra i quattro protagonisti emerge come sincero, maturo fino a renderli capaci di dirsi la verità anche quando potrebbe essere dolorosa. Il coprirsi le spalle a vicenda diventa sempre correzione (in separata sede) dei comportamenti scorretti di chi ha esagerato: insomma, una complicità che non è da intendersi come condivisione di un comune progetto cattivo.

Anche i rapporti familiari emergono nella loro bellezza: non perché facili (gestione dei figli piccoli, della casa, …), ma perché un luogo dove poter crescere e aiutare a crescere. Belle, a riguardo, le figure dei personaggi delle mogli che si rendono conto del comportamento strano dei mariti, ma cercano di tenere al sicuro loro stesse e i figli senza per questo far saltare il matrimonio.

Un film tanto ricco di spunti quanto di argomenti di discussione. Complesso e capace di far pensare. Forse è proprio il sottofondo filosofico, pur non essendo troppo invadente o accentuato, che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

LA SCUOLA CATTOLICA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/10/2021 - 20:41
Titolo Originale: La scuola cattolica
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Stefano Mordini
Sceneggiatura: Massimo Gaudioso, Luca Infascelli, Stefano Mordini
Produzione: Warner Bros. Entertainment Italia, Picomedia
Durata: 106
Interpreti: Benedetta Porcaroli, Giulio Pranno, Leonardo Ragazzini, Luca Vergoni, Riccardo Scamarcio, Jasmine Trinca, Valentina Cervi, Valeria Golino

Roma, 1975, In una scuola privata cattolica esclusivamente maschile un gruppo di ragazzi sta frequentando gli ultimi anni di liceo. La violenza è di casa fra i ragazzi e il film si sofferma su episodi di bullismo accaduti a scuola e sul comportamento indifferente o esclusivamente punitivo di alcuni genitori. Due ragazze, Donatella (17 anni) e Rosaria (19 anni) chiedono un passaggio in macchina a uno dei ragazzi del liceo: vivono in una zona di borgata e hanno perso l’autobus. Dopo questo primo incontro occasionale si ritrovano giorni dopo al ristorante della torre Fungo dell’EUR. Alle ragazze vengono presentati Izzo e Guido che le invitano alla villa di un loro amico, Ghira, a san Felice Circeo. Verso sera, le ragazze vorrebbero tornare a casa ma vengono invece trattenute e minacciate con una pistola. Dopo una notte di violenza continua le due ragazze, credute morte, vengono caricate nel portabagagli di una FIAT 127. Verso sera, un poliziotto sente delle urla che provengono dal cofano della 127 lasciata parcheggiata in strada. Aperto il cofano, viene trovata Donatella ancora viva..

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film non denuncia mantenendosi distaccato dai fatti ma fa in modo che lo spettatore si immedesimi nella tragedia con lo sguardo sadico e assassino di Izzo e degli altri carnefici. In nessun momento viene sottolineata la dignità della donna ma piuttosto la sua inguaribile ingenuità
Pubblico 
Maggiorenni
Scene prolungate di nudo integrale e di violenza difficilmente sostenibili anche da parte degli adulti. Occorre maturità per filtrare criticamente alcune ipotesi demenziali sull'equivalenza fra il bene e il male
Giudizio Artistico 
 
Gli autori mancano l’obiettivo di disegnare un contesto sociale che possa aver giustificato i fatti del Circeo e raccontano in modo acritico, non filtrato dalla loro interpretazione, privo di qualsiasi pietà, quella notte di violenze .Bravi tutti gli attori giovani
Testo Breve:

Il racconto della tragedia del Circeo viene riproposta in modo cronachistico, troppo sbilanciato dalla parte dello sguardo dei carnefici . Mancano segni di rispetto nei confronti della dignità della donna. In sala

Il delitto del Circeo è dolorosamente noto a tutti. Il regista Stefano Mordini ha potuto attingere al racconto dettagliato che ne ha fatto Edoardo Albinati (a quel tempo compagno di classe degli stessi assassini) nel suo romanzo omonimo, che ha vinto il Premio Strega nel 2016. Il film è uscito con il VM18 scatenando le reazioni rabbiose degli autori, dell’Anica , dello scrittore e degli stessi familiari delle vittime.

La motivazione “ambientale” del delitto del Circeo

Perché riportare nuovamente sugli schermi questo orribile episodio? Nella prima parte il regista si concentra nel presentarci i ragazzi, mostrarci la loro vita nelle aule del liceo  e i loro rapporti con i genitori. Il suo scopo appare chiaro: evidenziare il contesto malato che ha generato quel terribile episodio.  Si tratta però di un traguardo che non viene adeguatamente raggiunto. Sono tanti i personaggi che ci vengono presentati, giovani e adulti, ma non sono sufficientemente approfonditi. Le presunte radici del male sono tante e  accennate con una certa discrezione: gli anni ‘70 indicati genericamente come violenti (era il tempo del Clan dei Marsigliesi, poco prima dell’arrivo della banda della Magliana); un liceo privato dove basta pagare la retta per mettere a posto ogni indisciplina; genitori violenti, genitori distratti, genitori apprensivi.

La onnipresente voce di sottofondo dovrebbe commentare, con l’obiettività frutto di una distanza di quasi cinquant’anni, i fatti accaduti ma le sentenze sono generiche e  volte anche poco comprensibili: “Nascere maschi è una malattia incurabile”;  “I tre pilastri educativi erano persuasione, minaccia e punizione”; “Tutto ciò che è transitorio è insopportabile e siccome tutto è transitorio tutto è insopportabile”;  “Il segreto della nostra educazione era di sfogare la nostra aggressività, altrimenti si accumulava ma non si poteva neanche esagerare altrimenti venivamo considerati fascisti”. Sarebbe stato meglio dimostrare attraverso il racconto piuttosto che cercare di dare definizioni. Tutto poi culmina nel discorso senza senso del professore d’arte, che di fronte a un quadro che mostra Gesù flagellato, cerca di dimostrare agli alunni che: “Quando ci comportiamo bene stiamo seguendo i suggerimenti del diavolo (a causa, secondo lui, della nostra superbia) e quindi non c’è più nessuna differenza fra il santo e i suoi aguzzini”. Una frase citata anche nel documento finale della Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, perché il film in questo modo finisce per porre sullo stesso livello vittime e carnefici.

In conclusione la tesi di una società malata che genera mostri viene portata avanti in modo frammentario e quindi non convincente. E bisogna anche comprendere fino a che punto si tratti di una pista valida per giustificare quello che è accaduto.  Il film trascura di ricordare che Ghira e Izzo avevano precedenti penali: nel 1973 avevano compiuto insieme una rapina a mano armata per la quale avevano scontato venti mesi nel carcere di Rebibbia; inoltre Izzo, un anno dopo, aveva violentato due ragazzine insieme a due amici (era stato condannato a due anni e mezzo ma la pena gli era stata poi condonata). Come se non bastasse Izzo, rimesso in libertà nel 2005, pochi mesi dopo rapì e uccise due donne. Si tratta quindi di delinquenti e assassini seriali: non occorre addentrarsi troppo in complessi studi sociologici.  

Il divieto ai minori di 18 anni

Altro tema scottante è il VM18 attribuito a quest’opera.  In fondo il film riproduce fatti dolorosi ma realmente accaduti. E’ bene quindi non dimenticare ciò che potrebbe accadere di nuovo. Noi seguiamo spesso durante l’anno il principio di “ricordare per non dimenticare”: l’impegno più importante è quello di non dimenticare l’orrore dell’olocausto e in quelle occasioni intere scolaresche vengono portate a cinema per vedere documentari dove si vedono cadaveri ridotti a scheletro interrati in fosse comuni. Quindi, in questo caso, dove sta il problema? Il problema, cercando di sintetizzare, sta nello “sguardo”. Bisogna mostrare immagini, vere o di finzione,  che ricordino quei fatti ma bisogna anche conservare quel distacco che consenta allo spettatore di indignarsi per riconoscere esattamente dove sta il bene e dove sta il male. E’ in fondo il principio della catarsi di Aristotele secondo il quale, anche se allo spettatore viene rappresentato il male, non ne è direttamente coinvolto e così può riflettere più serenamente su quanto ha visto. Un esempio positivo è il recente: Sulla mia pelle (2018) un film di denuncia sulla tragica morte di Stefano Cucchi. Il film ricostruisce con rigore il calvario di questo ragazzo, il suo passaggio da diverse carceri all’ospedale, sempre guardato con quel minimo di frettolosa attenzione che viene data a chi è pur sempre un delinquente. Ma, significativamente, il momento più delicato del racconto, il pestaggio compiuto dai carabinieri, non viene rappresentato. Avrebbe con la sua crudezza, sbilanciato l’attenzione dello spettatore. Esempi negativi sono stati il film Student Services (2010) dove, con il pretesto di denunciare un fenomeno sociale, quello delle studentesse francesi che per pagarsi la retta all’università di prostituiscono, di fatto è stato imbastito un film in stile pornografico. Oppure Mignonnes  (2020) dove per denunciare la ipersessualizzazione delle pre-adolescenti, di fatto si mostrano balletti provocanti di queste ragazze, per la gioia dei pedofili.

In questo La Scuola cattolica, dove nell’ultima mezzora ci viene raccontato, con dovizia di particolari, cosa avvenne in quella notte in quella casa al Circeo, lo sguardo è proprio quello degli aguzzini, non dell’autore che ci vuole invitare a riflettere.

“Pezzi di carne erano e pezzi di carne sono rimaste” dice Izzo mentre i tre stanno tornando in macchina a Roma con nel bagagliaio le due donne. Ed è proprio così .che queste ragazze ci vengono  mostrate. Integralmente nude, restano in balia dei loro piaceri e poi del loro gusto di imprimere loro continue, ininterrotte sevizie, fino alla morte di una di loro. Oggetti da consumare e poi da buttare via.

Ho visto personalmente, durante lo spettacolo, signore che si coprivano gli occhi per non vedere.

Come se non bastasse anche gli episodi mi ori collaterali  raccontati in questo film, non si curano di dare un minimo di dignità alle figure femminili.

Un’ adolescente, com’è naturale a quell’età, mostra di essersi presa una cotta per il bello della comitiva. Alla fine si incontrano: ma non ci sono tenerezze: solo uno sbrigativo atto sessuale consumato durante una festa. La ragazza si accorge in seguito che lui ha una un’altra fidanzatina ma appena lui la invita a salire in camera sua, finisce per accettare, totalmente passiva e soggiogata dai suoi stessi desideri.

Complessivamente questo film è una cronaca non solo di un delitto ma di una disumanità generalizzata. In questa prospettiva il VM18 non solo non è sbagliato ma diventa una benedizione perché evita a tanti spettatori giovani , ragazzi e ragazze,  che credono ancora nell’amore, di interpretare la realtà con lo sguardo marcio di Izzo e dei suoi compagni.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

VOLAMI VIA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 10/06/2021 - 20:04
 
Titolo Originale: Envole moi
Paese: FRANCIA
Anno: 2021
Regia: Christophe Barratier
Sceneggiatura: Christophe Barratier, Matthieu Delaporte, Anthony Marciano
Durata: 91
Interpreti: Victor Belmondo e Yoann Eloundou

Henri Reinhard è un chirurgo bravo e famoso: è vedovo da qualche tempo. Ha un figlio, Thomas, 29 anni, molto viziato e abituato a fare la bella vita grazie agli ingenti guadagni del padre: serate in discoteca e intere giornate a dormire. Marcus, infine, è un ragazzo di tredici anni affetto da diverse patologie, costretto a muoversi sempre con una bombola di ossigeno con sé. Il dottor Reinhard può provvedere alle cure, ma il ragazzo ha bisogno anche di altre attenzioni. Ecco che decide far mettere la testa a posto al figlio, togliendogli l’accesso ai soldi e costringendolo a dedicarsi al ragazzo gravemente malato. Ne nascerà un’amicizia capace di cambiare la vita di tutti e tre.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il prendersi cura degli altri permette di conoscere meglio sé stessi, di mettere da parte il proprio egoismo e di crescere e maturare, non da soli ma insieme a chi abbiamo trascurato per troppo tempo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi tutti gli attori e azzeccatissimo il commento musicale. Forse prevedibile la trama ma molto scorrevole nella sua alternanza di toni leggeri e drammatici.
Testo Breve:

Thomas è un ragazzo ricco e viziato, figlio di un famoso chirurgo che minaccia di togliergli il sussidio se non si prenderà cura di un ragazzo gravemente malato. Una bella storia di costruzione di rapporti e di solidarietà e amicizia. In sala

È arrivata in sala la rivisitazione francese del romanzo autobiografico tedesco di Lars Amend e Daniel Meyer dal titolo Dieses bescheuerte Herz: Über den Mut zu träumen e pubblicato nel 2013 (peraltro già portato sul grande schermo dal regista Marc Rothemund nel 2017 con il suo film Conta su di me). Chiristophe Barratier, già regista del riuscitissimo Les Choristes – I ragazzi del coro, realizza un’opera che, nonostante non brilli per originalità di sceneggiatura, è però capace di riscaldare il cuore del pubblico. Se da una parte si ha l’impressione di rivedere Quasi amici (con l’unica differenza dell’inversione delle situazioni: in questo caso l’assistente è molto ricco, l’assistito è in stato di indigenza), dall’altra è giusto evidenziare i numerosi pregi che rendono questo film una pellicola che vale la pena vedere.

Innanzitutto la storia. Ricalcando il canovaccio del viaggio dell’eroe, pur nella sua prevedibilità, viene dato ampio spazio al racconto del percorso di maturazione dei caratteri e delle relazioni tra i tre personaggi principali nei diversi ruoli. Il rapporto padre e figlio: la sofferenza per il lutto della madre mai esplicitata e condivisa, una dedizione al lavoro interpretata come abbandono da parte di Thomas, un’abbondanza economica considerata la soluzione di tutti i problemi per rivelarsi invece il vero fraintendimento nel rapporto familiare. Diversi elementi ben mescolati ed equilibrati, capaci di coinvolgere lo spettatore.

Il rapporto tra Henri e Marcus, medico e paziente, che non è solamente un curare il corpo ma è un prendersi cura della persona. Non unicamente perché il giovane malato viene affidato alla custodia del figlio un po’ scapestrato, ma per le attenzioni che il chirurgo sempre riserva al tredicenne e alla madre per tenerli aggiornati sull’evolvere della situazione clinica del ragazzo.

La bellissima amicizia, infine, che nasce tra i due protagonisti della storia. Se la motivazione iniziale non è sicuramente delle più nobili: Thomas, infatti, assiste Marcus unicamente per poter avere di nuovo accesso ai soldi che gli sono stati tolti dal padre per la sua incoscienza; con l’avanzare del racconto evolvono sia il carattere dei personaggi che il loro rapporto. Le differenze profonde fra i due personaggi edificano un vivace alternarsi tra situazioni comiche e altre drammatiche, momenti di tensione e momenti di spensieratezza.

Poi, il messaggio positivo che viene trasmesso: il prendersi cura di altri permette di conoscere meglio sé stessi, di mettere da parte il proprio egoismo e quindi di crescere e maturare. Questo incarico che Thomas assume, anche se inizialmente renitente, cambia completamente la sua vita, quella del giovane Marcus e quella del padre Henri. Ognuno riesce a condividere le proprie vulnerabilità e, da questa condivisione, le debolezze diventano il terreno comune su cui rinnovare le relazioni familiari e amicali. Il chirurgo e suo figlio riescono a parlare di cose di cui non erano mai detti negli anni, il tredicenne condivide i suoi sogni e i suoi progetti che sembrano irrealizzabili per i limiti posti dalla malattia.

Bravi tutti gli attori e azzeccatissimo il commento musicale La prevedibilità della trama unitamente alle somiglianze con Quasi amici non inficiano la bontà del risultato finale: un film sempre gradevole nei  suoi tratti drammatici come in quelli più leggeri e comici.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

PENGUIN BLOOM

Inviato da Franco Olearo il Sab, 08/28/2021 - 19:18
 
Titolo Originale: Penguin Bloom
Paese: U.S.A., Australia
Anno: 2020
Regia: Glendyn Ivin
Sceneggiatura: Harry Cripps, Shaun Grant
Produzione: Made Up Stories, Broadtalk
Durata: 95
Interpreti: Naomi Watts, Andrew Lincoln, Griffin Murray-Johnston

I Bloom sono una famiglia felice: papà Cameron, mamma Samantha, i tre figli Noah, Reuben e Oli. Durante una vacanza in Thailandia, un incidente costringe Samantha (chiamata Sam) su una sedia a rotelle senza nessuna possibilità di recupero. Infermiera, surfista, donna di casa molto attiva, improvvisamente si trova costretta ad essere aiutata per svolgere le faccende di casa più ordinarie. La depressione che la accompagna, di conseguenza, pesa su tutta la famiglia che fa di tutto per aiutarla. Un giorno Noah, il primogenito, trova una piccola gazza ladra caduta dal nido e ormai incapace di volare. Persuasi i genitori, la gazza resta nella famiglia Bloom e viene chiamata Penguin (perché bianca e nera). Sarà proprio il prendersi cura di questo animaletto che permetterà a Sam e a tutta la famiglia di trovare un nuovo equilibrio.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Dopo un grave incidente che costringe una moglie/madre su una sedia a rotelle, tutti i componenti della famiglia comprendono che bisogna cessare di autocommiserarsi per le proprie infermità o colpe e “lasciar lavorare” l’amore che li lega e l’aiuto reciproco che genera
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un prestazione straordinaria ma sempre misurata di Naomi Watt sorregge tutto il film che risente, nella sceneggiatura, di alcuni risvolti non pienamente sviluppati
Testo Breve:

Una famiglia, colpita, nella figura della madre, da una grave infermità, sa tornare a “volare” con il sostegno reciproco e l’impegno comune verso una gazza ladra ferita e caduta dal nido. In sala

Il film  racconta la storia vera della rinascita di una donna, una moglie e una madre e, con lei, di tutta la sua famiglia. La sceneggiatura, tratta dal libro di Cameron Bloom Penguin Bloom. l’uccellino che salvò la nostra famiglia, sa evitare di scivolare sul lacrimoso e affronta un tema delicato con  ammirevole delicatezza.
Sono vari gli aspetti interessanti di questo film.

Innanzitutto, non viene presentata la storia di un gruppo di supereroi. Con grande verità vengono messe in scena le fatiche di questa famiglia: la gioia iniziale, il grave incidente che ribalta completamente gli equilibri e toglie la pace, la difficoltà di una madre depressa perché si vede apparentemente inutile per le persone a lei care, le fatiche di un padre che cerca di crescere i figli prendendosi cura di una moglie non solo per le necessità primarie, ma anche per tenere alto il suo umore. Il senso di colpa del primogenito, che si sente responsabile dell’incidente avvenuto alla madre.

In tutto ciò, ed ecco il secondo motivo che rende apprezzabile il lungometraggio dell’australiano Glendyn Ivin, l’amore familiare che, pur non togliendo le difficoltà e gli ostacoli di tutti i giorni, aiuta ad affrontare gli avvenimenti con lo spirito giusto. Forse proprio questo amore è il grande protagonista. Samantha, segnata dalla depressione, è troppo concentrata su se stessa e su quello che non riesce a fare, per accorgersi del grande amore che Cameron e i suoi figli nutrono per lei (e non per quello che lei è capace o non è capace di fare). Noah, che è troppo richiuso in sé stesso per esternare il suo dolore e il suo senso di colpa, restando così incastrato in un loop interiore che lo rende impenetrabile anche alle persone a lui più vicine.

Penguin, anche se inconsapevolmente, opererà una rivoluzione nella vita di queste persone: lei ha più bisogno di aiuto e protezione di tutti gli esseri umani che la accolgono. Un aiuto e una protezione che anche Samantha e Noah sono in grado di dare. Con tutte le proporzioni del caso,  l’animaletto mostra come nella sofferenza, per ritrovare la speranza, la via maestra sia quella di donare attenzioni e amore e non di richiederle per sé in modo autoreferenziale.

Bella anche la soluzione del regista e dello sceneggiatore di costruire una sorta di parallelo tra la vita della gazza e la vita della famiglia che la ospita. Il ritrovamento del volatile piccolo e malconcio (come i Bloom dopo il rientro dalla Thailandia), il prendersi cura del piccolo pennuto che gli ridà vita (la famiglia cerca di trovare un nuovo equilibrio perché la vita possa proseguire), tempo e attenzioni dedicate perché possa imparare a volare (la condivisione, anche della sofferenza interiore, che restituisce ai Bloom la serenità e la gioia di cui l’incidente li aveva privati per lungo tempo).

Il racconto, attraverso i flashback e alcuni commenti affidati alla voce fuori campo di Noah (che dà voce ad alcuni passaggi del libro del padre), accompagna con delicatezza lo spettatore nella storia di questa famiglia, aiuta ad entrare in empatia con quanto vissuto dai diversi componenti, non nasconde la drammaticità dei fatti senza mai forzare la mano per strappare una lacrima o, peggio ancora, per far compatire i Bloom.

Non può mancare, infine, una menzione per Penguin, o meglio, dell’addestratore Paul Mander che con ben otto esemplari di gazza è riuscito a mostrare le diverse fasi dell’inserimento del volatile nella famiglia Bloom. La presenza della gazza, infatti, regala in diverse occasioni motivi per sorridere.

Insomma, una buona ed equilibrata alchimia tra pathos e buon umore che rendono il lungometraggio molto godibile.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |

MAI RARAMENTE A VOLTE SEMPRE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 07/13/2021 - 14:12
Titolo Originale: Never Rarely Sometimes Always
Paese: U.S.A.
Anno: 2020
Regia: Eliza Hittman
Sceneggiatura: Eliza Hittman
Produzione: Pastel Productions
Durata: 101
Interpreti: Sidney Flanigan, Talia Ryder, Théodore Pellerin

Autumn è una ragazza di 17 anni che vive in una cittadina rurale della Pennsylvania. Sospettando qualcosa, si reca da un consultorio familiare e lì si accorge di essere incinta. La ragazza esprime con chiarezza la sua volontà di abortire, scartando soluzioni alternative come dare il bambino in adozione. Consultando Internet, scopre che nel suo stato l’aborto per le minorenni è consentito solo con il permesso dei genitori mentre lei desidera che sua madre non sappia nulla (la donna è divorziata e ora convive con un altro uomo). Decide quindi di recarsi a New York dove c’è una legislazione più liberale. L’accompagnarla Skylar, sua cugina. Entrambe lavorano come cassiere in un supermercato e riescono a recuperare i soldi necessari per il viaggio sottraendo contanti dall’incasso della giornata…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’autrice si pone dalla parte di tante adolescenti che sono rimaste incinte e che non riescono ad accettare un loro destino di ragazza-madre. Di fronte a questa pesante situazione il film prospetta l'aborto come unica soluzione da parte di una ragazza che cresce priva di affetti familiari e prospetta un femminismo radicale in perenne lotta contro i soprusi dell'uomo
Pubblico 
Sconsigliato
Per una visione del mondo senza speranza, senza sensibilità umana, in un vuoto di affetti e di perenne conflitto fra i sessi, dove quell'essere umano che sta crescendo è un "coso" da eliminare
Giudizio Artistico 
 
Orso d’argento al festival di Berlino 2020, premio speciale della giuria al Sundance Film Festival 2020 migliore sceneggiatura al National Society of Film Critics Awards
Testo Breve:

Autumn ha 17 anni, è rimasta incinta e desidera assolutamente abortire. La cronaca  dei suoi tre giorni a New York per trovare una soluzione. Un racconto desolato senza affetti, senza umanità, senza futuro. Su Youtube/Prime Video  a pagamento

Diceva (ricordo a memoria) il compianto cardinale  Carlo Caffarra durante una conferenza: “Del concetto di matrimonio, di famiglia, è stato fatto uno spezzatino. L’amore è stato separato dal matrimonio, il sesso è stato separato dal suo potere generativo”. Da questo spezzatino sono scaturiti tanti “diritti civili” individuali e tra questi quello del diritto all’aborto. E’ questo il tema del film: l’autrice Eliza Hittman si pone dalla parte di tante adolescenti che sono rimaste incinte e che non riescono ad accettare un loro destino di ragazza-madre, sottolineando quanti ostacoli occorre ancora oggi superare perché una donna, soprattutto se minorenne, sia pienamente padrona del suo corpo (e di colui che sta crescendo nel suo grembo). Si tratta quindi di un film a tesi e tutti i personaggi descritti, tutti gli eventi che accadono, sono orientati a questo obiettivo.

Non conosciamo chi è il ragazzo, l’uomo che l’ha messa incinta (nascono nello spettatore solo dei sospetti), né perché Autumn non  voglia confidarsi con la madre.

Ciò  è stato ritenuto non rilevante dall’autrice, proprio perché lo spettatore non venisse sviato da eventuali risvolti romantici della storia ma si concentrasse sulla decisione della ragazza che deve esser considerata insindacabile. Nel primo consultorio familiare che visita, lei dichiara di non sentirsi pronta a essere madre e rifiuta comunque l’idea di dare il bimbo in adozione, senza che ci sia data, anche di fronte a questa prospettiva che almeno avrebbe salvato il bimbo, alcuna motivazione. Subito dopo aver ricevuto la notizia, Autumn, insolitamente, si concentra su qualcosa di diverso: con una sequenza alquanto impressionante, si buca il naso con una spilla da balia in modo da poterci infilare una piccola perla. Si tratta di una scena simbolica, che serve ad evidenziare come la ragazza si consideri piena amministratrice del suo corpo.

Le sequenze dove Autumn visita i due consultori (il primo, orientato pro-life, nella sua città,  il secondo a New York presso Planned Parentood, una clinica per aborti) sono organizzate per mostrare due realtà opposte: il consultorio pro-life risulta manipolatorio ( aumenta, falsificando la verità, i mesi di gravidanza della ragazza, per convincerla a non abortire) e intimidatorio (mostra ad Autumn alcuni filmati sulla brutalità delle pratiche abortive); in Planned Parenthood la ragazza trova tutto il sostegno psicologico e materiale possibile (l’aiutano, con dei donativi ricevuti, a sostenere le spese dell’intervento), mentre fuori dei battenti della clinica loschi figuri pregano, tenendo alte delle immagini della Madonna (siano a 180 gradi rispetto a Unplanned). Il diritto all’aborto conclamato dalla ragazza risulta parallelo a una libertà sessuale già conquistata: lei stessa dichiara, nella clinica, di aver avuto il primo rapporto a 15 anni, di aver avuto due ragazzi nell’ultimo anno e quando lei e Skylar sono invitate a una festa a New York, la cugina le allunga un preservativo, nel caso lei non se lo fosse portato.

Nel femminismo radicale che l’autrice vuole esprimere con questo film, tutti i maschi adulti sono delle figure odiose: il compagno della madre  tratta Autumn con fastidiosa sopportazione; il proprietario del supermercato dove lei e sua cugina lavorano, allunga continuamente e mani; perfino in una brevissima sequenza (e quindi totalmente inutile) dove le due ragazze si trovano da sole in metropolitana, si imbattono in un maniaco sessuale e debbono scendere alla prima fermata. Anche il simpatico ragazzo che hanno incontrato a New York di fronte a una richiesta di soldi delle due, chiede di esser ricambiato con un “affettuoso strofinamento” con Skylar.

L’autrice è molto brava a mettersi nei panni di queste due ragazze che cercano di perseguire testardamente il loro obiettivo, rifiutando qualsiasi aiuto da parenti o da adulti, facendoci immedesimare nelle loro ansie mentre  cercano di vivere alla giornata come possono, senza sapere dove dormire,  come trovare i soldi per tornare a casa. Intensa l’empatia fra Autumn e la cugina Skylar: si percepisce che hanno un’intesa di lunga data anche se è difficile considerarla una vera amicizia: in nessun momento Autumn si confida per spiegarle le vere motivazioni della sua decisione; è piuttosto Skylar che si limita, passivamente e acriticamente, ad assecondare e facilitare in tutto Autumn. Da una vera amicizia ci si aspetterebbe molto di più.

In una sequenza finale, quando tutto è compiuto, Skylar chiede a Autumn: “Cos’hai provato?”-  la risposta: “Niente di particolare”. Skylar insiste, “Ora come ti senti?”. Spera che finalmente Autumn apra il suo cuore all'amica e cugina,  dopo tutto quello che ha fatto per lei, ma la risposta è:   “Sono stanca”.

Così, fra la massima indifferenza emotiva, il problema è risolto, Quel “coso” è stato eliminato. Tutto può tornare com’era prima.

E’ comprensibile che l’autrice si sia impegnata a promuovere una causa in cui lei crede fermamente ma se il prezzo da pagare è l’annullamento di ogni sentire umano, una vita vissuta in conflitto perenne fra donne e uomini, come può pensare di convincerci che sia questo un mondo migliore?

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


Share |