Dramma

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UN AMICO STRAORDINARIO

Inviato da Franco Olearo il Ven, 09/25/2020 - 07:31
 
Titolo Originale: A Beautiful Day in the Neighborhood
Paese: U.S.A.
Anno: 2019
Regia: Marielle Heller
Sceneggiatura: Micah Fitzerman-Blue, Noah Harpster
Produzione: TriStar Pictures, Tencent Pictures
Durata: 107
Interpreti: Tom Hanks, Matthew Rhys, Susan Kelechi Watson, Chris Cooper

Nel 1998 il giornalista Lloyd Vogel, viene incaricato dalla rivista Esquire di scrivere un articolo su Fred Rogers, pastore protestante e conduttore di un famoso programma televisivo per bambini: Mister Rogers' Neighborhood. Lloyd si reca a Pittsburg dove si svolgono le riprese televisive e incontra Fred, un signore molto affabile, che parla sempre con tono pacato e quando inizia a conversare con un bambino o un adulto non sta mai a guardare l’orologio. E’ quello che accade nella mezz’ora che è stata concessa a Lloyd per l’intervista: invece di essere lui a fare le domande che gli servono per costruire il ritratto di questo famoso personaggio, è Fred che si informa su di lui e intuisce che il giornalista nasconde un dramma familiare (da anni si rifiuta di incontrare il padre per il modo con cui ha trascurato sua madre prima della morte). Lloyd esce turbato da questo incontro ma al contempo desidera incontrare nuovamente Fred perché è rimasto colpito dalla serenità e dalla fiducia che riesce a trasmettere...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un bel racconto su come sentimenti di odio e di rancore troppo a lungo alimentati possano venir sciolti dall’affetto di una moglie comprensiva e dall’incontro con un uomo in grado di portare a galla tutto ciò che c’è di buono in noi.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di violenza familiare possono influenzare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Un racconto semplice, basato su pochi eventi esterni significativi, concentrato sul percorso psicologico del protagonista
Testo Breve:

La storia di Fred Rogers, un pastore protestante che ha trovato nel mezzo televisivo, dal 1968 al 2000, uno strumento potente per comunicare a bambini e adulti serenità, speranza nel futuro e fiducia in se stessi. Su CHILI

Ma chi è Fred Rogers?  Bisogna riconoscere che per la grande maggioranza degli italiani si tratta un personaggio sconosciuto. Non così negli Stati Uniti, dove ha condotto una trasmissione televisiva dedicata ai bambini, Mister Rogers' Neighborhood , ininterrottamente dal 1968 fino al 2000, vincitore di quattro premi Emmy. Al suo culmine, nel 1985, l’8% delle famiglie americane si sintonizzava sul suo programma. Ad ogni puntata cantava canzoncine da lui composte, faceva parlare dei pupazzi mossi da lui stesso all’interno di  una grande città-giocattolo, intervistava bambini e adulti secondo il tema del giorno. Lo stile è indubbiamente quello di una televisione vecchio stampo ma non bisogna pensare che Fred fosse solo un abile intrattenitore per i più piccini. La sua decisione di costruire un programma tutto suo era scaturita dal dispiacere di vedere il modo con cui la televisione del tempo si rivolgeva ai bambini perché era convinto che, con il dovuto tatto, si potesse riporre piena fiducia in loro, trattando temi anche seri come la malattia, la separazione dei genitori, la guerra in Irak. Il successo del suo programma sta a dimostrare che ha avuto la giusta intuizione.

Il film non parla di lui in modo indiretto ma siamo invitati  a cogliere gli effetti del suo “metodo” sul protagonista, il giornalista Lloyd, un uomo che porta  con sè, da tanti, troppi anni,  rancore  verso il padre, un uomo dal bicchiere facile  che lo ha abbandonato quando era ancora bambino. Una situazione che ha finito per influenzare anche il suo lavoro: si è costruito una fama di giornalista investigatore inflessibile  e spietato. Ma allora quale è il metodo Fred che traspare dal film? In realtà non c’è un metodo a lungo costruito; come sottolinea spesso Fred, ogni uomo è un unico irripetibile e ognuno deve trovare la propria strada. Il suo è un invito alla fiducia in se stesso e alla speranza. “Hai reso questa giornata molto speciale sopratutto essendo te stesso – dice Fred durante una trasmissione rivolto al pubblico – e  quando ti svegli domani sei pronto a dire: ho davanti a me un giorno brillante”. Non si tratta quindi di un metodo ma di un atteggiamento di grande fiducia nell’uomo e di empatia verso chi ha di fronte. Nei confronti di Lloyd sono significativi due momenti: quando lo invita a spendere un minuto, in silenzio a pensare alle persone che gli hanno fatto del bene (un esercizio di think positive) e quando gli chiede qual’è stato il suo amico immaginario che ha avuto da bambino (un coniglio di pelouche – risponde Lloyd). Questo ritorno all’infanzia, nelle intenzioni di Fred, è un modo di tornare a quel momento della propria vita quando si era vulnerabili ma sinceri. “Fred non è nè un santo nè un eroe, è un peccatore come tanti altri”: ribadisce sua moglie. Non cerca mai di mostrarsi una persona autorevole ma un neighbour, un vicino di casa.

Il film non tace la fonte di questa forza morale,  e una solida virtù della speranza: Fred è un pastore protestante e lo vediamo pregare per le persone che ha incontrato e che ancora non hanno risolto i loro problemi.  

Il film  sviluppa una storia semplice con un ritmo quieto, attardandosi a sottolineare i momenti di maturazione di Lloyd mentre  Fred, nonostante tutto, resta un personaggio misterioso: lo vediamo prestare attenzione agli altri ma ci è sconosciuta la sua vita privata: il film sembra adombrare che anche lui abbia avuto delle difficoltà come genitore e abbia attraversato momenti di rigidità.

Il film doveva uscire nelle sale a marzo 2019. A causa del Covid è stato distribuito in formato DVD ed è anche disponibile su CHILI

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL MEGLIO DEVE ANCORA VENIRE

Inviato da Franco Olearo il Lun, 09/21/2020 - 11:30
 
Titolo Originale: Le meilleur reste à venir
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Sceneggiatura: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte
Produzione: DIMITRI RASSAM, JÉRÔME SEYDOUX
Durata: 117
Interpreti: Fabrice Luchini, Thierry Godard, Patrick Bruel

Arthur e César si conoscono da quando, da ragazzi, frequentavano lo stesso collegio e ne combinavano di tutti i colori. Da grandi hanno preso strade diverse perché caratterialmente sono uno l’opposto dell’altro. Arthur è meticoloso, un po’ pedante, studioso (è un affermato professore di medicina); si è sposato, ha una figlia ma ora è divorziato, uno shock dal quale non si è ancora ripreso. César è un vulcano in eruzione: ama la bella vita, le belle donne, ha dei momenti di fortuna ai quali si alternano, come ora, clamorosi fallimenti. Pur così diversi sono rimasti grandi amici e ora che, per insolite circostanze, César crede che l’amico sia un malato con pochi mesi di vita, decide di passare con lui (e fare assieme cose folli) i giorni che gli restano…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un manifesto dell’amicizia maschile presentato come un gioire e patire con l’amico, rinunciare a ogni impegno per restare con l’amico quando ha bisogno di aiuto
Pubblico 
Pre-adolescenti
Solo alcune allusioni sessuali potrebbero non risultare adatte ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
La prestazione eccezionale di due attori del calibro di Fabrice Luchini e Patrick Bruel è sostenuta dalla sceneggiatura di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che sviluppano con un formato leggero ma in profondità cosa si intende per amicizia
Testo Breve:

Il film si concentra su  due magnifici protagonisti (Fabrice Luchini e Patrick Bruel), che litigano, scherzano, si abbracciano, vivono la loro amicizia prima che scada il tempo loro concesso. in SALA

Le sale cinematografiche si sono riaperte da poco ed ecco arrivare un film che si alza di un palmo rispetto agli altri: per la prestazione superba dei due protagonisti, per la capacità degli sceneggiatori di sviluppare in profondità il tema che sta loro a cuore: l’amicizia. Ovviamente non parliamo di perfezione: c’è a volte un eccesso di affabulazione, un sport molto praticato nel cinema francese, la voglia di spiegare con parole, magari imbellite da riferimenti letterarie, circostanze  già chiarite dalle sole immagini; difetti che non offuscano l’obiettivo raggiunto di realizzare un ritratto, in questo momento insuperato,  di cosa sia la vera amicizia.

Il tema dell’amicizia è molto caro al cinema francese e ci viene riproposto con frequenza regolare. In Il mio migliore amico cerca di dimostrare il valore dell’amicizia in negativo: parte da un uomo freddo, interessato solo al guadagno, che vuole dimostrare la banalità dell’amicizia scommettendo che in dieci giorni riescirà a farsi un amico. Un film riuscito a metà nell’intento perchè se un’amicizia alla fine si forma, ha la funzione primaria di coprire un vuoto affettivo, perché entrambi gli amici hanno perso l’amore della propria donna. Più comprensibile  il fatto che l’amicizia si manifesti in situazioni estreme, quando ci si trova di fronte a una grave infermità o alla prossimità della morte. E’ quello che accade in quell’ancora insuperato Quasi Amici, molto vicino a questo film, per via della necessità di convivere con una grave infermità: in questo caso un rapporto di lavoro (Driss è il badante di Philippe, tetraplegico) si trasforma in amicizia perché nonostante la grande diversità di origine, di cultura e di carattere, si accorgono che ognuno dei due può fare un gran bene all'altro (qualcosa di simile era accaduto anche nel più recente Green Book, dove anche in quel caso lo spunto iniziale è un rapporto di lavoro). Nel film americano Non è mai troppo tardi c’è una scena che è ripresa in modo identico in questo Il meglio deve ancora venire: due compagni di stanza in un ospedale (Jack Nicholson e Morgan Freeman) perché malati di cancro, anche loro di caratteri e di ricchezze opposte, compilano una lista delle ultime cose pazze che vorrebbero fare prima di morire e si dedicano a un carpe diem forsennato prima dello scoccare dell’ora. Il tutto appare però meccanico, “non sentito” che non fa che dare risalto alla fattura di questo film francese. Da dimenticare invece Truman – Un vero amico è per sempre: anche in questo caso c’è un uomo che va a trovare un suo amico carissimo, Julián, che sta per morire di cancro. Ma l’amicizia non è il tema centrale del film, piuttosto il modo con cui Juliàn cerca di accomiatarsi da tutti nel modo meno lacrimoso possibile perché ha deciso di praticare l’eutanasia.

Ma allora, di quale amicizia stiamo parlando in questo film francese? In effetti c’è qualcosa che è chiaro in questo come in tutti i film citati: due amici possono essere diversissimi come carattere, come origine, razza, ceto sociale: c’è qualcos’altro che li tiene uniti e che li spinge a condividere le gioie, le difficoltà e le sofferenze.

Se ci rifacciamo a Cicerone: “L’amicizia è l’accordo, pieno di benevolenza e carità, sulle cose umane e divine”  dobbiamo concludere che non è questo il tipo di amicizia che unisce Arthur a César che sono diversissimi in tutto, da ciò in cui credono (c’è un breve episodio che affronta il tema della fede), all’atteggiamento riguardo l’amore e l’impegno professionale. Quella di Cicerone si adatta di più a uomini che si trovano fianco a fianco ad affrontare gli stessi rischi e gli stessi problemi e si sostengono a vicenda. Esemplare, per mostrare questo tipo di bromance, è il serial Merlin, dove Merlino e re Artù combattono e rischiano insieme facendo sempre di tutto per salvare l’altro.

La definizione di  Aristotele si adatta meglio: “Si tratta di coloro che vogliono il bene dei loro amici per amore degli amici stessi, che sono veramente più amici, perché ciascuno ama l'altro per quello che è, e non per qualità accidentali”. Arthur e Cèsar hanno ognuno una propria vita    fatta di impegni lavorativi e personali  ma la loro amicizia, in un certo senso, trascende la loro vita contingente: non si contattano perché uno ha bisogno dell’altro per i propri progetti ma si incontrano per il piacere di stare insieme e di parlare liberamente di tutto, a ruota libera, mettendo a nudo ciò che pensano e sentono, senza filtri.

Il film, nel suo sviluppo, caratterizza bene questo tipo di amicizia, sottolineando quattro aspetti. Innanzitutto occorrono molti anni per potersi definire amici in questo modo: nel  caso di  Arthur e Cesàr veniamo a sapere che si conoscono dai tempi del collegio; inoltre la benevolenza (quindi volere il “bene” dell’altro) che si instaura fra i due, non vuol  dire accontentare l’altro in ciò che lui desidera ma nel dirgli con onestà ciò che dovrebbe fare, anche se gli appare sgradevole. Capita ioltre anche agli amici litigare come capita nel film  ma non si riesce a restare arrabbiati a lungo perché entrambi riscoprono il valore della loro amicizia. Infine, forse l’aspetto più importante di tutti: fra i due va sempre detta la verità. Arthue e Ces°r hanno entrambi qualcosa di sgradevole da confessare e alla fine trovano il coraggio necessario.

Tutti e quattro gli aspetti sono presenti nel film, che costituisce un vero “trattato cinematografico” sull’amicizia.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NON ODIARE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 12:10
 
Titolo Originale: Non Odiare
Paese: Italia, Polonia
Anno: 2020
Regia: Mauro Mancini
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Produzione: Movimento Film, Agresywna Banda, Rai Cinema
Interpreti: Alessandro Gassmann, Sara Serraiocco, Luka Zunic

Simone Segre, di origine ebraica, è uno stimato chirurgo di Trieste. Un giorno, mentre sta andando in canoa, si accorge che c’è stato un incidente lungo la strada parallela al canale. Arrivato sul posto, trova un uomo gravemente ferito mentre l’investitore si è dato alla fuga. Chiama subito l’autombulanza ma mentre si appresta ad aiutare il ferito, si accorge che ha una svastica sul petto. Nessun soccorso è ancora arrivato e Segre decide di non bloccare più la sua emorragia. L’uomo muore. Segre, afflitto da profondo rimorso, viene a scoprire che il neonazista ha lasciato tre figli: la figlia maggiore Marica, il piccolo Paolo e l’adolescente Marcello, anche lui un fanatico del nazismo. Decide quindi di aiutarli e inizia ad assumere Marica come domestica...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco . Il protagonista non chiede perdono per ciò che ha compiuto ma cerca di fare del bene a chi nel passato ha fatto del male. L'uccisione di un uomo resta impunito
Pubblico 
Pre-adolescenti
Uomini e donne che cercano di vivere in orgogliosa indipendenza, scoprono la bellezza del sostegno e dell’aiuto reciproco
Giudizio Artistico 
 
Un film intimista, di impostazione teatrale, che cerca di cogliere, nei gesti, negli atteggiamenti, i singoli moti dell’anima dei protagonisti
Testo Breve:

Un medico di origini ebraiche si rifiuta di soccorrere un neonazista ferito a causa di un incidente. Il pentimento e il desiderio di riparare lo avvicinano ai figli del defunto. Un film che scava nell’intimo delle coscienze di coloro che si considerano avversari. In SALA

Nel 2010 a Paderborn, in Germania, un chirurgo ebreo si è rifiutato di operare un uomo con un tatuaggio nazista, facendosi sostituire da un collega. E’ questo lo spunto  che ha stimolato gli sceneggiatori Davide Lisino e Mauro Mancini ha costruire questa storia sull’eredità dei padri, sulla solitudine , sul buio dei nostri preconcetti.

Partecipiamo al funerale di Giovanni, l’uomo morto nell’incidente, in piena liturgia fascista: tutti i presenti in camicia nera, saluto a mano tesa, teste rasate da naziskin. Anche in seguito vediamo Marcello e altri camerati, compiere azioni di violenta intolleranza. Eppure il film non vuole sviluppare studi sociali, agganciarsi a una certa cronaca violenta di oggi (in effetti certi toni fanatici sono caricati in modo poco realistico): gli autori ci vogliono parlare di coscienze e delle loro trasformazioni. Iniziamo dal protagonista, Simone Segre. Proprio il protagonista è un uomo misterioso. Lo vediamo andare in canoa da solo, in sala operatoria con qualche collega, poi il vuoto. Ha una famiglia? Ha una moglie, una compagna? Non abbiamo risposte. La sua figura di uomo solitario ci fa comprendere che ci troviamo do fronte a una figura-simbolo, stiamo partecipando a un’apologo  (il film è costellato di sequenze dal significato allegorico) dove si sta analizzando qualcosa di più ampio dello scontro fra ebrei e neonazisti. Il tormento di coscienza di Simone ha radici più lontane dell’ episodio dell’incidente d’auto e con il tempo si è corazzato di una freddezza che sfiora il cinismo (lo vediamo, ancora bambino, essere costretto dal padre, a scegliere quali gattini annegare e quale salvare; liquida la sua Colf che lo ha servito per anni con insolita freddezza; urla a un immigrato che continua a lavargli il vetro). Il rimorso che lui sente per l’atto compiuto è qualcosa di nuovo, qualcosa che lo costringe a uscire da se’ e a prendersi cura degli altri. Anche Marica è una ragazza rigida, in perenne lotta per sbarcare il lunario, sopratutto ora che il padre è morto e deve prendersi cura dei due fratelli ma preserva un valore che considera intoccabile: la sua dignità. Rifiuta di venir aiutata anche se ne avrebbe bisogno, rifiuta una gratifica di Simone perché vuole attenersi al salario pattuito. Eppure anche lei sa che non può   a lungo tenere per se' tutte le sue angosce; sa che avrebbe tanto bisogno di una parola di conforto, forse anche di una carezza. La storia di due anime che escono dal loro guscio e si abbandonano finalmente alla dolcezza dell'attenzione dell’uno per l’altra senza più difese, è l’aspetto saliente del film. Gli steccati, costruiti da fanatismo ideologico, sono stati abattuti. Meno lucido l'avvicinamento fra Simone e il neonazista Marcello, guidato più da circostanze eccezionali che da intima convinzione

Il titolo Non odiare sembra proporre un cammino più ambizioso, voler parlare di principi  assoluti, richiama il decalogo ebreo-cristiano. In realtà, più semplicemente e più realisticamente, sono persone che riescono a riflettere sui loro errori, sulle loro rigidità difensive e scoprono che comprendersi e aiutarsi a vicenda è la ricetta migliore per superare le nuvole scure angosciano la propria esistenza

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SULLE MIE SPALLE

Inviato da Franco Olearo il Gio, 09/17/2020 - 07:54
 
Titolo Originale: Sulle mie spalle
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Antonello Belluco
Sceneggiatura: Antonello Belluco
Produzione: Eriadorfilm
Interpreti: Paolo de Vita, Diego de FRancesco, Taryn Power, Giancarlo Previati

A Padova, nella prima metà del 1900, vive un frate di origini croate: padre Leopoldo Mandic. Non è un bravo predicatore (anche perché balbuziente), ma dedica molto tempo all’ascolto delle confessioni e alla direzione spirituale delle anime. La sua vita si incrocia con quella di tante persone che cercano in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. Andrea, ingegnere che tra le due guerre decide di aprire un’azienda di telecomunicazione, è una di queste persone. Nelle vicissitudini liete e tristi della sua vita e delle persone a lui vicine, la presenza di padre Leopoldo diventa riferimento saldo e sicuro, sostegno forte anche nelle situazioni apparentemente senza via d’uscita e senza speranza. Un frate di piccola statura, ma di grande spessore spirituale, un santo che ha aiutato moltissime persone.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Seconda opera importante di Antonello Bellucco (regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Tecnicamente, il film è ben confezionato ma non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi
Testo Breve:

La vita del santo confessore Leopoldo Mandic, cappuccino di Padova, raccontata attraverso le vicende di tante persone che hanno cercato in lui una parola di sostegno, di consolazione, un aiuto per non perdere la retta via. In SALA

Voler presentare lo spaccato di vita di un santo è sempre molto insidioso per sceneggiatori e registi: il rischio, infatti, di enfatizzare la parte “spettacolare” e miracolistica è sempre in agguato. Rischio che in questa pellicola viene fugato. Poche sono le manifestazioni soprannaturali che vengono proposte al pubblico (con effetti speciali modesti, tra l’altro), per dare maggior risalto all’ordinarietà della vita del personaggio. Andrea, la moglie Diletta, l’amico prete Tommaso e gli altri che si presentano sullo schermo sono persone normali che, messe alla prova nella loro vita e nella loro fede, trovano in un frate il sostegno necessario. Per contro anche il piccolo padre Leopoldo è un francescano a tratti un po’ originale nel carattere, ma sopratutto un semplice confessore.

La sceneggiatura è semplice e lineare. Le varie storie vengono rappresentate con qualche salto temporale, ma senza intrecci particolari nella trama. Un punto debole è la caratterizzazione dei personaggi. Se le interpretazioni sono molto buone, nonostante la lunghezza del film, non viene dato molto spazio per delineare la profondità umana e spirituale dei personaggi. San Leopoldo stesso, a tratti, risulta rappresentato in modo quasi macchiettistico. La scelta di rappresentare numerosi episodi delle vite dei protagonisti va, decisamente, a scapito dell’approfondimento delle loro personalità. Le occasioni non mancherebbero: l’innamoramento e il matrimonio, la morte di un bambino, la disperazione fino al tentativo di suicidio, l’amicizia… ma tutte risolte in poche sequenze. Forse questo è il limite più grande della pellicola. La scelta di privilegiare la linea narrativa rispetto alla dimensione riflessiva non lascia lo spettatore pienamente soddisfatto.

Seconda opera che Antonello Bellucco dedica a un santo (è stato regista di Antonio Guerriero di Dio, del 2006), anche questa agiografica. il film è ben confezionato, non presenta sbavature. Fanno eccezione degli effetti speciali che non sono qualitativamente elevati, per il resto il racconto procede spedito, con uno stile pulito senza ricercatezze che appesantirebbero la storia.

Costumi e ricostruzioni storiche sono verisimili e curate, aiutando molto lo spettatore ad immergersi nella narrazione e a lasciarsi coinvolgere dagli eventi.

Film davvero ricco di valori: la famiglia, l’amicizia, la speranza anche nelle difficoltà più grandi, la fede… sicuramente in quest’ambito troviamo il vero punto di forza di questa produzione. In un contesto storico particolarmente complesso come quello della fine della Prima Guerra Mondiale, la crisi del ’29 e i prodromi della Seconda Guerra Mondiale dove la società italiana era ancora profondamente permeata di cristianesimo, proprio questi valori sono stati l’aiuto più grande alla tenuta del sistema sociale e politico della nostra nazione.

In conclusione, anche se non si sta parlando di un film da grandi concorsi cinematografici internazionali, però è consigliabile la visione proprio per la ricchezza di valori e di speranza che le storie dei personaggi e la testimonianza di san Leopoldo infondono allo spettatore.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA VITA NASCOSTA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/23/2020 - 14:30
 
Titolo Originale: Hidden Life
Paese: Germania, Stati Uniti d'America
Anno: 2019
Regia: Terrence Malick
Sceneggiatura: Terrence Malick
Produzione: Studio Babelsberg, Elizabeth Bay Productions
Durata: 173
Interpreti: August Diehl, Valerie Pachner

Il film è ispirato alla storia vera di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco della regione di Radegund. Felicemente sposato con Fani, dalla quale ha avuto tre figlie, entrambi ferventi cattolici, non approva l’annessione dell’Austria alla Germania di Hitler. Chiamato alle armi e a giurare fedeltà al Fürer, oppone suo rifiuto in nome della fede cattolica. Nonostante l’invito di tanti cittadini di Radegund e delle stesse gerarchie ecclesiastiche (ma con il sostegno della moglie) a trovare una soluzione di compromesso, viene processato per alto tradimento e condannato a morte nell’agosto del 1943. Viene proclamato beato nel 2007.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un umile martire per la fede cattolica durante la dittatura hitleriana, sa ubbidire alla voce della coscienza e alimenta la ferma convinzione che la morte sia un passaggio verso una perfetta unione con Dio
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scene violente di guerra anche se non cruente (in U.S.A. : PG13)
Giudizio Artistico 
 
Il film scorre molto bene, nonostante la durata importante e lo stile riflessivo e metafisico di Malick, qui pienamente confermato, che può piacere o no
Testo Breve:

Meno famoso di Tommaso Moro (Un uomo per tutte le stagioni), il contadino austriaco Franz, realmente esistito,  si trova, durante la dittatura hitleriana, di fronte  a un dilemma molto simile: seguire i dettami della coscienza anche a rischio della vita o accettare qualche falso compromesso. .IN SALA

Eravamo abituati a dei lungometraggi molto poetici, quasi metafisici, ad opera del regista di Ottawa, ma stavolta supera se stesso. Le narrazioni precedenti a questo film infatti (The Tree of Life, To the Wonder, Song To Song,.. ) hanno sempre regalato spunti di riflessione esistenziali, effettivamente è proprio il marchio di fabbrica di Malick che abbonda con tematiche filosofiche e spirituali, tralasciando la concretezza e la sequenzialità della sceneggiatura. Stavolta invece si affonda nella realtà della storia, in particolare la vicenda di Franz Jägerstätter, realmente esistito, che si è opposto al nazismo e alla seconda guerra mondiale, a motivo della sua profonda fede cattolica.

La trama inizia dalla vita intima e familiare di questo contadino austriaco, totalmente dedito alla moglie, ai figli e al lavoro, oltre che assiduo partecipante della vita ecclesiale del suo piccolo paese. A causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, si ritrova durante tutto l’arco del film a lottare tra due scelte fondamentali: se accettare lo stato delle cose in un compromesso con il “meno peggio” oppure non tradire ciò in cui crede profondamente a prezzo della sua libertà, del rispetto degli altri, delle persone che ama di più.

Lo spettatore è fortemente coinvolto in questo dramma interiore, che sicuramente pone molti interrogativi. Talvolta si ammira la fermezza e la coerenza del protagonista contro il “sistema” malato, ma si è portati fino alla conclusione a valutare anche la facilità e la necessità di fare una scelta più comoda rispetto alla sua. Solo nel finale viene palesata la motivazione suprema di Franz, che è la fede nella risurrezione e nella vita eterna e il fatto di non temere chi può distruggere il nostro corpo mortale. Neanche la morte che si prospetta può separare l’uomo dai suoi legami con le persone che ama, ma soprattutto diventa il momento di passaggio per una perfetta unione con Dio, ricercata per tutta la vita.

Una storia così struggente fortunatamente è accompagnata da una magistrale fotografia ultragrandangolare, tipica di Malick, che permette di immergersi nella distesa di paesaggi montani mozzafiato, ma allo stesso tempo si è profondamente vicini ai soggetti non solo nelle manifestazioni esteriori, ma soprattutto nel loro animo, come se potessimo toccare con mano la loro persona. Anche la voce narrante fuori campo dei personaggi, che sono sempre parchi nei dialoghi diretti, invoglia alla introspezione perché le domande e le questioni esistenziali poste, sono anche le nostre. Come se il regista conoscesse le nostre sensazioni e paure, siamo costantemente interrogati e provocati da quello che accade nella narrazione e viene naturale mettersi nei panni del protagonista, perché almeno una volta nella vita ci siamo trovati davanti allo stesso bivio.

Non c’è da aspettarsi che diventi un Blockbuster, considerando il mercato cinematografico odierno, tuttavia il film scorre molto bene, nonostante la durata importante. È un film che può essere visto da tutta la famiglia, anche se il target è rivolto soprattutto ad un pubblico giovane e adulto per la serietà delle tematiche trattate. Certamente siamo di fronte ad un film degno di memoria, anche per gli anni a venire, mai banale, che fino all’ultimo ci regala una speranza di risoluzione positiva, ma anche una tensione alimentata dal dubbio che in fin dei conti la realtà non funziona come quella del grande schermo, anche se in questo caso si.

Autore: Ambrogio Mazzai
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IN VIAGGIO VERSO IL SOGNO

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/17/2020 - 18:18
 
Titolo Originale: The Peanut Butter Falcon
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Sceneggiatura: Tyler Nilson, Michael Schwartz
Produzione: Armory Films, 1993, Lucky Treehouse, Nut Bucket Films, Tvacom Film and Tv
Durata: 97
Interpreti: Shia LaBeouf, Dakota Johnson,

Zak, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down, abbandonato dai genitori in una casa per disabili, ha un solo obiettivo: fuggire da quella prigione per iscriversi alla scuola di wrestling del mitico campione Salt Water Redneck. Riuscito a fuggire, si imbatte in Tyler, un pescatore che sta fuggendo anche lui perché, rimasto solo dopo la tragica morte del fratello e privo di una licenza di pesca, ha finito per rubare i granchi presi nelle reti di altri pescatori. Insieme decidono di proseguire il loro viaggio verso la Florida spostandosi lungo le Outer Banks del Nord Carolina. Sulle loro tracce si è posta anche Eleonor, la ragazza della casa di per disabili che si è sempre presa cura di Zak e che vuole riportarlo indietro…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo ha la capacità di farsi amico di un ragazzo con la sindrome di Down ridandogli felicità e passione per la vita.
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene violente e di pericolo
Giudizio Artistico 
 
Una buona ricostruzione del profondo Sud secondo lo stile Mark Twain e ottima interpretazione del ragazzo Zack. Qualche limite nella definizione dei personaggi secondari
Testo Breve:

Due uomini in fuga negli scenari e nelle atmosfere già immortalati da Mark Twain. Una storia positiva di amicizia e di riscatto con qualche semplificazione. Su Chili, Tim Vision e Rakuten TV

Questo film indipendente, il più visto nella sua categoria nel 2019, è stato bloccato, nella sua uscita in Italia, dal lockdown del Coronavirus ma il problema è stato superato ed è ora disponibile a pagamento su Chili, Tim Vision e Rakuten TV. L’aspetto che meglio lo caratterizza è la presenza, come protagonista, di Zack Gottsagen, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down che nel film desidera soprattutto diventare un campione di wrestling e in questo obiettivo ci mette tutto il suo entusiasmo e la voglia di riscatto dalle tante volte che gli avevano detto: “non hai le capacità”. Un personaggio che gli calza a pennello perché il vero Zack ha finalmente realizzato il suo sogno: poter fare l’attore e c’è riuscito benissimo. Il desiderio di fuggire da un orizzonte chiuso, il desiderio di lasciar fluire la vita per come viene, anche nei suoi aspetti più imprevedibili, è reso molto bene in questo viaggio che intraprendono i due fuggitivi e i  due autori, Nilson e Schwartz al loro primo lungometraggio,  attingono  a piene mani alla mitologia americana: a quei racconti di Mark Twain come Huckleberry Finn,  che ci parlavano di un Sud ancora selvaggio, fatto di acquitrini da attraversare con una zattera,  vagabondaggio fra le foreste pluviali, campagne dove si può incontrare un vecchio cieco che ti vuole convertire e battezzare o un melanconico campione di wrestling ora decaduto. Parallelamente a questo viaggio in una terra ancora non violata dall’uomo, si svolge un altro cammino che si compie nell’intimo di  Zak e di Tyler. Iniziano compiendo lo stesso percorso per pura convenienza ma poi Zak finisce per trovare in Tyler quel genitore che non ha mai avuto e Tyler quell’affetto fraterno che ormai considerava perduto. E’ forse la parte del racconto meglio costruita. Tyler si trova a impegnarsi fino all’estremo delle forze per salvare Zak da un grande pericolo; è questa situazione che fa maturare in lui la responsabilità di prendersi cura di quell’insolito compagno di viaggio. Tyler ora si sente utile e ha piacere a insegnare al ragazzo a nuotare e a sparare con il fucile; Zak non è più un ragazzo con dei problemi ma un compagno di avventura.

Anche Eleonor, che ha ancora un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, quando li raggiunge, ha l’onestà di riconoscere di aver avuto torto: Tyler ha fatto di lui un uomo che si impegna in ciò che gli piace e non si limita a sopravvivere.

Il film ha la capacità di far immedesimare lo spettatore nelle avventure dei due protagonisti anche se in modo diseguale: se Zak è pienamente definito, restano in Tyler degli aspetti che non sono stati messi a fuoco, soprattutto negli antefatti che lo hanno spinto a rubare e poi a distruggere le reti degli altri pescatori.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BAR GIUSEPPE

Inviato da Franco Olearo il Mer, 06/10/2020 - 17:36
 
Titolo Originale: Bar Giuseppe
Paese: ITALIA
Anno: 2019
Regia: Giulio Base
Sceneggiatura: Isabella Angelini
Produzione: One More Pictures, RAI Cinema
Durata: 95
Interpreti: Ivano Marescotti, Virginia Diop, Nicola Nocella, Michele Morrone

Giuseppe è il proprietario di una stazione di servizio e del bar annesso, alla periferia di una non specificata zona rurale del Sud. E’ frequentato da gente del luogo ma anche da molti immigrati che Giuseppe considera come dei clienti alla pari degli altri, nonostante le mormorazioni di qualcuno.  La morte improvvisa della moglie, con la quale condivideva la gestione della stazione, lo getta nel più cupo sconforto; non è più giovane da poter pensare di lavorare da solo ma non accoglie il consiglio dei due figli Luigi e Nicol di mettersi in pensione e cerca un aiuto, proprio fra le persone che avrebbero più bisogno di quel lavoro. Sceglie quindi la giovane orfana Bikira, un’africana immigrata. Giuseppe è un uomo taciturno ma Bikira ammira, frequentandolo, la sua grande nobiltà d’animo e finisce per innamorarsene, nonostante  ci sia fra loro una grande differenza di età...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo mite e onesto, si occupa di fare del bene a chi non ha lavoro o ha subito il trauma dell’emigrazione
Pubblico 
Pre-adolescenti
Poco adatto ai più piccoli per la riproposta, con toni crudi e realistici, della storia di Giuseppe e Maria
Giudizio Artistico 
 
Un racconto che mira all’essenziale in un contesto simbolico che si avvale dell’ottima interpretazione di Ivano Marescotti
Testo Breve:

Un uomo anziano, mite e buono che si chiama Giuseppe, sposa una giovane immigrata. Una rivisitazione attualizzata all’oggi del racconto evangelico che resta a metà fra realismo e simbolismo. Su RAIPLAY

Sono i primissimi momenti dell’alba, annunciata da una linea di luce rossa che si distende lungo tutto l’orizzonte. Due pompe di benzina e un disadorno caseggiato vengono qualificati da un’insegna che si agita al vento come: “Bar Giuseppe” (il richiamo ai dipinti di Hopper è sicuramente voluto). In questo luogo non meglio individuato inizia e continuerà il film, un luogo simbolico per una favola edificante dove si aggrumano tensioni contemporanee e significati universali.

Quale storia abbia voluto riproporci il regista e sceneggiatore Giulio Base (Padre Pio-Tra cielo e terra, Maria Goretti, la regia di almeno una cinquantina di episodi di don Matteo) è subito chiaro: il gestore si chiama Giuseppe ed è bravo nel lavorare il legno. La giovane ragazza si chiama Bikira che vuol dire vergine e dopo il matrimonio lei scopre di essere incinta ma non si sa quale uomo abbia conosciuto. Riproporre la storia di Giuseppe e Maria ai nostri giorni secondo l’iconografia classica (Giuseppe come persona anziana) ma senza l’intervento del soprannaturale costituisce sicuramente un’operazione complessa perché cerca di riproporci in un’ambientazione altamente simbolica, le suggestioni di quella nascita miracolosa presenti in noi fin dall’infanzia ma al contempo le vuole attualizzare, cercando di stabilire una connessione fra quel mondo antico e i nuovi “ultimi”, coloro che sono dovuti emigrare dalle loro terre e sono approdati in Italia.

Anche da parte nostra è necessario separare i due aspetti e se ci concentriamo sul risvolto esclusivamente umano e contemporaneo della storia, la figura di Giuseppe, grazie anche all’interpretazione di Ivano Marescotti, è perfettamente riuscita: un mite, un giusto, che materializza la sua bontà nell’aiutare chi è a disagio nel ritrovarsi in un paese straniero per sfuggire alle violenze del suo paese. E’ un uomo di poche parole perché parla solo quando si deve preoccupare di qualcuno e tace quando percepisce la malizia del suo interlocutore. Per contrasto, intorno a lui, c’è chi non gradisce chi doveva restare in Africa e chi spande maldicenze nei confronti di Bikira, la “furba” che ha abbindolato il vecchio ingenuo.

Su fronte più mistico, sul rievocare la storia di Maria e il Giuseppe del Vangelo, trasferendola al giorno d’oggi, il giudizio deve essere lasciato alla sensibilità individuale A me personalmente dispiace che Giuseppe continui a esser visto come un vecchio, buono e mite, che preferisce subire piuttosto che reagire.

Giuseppe era un giusto, con una forte fede in Dio.  Ma avere fede vuol dire anche coltivare la speranza in un Dio che non abbandonerà mai nessuno (decise da solo, prima dell’arrivo dell’angelo di ripudiarla in segreto) e avere grande forza d’animo nelle avversità, pienamente dimostrato nella sua funzione di custode di Gesù e Maria, durante la fuga precipitosa in Egitto.  In un uomo così solido ed equilibrato non era necessario inventarsi l’espediente di considerarlo un vecchio per alleggerire il suo impegno alla castità. Occorre aggiungere che un matrimonio tra un vecchio e una giovanissima ragazza non risulta particolarmente gradevole.

Il film ha uno sviluppo lineare, concentrandosi sugli aspetti essenziali del racconto e se abbiamo già accennato alla scenografia che richiama i quadri di Edward Hopper, certe sequenze fra i vagabondi del paese ricordano il pauperismo presente negli ultimi lavori di Ermanno Olmi. Se la recitazione di Ivano Marescotti è ottima, la figura di Bikira (Virginia Diop) fornisce la freschezza giovanile che è richiesta al personaggio ma poco di più mentre risulta sopra dalle righe la figura del figlio Luigi (Michele Morrone) tossicodipendente e senza fissa dimora.

Disponibile su Raiplay

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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SKAM ITALIA (quarta stagione)

Inviato da Franco Olearo il Lun, 06/01/2020 - 16:42
Titolo Originale: Skam Otalia (quarta stagione)
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Ludovico Bessegato (st. 1-2, 4), Ludovico Di Martino (st. 3)
Sceneggiatura: Ludovico Bessegato, Anita Rivaroli, Marco Borromei, Alice Urciolo, Ludovico Di Martino
Produzione: TIMvision, Netflix, Cross Productions
Durata: 10 puntate di 30' su Netflix e Tim Vision
Interpreti: Beatrice Bruschi, Ludovica Martino, Benedetta Gargari,Ludovico Tersini

Nella quarta stagione di Skam ritroviamo le cinque amiche, Eva, Eleonora, Silvia, Federica e Sana che frequentano l’ultimo anno al liceo Kennedy di Roma. Sana è ora la protagonista: mussulmana convinta, porta sempre il velo, prega cinque volte al giorno, pratica il Ramadam e cerca l’uomo che può diventare suo marito matenendosi vergine perché intende l’unione dei corpi come sigillo di un impegno per la vita. I suoi rapporti con le amiche non sono sempre sereni: cercano di organizzre una vacanza in Grecia tutte insieme ma entrano in dissidio perché le altre vogliono lasciare una camera da letto libera per eventuali incontri con dei ragazzi. Sana si innamora di Malik, il migliore amico del fratello Rami, ma resta delusa quando scopre che Malik non è più un mussulmano praticante...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista, di origine tunisina e di fede mussulmana, riconosce, con convinzione personale e non per imposizione, il valore della preghiera e della verginità prima del matrimonio. Per contrasto gli altri giovani italiani, vivono in un contesto di relazioni familiari degradate o indifferenti, esercitando una piena libertà sessuale
Pubblico 
Maggiorenni
La convivenza in età di liceo fra un ragazzo e una ragazza o fra due ragazzi costituisce una normalità comunemente accettata. Baci omosessuali, nudità
Giudizio Artistico 
 
Efficace ricostruzione di un contesto giovanile, cura nella psicologia dei protagonisti. Ottima colonna musicale
Testo Breve:

Sana, protagonista della quarta stagione, è mussulmana per intimo convincimento ma non vuole per questo perdere le amiche e gli amici di scuola. Un difficile equilibrio fra chi cerca di credere che il mondo abbia un senso universale per tutti e chi vive alla giornata

E’ indubbio che Skam Italia abbia il suo punto di forza nei dialoghi confidenziali a tu per tu, fatti sottovoce  ma alcuni sono più significativi degli altri. E’ sera. Malik sta accompagnando Sana a casa. “Perchè non sei più mussulmano?”: chiede lei. Malik ha smesso di esser praticante da quando ha saputo come è stato trattato dai genitori e da tutta la comunità il suo amico Luai,  che ha inclinazioni omosessuali (evidentemente il giudizio negativo sull’esercizio dell’omosessualità costituisce, non solo per la fede cattolica ma anche per quella mussulmana, uno dei motivi principali dell’allontanamento dei giovani). “Non senti che ti manca qualcosa?”: le risponde Sana; per lei è fondamentale  il momento della preghiera, quando improvvisamente tutto torna tranquillo, anche nelle giornate più difficili, è come se ritrovasse il suo spazio. “Riesco a ricordarmi cosa conta veramente, cioè essere una brava persona e rispettare gli altri”. Malik ribatte: “non pensi che si possa essere delle brave persone e rispettare gli altri anche senza pregare?”. Ma Sana ha una percezione più profonda: “quando prego è come se ci fosse una connessione tra le cose: c’è un equilibrio che riesco a sentire. Non posso pensare che non ci sia un equilibrio cosmico, un disegno nel quale noi siamo dentro”.

Questo dialogo dà indubbiamente il “tono” a questa quarta stagione.  “Buca” lo schema dei tanti teen drama o teen comedy che ci stanno proponendo le varie piattaforme; esce dal perimetro amicizie/feste/pettegolezzi/genitori assenti/sesso/omosessualità, per presentarci una ragazza che riflette, che colloca i suoi non pochi problemi come italiana mussulmana, in un contesto più ampio, nell’evidenza di un Dio che ha creato il  mondo. La risposta di Malik è scontata: per esser delle “brave persone” non è necessario avere fede. E’ la risposta soggettiva, quella che pone se stesso al centro del mondo, al massimo cercando di non fare del male agli altri ma è assente una realtà da condividere, il significato  profondo del nostro comune esistere.

Sana è anche innamorata  ma lo è nel suo modo peculiare e soffre più delle altre quando teme che i suoi sentimenti non siano ricambiati, perché sta  cercando  un uomo  per la vita. Un altro dialogo intimo molto bello è fra Sana e la madre: entrambe si stanno rilassando sul letto e Sana si sente libera di confessare a sua madre che si è innamorata. Il fatto che Malik non sia più mussulmano costituisce un problema ma la madre cerca di sdrammatizzare la situazione, vuole di tenerle aperta la porta alla speranza. Non si può fare a meno di cogliere una certa ironia indiretta in questo personaggio, che avrebbe potuto benissimo essere una ragazza cattolica con dei bravi genitori ma invece è una fervente mussulmana, come era già accaduto in Bangla,  il film del bengalese Phaim Bhuiyan. In quel caso era lui , che viveva nella romanissima Tor Pignattara, a sentire l’impegno di arrivare vergine al matrimonio mentre la sua ragazza, italiana, non comprendeva neanche di cosa si stesse parlando. Il messaggio che arriva da questi film/serial è chiaro: la cultura cattolica non ha più presa per la formazione delle nuove generazioni e per trovare genitori che stiano attenti al comportamento dei loro figli, bisogna riferirsi a culture diverse dalla nostra. Sappiamo che nella realtà la situazione non è poi così drammatica, ma, storie cattoliche semplicemente, non sono  “cinematografiche”, perché fuori dal sentire dei più.

La quarta stagione presenta i pregi e i difetti già visti nella prima: la sceneggiatura sviluppa bene le personalità dei protagonisti, nelle loro pulsioni, fragilità, melanconie giovanili, forse meglio di altri teen serial usciti in questo periodo, la colonna musicale è strepitosa.  Il serial pone al primo posto  il valore dell’amicizia, che non va tradita e che apre alla confidenza, così come spinge a chiedere perdono quando si ha sbagliato. Ma si tratta di giovani privi di riferimenti forti (in particolare i genitori sono praticamente assenti) e di una “visione”  per il futuro (ciò è tanto più fuorviante in quanto si trovano ormai all’ultimo anno di liceo); restano quindi chiusi nel presente e il presente  vive di un solo obiettivo: trovare una compagna/un compagno con la/ il quale sviluppare una convivenza.

L’attenzione che si manifesta nella quarta stagione per la ragazza mussulmana non sottende, da parte dell’autore, Ludovico Bessegato, nessuna particolare preferenza, non viene posta come modello di riferimento rispetto alle altre storie ma è espressione di  indifferenza rispetto a tutte le possibili scelte. Con eguale impegno, nelle stagioni precedenti, si è dedicato agli amori/convivenze di Eva e Giovanni (prima), di Eleonora ed Edoardo (terza) ma  anche alla relazione omosessuale  fra Martino e Niccolò (second). In una delle sequenze finali, uno dei  ragazzi cerca di immaginarsi il suo futuro e quello dei suoi  amici di liceo: “siamo tutti convinti di muoverci verso il cielo e non ci accorgiamo che in mezzo c’è il soffitto. Però se saltiamo tutti insieme, questo soffitto lo sfondiamo”. E’ lo slogan che chiude la stagione, una forma di religione in cui credere: restare uniti in modo che ognuno possa essere quello che preferisce.  Non c’è una realtà da condividere oppure obiettivi da realizzare in comune ma siamo come tante  monadi,  in cerca ognuno della propria, personalissima, felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE ENGLISH GAME

Inviato da Franco Olearo il Sab, 04/25/2020 - 10:17
 
Titolo Originale: The English Game
Paese: Regno Unito
Anno: 2020
Regia: Birgitte Stærmose, Tim Fywell
Sceneggiatura: Julian Fellowes, Tony Charles, Oliver Cotton, Ben Vanstone, Gabbie Asher, Sam Hoare, Geoff Busseti
Produzione: 42
Durata: 6 episodi di 45' su Netflix
Interpreti: Edward Holcroft, • Kevin Guthrie, Charlotte Hope, Niamh Walsh, Craig Parkinson, James Harkness

James Walsh, proprietario del mulino di Darwen e del Darwen Football Club, decide di pagare segretamente due calciatori scozzesi, Fergus Suter e Jimmy Love, per rinforzare la squadra in vista dei quarti di finale della FA Cup 1879. Nessuna squadra di operai ha ancora vinto la coppa ed è questo il suo obiettivo ma occorre prudenza perché la Federazione prevede in campo solo giocatori volontari. Gli avversari sono gli Old Etonians, una squadra composta da gentiluomini dell'alta borghesia londinese e capitanata da Arthur Kinnaird

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un uomo e una donna dell’aristocrazia inglese si presentano come dei giusti, in grado di uscire da se stessi per riconoscere le esigenze e il valore di altre persone in classi sociali diverse
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Bravi attori rendono scorrevole un racconto che ha una palese intenzione apologetica non tanto per un affascinante sport come il calcio ma per quegli uomini che lo hanno reso popolare. Un lavoro molto criticato in madrepatria
Testo Breve:

Nel 1879, in Inghilterra, il calcio è ancora agli inizi, uno sport elitario non retribuito. Ma è anche il tempo della crescita tumultuosa di una nuova realtà industriale che accoglie tanti lavoratori desiderosi di appassionarsi a questo nuovo sport. Su questo sfondo sono tanti i personaggi  positivi, che costruiscono un racconto semplice e scorrevole. Su Netflix

Questo serial, in sei puntate su Netflix, racconta la storia di due giusti: Arthur Kinnaird e sua moglie. Arthur è un lord, con tutti i privilegi che gli competono ma ha anche occhi per guardare e un cuore per comprendere. E’ un nobile inglese fin nel midollo delle ossa, i suoi modi sono cortesi, il suo comportamento controllato, impeccabile nel vestire, ama il calcio e lo ha sempre concepito con un passatempo per la gente come lui, perché esprime una competizione leale, espressione di energia fisica e di destrezza. Ma Arthur è in grado di avvicinarsi e comprendere anche il mondo dei lavoratori, che nella tumultuosa crescita dell’industria di fine ottocento sono soggetti a salari fluttuanti in funzione dell’andamento del mercato e possono venir licenziati senza preavviso. Arthur riesce a trascendere la propria situazione e a comprendere che per lasciar giocare anche i salariati, occorre accettare che quella del calciatore diventi una professione retribuita.

La moglie Margaret si rivolge al fronte femminile con uno sguardo acuito dalla sofferenza per non aver potuto portare a termine una gravidanza e finisce per scoprire la dura realtà di quelle donne delle classi più umili che hanno avuto un figlio senza esser sposate e per questo vengono allontanate dalla società e da qualsiasi lavoro.

Attraverso questi due protagonisti Juian Fellowers, già autore di Downton Abbey, ritorna a esplorare tempi e ambienti a lui cari, anche se la classe dei nobili e quella dei salariati non si trovano su piani differenti dello stesso castello ma in squadre antagoniste del football allora nascente. Secondo un’impostazione narrativa che già conosciamo dai suoi lavori precedenti, per Fellowers non ci sono buoni e cattivi ma sempre persone che sanno riflettere e che cercano di fare la cosa più giusta

Anche nel mondo dei “poveri” e dei borghesi sono presenti persone degne di ammirazione: Fergus Suter cerca di affrontare nel miglior modo possibile la sua grave situazione familiare; il suo amico fraterno Jimmy è l’uomo buono in assoluto, che non sa mai dire di no a nessuno; James Walsh è un imprenditore che comprende che i suoi affari prospereranno solo se ci sarà una stretta intesa con gli operai che lavorano nel suo mulino.

Da un quadro così globalmente positivo possiamo concludere che a Lord Julian Fellowers interessa soprattutto rappresentare la nobiltà d’animo delle persone, intesa come prerogativa di chi è ricco come di chi è povero ma forse lo sceneggiatore lascia trasparire in questo serial, forse più che i Downton Abbey, che il suo cuore batte per quella classe che per prima ha cercato di rendere la nobiltà d’animo una qualità fondante. Nell’ultima puntata della serie, in una cena prima della partita finale, Arthur Kinnaird, contornato dai compagni di squadra, dice che loro dovranno dare, per il giorno seguente “:uno spettacolo dignitoso, un comportamento degno di un gentiluomo, perché siamo gentiluomini e domani noi andremo a vincere come gentiluomini”

Autorevoli testate della stampa anglo-americana non hanno parlato male di questa fiction, ne hanno parlato malissimo.

The Guardian la definisce una serie terribile, che ha fatto autogol. L’autrice dell’articolo fa notare che Fellowes non ha scritto da solo la sceneggiatura, ci sono dei co-autori ma “li lascerò anonimi perché potrebbero essere giovani e avere famiglie”.

The Exquire incalza: “Alcuni dialoghi sono “gommosi” (chewy) oltre ogni immaginazione”.

In effetti la struttura narrativa è semplice, le scene-chiave delle partite di calcio non sono particolarmente emozionanti e non viene nascosta la volontà di raccontare una bella storia su quella che è una gloria inglese ma probabilmente, ciò che ha fatto indispettire di più questi recensori, è l’aria di “buonismo” (loro direbbero così in italiano) che traspare. In particolare, fra i tanti “difetti”, c’è anche il mostrare donne che vedono in una maternità compiuta la fonte principale della loro felicità.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE REPORT

Inviato da Franco Olearo il Gio, 04/23/2020 - 11:30
Titolo Originale: The Report
Paese: USA
Anno: 2019
Regia: Scott Z. Burns
Sceneggiatura: Scott Z. Burns
Produzione: Topic Studios, Margin of Error, Unbranded Pictures, Vice Media
Durata: 119
Interpreti: Adam Driver, Annette Bening, Jon Hamm, Michael C. Hall, Matthew Rhys, Maura Tierney, Jennifer Morrison

Daniel J. Jones, con un’esperienza all’antiterrorismo nell’FBI, viene incaricato dalla senatrice Feinstein, della commissione sui servizi, di effettuare un rapporto sul programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre e accusato di enormi abusi. In anni e anni di indagine meticolosa, ostacolata dalla burocrazia e da chi preferirebbe che tutto restasse nascosto, Daniel porta alla luce non solo una serie impressionante di abusi, ma anche numerosi tentativi di insabbiamento. Il suo rapporto, imbarazzante non solo per l’Agenzia ma anche per uomini politici di ogni parte, rischia però di non vedere mai la luce…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un funzionario dello stato, mosso da inflessibili ideali, compie un lavoro scrupoloso nel denunciare violenze e abusi commesse dalla Cia
Pubblico 
Adolescenti
Numerose scene di tortura e violenza
Giudizio Artistico 
 
La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.
Testo Breve:

Un lavoro di doverosa denuncia sugli abusi commessi dalla CIA nel programma di detenzione e interrogatorio della CIA creato all’indomani dell’11 settembre che avrebbe meritato un maggior approfondimento sui dilemmi e la psicologia dei protagonisti. Su Prime Video

Nel solco del cinema americano di denuncia, il film di Scott Z. Burns costruisce un thriller (anche se a dire il vero la tensione dopo un po’ latita) raccontando il faticoso percorso di denuncia degli abusi compiuti dalla Cia nel famigerato programma di interrogatori dei sospetti terroristi all’indomani dell’11 settembre. Ostacolato dalla burocrazia e dalle prevedibili resistenze dell’Agenzia, ma anche dalle indecisioni della politica (bipartisan) l’idealista Daniel vacilla raramente. Del resto non sembra avere molto da perdere: non ha una vita al di fuori del lavoro che finisce per assorbirlo sempre di più.

Quello che scopre è stato già in parte raccontato in altri film, ma qui Burns punta il dito non solo sugli orrori degli interrogatori (che intravediamo ripetutamente anche se va detto che le vittime rischiano di rimanere “anonime”, come un numero in un conteggio generico), ma sull’inutilità del programma stesso, che non ha nemmeno la discutibile difesa del fine che giustifica i mezzi. Tra consulenti ottusi o spregiudicati e agenti della Cia ostinati quanto poco intelligenti, emerge qua e là qualche individuo con una coscienza, ma sono personaggi che nell’economia del racconto trovano poco spazio.

A dominare la scena è Daniel con la sua testarda determinazione che deve farsi strada tra le rigidità e i compromessi della politica americana (nemmeno il governo Obama, seppur con “buone” ragioni, è molto propenso a divulgare i risultati della sua ricerca) e quello che doveva essere l’incarico di un anno si trasforma in un lavoro di ricostruzione infinito. Tentato di prendere la scorciatoia che passa per la denuncia a mezzo stampa, Daniel tiene duro fino alla fine.

La ricostruzione è molto accurata, Adam Driver come sempre convincente (così come lo sono Annette Bening e Jon Hamm nei panni dei due politici più presenti), ma al film manca un po’ di calore e così alla lunga la reiterazione di denunce e contromosse rischia di diventare un po’ noiosa.

La pellicola è quindi un lavoro di doverosa denuncia, a cui forse avrebbe giovato non tanto qualche ulteriore “invenzione” drammaturgica, quanto la scelta di dare qualche sfumatura in più agli antagonisti così come un po’ più di spazio ai dilemmi di Daniel e ai personaggi con cui condivide il lavoro di ricerca, che invece restano di fatto quasi delle comparse necessarie ai dialoghi che raccontino i fatti.

Il film è disponibile su Prime Video

Autore: Luisa Cotta Ramosino
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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