Documentario

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IL NOSTRO PIANETA

Inviato da Franco Olearo il Dom, 11/01/2020 - 17:12
 
Titolo Originale: Our Planet
Paese: UK
Anno: 2019
Regia: Alastair Fothergill
Produzione: Silverback Films, WWF
Durata: 8 puntate di 50'

Questo documentario suddiviso in 8 puntate di 50 minuti ciascuno ci fa visitare gli angoli della terra e degli oceani dove gli animali possono vivere ancora indisturbati ma pone anche in evidenza come negli ultimi cinquanta anni queste zone si siano paurosamente contratte, tante specie animali siano sparite e il trend distruttivo sia in continua crescita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è un inno alla natura, alla sua bellezza, all’istinto provvidenziale di cui dispongono tutti gli animali e un giusto messaggio di allarme per certe specie che stanno estinguendosi
Pubblico 
Pre-adolescenti
Alcune scene di battaglie cruente fra animali potrebbero impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il documentario è il frutto dell’elevata professionalità di 600 professionisti, non solo tecnici delle riprese ma esperti e appassionati della natura selvaggia
Testo Breve:

Tante specie animali riprese nel loro habitat per ammirare la natura ma anche per mandare segnali di allarme su un mondo che sta scomparendo. Ideale per i piccoli e non solo. Su NETFLIX

Si potrebbe dire che abbiamo ormai visto tanti documentari sulla natura, dai tempi di Il deserto che vive, il primo della serie ideata da Walt Disney, nel lontano 1953 oppure La vita sulla terra di David Attenborough (che è la voce narrante in quest’ultimo documentario) del 1979. Ma questo nuovo complesso di immagini riprese negli angoli più remoti della terra ha un fascino ancora nuovo non solo per le nuove tecniche di ripresa adottate (si fa un ampio uso di droni) ma per il lavoro meticoloso di appostamento che è stato compiuto, che ha consentito di riprendere animali difficili da riprendere (degli operatori sono rimasti isolati anche per una settimana dentro gabbie speciali). I risultati si vedono tutti: la bellezza delle immagini, la scoperta di comportamenti finora sconosciuti e il prender coscienza che il loro habitat sta riducendosi con ritmi esponenziali.

Nella prima sequenza la terra ci appare nella soggettiva degli astronauti che, 50 anni fa, erano in orbita intorno alla luna: vediamo la terra sorgere lentamente in tutto il suo splendore, con i suoi vivaci colori. E’ la giusta prospettiva per considerare la patria di tutti gli umani nella sua globalità e nella sua bellezza ma anche per ricordare che negli ultimi 50 anni le specie animali e vegetali sono diminuite del 60% e che ora sul pianeta c’è il 40% in meno di ghiaccio.

Tuttavia c’è ancora tanto d’ammirare; il documentario segue tante specie animali in contesti molto diversi fra loro (ai poli, nelle giungle, nei deserti, nei mari e nei fiumi) ma tutti percorrono lo stesso itinerario di vita: cercano il loro nutrimento giornaliero e in certi periodi effettuano poderose migrazioni per raggiungere quel luogo ideale che consentirà loro di riprodursi e di sfamare i cuccioli finché non diventeranno autonomi per riprendere il cammino. Si tratta di scene impressionanti, realizzate con i droni,  dove vediamo migliaia e migliaia, forse anche un milione di animali della stessa specie che si radunano per dar vita a nuove generazioni.

Molti animali ci lasciano increduli di fronte all’incredibile e misterioso istinto di cui dispongono Come quel branco di lupi che allontana i caribù dai vasti spazi di un lago per spingerle verso la foresta, dove saranno costretti a disperdersi e saranno così una facile preda. Come le mamme pinguino che una volta che si sono procurate il cibo per la prole appena nata, tornate nel branco riescono ancora a ritrovare il loro piccolo fra migliaia e migliaia di cuccioli. Oppure nel deserto australiano dove, solo una volta ogni dieci anni, si forma un lago per effetto delle piogge torrenziali e stormi di fenicotteri lo raggiungono percorrendo miglia e miglia (come lo hanno saputo?) arrivando in tempo per portare alla luce i piccoli e sfamarli finché non sono in grado di prendere il volo, prima che il lago si prosciughi di nuovo. Deliziosi anche i molti balli nuziali che organizzano certe specie di uccelli per ottenere il consenso della femmina all’accoppiamento. E’ un lato gentile della loro esistenza, un giusto ossequio al genere femminile. Non mancano soluzioni astute per l’impollinazione, come quella dell’orchidea che attira le api maschio con un olio profumato (utile per far colpo sulla femmina) e li spinge lungo un condotto in modo che api ne escano con i semi appiccicati sul dorso.

A questo documentario hanno lavorato 600 persone per quattro anni, visitando 50 paesi, un lavoro utilissimo per le nuove generazioni ma anche per quelle meno giovani. C’è  un che di religioso in queste immagini  e restiamo ammirati  per il modo con cui questi animali trovano una natura generosa che li nutre e come siano dotati di un istinto che consenta loro di affrontare anche in situazioni complesse, se non ci pensa l’uomo a distruggere il loro habitat. Per questo motivo destano profonda tristezza le scene che ritraggono alcuni esemplari di trichechi (il branco si è assiepato in un piccolo isolotto), che salgono fino in cima a una scogliera e poi si lasciano cadere nel vuoto per poi morire sulla spiaggia. Un gesto maldestro oppure un lugubre presagio di un’esistenza sempre più difficile.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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BRAIN, EARTH, WORLD

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/18/2020 - 17:12
 
Titolo Originale: Brain, Heart, World
Paese: USA
Anno: 2019
Produzione: Fight the NEW DRUD
Durata: tre sezioni di 30' disponibili su www.fightthenewdrug.org

Brain Heart, World è un documentario diviso in tre parti visibile gratuitamente in rete (con invito a fare donazioni), sugli impatti negativi che causa il consumo di pornografia sul singolo individuo, sulle relazioni umane, sull’intera società. Il documentario è disponibile sul sito dell’associazione Fight the New Drug, che si autodefinisce “non-religious and non-legislative”. In effetti, nella sua lotta alla pornografia non si appoggia a motivazioni religiose o etiche ma fa un ampio uso di interviste a professionisti che hanno studiato il problema da un punto di vista medico, psicologico e sociale e si avvale della testimonianza di persone che hanno vissuto sulla propria pelle gli effetti devastanti della dipendenza dalla pornografia o che hanno lavorato nell’industria del porno.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario è un valido strumento per evitare, come spesso accade, di considerare con superficialità il problema della pornografia e per comprendere a fondo quali danni può provocare
Pubblico 
Adolescenti
A livello pre-adolescenti i primi due capitoli: per adolescenti il terzo capitolo per la descrizione delle condizioni di violenza psicologica in cui vivono gli attori del sesso
Giudizio Artistico 
 
Gli autori manifestano ottime abilità didattiche, spiegando con ironia e l’aiuto di piccole animazioni. Determinanti le sofferte testimonianze di testimoni
Testo Breve:

Il documentario porta avanti con lucidità e chiarezza una condanna della pornografia, dimostrando, attraverso testimonianze e dichiarazioni di esperti, i danni che produce, sulla psicologia dell'individuo e sulla società, il suo consumo compulsivo. In RETE English version of the review is available

 

 

English version below the italian one

Diciamo subito che il documentario è ben realizzato e mostra un alto livello di professionalità. Le tesi portate avanti nei tre capitoli sono sviluppate con molta chiarezza, alleggeriti da piccole animazioni e da un commento di sottofondo sempre pronto all’ironia. I realizzatori hanno indubbie capacità didattiche e chi ha la pazienza di seguire le tre parti del documentario, difficilmente vorrà ancora attardarsi sul computer di casa per vedere film porno. Il tema, sicuramente delicato, è trattato, da una parte, con il dovuto distacco scientifico, dall’altra, quando ci troviamo di fronte a dei testimoni, sia uomini che donne, ascoltiamo il sofferto rimorso di chi si è pentito ma condividiamo con loro anche la gioia per la libertà riconquistata.  In nessun momento ci viene presentato materiale osceno. Per questo motivo il lavoro è adatto a esser visto anche da pre-adolescenti (molti testimoni, intervistati nel documentario, dicono di aver iniziato a veder porno già a dieci anni) almeno per le prime due parti del documentario mentre il terzo capitolo, dove viene approfondito il funzionamento dell’industria del porno, va consigliato a partire dagli adolescenti e l’accompagnamento di un genitore o un adulto è sicuramente consigliabile.

Nel primo capitolo si parla degli effetti che la dipendenza da materiale pornografico produce sul nostro cervello. Come avverrà nei capitoli successivi, la spiegazione inizia sempre con un’analogia, in modo da sensibilizzare lo spettatore sulla dimensione del fenomeno. In questo caso si parla di un certo signore che nel 1848 restò illeso dopo una esplosione ma il suo carattere cambiò totalmente: divenne rude e antipatico, iniziò a usare un linguaggio sboccato: qualcosa nel suo cervello era cambiato.  In effetti, ci spiegano gli esperti, il cervello è costituito da materiale malleabile che si trasforma in base alle nostre esperienze (tecnicamente si chiama neuroplasticità). Un testimone racconta come un uso compulsivo della pornografia abbia cambiato il suo modo di vedere le donne, percepite come oggetti di piacere. Un altro ci parla della sua tendenza ad annoiarsi di tutto, della perdita della capacità di entusiasmarsi per cose nuove. Per tutti gli intervistati, l’impossibilità di impostare progetti per il futuro, di sperare di trovare il vero amore.

E’ questo il tema del secondo capitolo che punta aspiegarci  come il porno possa impattare su un componente insostituibile per la nostra crescita: il relazionarsi con gli altri. Attraverso le testimonianze dirette ci viene mostrato che chi è dipendente dalla pornografia è avvezzo a uno stimolo fuori misura, cerca di ricostruire ciò che ha visto e non riesce più a esprimere delicatezza e  rispetto  verso l’altra/o, fino a preferire concentrarsi sulle scene estreme che vede al video  piuttosto che gestire la complessità della realtà. .

Nel terzo capitolo l’orizzonte si allarga al mondo intero. Si scopre che il porno è un business mondiale di 97 miliardi di dollari, superiore al fatturato di Netflix, Twitter e Amazon messi insieme. Lo speaker avverte fin dall’inizio del capitolo che da quel momento in poi non riuscirà più a fare lo spiritoso. E ha perfettamente ragione. Vengono intervistati un uomo e una donna che anni prima sono stati attori per  film porno. Con lucidità ma con una sofferenza che non può essere cancellata, raccontano la spinta all’escalation verso scene sempre più estreme che hanno dovuto subire. Le case di produzione non interagiscono direttamente con loro ma con il loro magnaccia/agente che ha sempre metodi convincenti per farli proseguire. Alla fine resta una sola soluzione: alcool e droga. Altre testimonianze su fatti realmente avvenuti ci fanno scoprire come la schiavitù del sesso sia particolarmente attuale. E’ una debole scusa giustificarsi per la visione di film porno, quella di dire che i protagonisti sono consenzienti: spesso si tratta di costrizioni esercitate da un’industria dai guadagni enormi.

Il documentario ha avuto risposte positive; solo la prima parte, quella che descrive le potenziali modifiche che può subire il cervello da parte del consumo di pornografia, ha destato perplessità da parte di qualche studioso. Qualche sito di fede cristiana si è lamentato per il fatto che la fede non è stata indicata come determinante per uscire dalla dipendenza. Lo stato dello Utah ha autorizzato l’associazione a presentare il documentario nelle scuole. In effetti i fondatori di Fight the New Drug sono mormoni e lo stato dello Utah è tradizionalmente il territorio di maggiore espansione per questa fede.

Il documentario si  conclude con un invito a non guardare il porno e a promuovere leggi che lo vietino. Anche la terza sezione del documentario inizia con un’analogia, sicuramente singolare: nella basilica di san Pietro in Roma, c’è la statua di bronzo dell’apostolo il cui piede si è consumato, dopo che per secoli migliaia e migliaia di pellegrini lo hanno accarezzato. L’auspicio è che il porno possa crollare se in tutto il mondo, milioni e milioni di persone diranno un semplice no alla pornografia. Un auspicio che non possiamo che condividere.

Il documentario è disponibile in inglese con sottotitoli in inglese o spagnolo.

 

ENGLISH TRANSLATION

Let's start by saying that the documentary shows a high level of professionalism. The themes conveyed in the three chapters are developed with much clarity, softened by little animations and a background commentary that adds a level of irony. The creators have certain teaching skills, and those who have the patience to follow the three parts of the documentary will hardly consider returning to watch porn on their laptop. The subject, clearly delicate, is treated, on the one hand, with a certain scientific detachment. On the other hand, when we are faced with witnesses, both men and women, we must listen to the painful remorse of those who have repented. We also share with them the joy for freedom regained.  At no time is obscene material presented. This renders the project suitable for pre-teens (many witnesses interviewed in the documentary say they started watching porn at the age of ten) – at least for the first two parts of the documentary, while the third chapter – where the explanation of how the porn industry works is deepened – is highly recommended for teens to view with a parent or adult.

In the first segment, we explore the effects that addiction to pornographic material has on our brain. As it happens in the following two segments, the explanation starts with an analogy in order to make the viewer aware of the dimension of the phenomenon. In this case, we talk about a certain gentleman in 1848 who was unharmed after an explosion but his personality changed totally: he became rude and obnoxious, he started using foul language: something in his brain had changed.  In fact, experts explain that the brain is made of malleable material that is transformed according to our experiences (technically it is called neuroplasticity). A witness tells how a compulsive use of pornography changed his way of seeing women, who he viewed as objects of pleasure. Another one tells us about his tendency to get bored easily – the loss of the ability to get excited about new things. For all the interviewees, they experienced an impossibility to set plans for the future and feel hope to find true love.

This is the theme of the second segment that aims to explain how porn can impact an irreplaceable component for our growth: relationships with others. Through direct testimonies, we are shown that those who are addicted to pornography are accustomed to an oversized stimulus, try to reconstruct what they have seen, and can no longer express delicacy and respect towards the other, to the point of preferring to concentrate on the extreme scenes they see in videos rather than managing the complexity of reality.

In the third segment, the theme opens to the whole world. It turns out that porn is a $97 billion worldwide business, more than Netflix, Twitter, and Amazon combined. The narrator warns from the beginning of the segment that from that moment on he will not be able to joke about it anymore. And he's absolutely right. A man and a woman who were actors in porn movies years before are interviewed. With lucidity but with a suffering that cannot be erased, they recount the story of the drive for escalation towards more and more extreme scenes that they have had to endure. The production companies do not interact directly with them but with their pimp/agent who always has convincing methods to keep them going. In the end there is only one solution: alcohol and drugs. Other testimonies about actual events make us realize how sex slavery is particularly relevant. To say that the actors give their consent is a weak excuse to justify oneself for watching porn: often there are constraints exerted by an industry with enormous earnings.

The documentary has had positive responses; only the first part, the one describing the potential changes that the brain can experience from the consumption of pornography, has provoked perplexity from some scholars. Some sites of Christian faith complained that faith was not indicated as a way of breaking an addiction. The state of Utah has authorized the association to present the documentary in schools. In fact, the founders of Fight the New Drug are Mormons, and the state of Utah is traditionally the area of greatest expansion for this faith.

Educational Values/Lack Thereof

The documentary is a valuable tool to stop considering lightly – as it often happens – the problem of pornography and to help us to understand in-depth the damage it can cause.

Audience : Teenagers

The first two segments may be viewed by pre-adolescents (PG): whereas the third segment may be more appropriate for adolescents (PG-13) due to the description of the conditions of psychological violence sex actors endure.

Artistic Judgement

The writers show excellent teaching skills, as they explain concepts with irony, accompanied by animations. The tragic testimonies of witnesses are fundamental.

SE SEI INTERESSATO A SEGUIRE IL TEMA PUOI VEDERE ANCHE:

Pornografia: la vera causa è la mancanza di relazioni sociali

Difendere i nostri figli dalla pornografia ed educarli ai media. Intervista al Prof. Thomas Lickona

su 

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LA FATTORIA DEI NOSTRI SOGNI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 09/29/2020 - 17:35
 
Titolo Originale: The Biggest Little Farm
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: John Chester
Sceneggiatura: John Chester, Mark Monroe
Produzione: FarmLore Films
Durata: 91
Interpreti: John Chester, Molly Chester

John Chester, cameraman che si dedica ai viaggi per riprendere insoliti paesaggi naturali, è sposato con Molly, una food blogger. Insieme hanno un sogno: realizzare una fattoria con una grande varietà e diversificazione di specie animali e vegetali. Abitano a Los Angeles e, dopo aver “adottato” un cane, sono costretti a lasciare il loro appartamento. Questo primo ostacolo diventa l’occasione per provare a dare vita al loro sogno. Acquistano 200 acri di terreno fuori Los Angeles e cominciano a costruire la loro fattoria, con coltivazioni biologiche ed eco sostenibili…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una coppia ha un bel progetto da condividere e si consolida nell'impresa. Un bell’esempio di corretto rapporto con la natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista John Chester riesce a garantire una buona presa sul pubblico grazie a un montaggio veloce e a un'ottima fotografia che fa risaltare tutta la bellezza dei paesaggi e degli animali, delle piante che li popolano.
Testo Breve:

Una coppia ha filmato per otto anni lo sviluppo della loro fattoria, un progetto interamente ecososteibile Un ottimo strumento per sensibilizzare i ragazzi su un corretto rapporto con la natura. Su PrimeVideo e su Chili

Non tutti hanno l’occasione di vedere realizzati i propri sogni. Se, poi, questo sogno si estende per 200 acri (quasi 81 ettari di terreno) la cosa diventa ancora più complessa. Eppure, questa giovane coppia riesce in questo ambizioso intento. Un documentario che racchiude in 90 minuti di spettacolo ben otto anni di riprese fatte dal protagonista stesso coadiuvato da alcuni operatori.

Il terreno scelto, le zone periferiche di Los Angeles, non sono particolarmente fiorenti: ecco che l’impresa risulta ancora più ardua. La scelta della completa eco-sostenibilità ha fatto incontrare ai protagonisti diversi ostacoli: incendi, animali selvatici… ma ogni ostacolo è diventato opportunità per approfondire, conoscere meglio e quindi trovare una nuova via d’uscita rispettosa dell’ambiente naturale.

Un sogno ambizioso diventato una grande realtà. Il grande dispendio di tempo, passione, soldi, pazienza ha portato alla realizzazione di  una grande opera.

Il film è assolutamente all’altezza dell’impresa realizzata da questa coppia. Le riprese, sfruttando anche time lapse e fotografia al microscopio, fanno risaltare tutta la bellezza dei paesaggi, degli animali e delle piante che li popolano. Alcune sequenze domestiche e brevi tratti di animazione rivelano quel taglio “casalingo” che è proprio di questo documentario. Un  montaggio veloce aiuta a rendere alcune sequenze particolarmente avvincenti. Da sottolineare che la  sceneggiatura è stata ideata dopo le riprese, non prima, per raccontare il più fedelmente possibile la verità degli eventi.

Un’avventura prima di tutto umana, quella di John e Molly: una coppia felice del matrimonio che sta vivendo, una coppia che condivide un sogno e che lo vuole realizzare, una coppia unità nell’affrontare le difficoltà come i successi dell’impresa, una coppia che progredisce, giorno per giorno nella profondità del rapporto. Parallelamente alla loro storia personale, si sviluppa la storia di questa fattoria. Non c’è divinizzazione della natura, quasi fosse qualcosa di sacro in sé. Anzi, la coppia è consapevole che la natura ha un suo equilibrio e il loro ruolo, nel coltivare, è quello di custodire questo equilibrio, senza forzare la mano. Una concezione che rimanda alla prima pagina della Bibbia, dove Dio conferisce all’essere umano il compito di coltivare e custodire il giardino dell’Eden (Gen 2,15): coltivatore e custode, non padrone indiscusso.

Nella sua veridicità, il documentario non ha paura di parlare anche della morte: elemento che fa parte dell’esistenza di tutti gli esseri viventi.

Se, a tratti, la visione della vita di campagna sembra un po’ edulcorata e idealizzata, i vari ostacoli non nascondono la tentazione dello sconforto che in alcuni momenti accompagna la giovane coppia. Un documentario che accontenta gli occhi, coinvolge lo spettatore e lo aiuta ad interrogarsi sulle proprie scelte di vita e sul proprio rapporto con la natura e le altre creature.

Il film è stato distribuito maggio nel 2019 inizialmente in  cinque copie e poi in poche settimane era arrivato a 285 sfiorando in tre mesi quasi 5 milioni di dollari d’incassi.

Autore: Francesco Marini
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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LOVE ME GENDER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/13/2020 - 16:43
Titolo Originale: Love Me Gender
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Produzione: Stand By Me
Durata: 4 episodi di
Interpreti: Chiara Francini

L’attrice Chiara Francini va in giro per l’Italia a intervistare persone e famiglie che sono in conflitto con il loro sesso, coppie di omosessuali, bisessuali, famiglie di divorziati risposati, persone con l’inclinazione al crossdressing

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film teorizza la ricerca di una felicità che vuol dire soprattutto perseguire i propri desideri privati, anche quando questo vuol dire tradire gli impegni presi e considerare i bambini come qualcosa che si può “ordinare”.
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre maturità per discernere l’ideologia deformante con la quale sono stati presentati alcuni casi reali
Giudizio Artistico 
 
L’attrice Chiara Francini gestisce con simpatia e allegria interviste anche delicate sul tema del cambiamento di sesso, dell’omosessualità e delle famiglie aperte ma l’ottimismo che traspare dal documentario sfocia in una eccessiva esemplicazione dei casi presentati
Testo Breve:

Un itinerario per l’Italia alla ricerca delle situazioni dove si desidera eliminare le differenze fra maschio e femmina, fra padre e madre. Molti casi reali e degni del massimo rispetto ma deformati dalla lente dell’ideologia gender. Su SKY

“Sono Chiara Francini… quando andavo a scuola il mondo non era come oggi: era più definito, i ruoli erano diversi, c’erano i maschi e le femmine, c’erano i padri e le madri, i mariti e le mogli. Adesso invece apro la porta di casa e chi ti incontro? Il mio migliore amico che è gay e che si è sposato con il suo compagno. I miei vicini che sono divorziati eppure hanno rapporti bellissimi con gli ex e le loro nuove famiglie. E un mio collega attore ha deciso di cambiare sesso”

Con questa overture, iniziano le quattro puntate di questo documentario-inchiesta di propaganda sull’ideologia gender, condotta dall’attrice Chiara Francini, che è stato già proposto dal canale La Effe e ora è disponibile su SKY.

Bisogna riconoscere che l’inizio del documentario è onesto e i propositi sono chiari: la Francini vuole andare in giro per l’Italia a cogliere quelle situazioni, quei personaggi che consentano di dimostrare che l’ideologia gender è la lente migliore per leggere e interpretare i comportamenti della società di oggi. In effetti la Francini è molto brava nell’infilarsi con simpatia nell’intimità di certe persone e contribuisce a dare al documentario quel tono di allegria che è poi il vero obiettivo di questo lavoro: la felicità è dietro l’angolo, basta solo non seguire schemi mentali che sono ormai obsoleti. Se da una parte i casi reali presentati, proprio perché tali, meritano il massimo rispetto, dall’altra dobbiamo analizzare la sovrastruttura ideologica che è stata costruita su di essi, attraverso dei commenti fuori campo. E’ bene quindi analizzare, una ad una, le principali interviste che sono state fatte.  

Vengono presentate innanzitutto alcune realtà del mondo animale che dovrebbero contribuire a sottolineare come all’interno di alcune specie esista una sostanziale indifferenza sessuale. Si parla ad esempio delle cernie, che sono ermafrodite e che cambiano sesso in funzione delle esigenze del branco. Tutto vero ma dobbiamo però trarre delle conclusioni che sono opposte a quelle della Francini. Per quei pesci, come per tutti gli animali, la generazione di nuovi individui della loro specie è di importanza primaria e la sessualità è funzionale a questo obiettivo fino al punto, come per le cernie, di cambiare sesso se mancano femmine o maschi all’interno del branco. Anche il caso dei pinguini è stato falsato. Come abbiamo appreso da quel bellissimo film- La marcia dei pinguini, dopo che le femmine hanno deposto l’uovo, sono i maschi che lo covano, mentre le femmine vanno a rifocillarsi. Se poi dei maschi covano delle uova che sono rimaste abbandonate, ancora una volta è la logica della sopravvivenza del branco che prevale, senza disturbare l’inclinazione omosessuale come fa la Francini. Sarebbe molto bello se anche nelle nostre società si ponesse nel giusto risalto l’importanza della generazione di nuove vite e si desse priorità al sostegno delle coppie eterosessuali che dispongono di questa dote esclusiva.

Nella prima puntata viene presentata una famiglia con due papà e tre bambini ottenuti con l’utero in affitto in Canada (la terminologia adottata è molto filtrata: si parla di “gestazione per altri”). Su questi aspetti è bene chiarire che non si tratta di essere retrogradi o progressisti, di credere in una religione o no ma molto semplicemente e più direttamente, dobbiamo parlare di diritti: quelli dei nascituri e dei bambini. Il diritto per loro di essere il frutto dell’amore del proprio padre e della propria madre, di essere portati in grembo e allattati dalla a madre, di essere educati da quei genitori che li vedono per quello che sono: il loro amore che è diventato carne, che è sangue del loro sangue e ossa delle loro ossa. Nel tentativo maldestro di esaltare la legge canadese, la coppia gay chiarisce che la donna che dona l’ovulo deve restare anonima e deve essere diversa dalla donna che lo porta in grembo. Come dire che la funzione della madre è stata tagliata a fettine, come un saporito salamino. Viene poi presentata una “famiglia allargata”. Si tratta di una espressione che sottende il fatto che un uomo, Valerio, ha prima sposato Pamela e poi Claudia, facendo una figlia, Iris, ora adolescente, con il primo e altri due figli con il secondo matrimonio. Si tratta di un insieme di persone, grandi e piccole dove, a loro dire, non importa il ruolo che hanno, ma “è importante volersi tutti bene” e si riuniscono, per il pranzo domenicale, tutti intorno allo stesso tavolo. Iris, passa i giorni dispari con la madre e i pari con il padre. Naturalmente tutto appare idillico ma se lo è in apparenza, il merito va alle due donne (l’uomo appare assolutamente inutile, si è limitato a combinare questo pasticcio) che hanno un cuore di madre e cercano di costruire un ambiente il più accettabile possibile per i ragazzi. La deliziosa Iris dichiara di essere contenta di stare con il padre e la madre a giorni alterni perché così “cerca di tenere unita la famiglia”. Lei, che innocentemente si è trovata in questa situazione causata dal tradimento del padre agli impegni presi, sa cosa deve fare per il bene di tutti e dà il buon esempio a degli adulti che sembrano meno maturi di lei.  Anche in questo caso viene in soccorso il cinema: il film Quel che sapeva Maisie mostra in tutta la sua dolorosa realtà lo straniamento, il disagio di una bambina spedita come un pacco avanti e indietro fra un padre e una madre divorziati.

Un’altra storia interessante viene raccontata nel documentario: quella di una donna che dopo dieci anni di matrimonio con un uomo, decide di andare a vivere con un’altra donna. Veniamo informati del dolore che questa situazione ha creato nell’uomo, delle lunghe battaglie legali sostenute, fino alla rassegnazione di oggi. Anche in questo caso si parla a sproposito di “felicità”. Come si fa a essere felici nel dissociarsi dagli impegni presi? Forse che il fatto di essere bisessuale, omosessuale, libera la coscienza dal discernere il bene e il male? Anche per questa situazione abbiamo un film da proporre: Disobedience. Una donna, sposata con un giovane di una comunità ebraica ortodossa e con un figlio, incontra di nuovo la passione della sua giovinezza (un’altra donna). La donna saprà comprendere il valore superiore delle sue responsabilità nei confronti del figlio e del marito che le vuol bene evitando di riaccendere passioni giovanili.

Nelle quattro puntate vengono presentate delle persone che si trovano a disagio nei confronti del proprio sesso, anche pre-adolescenti. Si tratta di situazioni molto delicate e che necessitano, oltre che di un medico specialista, anche di tanto amore e saggezza da parte dei genitori. Desta quindi perplessità l’intervista a una dottoressa che, riguardo a quei farmaci che bloccano la crescita naturale per dirigerla verso caratteristiche maschili o femminili in funzione della scelta fatta, abbia usato toni tranquillizzanti sull’assenza di possibili rischi di questi “metodi”. Che la scelta sia difficile è sotto gli occhi di tutti, a dispetto della eccessiva disinvoltura con la quale è stato affrontato questo tema nel documentario. Nathan Fleming: era questo il nome della donna belga che aveva cambiato sesso e poi aveva chiesto e ottenuto nel 2013 l’eutanasia di stato per le “insopportabili sofferenze psichiche” causate da questa trasformazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA CONTEMPORANEA IN PILLOLE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/09/2020 - 17:37
Titolo Originale: HISTORY 101
Paese: USA
Anno: 2020
Durata: Irima stagione: 10 puntate su Netflix

La serie Storia Contemporanea in Pillole (prima stagione) su Netflix, racconta in dieci puntate di 20 minuti, quei risvolti della storia contemporanea mondiale che hanno avuto e hanno tuttora un significativo impatto nella nostra vita di tutti i giorni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un buon strumento didattico con qualche interpretazione unilaterale
Pubblico 
Adolescenti
Necessaria una preparazione adeguata sulla storia contemporanea
Giudizio Artistico 
 
Buone sintesi sociologiche che trovano nell’impiego frequente di confronti statistici uno strumento efficace
Testo Breve:

Dieci schede esplicative (ma siamo solo alla prima stagione) di realtà sociali contemporanee efficacemente sintetizzate in 20 minuti .Su Netflix

Nel 1979, Dong Shaoping, il successore di Mao Tse Tung alla guida della Cina, visita gli Stati Uniti d’America: una chiara indicazione della volontà del governo cinese di uscire dal proprio isolamento e aprirsi al mercato mondiale. E’ iniziata da quel momento un’ascesa economica inarrestabile che ha portato questo paese a detenere, nel 2018,  il 18,6 % del prodotto interno lordo mondiale, a fabbricare il 41% dei computer nel mondo e il 70% dei cellulari. Si tratta di un’incredibile storia contemporanea, che è opportuno che i ragazzi conoscano e su cui  i grandi riflettano.

Questa e altre vicende interessanti del mondo contemporaneo, sono raccontate nella docu-serie di Netflix: Storia Contemporanea in Pillole (Prima Stagione) che in dieci episodi (sicuramente seguiranno altre stagioni) ci presenta eventi, scoperte, usi e costumi, che stanno caratterizzando il nostro tempo e sicuramente la crescita esplosiva della Cina come potenza economica mondiale è uno di questi. Ecco che accanto  a La corsa allo spazio ci viene presentato il fenomeno del Fast Food ; oltre all’uso indiscriminato della plastica, ci vengono  raccontate le grandi speranze (a cui hanno fatto seguito altrettante delusioni) dell’energia atomica. Non manca la descrizione di importanti scoperte scientifiche come l’impiego della genetica non solo a fini curativi ma come strumento principe di ogni indagine poliziesca. Gli episodi vengono corredati di dati statistici  che danno meglio il senso del fenomeno descritto e risultano particolarmente adatte a ragazzi che frequentano le scuole secondarie di secondo grado ma anche a degli adulti a cui può essere utile una panoramica in 20 minuti su temi che non hanno mai pienamente approfondito. Le schede privilegiano inevitabilmnte la realtà americana ma vengono anche  fatti riferimenti ad altri paesi del mondo che sono rimasti coinvolti in ciò che si sta raccontando. La serie affronta anche fenomeni sociali come quello del femminismo, mostrando come, dopo decenni di lotte per la parità di diritti e uguale retribuzione, il salario di un donna che dopo la guerra  era il 42% di quello di un maschio, ora è arrivato all’80% nel 2019 ma la piena parità è ancora lontana.   Un tema di questo genere sfiora inevitabilmente aspetti eticamente sensibili e se di fronte alla diffusione della pillola anticoncezionale il commentatore dice che finalmente le donne possono  “posticipare la maternità per concentrarsi sugli  studi e intraprendere una carriera”, sul tema dell’aborto è molto più discreto e ne fa solo un rapido cenno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 08:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE GREAT HACK - PRIVACY VIOLATA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/20/2019 - 14:28
 
Titolo Originale: The Great Hack
Paese: UK
Regia: Karim Amer, Jehane Noujaim
Sceneggiatura: Karim Amer, Jehane Noujaim
Produzione: Netflix
Durata: 113

Il documentario percorre le vicende che hanno visto coinvolta la società anglo-americana di analisi dati e comunicazione elettorale Cambridge Analytica (CA), la quale aveva acquisito tramite Facebook dati personali di circa 50 milioni di utenti utilizzandoli senza alcuna autorizzazione in occasione della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e a sostegno della Brexit e del partito di Nicolas Farage in Gran Bretagna. Il documentario si concentra su alcune personaggi chiave della vicenda: David Carroll, professore della Parsons School of Design di New York che aveva chiesto per vie legali che CA gli restituisse i suoi dati personali; le testimonianze di Brittany Kaiser e di Christofer Wylie ex dipendenti della Cambridge Analytica; Carole Cadwalladr giornalista investigativa che ha pubblicato i risultati delle sue indagini su The Guardian.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due registi realizzano un onesto lavoro di evidenziazione dei fatti, così come essi sono accaduti. La storia risalta l’importanza del giornalismo libero e va ad onore di testate storiche come The Guardiam The Observer, the New York Times, per l’accuratezza delle indagini svolte
Pubblico 
Pre-adolescenti
I temi trattati risulteranno poco comprensibili ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il lavoro di ricostruzione di fatti risulta accurato ma lo sviluppo appare piatto, senza che vengano evidenziati i passaggi più significativi del racconto
Testo Breve:

La Società Cambridge Analytica è fallita dopo esser stata accusata di aver influenzato le lezioni presidenziali americane e il referendum sulla Brexit con dati riservati ottenuti da Facebook. Una ricostruzione accurata ma un po’ piatta

Che attività svolgeva Cambridge Analytica? Lo spiega bene il documentario raccontandoci il coinvolgimento della società nelle elezioni avvenute nel piccolo paese di Trinidad e Tobago qualche anno fa. Erano in gara due partiti, uno legato all’etnia indiana (per la quale CA lavorava) e l’altra all’etnia indigena di colore. CA ha costruito una massiccia campagna promozionale puntando su giovani e sollecitando il loro spirito di contestazione.  E’ stato creato allo scopo un movimento mediatico con tanto di slogan, inno, pubblicità alla televisione e su Internet dove si invitavano i giovani a non seguire le alchimie politiche dei padri. Alla fine i giovani di origine indiana, più rispettosi dell’autorità familiare, sono andati a votare, mentre gli altri hanno disertato le urne. Si calcola che la campagna orchestrata da CA abbia spostato il 6% dei voti, percentuale sufficiente per far vincere il partito indiano. Non occorre affatto pensare che il caso Trinidad sia un’eccezione e che le democrazie occidentali siano molto più “robuste” nei confronti dei condizionamenti pilotati. Se tante persone vanno a votare perché hanno ponderato tutti gli aspetti politici, culturali economico della loro decisione, tanti seguono quegli impulsi istintivi e caratteriali che la rete Internet è così brava a sollecitare.

Eccoci quindi arrivati al cuore del caso Cambridge Analytics (CA): per influenzare gli elettori diventa determinante conoscerne la loro personalità, le loro preferenze e mostrare di volerli accontentare esattamente in ciò che più loro piace.  Aziende come Google, Facebook, vendono, fin dalla loro nascita, dati sulle tendenze dei consumatori ma si tratta di dati statistici e anonimi. La rivoluzione si è avuta proprio quando CA ha avuto la possibilità di accedere ai dati raccolti da Facebook relativamente a 50 milioni di utenti completi di cognome e nome ponendo quindi CA in condizione  di realizzare quello che viene chiamato microtargeting comportamentale (pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona). Una manna per chi, con moderni strumenti di psicometria, riesce, analizzando i like e i siti consultati, a delineare la personalità dell’internauta. Com’è stato possibile tutto questo? Lo spiega bene il documentario con l’aiuto del testimone Christofer Wylie: fu lui a contattare il prof Aleksandr Kogan, dell’università di Cambridge che aveva realizzato, con l’accordo di Facebook, una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi specificando cognome, nome e il loro profilo personale. Il professore aveva il permesso di collegarsi anche alla lista degli amici, moltiplicando enormemente i dati accessibili. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook.

I due registi egiziani Noujaim e Amer sono riusciti a realizzare una ricostruzione accurata dei fatti, beneficiando della testimonianza diretta dei due ex dipendenti della CA e della giornalista Carole Cadwalladr e mostrandoci gli interventi, durante le sessioni della commissione d’inchiesta inglese, dei principali protagonisti: Alexander Nix, amministratore delegato di  CA e Mark Zuckerberg di Facebook. Bisogna riconoscere che la principale testimone, Brittany Kaiser non risulta particolarmente simpatica (c’è il sospetto che il suo “tradimento” nei confronti di CA, come hanno riportato alcuni giornali, sia stata dettata dalla necessità di coprire alcuni suoi coinvolgimenti più gravi in altre azioni poco pulite della società) ma questo non è certo colpa dei due registi, così come quel certo senso di incompiutezza che dà il finale del documentario. In effetti sono ancora molti gli elementi non chiariti della vicenda e la dichiarazione di bancarotta della Cambridge Anallytica ha fatto uscire di scena il maggiore imputato. Evitando di condividere gli scenari apocalittici di alcuni protagonisti del documentario (“una nuova era è iniziata”), è certo che il caso CA spingerà molti paesi democratici a emettere nuove leggi per meglio proteggere la libertà decisionale degli elettori ma è altrettanto certo che nuove tecniche persuasive verranno adottate subito dopo, in una rincorsa che appare senza fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE STORY OF GOD CON MORGAN FREEMAN (Serie 1)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/13/2019 - 20:15
 
Titolo Originale: The Story of God with Morgan Freeman
Paese: USA
Anno: 2016
Produzione: National Geographic Channe, Revelation Entertainment
Durata: 2 serie per un totale di 9 puntate

Morgan Freeman ci fa da guida in varie parti del globo alla scoperta, assieme a noi, del senso di Dio nelle varie civiltà del mondo, sia quelle vive ancora oggi che quelle del passato

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa serie di documentari sulle domande di fondo che l’uomo si pone nei confronti di Dio, non prende posizione ma mostra quanto l’anelito al soprannaturale sia molto vivo in tante parti del mondo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Morgan Freeman mette la sua simpatia al servizio di un’indagine che spazia per tutto il mondo cercando testimonianze utili all’indagine. Non sempre le interviste sono di valore, ma appaiono come pure curiosità, in forma di diversivo
Testo Breve:

Morgan Freeman gira per il mondo per scoprire come le varie civiltà attuali e del passato, siano andate alla ricerca di Dio. Non si favorisce nessuna risposta ma ci mostra come tutti gli uomini siano uguali in questa ricerca

Il simpatico attore afroamericano Morgan Freeman, premio Oscar nel 2005 per Million Dollar Baby, alla tenera età di 81 anni, ha deciso di girare il mondo per togliersi (e togliere anche a noi) una interessante curiosità: come rispondono e hanno risposto  in passato gli uomini alla domanda: c’è Dio? E se c’è, chi  è? Quali sono le principali conseguenze per la nostra vita se Dio esiste?

La serie di documentari, prodotta dalla rete televisiva National Geographic è arrivata alla terza stagione, che sarà disponibile nel 2019 su Sky/National Geographic . Le prime due sono ora disponibili su Netflix ma anche, parzialmente su Youtube, in lingua italiana.

Ogni puntata è come divisa in tre parti ed è proprio l’attore che ci fa da guida nel passato, nel presente e nel prossimo futuro. Freeman esplora le antiche civiltà con l’aiuto di archeologi (antichi egiziani, i Maja, Stonehenge, antica Roma, ..) ma interroga anche rappresentanti  delle attuali maggiori religioni (ebraismo, islamismo, cristianesimo, induismo, buddismo,..). Infine si rivolge ad alcuni scienziati che stanno facendo esperimenti per scoprire da dove proviene il nostro “senso di Dio”.

I temi che affronta, puntata dopo puntata, non sono di poco conto: cosa succede dopo la morte? Chi è Dio? C’è stata una creazione? Perché esiste il male? Sono avvenuti dei miracoli? Ovviamente non vuole rispondere a queste domande in termini filosofici ma cerca, attraverso una numerosa serie di interviste, di cogliere testimonianze dal vivo di chi crede in questi valori.

Quale sensazione complessiva possiamo ricavare da questi documentari? Indubbiamente la grande utilità di questo lavoro è dimostrare che domande di questo tipo sono attualissime, essenziali per la nostra vita e milioni di persone, in varie parti della terra, a dispetto di un generale disinteresse da parte dei media, se le stanno ancora ponendo. Per converso vedere risposte così diverse a quelle domande, in giro per il mondo, può generare una certa confusione oppure scetticismo riguardo alla speranza di avere una risposta univoca.

Morgan Freeman conduce bene questo interessante progetto (è produttore esecutivo) e sta bene attento, con simpatia, a non prendere le parti di nessuna delle varie tesi che gli vengono esposte dai testimoni. Ogni tanto, dalle sue frasi, sembra trasparire una certa preferenza per il sincretismo, quando dice che tutti veneriamo un unico dio, ma per fortuna non ne fa la bandiera del programma. Dispiace fra l’altro, che il cristianesimo sia la religione più trascurata; forse perché sa che il programma verrà visto soprattutto in Occidente, dove il cristianesimo è prevalente. La parte più debole di ogni programma è proprio l’ultima, dove si cerca di dare una risposta scientifica alle nostre domande di fondo, come quando lo stesso Freeman viene sottoposto a una TAC per scoprire quali lobi del cervello si attivano quando pensa a Dio.

Resta comunque il grande pregio di un programma che apre la mente, un invito al rispetto di tutti, di fronte a delle domande che ci accomunano in una tensione verso il trascendente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALAMAR

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 09:04
 
Titolo Originale: Alamar
Paese: Messico
Anno: 2009
Regia: Pedro Gonzalez-Rubio
Sceneggiatura: Pedro Gonzalez-Rubio
Produzione: Matarraya e Xcalakarma
Durata: 73
Interpreti: Jorge Machado, Roberta Palombini, Natan Machado Palombini, Néstor Marìn “Matraca”

Un giorno Jorge e il suo piccolo figlio Natan raggiungono il nonno Matraca, che è un anziano pescatore del Banco Chinchorro nel mar dei Caraibi. Insieme trascorrono alcuni giorni nella palafitta di Matraca dedicandosi con lui alla pesca.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il docufilm racconta il tenero rapporto tra un padre e suo figlio alla scoperta di una natura incantevole e incontaminata. L’affetto, tenero e semplice, che lega i due fa tornare alla riscoperta dell’essenziale relazione che unisce l’uomo alla natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
E’ pregevole la fotografia, incantevole e poetica, e l’interpretazione sorprendentemente naturale e spontanea dei protagonisti specialmente del bambino
Testo Breve:

Una docufiction ambientata in una riserva naturale nel mar dei Caraibi. Un padre insegna a suo figlio la bellezza di una vita essenziale dove la natura diventa maestra e fonte di vita

Nel mezzo del mar dei Caraibi c’è un atollo incantato e selvatico circondato da acque cristalline e fatto di sabbia dorata, una fitta vegetazione incontaminata e una fauna variegata e vitale.  Qui, nella riserva naturale del Banco Chinchorro, si svolge la storia di Alamar, in uno scenario identico a quello della saga dei Pirati dei Caraibi. E Jorge, il protagonista di questa docufiction realizzata dal regista di origine messicana Pedro González-Rubio, ha proprio l’aspetto che potrebbe avere Jack Sparrow qualora quest’ultimo, cambiata vocazione, passasse da pirata a pescatore dei caraibi, in una versione più selvaggia, naif, paterna e amante della natura.

Alamar è un film che sfugge ad ogni definizione, in esso realtà e finzione si fondono e si compenetrano a vicenda. Quello che in origine doveva essere l’oggetto di un documentario, il paesaggio naturale di una riserva naturale nel Golfo del Messico, si trasforma nello sfondo suggestivo che ospita la rappresentazione di una storia in parte vera in parte costruita. In questo ambiente spettacolare infatti è stato generato Natan, il piccolo protagonista del film, un bambino speciale, nato in un luogo molto particolare. I suoi genitori, tanto nella realtà quanto nella finzione, sono Jorge, un nativo messicano, e Roberta, un’italiana capitata per lavoro nei Caraibi.

Natan è figlio di due mondi inconciliabili tra loro che non consentono ai suoi genitori di vivere insieme, eppure questo bambino particolare riesce a muoversi con la stessa spontanea disinvoltura tra le due opposte realtà: da un lato quella urbana quando è con la madre, dall’altro quella più selvaggia e naturale quando vive con suo padre. “Io a volte penso che Dio ci ha fatto incontrare esplicitamente per fare Natan” dice infatti Roberta per sintetizzare la sua storia con Jorge.

Il mare, la natura e l’anziano pescatore Matraca sono gli elementi ancestrali su cui si basano la fotografia e il racconto di quest’opera deliziosa. In Alamar Natan rappresenta la sintesi vivente di tutta la poesia, il fascino e la spettacolare vitalità di una natura selvaggia, ricca e incontaminata. Attraverso i suoi occhi, mentre accompagna il padre e il nonno Matraca a pescare nelle acque limpide del Banco Chinchorro, si rivela tutto lo splendore e l’armonia di un paesaggio stupefacente.

Jorge accompagna con amorevole dedizione suo figlio a compiere un’esperienza avvincente in simbiosi con la natura anche quando questa appare più ostile e selvaggia. Il padre insegna a suo figlio come adattarsi ad uno stile di vita più semplice, ridotto ai bisogni essenziali, ma che al tempo stesso regala emozioni uniche, come l’incredibile amicizia di un airone, l’emozionante caccia alle aragoste o la faticosa pesca del barracuda a mani nude.

Banco Chinchorro è stato dichiarato Riserva Naturale della Biosfera nel 1996 dall’UNESCO e costituisce la più grande barriera corallina del paese. Alamar rappresenta l’occasione per osservare questo ambiente naturale senza porsi con un approccio troppo intellettuale e distante. La storia basata sulla relazione padre-figlio e lo stile di riprese molto ravvicinate conferiscono ad ogni paesaggio un aspetto anche personale, intimo e assai tenero. Tutto il film racconta il fascino di una relazione tra l’uomo e una natura imponente e dura ma anche accogliete, una relazione fondata sulla base degli stessi sentimenti di rispetto e amore, dedizione e gioia su cui si fonda il rapporto tra padre e figlio.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE- LA VITA DI SANTA VERONICA GIULIANI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/21/2017 - 07:37
 
Titolo Originale: Il risveglio di un gigante - La vita di santa Veronica Giuliani
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna
Sceneggiatura: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna, Fra Emanuele
Produzione: Sine Sole Cinema s.r.l.
Durata: 99
Interpreti: Diana Hobel, Abigail Pintar, Stella Blasizza, Diego Ziberna, Mandy Marzari, Enrico Bergamasco

Orsola nacque a Mercatello, nel Ducato di Urbino, il 27 dicembre 1660, ultima figlia di Francesco Giuliani e Benedetta Mancini. La coppia aveva avuto sette figlie femmine, due delle quali avevano intrapreso la vita monastica. La madre morì quando lei aveva solo sette anni e quando sentì anche lei la vocazione monastica, incontrò il rifiuto del padre. Alla fine anche il genitore riconobbe la genuina vocazione di Orsola e la ragazza entrò nell'ordine delle Clarisse cappuccine nel 1677 a 17 anni, nel monastero di Città di Castello, cambiando il nome da Orsola a Veronica. Si impegnò da subito nel perfezionamento delle virù religiose, si abituò all’obbedienza esercitando tutti i servizi del monastero ma mostrò soprattutto una grande spiritualità, dedicando le sue ore di orazione a meditare Cristo sofferente sulla croce e dedicando le sue preghiere e le sue mortificazioni alla conversione dei peccatori e alle anime del Purgatorio. Veronica esprimeva in questo modo una genuina vocazione personale che era anche un segno del periodo barocco in cui visse, incentrato sulla meditazione della passione di Cristo e su grandi mortificazioni. Quando la santa ricevette la stigmate si crearono intorno a lei sospetti risentiti da parte delle consorelle che finirono per causarle una condanna del Sant’Uffizio. La sentenza venne presto revocata e Veronica fu nominata badessa del convento dimostrando di essere, oltre che una grande mistica, dotata di senso pratico e di grande umanità nel trattare le consorelle. Il suo confessore e poi il suo vescovo, le imposero di redigere un diario giornaliero delle sue esperienze mistiche, cosa che lei compì diligentemente per 35 anni ed oggi disponiamo di un documento unico, un diario di 22.000 pagine. Morì nel 1727; le sue stigmate erano state riconosciute già nel 1697; fu beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839. Nel 1980 i vescovi dell'Umbria e delle Marche hanno inoltrato alla Congregazione per la dottrina della fede la richiesta del riconoscimento a santa Veronica Giuliani del titolo di dottore della Chiesa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita spirituale, la mistica di una grande santa del ‘600
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna sono riusciti nel difficile compito di raccontarci, attraverso delle immagini, le esperienze mistiche di una santa. . Efficace accompagnamento della colonna sonora
Testo Breve:

Veronica Giuliani, vissuta alla fine del ‘600, clarissa cappuccina del convento di Città di castello, è stata dichiarata santa per le sue intense preghiere in favore di tutti i peccatori e delle anime del purgatorio, un viaggio nelle esperienze mistiche della santa reso possibile dall’abbondanza di informazioni che scaturiscono dal suo diario intimo di 22.000 pagine

La prima caratteristica che salta agli occhi nel vedere questa docu-fiction sulla storia umana e spirituale di santa Veronica Giuliani è il coraggio. I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna non hanno esitato a portare lo spettatore nel cuore delle meditazioni e delle  orazioni della santa ricostruendo cineatograficamente gli incontri che lei ha avuto con Gesù, con Maria ma anche con il diavolo. Si tratta di una vera immersione nella vita mistica di questa santa della fine del ‘600 incuranti del fatto che oggi, non solo chi è lontano dalla fede ma anche tanti laici cristiani, si sentono lontani dalla spiritualità di chi vive in clausura. Per trovare un tipo di “immersione” simile, dobbiamo risalire probabilmente a Il grande silenzio (2004), incentrato su una giornata di clausura nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dei certosiniIn effetti, come ha sottolineato mons Renzo Lavatori, in uno dei suoi commenti registrati per il documentario: “santa Veronica è da ammirare ma non da imitare”, perché i carismi che lei ha ricevuto sono da ritenersi eccezionali. 

Durante l’ora e mezza del film, oltre a una rievocazione dei fatti salienti della sua vita, a riferimenti alla devozione popolare (si dice che da neonata rifiutasse il latte materno nel giorno di venerdì)  e ai commenti degli esperti, si ha modo di “partecipare” alle visioni mistiche che la santa ha avuto, ricostruite grazie alla messe di informazioni che scaturiscono dal suo diario. L’inesausta tensione spirituale della santa era protesa a “patire per amore”, in espiazione vicaria per i peccatori e le anime del purgatorio. “Io do il mio sangue per risparmiare il vostro”, ha lasciato scritto nel suo diario, rivolta al Cristo sofferente in croce. La santa ha avuto anche terribili visioni delle sofferenze dell’inferno e del purgatorio ma anche tanti colloqui consolanti con la Madonna. Appena insignita della massima responsabilità del suo monastero, corse subito a inginocchiarsi alla statua della Madonna supplicando che fosse lei la badessa. Lo stesso diario da lei compilato ha un’insolita caratteristica: è scritto in seconda persona, come se scrivesse sotto diretta dettatura della Santa Vergine, fino alla frase finale del diario: ““Di tutte queste cose tu non conoscesti niente eppure desti il consentimento a tutto secondo il volere di Dio.  Fa' punto”.

Il racconto del percorso spirituale della santa porta alla ribalta il tema dell’espiazione vicaria, cioè del procurarsi volontariamente mortificazioni dolorose, non per purificarsi dalle proprie debolezze ma per “esser con Cristo strumento di riparazione dei peccati degli uomini”. La passione e morte del Redentore è certo un mistero e si tratta di un argomento delicato, che esula dagli impegni di queste pagine.

Già l’allora cardinale Ratzinger, nel suo magnifico Introduzione al cristianesimo aveva criticato la posizione di Anselmo di Canterbury secondo cui “la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da un’infinita espiazione”.  Sottolineava infatti che “non è il dolore in quanto tale che conta bensì la vastità dell’amore che dilata l’esistenza al punto dal riunire il lontano col vicino, dal ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore, con Dio”

E’ indubbio che per Veronica il dolore le scaturiva, non certo dalle sue mortificazioni, ma dal percepire l’infinita distanza fra il Cristo Redentore, al quale si sentiva misticamente vicina e i tanti peccati e debolezze degli uomini.

La santità di Veronica resta indiscussa al di là di questi dibattiti. Come commenta una suora intervistata per il documentario: “nel processo di canonizzazione, la santità di Veronica e non è stata verificata sui fenomeni che ha avuto e sulle stigmate, ma come lei ha vissuto le sue virtù cardinali e teologali”.

Spesso, quando vengono realizzati film o documentari che raccontano la vita di un santo, è opportuno concentrarsi sulla bellezza del messaggio trasmesso, sorvolando sulle qualità tecniche dell’opera, spesso modeste. Non è il caso di questo film, dove il regista Giovanni Ziberna (che ha fatto la gavetta come montatore di Ermanno Olmi) assieme a Valeria Baldan hanno mostrato grande padronanza dei mezzi tecnici. A dire il vero la professionalità non è mai sufficiente se non è accompagnata da una forte adesione a ciò che si vuole trasmettere. Il fatto che Giovanni, cresciuto in una famiglia atea, colpito dalla figura di santa Veronica, sia stato battezzato solo da adulto, sembra proprio un altro miracolo compiuto da chi nel lontano ‘600, ha pregato intensamente per la conversione di tutti.

Il fim uscità in DVD per l'autunno 2017 e per richiedere delle proiezioni in sala si può contattare qui:  http://www.sinesolecinema.com/santaveronica/prenota.html

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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