Documentario

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IO SONO CON VOI

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/20/2021 - 14:48
 
Titolo Originale: Io sono con voi
Paese: Italia
Anno: 2021
Sceneggiatura: Daniela Gurrieri
Produzione: Cristiana Video per EWTN
Durata: 35

A Lanciano si ricorda il primo miracolo eucaristico riconosciuto dalla Chiesa Cattolica , avvenuto nel VIII secolo . E’ la partenza per un viaggio alla scoperta del beato Carlo Acutis: della sua generosità, altruismo, simpatia contagiosa ma sopratutto alla scoperta delle radici della sua spiritualità.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Carlo Acutis: un beato giovane, un beato che ha saputo impiegare i moderni mezzi di divulgazione, un beato che credeva fermamente nell’eucarestia facendola diventare la ragione della sua vita
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il documentario riesce nel suo intento di far conoscere a un vasto pubblico Carlo Acutis, unendo al realismo delle testimonianze profonde riflessioni teologiche, per far comprendere non solo chi era ma anche ciò in cui credeva maggiormente
Testo Breve:

Un ragazzo morto a 15 anni dichiarato beato dalla Chiesa Cattolica, raccontato nella sua semplicità ma anche nel suo abbandono  fiducioso al mistero eucaristico

Poteva esser prevedibile, per far conoscere il beato Carlo Acutis , sviluppare un racconto cronologico della sua breve esistenza. Il documentario inizia invece in  modo inaspettato: nelle prime sequenze ci troviamo a Lanciano, dove è avvenuto il primo miracolo eucaristico nel lontano VIII secolo.  La sostanza del pane si è trasformata nel corpo di Cristo e la sostanza del vino nel Suo sangue.  Mentre un patologo conferma che dalle analisi le reliquie risultano essere vera carne e vero sangue umani,  teologi e sacerdoti sottolineano l’eccezionalità della transustanziazione. Perché questo incipit  quasi catechistico? Riteniamo che non poteva essere fatta scelta migliore perché se non  si comprende il significato e il valore dell’eucarestia, non si può comprendere Carlo Acutis.

L’eucarestia è stata per lui il modo di rendersi  intimo con il Signore, il motore della sua  esistenza. Lui non comprendeva - racconta sua madre - perché tanta gente si accalchi per vedere un cantante, una partita di calcio mentre le chiese, dove è presente lo stesso Cristo, siano quasi sempre vuote. “Noi siamo più fortunati di coloro che  duemila  anni fa furono coetanei del Signore: a quei tempi bisognava cercare di trovarsi nel suo stesso luogo e nello stesso tempo: oggi basta entrare nella chiesa più vicina” : ricorda sempre la madre.

Ovviamente il documentario menziona i tanti episodi nei quali Carlo ha reso concreto il suo amore verso il prossimo (comperare un sacco a pelo per darlo a un barbone, dar loro da mangiare) ma è stato anche significativo il gesto di ritornare indietro dal gelataio che per sbaglio gli aveva dato, come resto venti centesimi in più, perché:  “anche lui ha una famiglia e lavora per dar loro da mangiare”.  Sono attenzioni sociali che colpiscono la fantasia di molti, anche di persone non credenti e finiscono per cristallizzare un’immagine forse troppo semplice, di questo beato. Il  documentario invece  ritorna sempre, giustamente,  al tema dell’eucarestia come fonte di tutto. In una vita spesa nella dimensione  eucarsitica, si entra  nella coeternità,  siamo già nel “tempo di Dio”, il tempo  non come kronos  ( tempo cronologico) ma come kairos (tempo che ha acquistato un senso).

Per conoscere la vita del beato sono stati  intervistati, come già accaduto in altri documentari o programmi televisivi, la madre e il domestico bramino (che si è poi convertito) ma in questo lavoro sono originali l’intervista al suo professore dell’Istituto Leone XIII di Milano, alla sua insegnante di ripetizione quando si trovava ad Assisi e ad alcuni suoi amici d’infanzia.

La  mostra sui miracoli eucaristici da lui concepita, è nata proprio dal desiderio di condividere con altri la sua magnifica scoperta (“al sole ci si abbronza;  di fronte all’eucarestia si diventa santi). Si preparò a fondo per questo progetto e convinse i suoi genitori  a compiere alcuni viaggi, espressamente per fare delle foto che potevano servire. E’ stata anche l’occasione per farci meravigliare della disinvoltura con cui lui,  alla sua età, utilizzasse tutti i moderni metodi telematici e visivi per un fine di bene.

Probabilmente verrà riconosciuto patrono di Internet e ciò costituirà per noi un grande vantaggio: quando staremo chattando, preparando filmati da mandare in rete (per fini buoni!), sapremo a chi rivolgerci...

Il documentario è l’ultimo lavoro realizzato da Cristiana Video , disponibile da domenica 21 febbraio in VOD presso il sito  (https://vimeo.com/ondemand/carloacutis

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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HIGH SCORE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/16/2021 - 20:02
Titolo Originale: High Score
Paese: USA
Anno: 2020
Sceneggiatura: France Costrel
Produzione: NETFLIX
Durata: 6 episodi di 45'

Nelle puntate del serial vengono raccontate le trasformazioni che ha subito il mondo del videogame, dagli anni ’70 fino alla soglia del 2000, attraverso le interviste dei più importanti protagonisti che vivono fra le due sponde più significative, gli Stati Uniti e il Giappone ma anche alcuni utenti che sono riusciti a vincere contest internazionali

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un'onesta ricostruzione della storia dei giochi elettronici, che include anche la nascita del criteri di protezione dei minori. Purtoppo manca un'analisi del potenziale educativo dei videogiochi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il documentario è riuscito a "umanizzare" il racconto ,intervistando quei creatori che hanno portato significativi passi avanti nell'evoluzione dei videogame
Testo Breve:

Come si è passati da Space  Invaders sulle game machine da bar ai giochi multi-ruolo e multi-utente, dove migliaia di appassionati partecipano contemporaneamente in rete? Ce lo spiega questo documentario portando in evidenza questa realtà troppo spesso, nel bene e nel male, trascurata

Alla fine degli anni ’70, il gioco che aveva maggior successo fu Space Invaders sulla scia di Star Wars, uscito proprio in quegli anni. Le case produttrici e le sale giochi facevano molti soldi ma in Giappone, non bastava; in particolare al progettista il prof Toru Iwatari, dispiaceva che dai giochi fossero escluse le donne.  Questi continui combattimenti contro gli invasori non interessavano il gentil sesso. Un giorno, in una tavola calda aveva ordinato una pizza. Tagliandone un pezzo, ebbe l’intuizione giusta: aveva davanti un mostriciattolo con la testa rotonda e con la bocca aperta: aveva davanti a se’ Pac-Man. Ora anche le ragazze correvano a giocare divertendosi a far mangiare a Pac Man tanti biscotti.  Passando dagli arcade da bar alle console da tavolo (Hatari, Nintendo,..) con cartucce intercambiabili i videogame si sono evoluti dal bidimensionale al tridimensionale.  Il software invece si è evoluto nei giochi di ruolo, delle vere forme narrative interattive dove il giocatore può compiere delle scelte e interpretare il personaggio che desidera (se il videogioco va alla narrazione, anche la narrazione va al videogioco: recentemente Netflix ha prodotto un film interattivo – Black Mirror: Bandernatch dove è l’utente a scegliere quale direzione far prendere al racconto). Si è infine arrivati all’attuale MMORPG (Massive Multiplayer Online Role-Playing Game) dove migliaia di giocatori possono interagire fra loro interpretando personaggi che si evolvono insieme al mondo che li circonda. Bisogna comprendere che nel settore dell’entertainment, quello dei videogiochi è di gran lunga a maggior fatturato: più del cinema, più del settore musicale.  Come ha giustamente fatto notare il prof Giuseppe Romano, in un corso web di Family and Media Education (https://www.familyandmediaeducation.eu/corsi/familyandmedia), se noi pensiamo ai film blockbuster come esempio massimo di investimento nel settore dell’entertainment si deve ricredere; creare un nuovo gioco comporta l’investimento di miliardi che coinvolge migliaia di esperti. Grand Theft Auto ha avuto un budget di 300 milioni di dollari, 50 milioni più alto di Avatar, il film più costoso finora prodotto

Il serial non trascura di raccontare quello che è accaduto quando la grafica ha smesso di essere elementare, adatta ai più giovani e si è evoluta, finendo per interessare anche gli adulti arrivando presto realizzare giochi molto violenti o a contenuto sessuale Si è reso pertanto necessario istituire negli anni ‘80 un criterio di classificazione per la protezione dei minori (PEGI in Europa).

Il serial termina la sua panoramica alla fine degli anni ’90, quando il realismo era ormai impressionante ma non si è ancora arrivati alle connessioni iper-veloci caratteristiche di questo inizio del XXI secolo.

Dispiace che l’interesse che questo serial esprime sia soprattutto industriale, evolvendosi con un hardware sempre più sofisticato e realizzazioni software sempre più coinvolgenti, intesi a realizzare sfide (e soldi) in un crescendo senza fine. E’ totalmente assente una panoramica sul valore educativo dei video game: oltre che essere una dimostrazione di destrezza, i videogiochi hanno un grosso potenziale come ginnastica della mente e forza educativa. Sono molto utili i giochi dove decidi di immedesimarti in Annibale (o in un condottiero romano) per stabilire come organizzare l’invasione dell’italia, oppure scegliere quale nazione essere nei delicati equilibri dell’Europa del 1500. Il prof Giuseppe Romano nel Webinar già citato, propone l’esempio di Minecraft (creare e modificare un mondo fatto solamente di blocchi cubici) che stimola la libera creatività dei giocatori. Appartiene infatti alla categoria dei sandbox si indica un tipo di gioco che mette a disposizione dei giocatori numerosi strumenti, senza imporre un particolare obiettivo da raggiungere.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ADOLESCENTI - ADOLESCENTES

Inviato da Franco Olearo il Dom, 02/07/2021 - 09:15
Titolo Originale: Adolescentes
Paese: FRANCIA
Anno: 2019
Regia: Sébastien Lifshitz
Sceneggiatura: Sébastien Lifshitz
Durata: 115

La vita quotidiana di due amiche Emma e Anaïs riprese dal vivo dall’età di 13 anni fino ai 18. Vivono nella cittadina di Brive-La Gaillarde nella Nuova Aquitania (Corèze, Francia). All’inizio frequentano lo stesso collège (scuola media) ma sono di estrazione sociale diversa. Emma, una ragazza spesso insicura, è figlia unica, la madre è un’ispettrice delle imposte, il padre un direttore commerciale; le piace cantare e aspira a diventare un’attrice. Il suo percorso scolastico prevede il liceo e poi l’università. Anaïs, estroversa e passionale, ha una famiglia di estrazione operaia, e desidera iscriversi a un istituto professionale (si sente portata ad accudire bambini o a prendersi cura di anziani) per poter guadagnare e diventare indipendente al più presto. Di loro seguiamo l’evoluzione delle amicizie, i primi amori, i rapporti non sempre facili con i genitori, l’impatto di eventi che hanno scosso la Francia, come gli attentati di gennaio e novembre del 2015…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Attribuiamo un valore positivo a questo lavoro perché risulta essere uno studio onesto del comportamento dei millenials anche se né le ragazze ma più di loro i genitori, non ci fanno una bella figura.
Pubblico 
Adolescenti
Un quadro trasparente del comportamento delle ragazze anche su tematiche sessuali ma tutto si risolve in parole, senza immagini
Giudizio Artistico 
 
L’autore va lodato per la novità dell’esperimento posto in atto anche se risultano palesi i limiti perché si coglie il fenomeno, non conosciamo ciò che muove l’animo delle ragazze. Premio Louis-Delluc nel 2020.
Testo Breve:

Due ragazze vengono riprese a intervalli regolari nel periodo che va dai 13 ai 18 anni. Un docu-reality molto interessante sulla maturazione dei millennials. Su Prime Video, audio in francese, sottotitoli in italiano

L’esperimento che ha tentato il regista Sébastien Lifshitz è indubbiamente originale: riprendere due ragazze con una telecamera discreta a intervalli regolari per cinque anni consecutivi  durante alcuni momenti significativi della loro esistenza, cogliendo le loro reazioni spontanee in casa, a scuola, in feste con amici o di fronte a fatti di cronaca come i due attentati terroristici che hanno sconvolto la Francia in quegli anni: Charlie Hebdo e Bataclan. Può essere chiamato docu-reality e ha un obiettivo chiaro anche se praticamente irraggiungibile, comune a tanti altri autori: cogliere l’essenza dell’adolescenza, quel non essere più e non essere ancora, relativamente a una specifica generazione, in questo caso quella dei millennials. Nel sottotesto c’è un altro obiettivo, ancora più ambizioso: “catturare” il tempo: cogliere la trasformazione delle protagoniste con il trascorrere del tempo (che si nota anche fisicamente: dai volti paffuti e ancora fanciulleschi delle prime sequenze a quelle di due ragazze ormai formate). Sotto questo aspetto si avvicina al regista Richard Linklater che aveva fotografato, nel film Boyhood la vita di un ragazzo dai 6 anni fino a alla partenza per il college ma in quel caso si è trattata di una fiction.

Il rapporto con i genitori è sicuramente conflittuale per entrambe le ragazze.  I genitori sembrano interessarsi esclusivamente dei rendimenti scolastici ma lo fanno in forma ossessiva e sotto forma di minacce, soprattutto quelli di Anaïs ottenendo solo reazioni di fastidio. Anche la mamma di Emma non sembra avere maggior fortuna: cerca maldestramente di aiutare la figlia a completare i compiti a casa ma è troppo oppressiva, creando solo ansia nella figlia. L’attentato a Charlie Hebdo scuote tutta la Francia e a scuola i professori sentono la necessità di parlarne apertamente, di ascoltare le loro reazioni. Dai banchi emerge molta saggezza: non si può ridere di tutto e bisogna sempre conservare il rispetto per gli altri. Anche nelle conversazioni a tavola, Anaïs ha una reazione sorprendente: quando la madre interpreta quello che è successo affermando che le religioni non solo sono inutili ma anche dannose, perché hanno creato e creeranno solo guerre, la ragazza è pronta a sostenere che bisogna fare una netta distinzione: una cosa sono  i mussulmani e un’altra cosa  i terroristi.  Finiscono i 15 anni, sorge l’ansia di passare gli esami di fine  collegio ma nasce anche il primo amore, almeno per Anaïs, più appassionata e impulsiva. Nella generazione dei millennials, il tema della “prima volta” è visto ormai, in modo definitivo, come un fatto privato, senza consigli da parte dei genitori. Quando la madre di Anaïs si accorge che la ragazza soffre per essere stata lasciata dal ragazzo, non ha altro da commentare se non: “presto te ne farai un altro”. Le ragazze discutono fra loro su quale sia il momento giusto e naturalmente non arrivano ad alcuna conclusione se non a un generico “quando ti senti pronta”. La conversazione con una ragazza che ha già “saltato il fosso” esprime soprattutto il dispiacere per la sensazione che ha provato, di perdita della propria  intimità: per lei sarebbe stato sufficiente scambiarsi un po’di coccole. Si è forse accorta che non si tratta di un nuovo esercizio ginnico e che non è pronta all’amore come donazione totale e reciproca, anche perché nessuno glielo ha mai spiegato.

Emma ha un comportamento sotto certi versi peggiore: ha un atteggiamento apatico, è lontana da una qualsiasi idea di amore e alla fine accetta l’offerta di un ragazzo che glielo ha chiesto esplicitamente, per scrollarsi di dosso questo “problema”.

Sono molte altre le situazioni in cui si trovano le due ragazze ma possiamo concludere che l‘esperimento di Sébastien Lifshitz sia riuscito? Solo parzialmente, proprio perché l’approccio è stato quello dell’esperimento. Le due ragazze sono state messe sotto analisi come fossero dei fenomeni naturali: a fronte di uno stimolo, ci si attende una reazione. In questo modo si è registrato il fenomeno, non ne è stata colta l’essenza. Ci sono ignoti i loro pensieri, i loro intimi convincimenti.

Resta comunque un’iniziativa valida, uno studio onesto di certi comportamenti degli adolescenti di oggi. Se ne ricavano conclusioni non certo esaltanti per quel che riguarda i comportamenti dei genitori come delle ragazze ma comunque veritiero.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL NOSTRO PIANETA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/01/2020 - 18:12
 
Titolo Originale: Our Planet
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Alastair Fothergill
Produzione: Silverback Films, WWF
Durata: 8 puntate di 50'

Questo documentario suddiviso in 8 puntate di 50 minuti ciascuno ci fa visitare gli angoli della terra e degli oceani dove gli animali possono vivere ancora indisturbati ma pone anche in evidenza come negli ultimi cinquanta anni queste zone si siano paurosamente contratte, tante specie animali siano sparite e il trend distruttivo sia in continua crescita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un inno alla natura, alla sua bellezza, all’istinto provvidenziale di cui dispongono tutti gli animali e un giusto messaggio di allarme per certe specie che stanno estinguendosi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di battaglie cruente fra animali potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il documentario è il frutto dell’elevata professionalità di 600 professionisti, non solo tecnici delle riprese ma esperti e appassionati della natura selvaggia
Testo Breve:

Tante specie animali riprese nel loro habitat per ammirare la natura ma anche per mandare segnali di allarme su un mondo che sta scomparendo. Ideale per i piccoli e non solo. Su NETFLIX

Si potrebbe dire che abbiamo ormai visto tanti documentari sulla natura, dai tempi di Il deserto che vive, il primo della serie ideata da Walt Disney, nel lontano 1953 oppure La vita sulla terra di David Attenborough (che è la voce narrante in quest’ultimo documentario) del 1979. Ma questo nuovo complesso di immagini riprese negli angoli più remoti della terra ha un fascino ancora nuovo non solo per le nuove tecniche di ripresa adottate (si fa un ampio uso di droni) ma per il lavoro meticoloso di appostamento che è stato compiuto, che ha consentito di riprendere animali difficili da riprendere (degli operatori sono rimasti isolati anche per una settimana dentro gabbie speciali). I risultati si vedono tutti: la bellezza delle immagini, la scoperta di comportamenti finora sconosciuti e il prender coscienza che il loro habitat sta riducendosi con ritmi esponenziali.

Nella prima sequenza la terra ci appare nella soggettiva degli astronauti che, 50 anni fa, erano in orbita intorno alla luna: vediamo la terra sorgere lentamente in tutto il suo splendore, con i suoi vivaci colori. E’ la giusta prospettiva per considerare la patria di tutti gli umani nella sua globalità e nella sua bellezza ma anche per ricordare che negli ultimi 50 anni le specie animali e vegetali sono diminuite del 60% e che ora sul pianeta c’è il 40% in meno di ghiaccio.

Tuttavia c’è ancora tanto d’ammirare; il documentario segue tante specie animali in contesti molto diversi fra loro (ai poli, nelle giungle, nei deserti, nei mari e nei fiumi) ma tutti percorrono lo stesso itinerario di vita: cercano il loro nutrimento giornaliero e in certi periodi effettuano poderose migrazioni per raggiungere quel luogo ideale che consentirà loro di riprodursi e di sfamare i cuccioli finché non diventeranno autonomi per riprendere il cammino. Si tratta di scene impressionanti, realizzate con i droni,  dove vediamo migliaia e migliaia, forse anche un milione di animali della stessa specie che si radunano per dar vita a nuove generazioni.

Molti animali ci lasciano increduli di fronte all’incredibile e misterioso istinto di cui dispongono Come quel branco di lupi che allontana i caribù dai vasti spazi di un lago per spingerle verso la foresta, dove saranno costretti a disperdersi e saranno così una facile preda. Come le mamme pinguino che una volta che si sono procurate il cibo per la prole appena nata, tornate nel branco riescono ancora a ritrovare il loro piccolo fra migliaia e migliaia di cuccioli. Oppure nel deserto australiano dove, solo una volta ogni dieci anni, si forma un lago per effetto delle piogge torrenziali e stormi di fenicotteri lo raggiungono percorrendo miglia e miglia (come lo hanno saputo?) arrivando in tempo per portare alla luce i piccoli e sfamarli finché non sono in grado di prendere il volo, prima che il lago si prosciughi di nuovo. Deliziosi anche i molti balli nuziali che organizzano certe specie di uccelli per ottenere il consenso della femmina all’accoppiamento. E’ un lato gentile della loro esistenza, un giusto ossequio al genere femminile. Non mancano soluzioni astute per l’impollinazione, come quella dell’orchidea che attira le api maschio con un olio profumato (utile per far colpo sulla femmina) e li spinge lungo un condotto in modo che api ne escano con i semi appiccicati sul dorso.

A questo documentario hanno lavorato 600 persone per quattro anni, visitando 50 paesi, un lavoro utilissimo per le nuove generazioni ma anche per quelle meno giovani. C’è  un che di religioso in queste immagini  e restiamo ammirati  per il modo con cui questi animali trovano una natura generosa che li nutre e come siano dotati di un istinto che consenta loro di affrontare anche in situazioni complesse, se non ci pensa l’uomo a distruggere il loro habitat. Per questo motivo destano profonda tristezza le scene che ritraggono alcuni esemplari di trichechi (il branco si è assiepato in un piccolo isolotto), che salgono fino in cima a una scogliera e poi si lasciano cadere nel vuoto per poi morire sulla spiaggia. Un gesto maldestro oppure un lugubre presagio di un’esistenza sempre più difficile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRAIN, EARTH, WORLD

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/18/2020 - 18:12
 
Titolo Originale: Brain, Heart, World
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Fight the NEW DRUD
Durata: tre sezioni di 30' disponibili su www.fightthenewdrug.org

Brain Heart, World è un documentario diviso in tre parti visibile gratuitamente in rete (con invito a fare donazioni), sugli impatti negativi che causa il consumo di pornografia sul singolo individuo, sulle relazioni umane, sull’intera società. Il documentario è disponibile sul sito dell’associazione Fight the New Drug, che si autodefinisce “non-religious and non-legislative”. In effetti, nella sua lotta alla pornografia non si appoggia a motivazioni religiose o etiche ma fa un ampio uso di interviste a professionisti che hanno studiato il problema da un punto di vista medico, psicologico e sociale e si avvale della testimonianza di persone che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti della dipendenza dalla pornografia o che hanno lavorato nell’industria del porno.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario è un valido strumento per evitare, come spesso accade, di considerare con superficialità il problema della pornografia e per comprendere a fondo quali danni può provocare
Pubblico 
Adolescenti
A livello pre-adolescenti i primi due capitoli: per adolescenti il terzo capitolo per la descrizione delle condizioni di violenza psicologica in cui vivono gli attori del sesso
Giudizio Artistico 
 
Gli autori manifestano ottime abilità didattiche, spiegando con ironia e l’aiuto di piccole animazioni. Determinanti le sofferte testimonianze di testimoni
Testo Breve:

Il documentario porta avanti con lucidità e chiarezza una condanna della pornografia, dimostrando, attraverso testimonianze e dichiarazioni di esperti, i danni che produce, sulla psicologia dell'individuo e sulla società, il suo consumo compulsivo. In RETE English version of the review is available

 

 

English version below the italian one

Diciamo subito che il documentario è ben realizzato e mostra un alto livello di professionalità. Le tesi portate avanti nei tre capitoli sono sviluppate con molta chiarezza, alleggeriti da piccole animazioni e da un commento di sottofondo sempre pronto all’ironia. I realizzatori hanno indubbie capacità didattiche e chi ha la pazienza di seguire le tre parti del documentario, difficilmente vorrà ancora attardarsi sul computer di casa per vedere film porno. Il tema, sicuramente delicato, è trattato, da una parte, con il dovuto distacco scientifico, dall’altra, quando ci troviamo di fronte a dei testimoni, sia uomini che donne, ascoltiamo il sofferto rimorso di chi si è pentito ma condividiamo con loro anche la gioia per la libertà riconquistata.  In nessun momento ci viene presentato materiale osceno. Per questo motivo il lavoro è adatto a esser visto anche da pre-adolescenti (molti testimoni, intervistati nel documentario, dicono di aver iniziato a veder porno già a dieci anni) almeno per le prime due parti del documentario mentre il terzo capitolo, dove viene approfondito il funzionamento dell’industria del porno, va consigliato a partire dagli adolescenti e l’accompagnamento di un genitore o un adulto è sicuramente consigliabile.

Nel primo capitolo si parla degli effetti che la dipendenza da materiale pornografico produce sul nostro cervello. Come avverrà nei capitoli successivi, la spiegazione inizia sempre con un’analogia, in modo da sensibilizzare lo spettatore sulla dimensione del fenomeno. In questo caso si parla di un certo signore che nel 1848 restò illeso dopo una esplosione ma il suo carattere cambiò totalmente: divenne rude e antipatico, iniziò a usare un linguaggio sboccato: qualcosa nel suo cervello era cambiato.  In effetti, ci spiegano gli esperti, il cervello è costituito da materiale malleabile che si trasforma in base alle nostre esperienze (tecnicamente si chiama neuroplasticità). Un testimone racconta come un uso compulsivo della pornografia abbia cambiato il suo modo di vedere le donne, percepite come oggetti di piacere. Un altro ci parla della sua tendenza ad annoiarsi di tutto, della perdita della capacità di entusiasmarsi per cose nuove. Per tutti gli intervistati, l’impossibilità di impostare progetti per il futuro, di sperare di trovare il vero amore.

E’ questo il tema del secondo capitolo che punta aspiegarci  come il porno possa impattare su un componente insostituibile per la nostra crescita: il relazionarsi con gli altri. Attraverso le testimonianze dirette ci viene mostrato che chi è dipendente dalla pornografia è avvezzo a uno stimolo fuori misura, cerca di ricostruire ciò che ha visto e non riesce più a esprimere delicatezza e  rispetto  verso l’altra/o, fino a preferire concentrarsi sulle scene estreme che vede al video  piuttosto che gestire la complessità della realtà. .

Nel terzo capitolo l’orizzonte si allarga al mondo intero. Si scopre che il porno è un business mondiale di 97 miliardi di dollari, superiore al fatturato di Netflix, Twitter e Amazon messi insieme. Lo speaker avverte fin dall’inizio del capitolo che da quel momento in poi non riuscirà più a fare lo spiritoso. E ha perfettamente ragione. Vengono intervistati un uomo e una donna che anni prima sono stati attori per  film porno. Con lucidità ma con una sofferenza che non può essere cancellata, raccontano la spinta all’escalation verso scene sempre più estreme che hanno dovuto subire. Le case di produzione non interagiscono direttamente con loro ma con il loro magnaccia/agente che ha sempre metodi convincenti per farli proseguire. Alla fine resta una sola soluzione: alcool e droga. Altre testimonianze su fatti realmente avvenuti ci fanno scoprire come la schiavitù del sesso sia particolarmente attuale. E’ una debole scusa giustificarsi per la visione di film porno, quella di dire che i protagonisti sono consenzienti: spesso si tratta di costrizioni esercitate da un’industria dai guadagni enormi.

Il documentario ha avuto risposte positive; solo la prima parte, quella che descrive le potenziali modifiche che può subire il cervello da parte del consumo di pornografia, ha destato perplessità da parte di qualche studioso. Qualche sito di fede cristiana si è lamentato per il fatto che la fede non è stata indicata come determinante per uscire dalla dipendenza. Lo stato dello Utah ha autorizzato l’associazione a presentare il documentario nelle scuole. In effetti i fondatori di Fight the New Drug sono mormoni e lo stato dello Utah è tradizionalmente il territorio di maggiore espansione per questa fede.

Il documentario si  conclude con un invito a non guardare il porno e a promuovere leggi che lo vietino. Anche la terza sezione del documentario inizia con un’analogia, sicuramente singolare: nella basilica di san Pietro in Roma, c’è la statua di bronzo dell’apostolo il cui piede si è consumato, dopo che per secoli migliaia e migliaia di pellegrini lo hanno accarezzato. L’auspicio è che il porno possa crollare se in tutto il mondo, milioni e milioni di persone diranno un semplice no alla pornografia. Un auspicio che non possiamo che condividere.

Il documentario è disponibile in inglese con sottotitoli in inglese o spagnolo.

 

ENGLISH TRANSLATION

Let's start by saying that the documentary shows a high level of professionalism. The themes conveyed in the three chapters are developed with much clarity, softened by little animations and a background commentary that adds a level of irony. The creators have certain teaching skills, and those who have the patience to follow the three parts of the documentary will hardly consider returning to watch porn on their laptop. The subject, clearly delicate, is treated, on the one hand, with a certain scientific detachment. On the other hand, when we are faced with witnesses, both men and women, we must listen to the painful remorse of those who have repented. We also share with them the joy for freedom regained.  At no time is obscene material presented. This renders the project suitable for pre-teens (many witnesses interviewed in the documentary say they started watching porn at the age of ten) – at least for the first two parts of the documentary, while the third chapter – where the explanation of how the porn industry works is deepened – is highly recommended for teens to view with a parent or adult.

In the first segment, we explore the effects that addiction to pornographic material has on our brain. As it happens in the following two segments, the explanation starts with an analogy in order to make the viewer aware of the dimension of the phenomenon. In this case, we talk about a certain gentleman in 1848 who was unharmed after an explosion but his personality changed totally: he became rude and obnoxious, he started using foul language: something in his brain had changed.  In fact, experts explain that the brain is made of malleable material that is transformed according to our experiences (technically it is called neuroplasticity). A witness tells how a compulsive use of pornography changed his way of seeing women, who he viewed as objects of pleasure. Another one tells us about his tendency to get bored easily – the loss of the ability to get excited about new things. For all the interviewees, they experienced an impossibility to set plans for the future and feel hope to find true love.

This is the theme of the second segment that aims to explain how porn can impact an irreplaceable component for our growth: relationships with others. Through direct testimonies, we are shown that those who are addicted to pornography are accustomed to an oversized stimulus, try to reconstruct what they have seen, and can no longer express delicacy and respect towards the other, to the point of preferring to concentrate on the extreme scenes they see in videos rather than managing the complexity of reality.

In the third segment, the theme opens to the whole world. It turns out that porn is a $97 billion worldwide business, more than Netflix, Twitter, and Amazon combined. The narrator warns from the beginning of the segment that from that moment on he will not be able to joke about it anymore. And he's absolutely right. A man and a woman who were actors in porn movies years before are interviewed. With lucidity but with a suffering that cannot be erased, they recount the story of the drive for escalation towards more and more extreme scenes that they have had to endure. The production companies do not interact directly with them but with their pimp/agent who always has convincing methods to keep them going. In the end there is only one solution: alcohol and drugs. Other testimonies about actual events make us realize how sex slavery is particularly relevant. To say that the actors give their consent is a weak excuse to justify oneself for watching porn: often there are constraints exerted by an industry with enormous earnings.

The documentary has had positive responses; only the first part, the one describing the potential changes that the brain can experience from the consumption of pornography, has provoked perplexity from some scholars. Some sites of Christian faith complained that faith was not indicated as a way of breaking an addiction. The state of Utah has authorized the association to present the documentary in schools. In fact, the founders of Fight the New Drug are Mormons, and the state of Utah is traditionally the area of greatest expansion for this faith.

Educational Values/Lack Thereof

The documentary is a valuable tool to stop considering lightly – as it often happens – the problem of pornography and to help us to understand in-depth the damage it can cause.

Audience : Teenagers

The first two segments may be viewed by pre-adolescents (PG): whereas the third segment may be more appropriate for adolescents (PG-13) due to the description of the conditions of psychological violence sex actors endure.

Artistic Judgement

The writers show excellent teaching skills, as they explain concepts with irony, accompanied by animations. The tragic testimonies of witnesses are fundamental.

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su 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FATTORIA DEI NOSTRI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 18:35
 
Titolo Originale: The Biggest Little Farm
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: John Chester
Sceneggiatura: John Chester, Mark Monroe
Produzione: FarmLore Films
Durata: 91
Interpreti: John Chester, Molly Chester

John Chester, cameraman che si dedica ai viaggi per riprendere insoliti paesaggi naturali, è sposato con Molly, una food blogger. Insieme hanno un sogno: realizzare una fattoria con una grande varietà e diversificazione di specie animali e vegetali. Abitano a Los Angeles e, dopo aver “adottato” un cane, sono costretti a lasciare il loro appartamento. Questo primo ostacolo diventa l’occasione per provare a dare vita al loro sogno. Acquistano 200 acri di terreno fuori Los Angeles e cominciano a costruire la loro fattoria, con coltivazioni biologiche ed eco sostenibili…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia ha un bel progetto da condividere e si consolida nell'impresa. Un bell’esempio di corretto rapporto con la natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista John Chester riesce a garantire una buona presa sul pubblico grazie a un montaggio veloce e a un'ottima fotografia che fa risaltare tutta la bellezza dei paesaggi e degli animali, delle piante che li popolano.
Testo Breve:

Una coppia ha filmato per otto anni lo sviluppo della loro fattoria, un progetto interamente ecososteibile Un ottimo strumento per sensibilizzare i ragazzi su un corretto rapporto con la natura. Su PrimeVideo e su Chili

Non tutti hanno l’occasione di vedere realizzati i propri sogni. Se, poi, questo sogno si estende per 200 acri (quasi 81 ettari di terreno) la cosa diventa ancora più complessa. Eppure, questa giovane coppia riesce in questo ambizioso intento. Un documentario che racchiude in 90 minuti di spettacolo ben otto anni di riprese fatte dal protagonista stesso coadiuvato da alcuni operatori.

Il terreno scelto, le zone periferiche di Los Angeles, non sono particolarmente fiorenti: ecco che l’impresa risulta ancora più ardua. La scelta della completa eco-sostenibilità ha fatto incontrare ai protagonisti diversi ostacoli: incendi, animali selvatici… ma ogni ostacolo è diventato opportunità per approfondire, conoscere meglio e quindi trovare una nuova via d’uscita rispettosa dell’ambiente naturale.

Un sogno ambizioso diventato una grande realtà. Il grande dispendio di tempo, passione, soldi, pazienza ha portato alla realizzazione di  una grande opera.

Il film è assolutamente all’altezza dell’impresa realizzata da questa coppia. Le riprese, sfruttando anche time lapse e fotografia al microscopio, fanno risaltare tutta la bellezza dei paesaggi, degli animali e delle piante che li popolano. Alcune sequenze domestiche e brevi tratti di animazione rivelano quel taglio “casalingo” che è proprio di questo documentario. Un  montaggio veloce aiuta a rendere alcune sequenze particolarmente avvincenti. Da sottolineare che la  sceneggiatura è stata ideata dopo le riprese, non prima, per raccontare il più fedelmente possibile la verità degli eventi.

Un’avventura prima di tutto umana, quella di John e Molly: una coppia felice del matrimonio che sta vivendo, una coppia che condivide un sogno e che lo vuole realizzare, una coppia unità nell’affrontare le difficoltà come i successi dell’impresa, una coppia che progredisce, giorno per giorno nella profondità del rapporto. Parallelamente alla loro storia personale, si sviluppa la storia di questa fattoria. Non c’è divinizzazione della natura, quasi fosse qualcosa di sacro in sé. Anzi, la coppia è consapevole che la natura ha un suo equilibrio e il loro ruolo, nel coltivare, è quello di custodire questo equilibrio, senza forzare la mano. Una concezione che rimanda alla prima pagina della Bibbia, dove Dio conferisce all’essere umano il compito di coltivare e custodire il giardino dell’Eden (Gen 2,15): coltivatore e custode, non padrone indiscusso.

Nella sua veridicità, il documentario non ha paura di parlare anche della morte: elemento che fa parte dell’esistenza di tutti gli esseri viventi.

Se, a tratti, la visione della vita di campagna sembra un po’ edulcorata e idealizzata, i vari ostacoli non nascondono la tentazione dello sconforto che in alcuni momenti accompagna la giovane coppia. Un documentario che accontenta gli occhi, coinvolge lo spettatore e lo aiuta ad interrogarsi sulle proprie scelte di vita e sul proprio rapporto con la natura e le altre creature.

Il film è stato distribuito maggio nel 2019 inizialmente in  cinque copie e poi in poche settimane era arrivato a 285 sfiorando in tre mesi quasi 5 milioni di dollari d’incassi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVE ME GENDER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/13/2020 - 17:43
Titolo Originale: Love Me Gender
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Produzione: Stand By Me
Durata: 4 episodi di
Interpreti: Chiara Francini

L’attrice Chiara Francini va in giro per l’Italia a intervistare persone e famiglie che sono in conflitto con il loro sesso, coppie di omosessuali, bisessuali, famiglie di divorziati risposati, persone con l’inclinazione al crossdressing

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film teorizza la ricerca di una felicità che vuol dire soprattutto perseguire i propri desideri privati, anche quando questo vuol dire tradire gli impegni presi e considerare i bambini come qualcosa che si può “ordinare”.
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre maturità per discernere l’ideologia deformante con la quale sono stati presentati alcuni casi reali
Giudizio Artistico 
 
L’attrice Chiara Francini gestisce con simpatia e allegria interviste anche delicate sul tema del cambiamento di sesso, dell’omosessualità e delle famiglie aperte ma l’ottimismo che traspare dal documentario sfocia in una eccessiva esemplicazione dei casi presentati
Testo Breve:

Un itinerario per l’Italia alla ricerca delle situazioni dove si desidera eliminare le differenze fra maschio e femmina, fra padre e madre. Molti casi reali e degni del massimo rispetto ma deformati dalla lente dell’ideologia gender. Su SKY

“Sono Chiara Francini… quando andavo a scuola il mondo non era come oggi: era più definito, i ruoli erano diversi, c’erano i maschi e le femmine, c’erano i padri e le madri, i mariti e le mogli. Adesso invece apro la porta di casa e chi ti incontro? Il mio migliore amico che è gay e che si è sposato con il suo compagno. I miei vicini che sono divorziati eppure hanno rapporti bellissimi con gli ex e le loro nuove famiglie. E un mio collega attore ha deciso di cambiare sesso”

Con questa overture, iniziano le quattro puntate di questo documentario-inchiesta di propaganda sull’ideologia gender, condotta dall’attrice Chiara Francini, che è stato già proposto dal canale La Effe e ora è disponibile su SKY.

Bisogna riconoscere che l’inizio del documentario è onesto e i propositi sono chiari: la Francini vuole andare in giro per l’Italia a cogliere quelle situazioni, quei personaggi che consentano di dimostrare che l’ideologia gender è la lente migliore per leggere e interpretare i comportamenti della società di oggi. In effetti la Francini è molto brava nell’infilarsi con simpatia nell’intimità di certe persone e contribuisce a dare al documentario quel tono di allegria che è poi il vero obiettivo di questo lavoro: la felicità è dietro l’angolo, basta solo non seguire schemi mentali che sono ormai obsoleti. Se da una parte i casi reali presentati, proprio perché tali, meritano il massimo rispetto, dall’altra dobbiamo analizzare la sovrastruttura ideologica che è stata costruita su di essi, attraverso dei commenti fuori campo. E’ bene quindi analizzare, una ad una, le principali interviste che sono state fatte.  

Vengono presentate innanzitutto alcune realtà del mondo animale che dovrebbero contribuire a sottolineare come all’interno di alcune specie esista una sostanziale indifferenza sessuale. Si parla ad esempio delle cernie, che sono ermafrodite e che cambiano sesso in funzione delle esigenze del branco. Tutto vero ma dobbiamo però trarre delle conclusioni che sono opposte a quelle della Francini. Per quei pesci, come per tutti gli animali, la generazione di nuovi individui della loro specie è di importanza primaria e la sessualità è funzionale a questo obiettivo fino al punto, come per le cernie, di cambiare sesso se mancano femmine o maschi all’interno del branco. Anche il caso dei pinguini è stato falsato. Come abbiamo appreso da quel bellissimo film- La marcia dei pinguini, dopo che le femmine hanno deposto l’uovo, sono i maschi che lo covano, mentre le femmine vanno a rifocillarsi. Se poi dei maschi covano delle uova che sono rimaste abbandonate, ancora una volta è la logica della sopravvivenza del branco che prevale, senza disturbare l’inclinazione omosessuale come fa la Francini. Sarebbe molto bello se anche nelle nostre società si ponesse nel giusto risalto l’importanza della generazione di nuove vite e si desse priorità al sostegno delle coppie eterosessuali che dispongono di questa dote esclusiva.

Nella prima puntata viene presentata una famiglia con due papà e tre bambini ottenuti con l’utero in affitto in Canada (la terminologia adottata è molto filtrata: si parla di “gestazione per altri”). Su questi aspetti è bene chiarire che non si tratta di essere retrogradi o progressisti, di credere in una religione o no ma molto semplicemente e più direttamente, dobbiamo parlare di diritti: quelli dei nascituri e dei bambini. Il diritto per loro di essere il frutto dell’amore del proprio padre e della propria madre, di essere portati in grembo e allattati dalla a madre, di essere educati da quei genitori che li vedono per quello che sono: il loro amore che è diventato carne, che è sangue del loro sangue e ossa delle loro ossa. Nel tentativo maldestro di esaltare la legge canadese, la coppia gay chiarisce che la donna che dona l’ovulo deve restare anonima e deve essere diversa dalla donna che lo porta in grembo. Come dire che la funzione della madre è stata tagliata a fettine, come un saporito salamino. Viene poi presentata una “famiglia allargata”. Si tratta di una espressione che sottende il fatto che un uomo, Valerio, ha prima sposato Pamela e poi Claudia, facendo una figlia, Iris, ora adolescente, con il primo e altri due figli con il secondo matrimonio. Si tratta di un insieme di persone, grandi e piccole dove, a loro dire, non importa il ruolo che hanno, ma “è importante volersi tutti bene” e si riuniscono, per il pranzo domenicale, tutti intorno allo stesso tavolo. Iris, passa i giorni dispari con la madre e i pari con il padre. Naturalmente tutto appare idillico ma se lo è in apparenza, il merito va alle due donne (l’uomo appare assolutamente inutile, si è limitato a combinare questo pasticcio) che hanno un cuore di madre e cercano di costruire un ambiente il più accettabile possibile per i ragazzi. La deliziosa Iris dichiara di essere contenta di stare con il padre e la madre a giorni alterni perché così “cerca di tenere unita la famiglia”. Lei, che innocentemente si è trovata in questa situazione causata dal tradimento del padre agli impegni presi, sa cosa deve fare per il bene di tutti e dà il buon esempio a degli adulti che sembrano meno maturi di lei.  Anche in questo caso viene in soccorso il cinema: il film Quel che sapeva Maisie mostra in tutta la sua dolorosa realtà lo straniamento, il disagio di una bambina spedita come un pacco avanti e indietro fra un padre e una madre divorziati.

Un’altra storia interessante viene raccontata nel documentario: quella di una donna che dopo dieci anni di matrimonio con un uomo, decide di andare a vivere con un’altra donna. Veniamo informati del dolore che questa situazione ha creato nell’uomo, delle lunghe battaglie legali sostenute, fino alla rassegnazione di oggi. Anche in questo caso si parla a sproposito di “felicità”. Come si fa a essere felici nel dissociarsi dagli impegni presi? Forse che il fatto di essere bisessuale, omosessuale, libera la coscienza dal discernere il bene e il male? Anche per questa situazione abbiamo un film da proporre: Disobedience. Una donna, sposata con un giovane di una comunità ebraica ortodossa e con un figlio, incontra di nuovo la passione della sua giovinezza (un’altra donna). La donna saprà comprendere il valore superiore delle sue responsabilità nei confronti del figlio e del marito che le vuol bene evitando di riaccendere passioni giovanili.

Nelle quattro puntate vengono presentate delle persone che si trovano a disagio nei confronti del proprio sesso, anche pre-adolescenti. Si tratta di situazioni molto delicate e che necessitano, oltre che di un medico specialista, anche di tanto amore e saggezza da parte dei genitori. Desta quindi perplessità l’intervista a una dottoressa che, riguardo a quei farmaci che bloccano la crescita naturale per dirigerla verso caratteristiche maschili o femminili in funzione della scelta fatta, abbia usato toni tranquillizzanti sull’assenza di possibili rischi di questi “metodi”. Che la scelta sia difficile è sotto gli occhi di tutti, a dispetto della eccessiva disinvoltura con la quale è stato affrontato questo tema nel documentario. Nathan Fleming: era questo il nome della donna belga che aveva cambiato sesso e poi aveva chiesto e ottenuto nel 2013 l’eutanasia di stato per le “insopportabili sofferenze psichiche” causate da questa trasformazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA CONTEMPORANEA IN PILLOLE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/09/2020 - 18:37
Titolo Originale: HISTORY 101
Paese: USA
Anno: 2020
Durata: Irima stagione: 10 puntate su Netflix

La serie Storia Contemporanea in Pillole (prima stagione) su Netflix, racconta in dieci puntate di 20 minuti, quei risvolti della storia contemporanea mondiale che hanno avuto e hanno tuttora un significativo impatto nella nostra vita di tutti i giorni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un buon strumento didattico con qualche interpretazione unilaterale
Pubblico 
Adolescenti
Necessaria una preparazione adeguata sulla storia contemporanea
Giudizio Artistico 
 
Buone sintesi sociologiche che trovano nell’impiego frequente di confronti statistici uno strumento efficace
Testo Breve:

Dieci schede esplicative (ma siamo solo alla prima stagione) di realtà sociali contemporanee efficacemente sintetizzate in 20 minuti .Su Netflix

Nel 1979, Dong Shaoping, il successore di Mao Tse Tung alla guida della Cina, visita gli Stati Uniti d’America: una chiara indicazione della volontà del governo cinese di uscire dal proprio isolamento e aprirsi al mercato mondiale. E’ iniziata da quel momento un’ascesa economica inarrestabile che ha portato questo paese a detenere, nel 2018,  il 18,6 % del prodotto interno lordo mondiale, a fabbricare il 41% dei computer nel mondo e il 70% dei cellulari. Si tratta di un’incredibile storia contemporanea, che è opportuno che i ragazzi conoscano e su cui  i grandi riflettano.

Questa e altre vicende interessanti del mondo contemporaneo, sono raccontate nella docu-serie di Netflix: Storia Contemporanea in Pillole (Prima Stagione) che in dieci episodi (sicuramente seguiranno altre stagioni) ci presenta eventi, scoperte, usi e costumi, che stanno caratterizzando il nostro tempo e sicuramente la crescita esplosiva della Cina come potenza economica mondiale è uno di questi. Ecco che accanto  a La corsa allo spazio ci viene presentato il fenomeno del Fast Food ; oltre all’uso indiscriminato della plastica, ci vengono  raccontate le grandi speranze (a cui hanno fatto seguito altrettante delusioni) dell’energia atomica. Non manca la descrizione di importanti scoperte scientifiche come l’impiego della genetica non solo a fini curativi ma come strumento principe di ogni indagine poliziesca. Gli episodi vengono corredati di dati statistici  che danno meglio il senso del fenomeno descritto e risultano particolarmente adatte a ragazzi che frequentano le scuole secondarie di secondo grado ma anche a degli adulti a cui può essere utile una panoramica in 20 minuti su temi che non hanno mai pienamente approfondito. Le schede privilegiano inevitabilmnte la realtà americana ma vengono anche  fatti riferimenti ad altri paesi del mondo che sono rimasti coinvolti in ciò che si sta raccontando. La serie affronta anche fenomeni sociali come quello del femminismo, mostrando come, dopo decenni di lotte per la parità di diritti e uguale retribuzione, il salario di un donna che dopo la guerra  era il 42% di quello di un maschio, ora è arrivato all’80% nel 2019 ma la piena parità è ancora lontana.   Un tema di questo genere sfiora inevitabilmente aspetti eticamente sensibili e se di fronte alla diffusione della pillola anticoncezionale il commentatore dice che finalmente le donne possono  “posticipare la maternità per concentrarsi sugli  studi e intraprendere una carriera”, sul tema dell’aborto è molto più discreto e ne fa solo un rapido cenno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 09:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE GREAT HACK - PRIVACY VIOLATA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/20/2019 - 15:28
 
Titolo Originale: The Great Hack
Paese: UK
Regia: Karim Amer, Jehane Noujaim
Sceneggiatura: Karim Amer, Jehane Noujaim
Produzione: Netflix
Durata: 113

Il documentario percorre le vicende che hanno visto coinvolta la società anglo-americana di analisi dati e comunicazione elettorale Cambridge Analytica (CA), la quale aveva acquisito tramite Facebook dati personali di circa 50 milioni di utenti utilizzandoli senza alcuna autorizzazione in occasione della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e a sostegno della Brexit e del partito di Nicolas Farage in Gran Bretagna. Il documentario si concentra su alcune personaggi chiave della vicenda: David Carroll, professore della Parsons School of Design di New York che aveva chiesto per vie legali che CA gli restituisse i suoi dati personali; le testimonianze di Brittany Kaiser e di Christofer Wylie ex dipendenti della Cambridge Analytica; Carole Cadwalladr giornalista investigativa che ha pubblicato i risultati delle sue indagini su The Guardian.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due registi realizzano un onesto lavoro di evidenziazione dei fatti, così come essi sono accaduti. La storia risalta l’importanza del giornalismo libero e va ad onore di testate storiche come The Guardiam The Observer, the New York Times, per l’accuratezza delle indagini svolte
Pubblico 
Pre-adolescenti
I temi trattati risulteranno poco comprensibili ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il lavoro di ricostruzione di fatti risulta accurato ma lo sviluppo appare piatto, senza che vengano evidenziati i passaggi più significativi del racconto
Testo Breve:

La Società Cambridge Analytica è fallita dopo esser stata accusata di aver influenzato le lezioni presidenziali americane e il referendum sulla Brexit con dati riservati ottenuti da Facebook. Una ricostruzione accurata ma un po’ piatta

Che attività svolgeva Cambridge Analytica? Lo spiega bene il documentario raccontandoci il coinvolgimento della società nelle elezioni avvenute nel piccolo paese di Trinidad e Tobago qualche anno fa. Erano in gara due partiti, uno legato all’etnia indiana (per la quale CA lavorava) e l’altra all’etnia indigena di colore. CA ha costruito una massiccia campagna promozionale puntando su giovani e sollecitando il loro spirito di contestazione.  E’ stato creato allo scopo un movimento mediatico con tanto di slogan, inno, pubblicità alla televisione e su Internet dove si invitavano i giovani a non seguire le alchimie politiche dei padri. Alla fine i giovani di origine indiana, più rispettosi dell’autorità familiare, sono andati a votare, mentre gli altri hanno disertato le urne. Si calcola che la campagna orchestrata da CA abbia spostato il 6% dei voti, percentuale sufficiente per far vincere il partito indiano. Non occorre affatto pensare che il caso Trinidad sia un’eccezione e che le democrazie occidentali siano molto più “robuste” nei confronti dei condizionamenti pilotati. Se tante persone vanno a votare perché hanno ponderato tutti gli aspetti politici, culturali economico della loro decisione, tanti seguono quegli impulsi istintivi e caratteriali che la rete Internet è così brava a sollecitare.

Eccoci quindi arrivati al cuore del caso Cambridge Analytics (CA): per influenzare gli elettori diventa determinante conoscerne la loro personalità, le loro preferenze e mostrare di volerli accontentare esattamente in ciò che più loro piace.  Aziende come Google, Facebook, vendono, fin dalla loro nascita, dati sulle tendenze dei consumatori ma si tratta di dati statistici e anonimi. La rivoluzione si è avuta proprio quando CA ha avuto la possibilità di accedere ai dati raccolti da Facebook relativamente a 50 milioni di utenti completi di cognome e nome ponendo quindi CA in condizione  di realizzare quello che viene chiamato microtargeting comportamentale (pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona). Una manna per chi, con moderni strumenti di psicometria, riesce, analizzando i like e i siti consultati, a delineare la personalità dell’internauta. Com’è stato possibile tutto questo? Lo spiega bene il documentario con l’aiuto del testimone Christofer Wylie: fu lui a contattare il prof Aleksandr Kogan, dell’università di Cambridge che aveva realizzato, con l’accordo di Facebook, una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi specificando cognome, nome e il loro profilo personale. Il professore aveva il permesso di collegarsi anche alla lista degli amici, moltiplicando enormemente i dati accessibili. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook.

I due registi egiziani Noujaim e Amer sono riusciti a realizzare una ricostruzione accurata dei fatti, beneficiando della testimonianza diretta dei due ex dipendenti della CA e della giornalista Carole Cadwalladr e mostrandoci gli interventi, durante le sessioni della commissione d’inchiesta inglese, dei principali protagonisti: Alexander Nix, amministratore delegato di  CA e Mark Zuckerberg di Facebook. Bisogna riconoscere che la principale testimone, Brittany Kaiser non risulta particolarmente simpatica (c’è il sospetto che il suo “tradimento” nei confronti di CA, come hanno riportato alcuni giornali, sia stata dettata dalla necessità di coprire alcuni suoi coinvolgimenti più gravi in altre azioni poco pulite della società) ma questo non è certo colpa dei due registi, così come quel certo senso di incompiutezza che dà il finale del documentario. In effetti sono ancora molti gli elementi non chiariti della vicenda e la dichiarazione di bancarotta della Cambridge Anallytica ha fatto uscire di scena il maggiore imputato. Evitando di condividere gli scenari apocalittici di alcuni protagonisti del documentario (“una nuova era è iniziata”), è certo che il caso CA spingerà molti paesi democratici a emettere nuove leggi per meglio proteggere la libertà decisionale degli elettori ma è altrettanto certo che nuove tecniche persuasive verranno adottate subito dopo, in una rincorsa che appare senza fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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