Dramma

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UN DIO VIETATO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 01/13/2021 - 18:16
 
Titolo Originale: Un Dios prohibido
Paese: Spagna
Anno: 2013
Regia: Pablo Moreno
Sceneggiatura: Juanjo Díaz Polo
Produzione: Contracorriente producciones
Durata: 133
Interpreti: Íñigo Etayo, Elena Furiase, Gabriel Latorre, Juanjo Díaz Polo, Jacobo Muñoz

Quando nel 1931 fu inaugurata la cosiddetta Seconda repubblica spagnola, per i cattolici della penisola iberica iniziarono tempi di feroce persecuzione: si contano più di 6.000 morti (un quarto dei quali sono stati beatificati e 11 canonizzati). Nell’agosto del 1936, appena iniziata la Guerra Civile, a Barbastro, vicino a Saragozza, 51 tra seminaristi e sacerdoti Missionari Claretiani vengono sequestrati e costretti a scegliere tra l’apostasia (della fede e della vocazione) o la morte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte all’evidenza della prossima morte 51 sacerdoti e seminaristi sanno trovare nella fede in Dio e nella solidarietà reciproca la forza necessaria per dare valore al loro martirio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Anche se non ci sono dettagli cruenti, le allusioni a gesti di violenza sconsigliano la visione ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buone le recitazioni di quasi tutti i protagonisti; il basso budget del progetto, che talvolta viene percepito, non mortifica l’efficacia della narrazione.
Testo Breve:

A Barbastro, nel 1936, all’inizio della guerra civile, 51 fra sacerdoti e seminaristi, vennero uccisi dai miliziani. Il film riscostruisce il loro martirio attenendosi rigorosamente ai fatti accaduti. Su Youtube in lingua spagnola; su  DVD in italiano

Il vescovo, ormai prigioniero nel seminario, contempla da una finestra il saccheggio della cattedrale e il falò che i miliziani hanno realizzato bruciando tutti gli oggetti sacri. “Sempre lo stesso errore – commenta -  vogliono un mondo migliore costruendolo con il sangue e con il fuoco. Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male”. Lo stesso vescovo sarà il primo a esser prelevato, torturato e poi ucciso con tre colpi di pistola alla tempia ma farà ancora in tempo a dir loro che li perdona.

Il film, autoprodotto dalla congregazione claretiana, si vuole attenere con rigore a quanto è realmente accaduto, pur evitando sequenze impressionanti, perché basato su di una sceneggiatura preparata a partire da alcuni scritti rinvenuti alla fine della guerra civile tra i diari dei martiri, riuscendo così a portare alla conoscenza degli spettatori anche alcuni aspetti dell’interiorità di fede e della psicologia dei personaggi.

Il risultato è di grande equilibrio: tanto ai rivoluzionari quanto ai religiosi viene dedicato uno spazio consono per permettere una migliore comprensione della situazione, dei personaggi e delle dinamiche relazionali senza semplificare troppo e senza trattare in modo superficiale un argomento tanto delicato.

Il film ha come tre protagonisti che avanzano in modo progressivo verso la tragedia finale: i miliziani, i sacerdoti con i seminaristi e la gente di Barbastro. All’inizio non ci sono le avvisaglie di quello che sarebbe accaduto dopo: il colonnello José Villalba Rubio si impegna a garantire l’ordine in città; fra gli aderenti al Fronte Popolare c’è ancora chi, come Eugenio Sopena, pur desiderando portare a termine un totale rinnovamento della società in chiave marxista, è cosciente che l’ordine deve essere garantito e che la vendetta per vendetta porta solo altro odio. Sarà proprio la loro partenza verso Barcellona, per combattere sul fronte, a lasciare la gestione della città in mano ai più fanatici.  

Un capitolo a parte è quello dei giovani seminaristi. La testimonianza che riescono a dare è grande. La vita di preghiera mai abbandonata (anche in situazione precaria), la comunione con ostie consacrate fortunatamente trafugate, la fraternità vissuta con affiatamento e solidarietà, diventano gli strumenti per superare la paura del dolore e della morte, forza per resistere anche alle torture e alle umiliazioni. Quella di abbracciare il martirio non è una decisione semplice e presa a cuor leggero né dai superiori né dai seminaristi: più volte viene data loro la possibilità di salvare la vita, abbandonando l’abito talare, ma nonostante la giovane età, i giovani decidono di conservare la fede a scapito dell’esistenza terrena.

Infine c’è il terzo protagonista, il più oscuro: la folla. Una folla che saccheggia le chiese, che esulta quando i seminaristi salgono su un camioncino per andare a morire. “Che cosa abbiamo fatto di male?” è la domanda che si pone il vescovo senza poter ricevere risposta. Anche un seminarista, figlio di contadini, si domanda come mai tanti altri di origine contadina come  lui nutrano tanto odio verso la Chiesa. Se il film costituisce una bellissima testimonianza di martirio in nome della fede, lascia un vuoto narrativo su questo aspetto. Si tratta di una domanda che non ha solo un valore storico ma attuale: come mai la congregazione claretiana ha dovuto lei stessa produrre il film? Questo scorcio di storia, anche se dolorosa, non poteva avere un significato per l’intera nazione e per il resto del mondo?

Le interpretazioni sono molto convincenti anche se non tutti sono dei professionisti; tecnicamente, il film è curato, ma mostra talvolta il basso budget che ha avuto a disposizione. Resta evidente che lo scopo non è quello di concorrere per premi internazionali ma di lasciare alla memoria dei posteri una testimonianza cristiana di alto profilo.

Un film che si unisce ad altri che hanno portato alla luce i fatti legati alle persecuzioni operate durante la guerra civile spagnola: basti pensare a There be dragons di Roland Joffé del 2011 o richiama altri casi di eroico martirio come quello dei monaci benedettini in Algeria nel 1996 ricordato in Uomini di Dio

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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CHIARA LUBICH - L'AMORE VINCE TUTTO

Inviato da Franco Olearo il Lun, 01/04/2021 - 20:06
 
Titolo Originale: Chiara Lubich - l'amore vince tutto
Paese: ITALIA
Anno: 2021
Regia: Giacomo Campiotti
Sceneggiatura: Francesco Arlanch, Luisa Cotta Ramosino, Lea Tafuri, Giacomo Campiotti
Produzione: Rai Fiction, Eliseo Multimedia
Durata: 109
Interpreti: Cristiana Capotondi, Aurora Ruffino, Miriam Cappa, Greta Ferro, Eugenio Franceschini, Roberto Citran

1943. Trento si trova sotto i bombardamenti degli Alleati. Chiara, una giovane maestra delle elementari, deve guidare in fretta i suoi alunni verso il rifugio. Terminato l’allarme, corre a trovare i suoi genitori che sono fortunatamente illesi. Anche suo fratello Gino, medico all’ospedale, è incolume e sta prestando le sue cure ai feriti che stanno arrivando numerosi. Di fronte a tante morti e a tante rovine, di fronte al fratello o a suoi conoscenti che decidono di combattere su fronti opposti, chi unendosi ai partigiani e chi confermando l’alleanza con i tedeschi, Chiara sente che solo Dio è il riferimento unico e sicuro e decide di consacrarsi tutta a Lui, restando laica, intervenendo proprio là dove Dio non sembra presente. Con il tempo, riesce a trasferire il suo entusiasmo ad altre ragazze. Assieme costituiscono una piccola comunità che si organizza per aiutare con gesti concreti le famiglie di Trento che si trovano in difficoltà. Non tutti apprezzano i suoi comportamenti, il suo interpretare il Vangelo senza la guida di un sacerdote e viene convocata dal vescovo...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un lucido racconto della vocazione di Chiara che accetta di diventare un docile strumento della Provvidenza operando per la fraternità e la pace di tutti gli uomini
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Ben disegnati tutti i personaggi, i principali come i secondari e la storia si sviluppa con un ritmo sostenuto.
Testo Breve:

Una ragazza di Trento durante la guerra, scopre la sua vocazione e, come cristiana,  si impegna a contribuire alla fratellanza universale. I primi passi di Chara Lubich e del movimento dei Focolari raccontati con passione ma evitando l'agiografia. Su RaiPlay

Opere come questa svolgono un importante ruolo: far conoscere al vasto pubblico in modo semplice ma chiaro, potremmo dire popolare, una persona come Chiara Lubich e una realtà come il movimento dei Focolari, un riferimento ineludibile nel mondo contemporaneo per la diffusione del bene e della fratellanza universale. Saggia la decisione di non voler costruire, nelle due ore di durata del film, una sorta di enciclopedia delle vita e del pensiero della serva di Dio Chiara ma solo il periodo triestino, la genesi della sua trasformazione in donna dedicata al servizio degli altri in nome del Vangelo.  Dispiace forse che non ci siano riferimenti al co-fondatore Igino Giordani, così importante per la definizione della spiritualità del movimento ma le esigenze di  compattezza costringono a dei sacrifici.

Ovviamente si tratta di un prodotto di divulgazione, che non può eludere le regole più elementari dell’intrattenimento: stimolare l’interesse e non annoiare. Purtroppo capita spesso che opere che raccontino la vita di un santo o di una santa non abbiano questi requisiti. Questo Chiara Lubich evita il doppio pericolo: di non stimolare l’interesse dello spettatore e di risultare palesemente agiografico. Il merito va in particolare a Cristina Capotondi che interpreta Chiara riuscendo a esprimere dolcezza, spirito contemplativo, serena accettazione delle incomprensioni subite ma risolutezza quando deve affermare verità che scaturiscono dal Vangelo. Una Chiara più somigliante all’originale avrebbe dovuto risultare più determinata, più energica ma questo è un destino comune a molti santi riprodotti in pellicola (Madre Teresa di Calcutta, Don Bosco,..): sembra faccia parte dell’iconografia codificata dei santi apparire dolci e simpatici, senza spigolature causate  da una spesso ferrea determinazione.

 Occorre poi considerare decisivo il contributo della sceneggiatura (il fatto che nella lista degli sceneggiatori ci sia Francesco Arlanch - DOC, Sant'Agostino,..- costituisce una garanzia) per evitare il rischio di scivolare nell’agiografia e al contempo di non interessare lo spettatore. La storia si muove all’interno di una forte dinamica di contrasti: se  Chiara cerca di ispirarsi attraverso una lettura diretta del Vangelo, si creano incomprensioni se non contrasti con i sacerdoti che frequenta; se riesce a  costituire un gruppo affiatato di ragazze che seguono il suo esempio,  c’è anche colei che giudica impositivi i suoi atteggiamenti e decide di andarsene; se invita le sue compagne a frequentare, per scopi di carità, i quartieri più poveri di Trento, una di loro viene colpita da una grave infezione. Se ai tempi della guerra c’è chi decide di farsi partigiano, c’è anche chi considera questa posizione un tradimento e mantiene l’alleanza con i tedeschi. Se le iniziative caritative del primo focolare vengono apprezzate dalla popolazione triestina, Chiara viene convocata da una commissione del Vaticano ed è costretta a dimettersi dalla presidenza del movimento.

Quasi come un percorso parallelo, mentre si sviluppano tutti questi eventi esterni, viene lasciato spazio per mostrare Chiara che riflette sulla spiritualità a cui ispirarsi. Si tratta di una sintesi che viene sviluppata attraverso la lettura del Vangelo: “ Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” e  l’abbandono di Gesù sulla croce diventa espressione genuina del suo carisma verso la fratellanza universale: “Se anche Gesù sulla croce si è sentito abbandonato dal Padre, allora tutte le persone che si sentono lontane da lui, tutte quelle che non credono in Dio, sono come Gesù abbandonato e noi dobbiamo amarli, così come sono” . Resta inoltre ben evidenziato il suo sentirsi fondatrice di nulla, perché tutto è stata opera di Dio.

Se questo TV-movie ha il pregio di governare una materia complessa grazie anche al calore umano che esprimono tutti i personaggi, principali e secondari, resta curioso l’eccesso di simbolismo adottato: la prostituta morta che stringe ancora fra le mani la foto del suo piccolo, Il libro del Vangeli che va a coprire la Critica della Ragion Pura di Kant, Il garofano rosso che è segno per Chiara della presenza, vicino a lei, della Madonna. Resta inoltre strano l’insolito abbigliamento di Chiara e della sue seguaci, sempre ordinato e pulito, anche quando, in tempo di guerra, tutti cercavano di vestirsi come potevano.

I risultati sono subito arrivati: alla trasmissione del film-TV in prima serata su RaiUno erano presenti, secondo l’indice di ascolto, 5.641.000 spettatori. Share del 23%.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE 33

Inviato da Franco Olearo il Mer, 12/23/2020 - 16:51
 
Titolo Originale: The 22
Paese: Cile, Colombia
Anno: 2015
Regia: Patricia Riggen
Sceneggiatura: Mikko Alanne, Craig Borten, Michael Thomas
Produzione: Alcon Entertainment, Phoenix Pictures
Durata: 120
Interpreti: Antonio Banderas, Juliette Binoche, Rodrigo Santoro, ames Brolin

Miniera di San José, Cile, 2010. Durante una normale giornata di lavoro in miniera una lastra di pietra crolla a 700 metri di profondità e va ad ostruire l’unica via di uscita per i minatori. Trentatre di loro restano intrappolati in quella grotta senza contatti con la superficie. Fatti diversi progetti e tentativi, dopo 69 giorni tutti gli operai vengono liberati in una delle operazioni di salvataggio rimaste uniche nella storia. La preoccupazione dei familiari, la tensione del mondo intero, la gioia di rivedere vive tutte le persone coinvolte nell’incidente.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Di fronte al rischio, per i minatori, di cedere allo sconforto, è la fede che garantisce loro una speranza che va oltre ogni speranza e di fronte alle enormi difficoltà tecniche e all’incertezza del successo, per chi è in superficie, è sempre la fede che fornisce la spinta per impegnare tutto se stessi senza limiti
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche situazione di tensione potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Buona resa del dramma che hanno affrontato i trentatre minatori e l’alternarsi in loro di momenti di sconforto ad altri di speranza. Non tutti i personaggi vengono descritti con la stessa profondità
Testo Breve:

Miniera di San José, Cile, 2010: la ricostruzione del dramma vissuto da 33 minatori imprigionati a 700 metri di profondità. Una storia di intraprendenza, coraggio e fede. Su PRIME VIDEO

Un gruppo di minatori, salutati i familiari, sale sul pulmino che li porterà in fondo alla miniera. La luce del sole scompare ben presto. Il pulmino scende lungo uno stretto sentiero che si avvita  a spirale e sembra non terminare mai. Ogni tanto, ai bordi, si vedono degli altarini improvvisati  che ricordano, con una fotografia, coloro che non sono più tornati a casa. Uno dei minatori sul pulmino, alla sua prima esperienza, ha il respiro affannoso, si sente soffocare. Con questa sequenza, molto coinvolgente, inizia la storia dei 33 minatori di San Josè e del loro incidente.  Nel 2015 il premio Pulitzer Hector Tobar l’aveva raccontata nel suo libro Deep Down Dark (tradotto nella versione italiana: La montagna del tuono e del dolore). Nello stesso anno il libro viene sceneggiato e diventa questo film diretto dalla regista messicana Patricia Riggen.

Il racconto è fedele alle testimonianze dei superstiti. Il montaggio, alternarnando quanto sta succedendo sottoterra a quanto accade in superficie, riesce a far percepire al pubblico i risvolti e le dinamiche di quella vicenda: da una parte i lavoratori che si trovano sepolti vivi a 700 metri di profondità con circa 40°C di temperatura e cibo sufficiente solo per alcuni giorni; sulla superficie,le donne dei minatori che tentano di discutere con i gestori della miniera per tentare di salvare i loro mariti, figli, padri. Di fronte a una vicenda così dolorosa che cresce giorno per giorno nell’evidenza dell’opinione pubblica e all’incapacità della società mineraria di affrontare la situazione, è il governo che si trova a dover decidere il da farsi: che soluzione tecnica adottare, di quali collaborazioni internazionali avvalersi per tentare l’impossibile e quale immagine del Cile proporre sulla scena internazionale.

Su entrambi i  livelli nei quali si svolge la storia, c’è un protagonista a fungere da leader: Mario Sepulveda (interpretato da Antonio Banderas) che mantiene viva la speranza lì dove non sembra esserci nessuna possibilità di sopravvivenza, Maria Segovia (interpretata da Juliette Binoche) che “guida” le mogli dei lavoratori nel richiedere all’azienda di tentare il salvataggio. Determinante è anche il giovane Ministro delle Miniere Laurence Golborne (interpretato da Rodrigo Santoro) che si prende a cuore il dramma di questi minatori che non conosce ma che  fa tutto quello che è in suo potere per estrarli vivi dal sottosuolo.

Se queste interpretazioni sono riuscite e convincenti, gli altri personaggi finiscono per passare in secondo piano e, in alcuni casi, fin troppo stereotipati nel genere del disaster movie come, per esempio, il personaggio che prevede il disastro ma resta inascoltato o quello che non  crede nel pericolo imminente fin che non si verifica il crollo. La fotografia è particolarmente curata, nell’alternanza di sole all’esterno e di  oscurità nel sottosuolo e si fa apprezzare la colonna sonora: una delle ultime composte da James Horner (vincitore di due premi Oscar nel 1997 come autore della colonna sonora di Titanic) morto in un incidente aereo quattro mesi dopo la fine delle riprese del film.

La pellicola riesce ad esprimere importanti valori umani e religiosi.

La povertà esteriore dei minatori, che contrasta con la loro ricchezza interiore; la capacità di condividere e di sacrificarsi per il benessere di tutto il gruppo. Il battersi per la giustizia, incarnato dalle mogli dei minatori. Ma forse, la grande verità che, da un punto di vista umano, il film riesce a esprimere, è la dimostrazione che si ottengono veramente dei risultati solo quando si mette in gioco tutto se stessi: iI team di superficie, capeggiato dal texano  Greg Hall, titolare della Drillers Supply Internazional  e dal giovane ministro delle Miniere, riesce con tenacia e intelligenza nell’intento prodigioso di individuare il punto dove si erano rifugiati i minatori, anche se trivelle si rompono continuamente e le mappe a disposizione sono imprecise.

La fede cristiana che ha sempre alimentato la  speranza dei minatori e ha dato loro la forza di resistere per due lunghissmi mesi (si veda come all’interno dei tunnel i lavoratori abbiano sempre pregato insieme) viene sottolineata nel film ma è ben poca cosa  rispetto a quello che accadde in realtà. Greg Hall,  diacono della comunità cattolica di Cypress (Houston), ha sempre pregato per l’esito dell’operazione  e tutti i minatori, di fede cattolica,  ricevettero, attraverso quella fessura nella roccia che ha costituito per lungo tempo  l’unica via di comunicazione con la superfice, trentatré rosari inviati personalmente dal Papa.

L’esito finale non è dei migliori: i titoli di coda rivelano come l’azienda sia stata assolta dall’accusa di negligenza colpevole e agli operai e alle loro famiglie non venne riconosciuto alcun indennizzo.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUO VADIS

Inviato da Franco Olearo il Sab, 12/19/2020 - 08:16
 
Titolo Originale: Quo Vadis
Paese: USA
Anno: 1951
Regia: Mervyn LeRoy
Sceneggiatura: S.N. Behrman, Sonya Levien e John Lee Mahin
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
Durata: 171
Interpreti: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Leo Genn

Nel 67 d.c. il console Marco Vinicio, comandante della XIV legione, dopo tre anni di vittoriose campagne militari, torna finalmente a Roma. In attesa della celebrazione del suo trionfo, viene ospitato in casa dell’ex console Aulo Plauzio. Qui incontra Licia, la sua figlia adottiva e ne prova da subito una forte attrazione. Anche Licia non è insensibile a fascino del condottiero ma ciò in cui credono è ancora troppo divergente. Licia si è convertita al cristianesimo, crede nella pace, nell’uguaglianza fra tutti gli uomini e nell’amore universale. Marco, da buon soldato, è convinto che la lotta sia l’unico mezzo, per Roma, per portare la sua civiltà ai popoli barbari. La loro relazione sembra irrealizzabile ma quando Marco viene a sapere che Licia sta rischiando la morte a causa dell’incendio dei quartieri poveri di Roma eseguito per la follia di Nerone, corre a salvarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mette bene a confronto la logica di potenza e sopraffazione, espressione del mondo pagano con la nascita di una nuova civiltà basata sul rispetto di ogni uomo e sull’amore, portata da Gesù Cristo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film manifesta in tutti i suoi aspetti (sceneggiatura, regia, recitazione, scenografia, costumi, ..) un’alta professionalità e se qualche volta eccede nei toni enfatici, questi erano congeniali alle realizzazioni kolossal degli anni ‘50
Testo Breve:

Il console Marco Vinicio è interessato alla fanciulla Licia ma lei, come cristiana, non vuole essere posseduta ma amata. Un kolossal hollywoodiano sempre valido per la qualità della realizzazione e per aver saputo evidenziare la forza rivoluzionaria del nuovo messaggio cristiano. Su Youtube a pagamento

Quo Vadis è datato 1951, in tempi molto particolari per il cinema americano. La televisione era diventata una seria minaccia e le case di produzione facevano a gara per realizzare kolossal che attirassero pubblico nelle sale (Sansone e Dalila (1949) della Paramount, Davide e Betsabea (1951) della Twentieth Century Fox e poi arrivava questo super-colosso,  per la regia di Mervyn LeRoy, il re dei film western, della Metro-Goldwyn-Mayer che mostrava la ricchezza delle case di produzione di quel tempo:  30.000 comparse (ovviamente niente computer grafica), oltre 100 set, 63 leoni, 7 tori, 450 cavalli, 32.000 costumi. Un’altra particolarità del film è quella di esser stato fra i primi a venir girato interamente in Italia (l’inizio della cosiddetta Hollywood sul Tevere) ed è stato una scuola di attori e attrici (qui nelle vesti di comparse) del calibro di Richard Burton, Elisabeth Taylor e la nostra Sophia Loren. Anche Sergio Leone era fra gli aiuti registi.

Bisogna però riconoscere che tutti questi mezzi sono posti al servizio del racconto, non c’è nessuna volontà di stordire il pubblico con la magniloquenza. Se il film può avere ancora un’ottima presa sul pubblico di oggi, ciò è dovuto a una sceneggiatura di alta professionalità. Basti osservare la progressione dell’incontro-scontro-amore fra Marco e Licia: se percepiscono fin dal primo incontro, la forza magnetica dell’attrazione fisica, le loro mentalità sono profondamente diverse. Marco, il personaggio meglio riuscito, persegue una logica di possesso e cerca di lusingarla invitandola a seguire le forze naturali che si muovono dentro di lei -“goditi la tua bellezza, ama tu che sei fatta per amare”- ma al contempo la sua onestà gli impedisce di fare qualcosa che lei possa disapprovare.  Licia si muove su un altro piano, parla di un amore che può essere solo gratuito, di rispetto e di dedizione per l’altro. Anche il tema della fede è trattato in modo realistico: non c’è nessuna facile, immediata conversione di Marco ma progredisce lentamente man mano che lui si avvicina di più alla sensibilità di Licia. Ci sono come due storie in questo film che si muovono in parallelo: quella privata, fra Marco e Licia e quella pubblica fra un impero romano forte delle sue istituzioni ma minato dai capricci degli imperatori e la nuova legge promulgata da Cristo, sintetizzata dai due discorsi di Pietro, soprattutto l’ultimo, nel Colosseo, davanti allo stesso imperatore, quando pronuncia la sua profezia: “Qui dove regna Nerone oggi, Cristo regnerà per sempre!”.

Può destare perplessità la figura di Nerone, un uomo fragile, facilmente influenzabile, alla ricerca continua dell’affermazione di se stesso. Peter Ustinov sviluppa questo personaggio con interna coerenza (fu l’unico a vincere un premio, come non protagonista), ma anche se non possiamo avere alcun riscontro storico, questa interpretazione di Nerone appare una presa in giro troppo semplicistica del potere imperiale del tempo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VIRGIN RIVER (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/13/2020 - 08:42
 
Titolo Originale: Virgin River
Paese: USA
Anno: 2019
Sceneggiatura: Sue Tenney
Produzione: Netflix, Reel World Management
Durata: 10 episodi di 50'
Interpreti: Alexandra Breckenridge, Martin Henderson, Tim Matheson, Annette O'Toole

Melinda (Mel) Monroe è una giovane infermiera specializzata che da Los Angeles si trasferisce a Virgin River, una cittadina sperduta fra i monti nel Nord della California. Mel ha un passato doloroso alle spalle: è vedova e ha perso la sua bambina appena nata. All’inizio la difficoltà di adattarsi a un ambiente non sempre favorevole, i rapporti difficili con Doc, il dottore presso cui deve trascorrere un anno di apprendistato, l’inospitale casa che ha affittato, sembrano tutti elementi che la spingono a ripensare alla sua scelta. Ma le attenzioni che le riserva il bel Jack, padrone del bar più frequentato della città, ex marine nella guerra in Iraq e l’amicizia con la sindaca Hope, la fanno ancora trattenere….

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Netta divisione tra i buoni e i cattivi: i protagonisti brillano per altruismo, abnegazione e coraggio; altri sono degli opportunisti senza scrupoli e dei violenti. Particolare attenzione viene riservata ai valori familiari.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Riferimenti al mercato della droga, senza mostrare né spaccio né consumo. Vengono citati comportamenti sessuali disinvolti
Giudizio Artistico 
 
Sapiente fotografia di affascinanti paesaggi; attori validi professionalmente che riescono a sviluppare una certa empatia ma poco approfonditi psicologicamente; dialoghi essenziali e scarni.
Testo Breve:

Una donna tormentata da un tragico passato, un uomo afflitto dai ricordi di guerra, un microcosmo solidale  di persone che vivono in un piccolo centro fra le montagne, sono gli ingredienti di questo gradevole intrattenimento che non pretende troppo impegno ma non offre neanche molte emozioni. Su Netflix

Con questo Virgin River (prima stagione) Sembra proprio di trovarsi di fronte a un prodotto per famiglie del canale televisivo americano Hallmark (Quando chiama il cuore, Good witch,..)  e in effetti gli ingredienti ci sono tutti: il baricentro della storia è un piccolo centro, dove gli abitanti coltivano le virtù e le buone maniere, vengono mostrati solidi valori familiari. In realtà si tratta di una produzione originale Netflix, (adattamento per la televisione di uno dei romanzi “rosa” di Robyn Carr) e la trama "rosa" non ci è nuova:  una ragazza lascia la grande città dove ha vissuto per tagliare i ponti con il passato (in Falling inn love, la protagonista lasciava s Francisco per andare addirittura i Nuova Zelanda) e mettere le basi per una nuova esistenza.  E anche la Mel di questo serial non ha molto da temere da questo passaggio: se la protagonista di Quando chiama il cuore trova subito un aitante (e scapolo) ufficiale delle giubbe rosse, Mel riceve subito le attenzioni di un prestante ex combattente in Irak (anche se ora fa solo il barista).  Dove sta allora l’interesse per vedere questo nuovo serial? Proprio quello di stare tranquilli in poltrona per godersi un simpatico intrattenimento con tanto di storia d’amore fra simpatici personaggi ma che non stimola la nostra riflessione su angoscianti problematiche attuali, se non una sola: la denuncia di come il commercio della droga e i suoi derivati  di violenza e corruzione  possano  arrivare anche in luoghi fino a poco prima incontaminati.

Autore: Paola Carlucci
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BLACK BEAUTY

Inviato da Franco Olearo il Gio, 12/10/2020 - 09:09
 
Titolo Originale: Black Beauty
Paese: USA, UK, South Africa, Germany
Anno: 2020
Regia: Ashley Avis
Sceneggiatura: Ashley Avis
Produzione: Constantin Film JB Pictures Bolt Pictures
Durata: 110 su Disney+
Interpreti: Mackenzie Foy, Kate Winslet, Claire Forlani, Iain Glen

America occidentale. Viene avvistata una mandria di mustang selvatici. Degli allevatori di cavalli riescono a catturarne alcuni e a portarli ai loro ranch. Tra questi, una bellissima puledra nera arriva a Birtwick, l’allevamento gestito da John Manly, un esperto e abile addestratore. Al ranch è giunta anche Jo Green: i suoi genitori sono morti in un incidente stradale e lei deve andare a vivere con lo zio John. Il terreno comune della perdita dei genitori, fa scattare in Jo e in Black Beauty (così come verrà chiamata dalla giovane la cavalla) un legame speciale. Lì dove John non riesce a concludere niente Jo riuscirà. Tra le due nasce una grande amicizia, messa a dura prova dalle vicissitudini contingenti delle loro vite e della vita del ranch.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Sono molti i valori espressi in questa pellicola: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi gli attori giovani, ben fotografati tanti paesaggi naturali che fanno da giusta cornice a un racconto dove il rispetto della natura è uno dei temi dominanti. La seconda parte del film appare frettolosa rispetto alla prima
Testo Breve:

Rispetto al famoso romanzo per ragazzi della Sewell, è rimasto solo il nome e il film sviluppa con partecipazione temi diversi: una forte intesa fra una ragazza e una cavalla accomunate dallo stesso dolore. Su Disney+

Un altro adattamento su schermo di Black Beauty, romanzo della scrittrice Anna Sewell pubblicato nel 1877, un racconto di formazione e di denuncia. Viene narrata l’amicizia tra una puledra e la sua giovane addestratrice in polemica (nell’intento dell’autrice) con le modalità di ammaestramento dei cavalli nel periodo a lei contemporaneo.

La regista (Ashley Avis) ha scelto di conservare lo stile autobiografico del romanzo: la narrazione, infatti è affidata ad una voce fuori campo (Kate Winslet, nella versione originale inglese) che descrive i fatti, proprio dal punto di vista di Black Beauty. Scelta che rende interessante lo sviluppo della storia. Se ci viene facile provare empatia per Jo a fronte del suo dolore e della sua difficoltà ad elaborarlo, il punto di vista del cavallo aiuta ad esplicitare le sue sensazioni e i sentimenti. La mustang, infatti, rivela, con la voce che sentiamo,  che il grande dolore che le accomuna, quello della perdita dei genitori, permette loro di costruire un’amicizia che le accompagnerà per tutta la vita. Ambedue orfane, ambedue incomprese e quasi a disagio nella loro nuova sistemazione, si trovano in sintonia nel silenzio sconfinato delle praterie.

Il passare del tempo viene testimoniato dalle trasformazioni fisiche di Black Beauty: da puledra appena nata a cavalla che corre nelle praterie del cielo mentre il suo “alter ego” umano, Jo, conosce una crescita e una maturazione che sono tutte interiori (l’attrice 20nne resta la medesima per tutta la durata del film). Ciò che si evolve e che costituisce la struttura portante di questo racconto di formazione, è proprio il loro rapporto di amicizia, il loro scambio e la loro condivisione diventano arricchimento interiore vicendevole.

Il film è una moderna favola firmata Disney, adatta a tutta la famiglia. Non sono presenti nudità, alcune volgarità, ma una grande ricchezza di valori positivi: l’elaborazione del lutto, la cura per il creato esercitata nell’addestramento dei cavalli, l’amicizia, la famiglia, il raggiungere traguardi e risultati con perseveranza anche quando costa fatica.

In alcuni passaggi, una fine ideologia un po’ New Age sembra sottesa: per esempio, la cavalla fa spesso riferimento ad uno “spirito dei mustang”.

Pur non essendo un film adrenalinico, la storia ha un buon ritmo e procede anche con qualche colpo di scena capace di catturare l’interesse del pubblico. Anche alcuni momenti di commozione trovano spazio nell’evolvere delle vicende.

Il film è impreziosito da una grandissima varietà di paesaggi naturali: praterie, montagne, boschi, grandi città. L’abile fotografia e le riprese aeree creano nello spettatore un misto di stupore e ammirazione.

La recitazione, in particolare quella dei giovani attori, è gradevole e comunica al pubblico la ricca interiorità dei personaggi.

Se la scelta di sceneggiatura di far emergere in maniera più significativa i rapporti tra i personaggi dona alla pellicola un ampio ventaglio di sensazioni capaci di coinvolgere ed emozionare, bisogna però riscontrare un limite. Nella seconda parte del film, dove la storia si concentra sulle numerose compravendite di Black Beauty e sul mercato dei cavalli, la trama scorre via più veloce e superficiale, accennando appena quanto invece stava a cuore alla Sewell.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE CHOSEN (prima stagione)

Inviato da Franco Olearo il Dom, 12/06/2020 - 12:12
 
Titolo Originale: The Chosen
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Dallas Jenkins
Sceneggiatura: Dallas Jenkins, Ryan Swanson, Tyler Thompson
Produzione: Out of Order Studios
Durata: 8 epiodi di 45'
Interpreti: Jonathan Roumie, Erick Avari, Shahar Isaac, Noah James, Paras Patel, Elizabeth Tabish

Il pescatore Simone non riesce a dire la verità a sua moglie: quella notte non andrà a pescare ma aiuterà le guardie romane a individuare I suoi colleghi che sono andati a pescare, nonostante i divieti, nel giorno dello Shabbat:  ha bisogno dei soldi necessari per pagare le tasse in arretrato, altrimenti gli verranno sequestrate la barca e la casa. Matteo è ricco, esercita il mestiere di esattore delle tasse con puntigliosa precisione ma è un uomo solo, disprezzato dalla sua gente. Nicodemo è un maestro fariseo molto stimato ma resta incredulo quando incontra Maria di Magdala, una indemoniata che aveva cercato invano di esorcizzare, perfettamente guarita. Alle sue domande insistenti, Maria risponde che è stato un uomo gentile a salvarla, di nome Gesù…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La figura di Gesù prende forma gradualmente ma appare da subito evidente la potenza del suo messaggio in grado di abbracciare tutti e il potere divino che esprime nei miracoli
Pubblico 
Pre-adolescenti
Non ci sono controindicazioni (l’esercizio della prostituzione da parte di Maria Maddalena è accennata con discrezione) ma la scena dell’indemoniata potrebbe impressionare i più piccoli. La società produttrice ha indicato >12
Giudizio Artistico 
 
Molto buona la costruzione dei dialoghi; bravi anche gli attori ma una menzione special va fatta a Erick Avari per nella parte di Nicodemo
Testo Breve:

Una coraggiosa ma interessante visitazione dei Vangeli che pur mantenendosi coerente alle parole di Gesù, sviluppa  in dettaglio la vita degli apostoli, prima e dopo l’incontro con Lui. Su App dedicata e su Youtube

Simone, dopo il miracolo della pesca miracolosa operata da Gesù, ha ricevuto l’invito del Maestro a seguirlo.  Simone è felicissimo della proposta, ma va dalla moglie a chiedere la sua approvazione. I discepoli che sono stati da poco scelti da Gesù, approfittano di trovarsi tutti assieme alle nozze di Cana per conoscersi meglio: ognuno racconta che mestiere faceva e da dove proviene; nel loro viaggio verso Gerusalemme, incontrano una donna egiziana e Gesù la interpella direttamente nella sua lingua, che ha imparato quando da bambino è andato in quel paese in esilio con Giuseppe e Maria. La samaritana si reca da sua marito: gli chiede di firmare l’atto di divorzio (lei ormai l’ha abbandonato da tempo) ma lui rifiuta; si reca quindi a mezzogiorno, in pieno sole, a prendere l’acqua dal pozzo perchè se andasse di mattina, come tutte le altre donne del paese, non sarebbe gradita.

Sono rapidi esempi di come questo serial multistagione (la prima, pubblicata finora, si ferma a quando Gesù toglie il riserbo e dichiara apertamente di essere il messia) sviluppi in dettaglio la vita delle persone che vengono invitate da Gesù a seguirlo. Sono ormai tanti i film che hanno imbastito storie di fantasia intorno a personaggi contemporanei di Gesù a partire da La Tunica (1953) per arrivare ai più recenti come Il Risorto (2016) ma questa volta l’approccio è diverso: se la vita dei discepoli, di Nicodemo, di Maria di Magdala è liberamente ricostruita, quando interviene Gesù, le sue parole sono quelle del Vangelo (più qualche aggiunta, per meglio contestualizzarlo). Ma al di là della soluzione adottata, è importante chiedersi: la figura di Gesù, vero Dio e vero uomo e il suo messaggio, emergono con forza e chiarezza? La risposta è si. Proprio perchè veniamo a conoscere in dettaglio la vita dei vari personaggi, appare più chiaramente la rivoluzione apportata dal Messia: si avvicina di più proprio ai malati che hanno bisogno di esser curati, a quelli che la società considera come  irrimediabilmente condannati e oggetto di disprezzo. E’ vero che in questa prima stagione l’impatto della presenza di Gesù è percepita sopratutto attraverso i miracoli, ma probabilmente nelle prossime si svilupperà più chiaramente il suo lieto annunzio.  Molto ben delineata, non collegata a nessum miracolo ma al puro convincimento della parola, è la figura di Nicodemo: un fariseo onesto, che cerca la verità, che non interpreta il mondo partendo  dal contesto chiuso di ciò che prescrive la Legge ma è pronto a farsi stupire dal nuovo e il suo incontro notturno con Gesù, la sua commozione, il loro colloquio, sono uno dei punti più alti di questa stagione.

Ovviamente bisogna chiudere un occhio su certe ricostruzioni dell’epoca: due giovani si prendono a pugni mentre gli altri intorno scommettono su chi vincerà e sembra proprio di assistere a una scena ricavata da un film western; i soldati romani remano su di una barca, con tanto di elmo e di mantello rosso da parata; Gesù  si sposta da un paese e l’altro con uno zaino che sembra preso in prestito da liceale. Occorre però riconoscere che la realtà ebraica del tempo è ben disegnata: è curata nei dettagli la preparazione per il giorno dello Shabbat e i personaggi ebrei esprimono una sentita fede nel Dio dei loro padri.

The Chosen è disponibile come app omonima sul cellulare (quindi niente PC)  in inglese con sottotitoli in italiano oppure direttamente su Youtube ma con sottotitoli in inglese e con molti intermezzi pubblicitari. Si tratta di un progetto ambizioso che viene realizzato attraverso crowdfunding: la casa produttrice Vidangel Studios  e l’deatore Dallas Jenkins hanno raccolto in poco tempo  10,2 miliardi di dollari da 16.000 investitori. Il serial è stato già visto da 15 milioni di persone e il numero è in crescita.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IGNAZIO DI LOYOLA

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/30/2020 - 15:19
 
Titolo Originale: Ignacio de Loyola
Paese: Filippine, Spagna
Anno: 2016
Regia: Paolo Dy, Cathy Azanza
Sceneggiatura: Paolo Dy
Produzione: Jesuit Communications Foundation
Durata: 118
Interpreti: Andreas Muñoz, Javier Godino, Julio Perillán |

Il piccolo Íñigo López de Loyola, ormai orfano, viene mandato alla corte del ministro delle finanze del re Ferdinando il Cattolico per ricevere un’educazione cavalleresca e religiosa. Diventato ormai un giovane aristocratico affamato di avventure e gloria, si trova nel 1521, a trent’anni, a difendere la città di Pamplona assediata da un numero soverchiante di truppe francesi. Riesce a persuadere il comandante della città a intraprendere una disperata resistenza convinto che la morte in battaglia sarebbe stato il massimo della gloria ma durante i combattimenti viene gravemente ferito a una gamba. Soccorso dagli stessi francesi, viene portato al castello di famiglia, dove trascorse un lungo periodo a letto, sottoposto a dolorosi interventi alla gamba. In questo periodo, leggendo le vite dei santi, intravede la possibilità di dare un nuovo significato alla propria vita, ponendosi al servizio del Re più grande. Intraprende, con il nuovo nome di Ignazio, una vita di elemosina, di aiuto ai poveri e di predicazione, a somiglianza di san Francesco. Ma ciò finisce per destare dei sospetti in quei tempi difficili e inizia un processo a suo carico da parte dell’Inquisizione...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto di un giovane di nobile animo, in cerca di gloria terrestre che decide di porre tutto il suo fervore al servizio del Signore più grande
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune immagini di ferite profonde e incontri con donne prezzolate potrebbero non essere adatte per i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il film sviluppa bene la trasformazione dell'animo del santo da Íñigo a Ignazio, con qualche scena di massa forse troppo impegnativa per il budget disponibile e la consuetudine di porre in immagini i suoi pensieri, soluzione sfruttata eccessivamente
Testo Breve:

Il racconto della conversione di Ignazio di Loyola, da prode cavaliere in onore del suo re e della sua dama, a fedele servitore della Regina dei Cieli e del Re dei Re. Un racconto appassionante anche se talvolta barocco nella narrazione. Su Primevideo e trasmesso su Tv2000

"Quando un cavaliere giura di servire il suo signore, deve sottoporsi alla veglia d’armi. Rimane in quel luogo per tre giorni ad elencare tutti i suoi peccati analizzando ogni angolo della sua vita in cerca della più piccola macchia e poi inizia la veglia….”

Così racconta Iñigo López de Loyola, esprimendo quell’animo nobile e cavalleresco che aveva coltivato nella sua giovinezza fino a quando la ferita lo spinse, prima a disperarsi e poi a trovare una nuova espressione di  nobiltà e cavalleria. Il film sviluppa bene la progressione che consentì a Ignazio di scoprire la sua vocazione e diventare fondatore della Compagnia di Gesù nel difficile periodo della Controriforma. In una prima fase le gesta eroiche e le valorose imprese al servizio non solo del suo re ma anche della misteriosa dama che “non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi” (dice nelle sua autobiografia), sono trasformate, durante la “veglia d’armi” al santuario di Monserrat in “un servizio alla Regina dei Cieli e fedeltà a Lei e al Signore Iddio, per sempre”.

In una fase successiva, quando ormai si era mosso sulla scia di san Francesco vivendo di elemosina e prendendosi cura dei poveri e degli ammalati, comprende che non erano importanti “grandi azioni esteriori ma piuttosto doveva dare priorità alle motivazioni spirituali di quegli atti. Nella sua immaginazione è san Francesco, che interloquisce direttamente con lui e lo invita a riflettere che “un conto è essere coraggioso affrontando il nemico con la propria spada, altro è affrontare la fama e l’umiliazione affidandosi solo alla fede nella provvidenza di un Dio invisibile”. La terza fase è appena accennata: Ignazio, con ancora pochi seguaci, parte per Parigi per completare la sua formazione e dare più profondità alla sua predicazione. La versione del 1946 (Il cavaliere della croce) andava oltre, raccontando anche i primi anni da sacerdote: è in previsione un sequel?

Il film, nel raccontare la storia di Ignazio giovane, usa l'artificio di porre in immagini il pensiero, le riflessioni del santo. Eccolo interloquire con s. Francesco e s. Domenico, con Gesù stesso giovane. E’ un modo cinematografico di esprimere le sue incertezze, il suo sentirsi colpevole per i peccati commessi in passato, salvo poi comprendere che questo eccesso di scrupoli era solo opera del demonio (impersonato da un altro lui stesso), Si tratta di un espediente narrativo che non sempre risulta efficace anche se in effetti, nella sua biografia, Ignazio stesso riporta le sue visioni e i subdoli sospetti instillati dal diavolo.

l film riesce a sviluppare una felice fusione fra l'obiettivo di risultare interessante al un pubblico contemporaneo e quello di restare fedele alla biografia del santo. Il budget per realizzare questo film non era elevato e lo si vede nelle sequenze dei combattimenti; inoltre la soluzione di riportare le sue riflessioni attraverso dialoghi immaginari con Gesù, il diavolo e i santi del passato, conferisce un tono un po' barocco alla narrazione ma l'obiettivo di raccontarci la conversione di S Ignazio è pienamente raggiunto

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ELEGIA AMERICANA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/29/2020 - 17:36
Titolo Originale: Hillbilly Elegy
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Ron Howard
Sceneggiatura: Vanessa Taylor
Produzione: Imagine Entertainment
Durata: 116
Interpreti: Amy Adams, Glenn Close, Gabriel Basso,Freida Pinto

Jackson, Kentucky, sui monti Appalacchiani, 1997. Il giovane J. D. Vance è arrivato con la madre Beverly e la sorella maggiore Lindsay dall’Ohio per fare visita alla nonna, chiamata Mamaw. Si tratta di uno dei pochi momenti sereni che Vance, ora studente di legge a Yale, ricorda, perché la vita della sua famiglia non si può certo considerare tranquilla. La nonna, rimasta incinta a tredici anni, è vissuta con un uomo ubriacone e violento finchè non si sono separati; la madre, ha accumulato solo relazioni instabili e ha finito per perdere il posto di lavoro all’ospedale perché tossicodipendente. Ora Vance, che è riuscito, grazie al suo impegno negli studi, a riscattre la sua infanzia difficile, ha ricevuto una convocazione per i giorni successivi per un importante colloquio di lavoro ma la sorella lo chiama: deve tornare urgentemente in Ohio perché la madre è stata ricoverata per overdose. Jackon è combattuto, non vuole perdere questa importante occasione di lavoro, ma deve pur sempe prendersi cura della famiglia...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una nonna indomita fa tutto ciò che è necessario per mettere il nipote nella giusta strada, un nipote che a sua volta cerca di realizzarsi nel lavoro ma non dimentica di prendersi cura della famiglia di origine. Una fidanzata sa confortare e sostenere il suo ragazzo in un momento difficile
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, dipendenza dalla droga, violenza domestica
Giudizio Artistico 
 
Il regista Ron Howard si conferma un ottimo professionista mai talenti delle due prime donne, Glenn Close e Amy Adams restano ingabbiati in personaggi sopra le righe
Testo Breve:

Un ragazzo di povere origini, con una madre tossicodipendente viene educato da una nonna di ferro. Un film sul valore della famiglia e sul sogno americano del self made man. Su Netflix

L’ultimo film del regista  Ron Howard, ricavato da Hillibilly Elegy, il  libro autobiografico di J.D. Vance è molto americano. E’ la storia di un self made man che raggiunge il successo partendo dal nulla, è la descrizione della vita che si svolge nei territori degli Appalacchiani, ritenuti i più poveri degli Stati Uniti, i cui abitanti, per lo più contadini, sono oggetto di derisione (vengono chiamati redneck: con la nuca bruciata dal sole per il lavoro nei campi oppure Hillbilly: sempliciotti di provincia); è l’impegno a portare in evidenza le condizioni  di tanti poveri bianchi che non riescono a pagarsi le rette delle università nè l’assicurazione sanitaria ma sopratutto è un inno alla famiglia. Una famiglia organizzata come un clan, dove in ogni momento storico c’è sempre chi funge da guida per tutti (un tempo Mamaw, ora Vance) e dove si aiuta sempre chi è in difficoltà, qualunque debolezza abbia commesso. Si tratta di un intreccio complesso dove, in un continuo zig zag fra passato e presente, si racconta la storia di tre generazioni e si seguono le tre stagioni di Vance, prima ragazzo paffutello e mansueto, poi ribelle e indolente, infine studioso e determinato a entrare a far parte della società che conta.

Questo quadro, già alquanto articolato, è in realtà il frutto di una semplificazione: il libro da cui la storia è tratta, aveva un chiaro indrizzo socio-politico ed è stato questa la vera ragione del suo successo, che aveva come sottotitolo “memoria di una famiglia e di una cultura in crisi”. Ciò ha fatto sì che il libro diventasse una bandiera per chi ha votato Donald Trump: la popolazione bianca degli stati centrali in cerca di un riscatto e che il film venisse osteggiato a priori da chi aveva opinioni contrarie. In realtà nel film le tematiche sociali sono appena accennate e il racconto che prevale è quello di un giovane che cerca la sua strada restando sempre legato alle sue radici, per quanto sgradevoli siano. Per noi europei, alquanto estranei a tematiche così lontane da noi, è sufficiente soffermarci proprio su questi aspetti del film,  Se il protagonista è ufficialmente D. J. Vance, in realtà troneggiano due prime donne: Glenn Close nella parte della nonna Mamaw e Amy Adams nella parte della madre Beverly. La scena-madre per Gleen Close interviene quando decide di sottrarre D.J., un adolescente ribelle, alla madre per prendersi il ragazzo in casa sua. Alle proteste di lui, la nonna è pronta a rispondere: “Devi fare ciò che serve, devi andare a scuola, devi prendere ottimi voti per avere anche solo un’occasione. Potresti non farcela ma non ne avrai neanche una se non ci provi”. “Ma  perché ti interessa di quello che faccio?” le chiede il ragazzo. “Perché  io non vivrò per sempre. Chi si occuperà di questa famiglia quando me ne andrò? Tua madre ha deciso di arrendrsi e purtroppo ha smesso di provarci. Devi decidere: vuoi essere qualcuno o no?”. In questo dialogo c’è tutta l’anima del film: l’impegno a riscattarsi da un’infanzia povera e difficile, il mito del successo (basta provarci) e una dedizione esclusiva per la famiglia, che deve restare sempre unita e ha sempre bisogno di un capo-guida, generazione dopo generazione.

Le interpretazioni di due ottime attrici come Glenn Close e Amy Adams lasciano perplessi. Nessuno può negare che buchino lo schermo, facendo impallidire gli altri protagonisti ma restano come ingabbiate in un eccesso di stereotipazione. Mamaw ha sempre una capigliatura selvaggia, gli occhiali che gli scivilano sul naso,  una sigaretta perennemente in bocca e il suo parlare è sempre volgare. Mamma Berkley ha solo due espressioni dominanti: alterna la ricerca compulsiva di droga da iniettarsi a momenti di disperata ricerca dell’affetto del figlio ma non viene ben raccontato la genesi di questa sua corsa verso il baratro. Un discorso a parte merita Freida Pinto nella parte della fidanzata di Vance per la sua dolce, delicata attenzione ai problemi del ragazzo e al suo risoluto sostegno. Se il rozzo appalacchiano è riuscito a farsi strada da solo, non poteva sperare in un premio migliore in vista di una famiglia finalmente felice.

In conclusione la storia esprime solidi valori familiari, Ron  Oward è sempre un ottimo professionista ma forse il film sarebbe risultato più interessante se si fosse evitato di andare sopra le righe nei suoi aspetti più drammatici.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 11/23/2020 - 11:45
Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine
Testo Breve:

Kate è felicemente sposata ed è una brava pianista. Un giorno scopre di avere la SLA. Diventa sua badante una ragazza irrequita con una vita disordinata. Un incontro e un aiuto fra due donne che consentirà loro di affrontare e risolvere le loro difficili situazioni. su Prime Video

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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