Documentario

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LOVE ME GENDER

Inviato da Franco Olearo il Lun, 07/13/2020 - 17:43
Titolo Originale: Love Me Gender
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Produzione: Stand By Me
Durata: 4 episodi di
Interpreti: Chiara Francini

L’attrice Chiara Francini va in giro per l’Italia a intervistare persone e famiglie che sono in conflitto con il loro sesso, coppie di omosessuali, bisessuali, famiglie di divorziati risposati, persone con l’inclinazione al crossdressing

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film teorizza la ricerca di una felicità che vuol dire soprattutto perseguire i propri desideri privati, anche quando questo vuol dire tradire gli impegni presi e considerare i bambini come qualcosa che si può “ordinare”.
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre maturità per discernere l’ideologia deformante con la quale sono stati presentati alcuni casi reali
Giudizio Artistico 
 
L’attrice Chiara Francini gestisce con simpatia e allegria interviste anche delicate sul tema del cambiamento di sesso, dell’omosessualità e delle famiglie aperte ma l’ottimismo che traspare dal documentario sfocia in una eccessiva esemplicazione dei casi presentati
Testo Breve:

Un itinerario per l’Italia alla ricerca delle situazioni dove si desidera eliminare le differenze fra maschio e femmina, fra padre e madre. Molti casi reali e degni del massimo rispetto ma deformati dalla lente dell’ideologia gender. Su SKY

“Sono Chiara Francini… quando andavo a scuola il mondo non era come oggi: era più definito, i ruoli erano diversi, c’erano i maschi e le femmine, c’erano i padri e le madri, i mariti e le mogli. Adesso invece apro la porta di casa e chi ti incontro? Il mio migliore amico che è gay e che si è sposato con il suo compagno. I miei vicini che sono divorziati eppure hanno rapporti bellissimi con gli ex e le loro nuove famiglie. E un mio collega attore ha deciso di cambiare sesso”

Con questa overture, iniziano le quattro puntate di questo documentario-inchiesta di propaganda sull’ideologia gender, condotta dall’attrice Chiara Francini, che è stato già proposto dal canale La Effe e ora è disponibile su SKY.

Bisogna riconoscere che l’inizio del documentario è onesto e i propositi sono chiari: la Francini vuole andare in giro per l’Italia a cogliere quelle situazioni, quei personaggi che consentano di dimostrare che l’ideologia gender è la lente migliore per leggere e interpretare i comportamenti della società di oggi. In effetti la Francini è molto brava nell’infilarsi con simpatia nell’intimità di certe persone e contribuisce a dare al documentario quel tono di allegria che è poi il vero obiettivo di questo lavoro: la felicità è dietro l’angolo, basta solo non seguire schemi mentali che sono ormai obsoleti. Se da una parte i casi reali presentati, proprio perché tali, meritano il massimo rispetto, dall’altra dobbiamo analizzare la sovrastruttura ideologica che è stata costruita su di essi, attraverso dei commenti fuori campo. E’ bene quindi analizzare, una ad una, le principali interviste che sono state fatte.  

Vengono presentate innanzitutto alcune realtà del mondo animale che dovrebbero contribuire a sottolineare come all’interno di alcune specie esista una sostanziale indifferenza sessuale. Si parla ad esempio delle cernie, che sono ermafrodite e che cambiano sesso in funzione delle esigenze del branco. Tutto vero ma dobbiamo però trarre delle conclusioni che sono opposte a quelle della Francini. Per quei pesci, come per tutti gli animali, la generazione di nuovi individui della loro specie è di importanza primaria e la sessualità è funzionale a questo obiettivo fino al punto, come per le cernie, di cambiare sesso se mancano femmine o maschi all’interno del branco. Anche il caso dei pinguini è stato falsato. Come abbiamo appreso da quel bellissimo film- La marcia dei pinguini, dopo che le femmine hanno deposto l’uovo, sono i maschi che lo covano, mentre le femmine vanno a rifocillarsi. Se poi dei maschi covano delle uova che sono rimaste abbandonate, ancora una volta è la logica della sopravvivenza del branco che prevale, senza disturbare l’inclinazione omosessuale come fa la Francini. Sarebbe molto bello se anche nelle nostre società si ponesse nel giusto risalto l’importanza della generazione di nuove vite e si desse priorità al sostegno delle coppie eterosessuali che dispongono di questa dote esclusiva.

Nella prima puntata viene presentata una famiglia con due papà e tre bambini ottenuti con l’utero in affitto in Canada (la terminologia adottata è molto filtrata: si parla di “gestazione per altri”). Su questi aspetti è bene chiarire che non si tratta di essere retrogradi o progressisti, di credere in una religione o no ma molto semplicemente e più direttamente, dobbiamo parlare di diritti: quelli dei nascituri e dei bambini. Il diritto per loro di essere il frutto dell’amore del proprio padre e della propria madre, di essere portati in grembo e allattati dalla a madre, di essere educati da quei genitori che li vedono per quello che sono: il loro amore che è diventato carne, che è sangue del loro sangue e ossa delle loro ossa. Nel tentativo maldestro di esaltare la legge canadese, la coppia gay chiarisce che la donna che dona l’ovulo deve restare anonima e deve essere diversa dalla donna che lo porta in grembo. Come dire che la funzione della madre è stata tagliata a fettine, come un saporito salamino. Viene poi presentata una “famiglia allargata”. Si tratta di una espressione che sottende il fatto che un uomo, Valerio, ha prima sposato Pamela e poi Claudia, facendo una figlia, Iris, ora adolescente, con il primo e altri due figli con il secondo matrimonio. Si tratta di un insieme di persone, grandi e piccole dove, a loro dire, non importa il ruolo che hanno, ma “è importante volersi tutti bene” e si riuniscono, per il pranzo domenicale, tutti intorno allo stesso tavolo. Iris, passa i giorni dispari con la madre e i pari con il padre. Naturalmente tutto appare idillico ma se lo è in apparenza, il merito va alle due donne (l’uomo appare assolutamente inutile, si è limitato a combinare questo pasticcio) che hanno un cuore di madre e cercano di costruire un ambiente il più accettabile possibile per i ragazzi. La deliziosa Iris dichiara di essere contenta di stare con il padre e la madre a giorni alterni perché così “cerca di tenere unita la famiglia”. Lei, che innocentemente si è trovata in questa situazione causata dal tradimento del padre agli impegni presi, sa cosa deve fare per il bene di tutti e dà il buon esempio a degli adulti che sembrano meno maturi di lei.  Anche in questo caso viene in soccorso il cinema: il film Quel che sapeva Maisie mostra in tutta la sua dolorosa realtà lo straniamento, il disagio di una bambina spedita come un pacco avanti e indietro fra un padre e una madre divorziati.

Un’altra storia interessante viene raccontata nel documentario: quella di una donna che dopo dieci anni di matrimonio con un uomo, decide di andare a vivere con un’altra donna. Veniamo informati del dolore che questa situazione ha creato nell’uomo, delle lunghe battaglie legali sostenute, fino alla rassegnazione di oggi. Anche in questo caso si parla a sproposito di “felicità”. Come si fa a essere felici nel dissociarsi dagli impegni presi? Forse che il fatto di essere bisessuale, omosessuale, libera la coscienza dal discernere il bene e il male? Anche per questa situazione abbiamo un film da proporre: Disobedience. Una donna, sposata con un giovane di una comunità ebraica ortodossa e con un figlio, incontra di nuovo la passione della sua giovinezza (un’altra donna). La donna saprà comprendere il valore superiore delle sue responsabilità nei confronti del figlio e del marito che le vuol bene evitando di riaccendere passioni giovanili.

Nelle quattro puntate vengono presentate delle persone che si trovano a disagio nei confronti del proprio sesso, anche pre-adolescenti. Si tratta di situazioni molto delicate e che necessitano, oltre che di un medico specialista, anche di tanto amore e saggezza da parte dei genitori. Desta quindi perplessità l’intervista a una dottoressa che, riguardo a quei farmaci che bloccano la crescita naturale per dirigerla verso caratteristiche maschili o femminili in funzione della scelta fatta, abbia usato toni tranquillizzanti sull’assenza di possibili rischi di questi “metodi”. Che la scelta sia difficile è sotto gli occhi di tutti, a dispetto della eccessiva disinvoltura con la quale è stato affrontato questo tema nel documentario. Nathan Fleming: era questo il nome della donna belga che aveva cambiato sesso e poi aveva chiesto e ottenuto nel 2013 l’eutanasia di stato per le “insopportabili sofferenze psichiche” causate da questa trasformazione.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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STORIA CONTEMPORANEA IN PILLOLE

Inviato da Franco Olearo il Mar, 06/09/2020 - 18:37
Titolo Originale: HISTORY 101
Paese: USA
Anno: 2020
Durata: Irima stagione: 10 puntate su Netflix

La serie Storia Contemporanea in Pillole (prima stagione) su Netflix, racconta in dieci puntate di 20 minuti, quei risvolti della storia contemporanea mondiale che hanno avuto e hanno tuttora un significativo impatto nella nostra vita di tutti i giorni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un buon strumento didattico con qualche interpretazione unilaterale
Pubblico 
Adolescenti
Necessaria una preparazione adeguata sulla storia contemporanea
Giudizio Artistico 
 
Buone sintesi sociologiche che trovano nell’impiego frequente di confronti statistici uno strumento efficace
Testo Breve:

Dieci schede esplicative (ma siamo solo alla prima stagione) di realtà sociali contemporanee efficacemente sintetizzate in 20 minuti .Su Netflix

Nel 1979, Dong Shaoping, il successore di Mao Tse Tung alla guida della Cina, visita gli Stati Uniti d’America: una chiara indicazione della volontà del governo cinese di uscire dal proprio isolamento e aprirsi al mercato mondiale. E’ iniziata da quel momento un’ascesa economica inarrestabile che ha portato questo paese a detenere, nel 2018,  il 18,6 % del prodotto interno lordo mondiale, a fabbricare il 41% dei computer nel mondo e il 70% dei cellulari. Si tratta di un’incredibile storia contemporanea, che è opportuno che i ragazzi conoscano e su cui  i grandi riflettano.

Questa e altre vicende interessanti del mondo contemporaneo, sono raccontate nella docu-serie di Netflix: Storia Contemporanea in Pillole (Prima Stagione) che in dieci episodi (sicuramente seguiranno altre stagioni) ci presenta eventi, scoperte, usi e costumi, che stanno caratterizzando il nostro tempo e sicuramente la crescita esplosiva della Cina come potenza economica mondiale è uno di questi. Ecco che accanto  a La corsa allo spazio ci viene presentato il fenomeno del Fast Food ; oltre all’uso indiscriminato della plastica, ci vengono  raccontate le grandi speranze (a cui hanno fatto seguito altrettante delusioni) dell’energia atomica. Non manca la descrizione di importanti scoperte scientifiche come l’impiego della genetica non solo a fini curativi ma come strumento principe di ogni indagine poliziesca. Gli episodi vengono corredati di dati statistici  che danno meglio il senso del fenomeno descritto e risultano particolarmente adatte a ragazzi che frequentano le scuole secondarie di secondo grado ma anche a degli adulti a cui può essere utile una panoramica in 20 minuti su temi che non hanno mai pienamente approfondito. Le schede privilegiano inevitabilmnte la realtà americana ma vengono anche  fatti riferimenti ad altri paesi del mondo che sono rimasti coinvolti in ciò che si sta raccontando. La serie affronta anche fenomeni sociali come quello del femminismo, mostrando come, dopo decenni di lotte per la parità di diritti e uguale retribuzione, il salario di un donna che dopo la guerra  era il 42% di quello di un maschio, ora è arrivato all’80% nel 2019 ma la piena parità è ancora lontana.   Un tema di questo genere sfiora inevitabilmente aspetti eticamente sensibili e se di fronte alla diffusione della pillola anticoncezionale il commentatore dice che finalmente le donne possono  “posticipare la maternità per concentrarsi sugli  studi e intraprendere una carriera”, sul tema dell’aborto è molto più discreto e ne fa solo un rapido cenno.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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NARCOTICA

Inviato da Franco Olearo il Mer, 11/20/2019 - 09:53
 
Titolo Originale: Narcotica
Paese: Italia
Anno: 2019
Regia: Valerio Cataldi con la collaborazione di Raffaella Pusceddu
Produzione: Rai3
Durata: 5 puntate su RAIPLAY

Nella prima puntata, ci troviamo in Messico, nello stato di Guerrero, dove seguiamo la polizia comunitaria combattere contro i trafficanti che vendono sul mercato internazionale l’oppio coltivato dai contadini. Nelle lotte fra le varie bande e con la polizia, si sono contati più di 33.000 omicidi nel solo 2018. Nella seconda puntata le telecamere si spostano a Catatumbo in Colombia, dove si produce il 70% della droga mondiale e vediamo bambini di 10-13 anni raccogliere le foglie della coca per poi portarli ai centri di smistamento per 3-5 euro al giorno. Nella terza puntata si ritorna in Messico, nel villaggio di Jicayan de Tovar (Guerrero) dove i contadini coltivano l’amapola, il papavero da oppio conteso fra cartelli in perenne lotta mortale fra loro. Nella quarta puntata ci si sposta in Albania, dove la mafia locale sta assumendo il controllo esclusivo del traffico di eroina e cocaina sulla rotta dei Balcani. La quinta ed ultima puntata è un viaggio a ritroso nel tempo sulle tracce dell'autobus scomparso in Messico con 43 studenti perché a bordo probabilmente era carico di eroina e sui risvolti dell'omicidio di Javier Valdez, uno dei giornalisti messicani più noti e più esposti nella denuncia dei cartelli di narcotrafficanti

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il documentario ha un valore che scaturisce dalla sua capacità di farci conoscere come si vive nei territori del Sudamerica sconvolti dalla guerra fra i cartelli della droga
Pubblico 
Adolescenti
Alcune scene di crudeltà operate dalle truppe armate
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha compiuto un lavoro scrupoloso facendoci conoscere tanti personaggi che vivono immersi nel circuito del traffico della droga
Testo Breve:

Con questo documentario ci viene aperta una finestra non solo sulla coltivazione della coca ma ci fa conoscere la realtà di un mondo alla rovescia, dove viene venerata la Madonna della morte, protettrice dei narcotrafficanti

Alcuni bambini, fra i 10 e i 13 anni, mostrano le loro mani piene di lividi per il tempo passato a strappare le foglie di coca dalle piante. Terminata la raccolta si caricano sulle spalle il pesante sacco che contiene le foglie della giornata e si inerpicano su stretti sentieri di montagna per arrivare al centro di raccolta dove ricevono, in funzione del peso del sacco, l’equivalente di 3-5 euro al giorno. I ragazzi, intervistati, si dichiarano soddisfatti perché con quei soldi, sperano di poter andare all’università, riscattandosi dalla loro misera condizione.

Valerio Castaldi, autore del documentario, cerca di fare un po’ di conti: i contadini riescono a ricavare da 1kg di pasta di droga 700 euro. I cartelli le rivendono alle organizzazioni criminali internazionali a 1.500 euro. La n’drangheta calabrese, “leader del settore”, la distribuisce in Europa a 30.000 euro al kg. La coca viene infine tagliata e rivenduta “all’utente finale” a 120.000 euro al kg.

Se qualcuno  avevano vaghe idee su come funzioni il mercato internazionale della droga, questo documentario è in grado di fornirci tantissime risposte.

Abbiamo appena descritto la vita dei bambini della regione di Catatumbo in Colonia, ma il documentario passa presto al modo degli adulti: in Colombia, dopo aver rifiutato gli accordi di pacificazione nazionale, i vari movimenti paramilitari, quelli di destra come le AUC e quelli di sinistra come le FARC, non si combattono più per motivi politici ma per il controllo del traffico della droga e i morti ogni anno si contano a migliaia Le sovvenzioni date dal governo ai contadini per invitarli a convertire la cultura della coca (con un decisivo contributo dagli U.SA.) ha ottenuto l’effetto contrario: anche i contadini che coltivavano solo mais si sono convertiti alla coca e l’offerta di questo ingrediente di  base per stupefacenti è triplicata. In Messico la situazione non è migliore: sui monti di Filo de Caballos nello stato di Guerrero, il capo della milizia Salvador Alamis, intervistato, chiarisce che le sue truppe non fanno prigionieri. I suoi uomini hanno l’ordine di uccidere tutti quelli che sono considerati trafficanti perché nel passato, se in seguito venivano liberati, i trafficanti finivano per vendicarsi uccidendo uno di loro. Il miglior acquirente della droga messicana è la n’drangheta calabrese, che ha introdotto sul mercato il Fentanyl, il derivato dell'oppio che, per la sua potenza allucinogena, sta facendo strage di tossici negli Usa.

La parte meno conosciuta e più interessante del documentario, per noi europei è però un’altra. Come si vive in queste regioni dove lo stato centrale è latitante e chi comanda sono dei corpi armati che ricavano i loro introiti dal commercio della droga? Lo stesso il Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri e il colonnello del ROS dei Carabinieri Massimiliano D’Angelantonio, autori delle più grosse operazioni degli ultimi anni condotte contro il traffico di cocaina dal Sudamerica lo hanno detto chiaramente: l’ordine è mantenuto dagli stessi cartelli che garantiscono il lavoro per tutti e alle famiglie povere vengono dati dei contributi di sostegno mensili. Il popolo sudamericano è sempre stato molto religioso e anche per questo si è trovata una soluzione. Tutti venerano una Madonna ma non è quella che conosciamo: è la Madona della Muerte che protegge i narcotrafficanti (la sua immagine è incisa spesso sul calcio della loro pistola). In alcune sequenze allucinanti vediamo dei pellegrini avanzare in ginocchio con la statua di questa madonna, sull’asfalto arroventato fino al suo santuario per perpetrare una grazia, ad esempio come liberare dalla prigione un loro parente spacciatore

In tanta desolazione morale e umana, c’è una sola immagine rasserenante: quella del prete cattolico don Rito che ha costituito la Fundatiòn Oasys de Amor y de Paz ed è riuscito a strappare tanti ragazzi dal lavoro della raccolta della coca per alloggiarli in un collegio e mandarli a scuola. Molti di questi ragazzi sono orfani perché i loro genitori sono stati uccisi e ora si sta aprendo per loro una nuova possibilità.

Il documentario è disponibile su RAIPLAY

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE GREAT HACK - PRIVACY VIOLATA

Inviato da Franco Olearo il Mar, 08/20/2019 - 15:28
 
Titolo Originale: The Great Hack
Paese: UK
Regia: Karim Amer, Jehane Noujaim
Sceneggiatura: Karim Amer, Jehane Noujaim
Produzione: Netflix
Durata: 113

Il documentario percorre le vicende che hanno visto coinvolta la società anglo-americana di analisi dati e comunicazione elettorale Cambridge Analytica (CA), la quale aveva acquisito tramite Facebook dati personali di circa 50 milioni di utenti utilizzandoli senza alcuna autorizzazione in occasione della campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e a sostegno della Brexit e del partito di Nicolas Farage in Gran Bretagna. Il documentario si concentra su alcune personaggi chiave della vicenda: David Carroll, professore della Parsons School of Design di New York che aveva chiesto per vie legali che CA gli restituisse i suoi dati personali; le testimonianze di Brittany Kaiser e di Christofer Wylie ex dipendenti della Cambridge Analytica; Carole Cadwalladr giornalista investigativa che ha pubblicato i risultati delle sue indagini su The Guardian.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I due registi realizzano un onesto lavoro di evidenziazione dei fatti, così come essi sono accaduti. La storia risalta l’importanza del giornalismo libero e va ad onore di testate storiche come The Guardiam The Observer, the New York Times, per l’accuratezza delle indagini svolte
Pubblico 
Pre-adolescenti
I temi trattati risulteranno poco comprensibili ai più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Il lavoro di ricostruzione di fatti risulta accurato ma lo sviluppo appare piatto, senza che vengano evidenziati i passaggi più significativi del racconto
Testo Breve:

La Società Cambridge Analytica è fallita dopo esser stata accusata di aver influenzato le lezioni presidenziali americane e il referendum sulla Brexit con dati riservati ottenuti da Facebook. Una ricostruzione accurata ma un po’ piatta

Che attività svolgeva Cambridge Analytica? Lo spiega bene il documentario raccontandoci il coinvolgimento della società nelle elezioni avvenute nel piccolo paese di Trinidad e Tobago qualche anno fa. Erano in gara due partiti, uno legato all’etnia indiana (per la quale CA lavorava) e l’altra all’etnia indigena di colore. CA ha costruito una massiccia campagna promozionale puntando su giovani e sollecitando il loro spirito di contestazione.  E’ stato creato allo scopo un movimento mediatico con tanto di slogan, inno, pubblicità alla televisione e su Internet dove si invitavano i giovani a non seguire le alchimie politiche dei padri. Alla fine i giovani di origine indiana, più rispettosi dell’autorità familiare, sono andati a votare, mentre gli altri hanno disertato le urne. Si calcola che la campagna orchestrata da CA abbia spostato il 6% dei voti, percentuale sufficiente per far vincere il partito indiano. Non occorre affatto pensare che il caso Trinidad sia un’eccezione e che le democrazie occidentali siano molto più “robuste” nei confronti dei condizionamenti pilotati. Se tante persone vanno a votare perché hanno ponderato tutti gli aspetti politici, culturali economico della loro decisione, tanti seguono quegli impulsi istintivi e caratteriali che la rete Internet è così brava a sollecitare.

Eccoci quindi arrivati al cuore del caso Cambridge Analytics (CA): per influenzare gli elettori diventa determinante conoscerne la loro personalità, le loro preferenze e mostrare di volerli accontentare esattamente in ciò che più loro piace.  Aziende come Google, Facebook, vendono, fin dalla loro nascita, dati sulle tendenze dei consumatori ma si tratta di dati statistici e anonimi. La rivoluzione si è avuta proprio quando CA ha avuto la possibilità di accedere ai dati raccolti da Facebook relativamente a 50 milioni di utenti completi di cognome e nome ponendo quindi CA in condizione  di realizzare quello che viene chiamato microtargeting comportamentale (pubblicità altamente personalizzata su ogni singola persona). Una manna per chi, con moderni strumenti di psicometria, riesce, analizzando i like e i siti consultati, a delineare la personalità dell’internauta. Com’è stato possibile tutto questo? Lo spiega bene il documentario con l’aiuto del testimone Christofer Wylie: fu lui a contattare il prof Aleksandr Kogan, dell’università di Cambridge che aveva realizzato, con l’accordo di Facebook, una app che prometteva di produrre profili psicologici e di previsione del proprio comportamento, basandosi sulle attività online svolte. Per utilizzarla, gli utenti dovevano collegarsi specificando cognome, nome e il loro profilo personale. Il professore aveva il permesso di collegarsi anche alla lista degli amici, moltiplicando enormemente i dati accessibili. I problemi sono nati dopo, quando Kogan ha condiviso tutte queste informazioni con Cambridge Analytica, violando i termini d’uso di Facebook.

I due registi egiziani Noujaim e Amer sono riusciti a realizzare una ricostruzione accurata dei fatti, beneficiando della testimonianza diretta dei due ex dipendenti della CA e della giornalista Carole Cadwalladr e mostrandoci gli interventi, durante le sessioni della commissione d’inchiesta inglese, dei principali protagonisti: Alexander Nix, amministratore delegato di  CA e Mark Zuckerberg di Facebook. Bisogna riconoscere che la principale testimone, Brittany Kaiser non risulta particolarmente simpatica (c’è il sospetto che il suo “tradimento” nei confronti di CA, come hanno riportato alcuni giornali, sia stata dettata dalla necessità di coprire alcuni suoi coinvolgimenti più gravi in altre azioni poco pulite della società) ma questo non è certo colpa dei due registi, così come quel certo senso di incompiutezza che dà il finale del documentario. In effetti sono ancora molti gli elementi non chiariti della vicenda e la dichiarazione di bancarotta della Cambridge Anallytica ha fatto uscire di scena il maggiore imputato. Evitando di condividere gli scenari apocalittici di alcuni protagonisti del documentario (“una nuova era è iniziata”), è certo che il caso CA spingerà molti paesi democratici a emettere nuove leggi per meglio proteggere la libertà decisionale degli elettori ma è altrettanto certo che nuove tecniche persuasive verranno adottate subito dopo, in una rincorsa che appare senza fine.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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THE STORY OF GOD CON MORGAN FREEMAN (Serie 1)

Inviato da Franco Olearo il Mer, 03/13/2019 - 21:15
 
Titolo Originale: The Story of God with Morgan Freeman
Paese: USA
Anno: 2016
Produzione: National Geographic Channe, Revelation Entertainment
Durata: 2 serie per un totale di 9 puntate

Morgan Freeman ci fa da guida in varie parti del globo alla scoperta, assieme a noi, del senso di Dio nelle varie civiltà del mondo, sia quelle vive ancora oggi che quelle del passato

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questa serie di documentari sulle domande di fondo che l’uomo si pone nei confronti di Dio, non prende posizione ma mostra quanto l’anelito al soprannaturale sia molto vivo in tante parti del mondo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Morgan Freeman mette la sua simpatia al servizio di un’indagine che spazia per tutto il mondo cercando testimonianze utili all’indagine. Non sempre le interviste sono di valore, ma appaiono come pure curiosità, in forma di diversivo
Testo Breve:

Morgan Freeman gira per il mondo per scoprire come le varie civiltà attuali e del passato, siano andate alla ricerca di Dio. Non si favorisce nessuna risposta ma ci mostra come tutti gli uomini siano uguali in questa ricerca

Il simpatico attore afroamericano Morgan Freeman, premio Oscar nel 2005 per Million Dollar Baby, alla tenera età di 81 anni, ha deciso di girare il mondo per togliersi (e togliere anche a noi) una interessante curiosità: come rispondono e hanno risposto  in passato gli uomini alla domanda: c’è Dio? E se c’è, chi  è? Quali sono le principali conseguenze per la nostra vita se Dio esiste?

La serie di documentari, prodotta dalla rete televisiva National Geographic è arrivata alla terza stagione, che sarà disponibile nel 2019 su Sky/National Geographic . Le prime due sono ora disponibili su Netflix ma anche, parzialmente su Youtube, in lingua italiana.

Ogni puntata è come divisa in tre parti ed è proprio l’attore che ci fa da guida nel passato, nel presente e nel prossimo futuro. Freeman esplora le antiche civiltà con l’aiuto di archeologi (antichi egiziani, i Maja, Stonehenge, antica Roma, ..) ma interroga anche rappresentanti  delle attuali maggiori religioni (ebraismo, islamismo, cristianesimo, induismo, buddismo,..). Infine si rivolge ad alcuni scienziati che stanno facendo esperimenti per scoprire da dove proviene il nostro “senso di Dio”.

I temi che affronta, puntata dopo puntata, non sono di poco conto: cosa succede dopo la morte? Chi è Dio? C’è stata una creazione? Perché esiste il male? Sono avvenuti dei miracoli? Ovviamente non vuole rispondere a queste domande in termini filosofici ma cerca, attraverso una numerosa serie di interviste, di cogliere testimonianze dal vivo di chi crede in questi valori.

Quale sensazione complessiva possiamo ricavare da questi documentari? Indubbiamente la grande utilità di questo lavoro è dimostrare che domande di questo tipo sono attualissime, essenziali per la nostra vita e milioni di persone, in varie parti della terra, a dispetto di un generale disinteresse da parte dei media, se le stanno ancora ponendo. Per converso vedere risposte così diverse a quelle domande, in giro per il mondo, può generare una certa confusione oppure scetticismo riguardo alla speranza di avere una risposta univoca.

Morgan Freeman conduce bene questo interessante progetto (è produttore esecutivo) e sta bene attento, con simpatia, a non prendere le parti di nessuna delle varie tesi che gli vengono esposte dai testimoni. Ogni tanto, dalle sue frasi, sembra trasparire una certa preferenza per il sincretismo, quando dice che tutti veneriamo un unico dio, ma per fortuna non ne fa la bandiera del programma. Dispiace fra l’altro, che il cristianesimo sia la religione più trascurata; forse perché sa che il programma verrà visto soprattutto in Occidente, dove il cristianesimo è prevalente. La parte più debole di ogni programma è proprio l’ultima, dove si cerca di dare una risposta scientifica alle nostre domande di fondo, come quando lo stesso Freeman viene sottoposto a una TAC per scoprire quali lobi del cervello si attivano quando pensa a Dio.

Resta comunque il grande pregio di un programma che apre la mente, un invito al rispetto di tutti, di fronte a delle domande che ci accomunano in una tensione verso il trascendente.

 

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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ALAMAR

Inviato da Franco Olearo il Lun, 05/29/2017 - 10:04
 
Titolo Originale: Alamar
Paese: Messico
Anno: 2009
Regia: Pedro Gonzalez-Rubio
Sceneggiatura: Pedro Gonzalez-Rubio
Produzione: Matarraya e Xcalakarma
Durata: 73
Interpreti: Jorge Machado, Roberta Palombini, Natan Machado Palombini, Néstor Marìn “Matraca”

Un giorno Jorge e il suo piccolo figlio Natan raggiungono il nonno Matraca, che è un anziano pescatore del Banco Chinchorro nel mar dei Caraibi. Insieme trascorrono alcuni giorni nella palafitta di Matraca dedicandosi con lui alla pesca.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il docufilm racconta il tenero rapporto tra un padre e suo figlio alla scoperta di una natura incantevole e incontaminata. L’affetto, tenero e semplice, che lega i due fa tornare alla riscoperta dell’essenziale relazione che unisce l’uomo alla natura
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
E’ pregevole la fotografia, incantevole e poetica, e l’interpretazione sorprendentemente naturale e spontanea dei protagonisti specialmente del bambino
Testo Breve:

Una docufiction ambientata in una riserva naturale nel mar dei Caraibi. Un padre insegna a suo figlio la bellezza di una vita essenziale dove la natura diventa maestra e fonte di vita

Nel mezzo del mar dei Caraibi c’è un atollo incantato e selvatico circondato da acque cristalline e fatto di sabbia dorata, una fitta vegetazione incontaminata e una fauna variegata e vitale.  Qui, nella riserva naturale del Banco Chinchorro, si svolge la storia di Alamar, in uno scenario identico a quello della saga dei Pirati dei Caraibi. E Jorge, il protagonista di questa docufiction realizzata dal regista di origine messicana Pedro González-Rubio, ha proprio l’aspetto che potrebbe avere Jack Sparrow qualora quest’ultimo, cambiata vocazione, passasse da pirata a pescatore dei caraibi, in una versione più selvaggia, naif, paterna e amante della natura.

Alamar è un film che sfugge ad ogni definizione, in esso realtà e finzione si fondono e si compenetrano a vicenda. Quello che in origine doveva essere l’oggetto di un documentario, il paesaggio naturale di una riserva naturale nel Golfo del Messico, si trasforma nello sfondo suggestivo che ospita la rappresentazione di una storia in parte vera in parte costruita. In questo ambiente spettacolare infatti è stato generato Natan, il piccolo protagonista del film, un bambino speciale, nato in un luogo molto particolare. I suoi genitori, tanto nella realtà quanto nella finzione, sono Jorge, un nativo messicano, e Roberta, un’italiana capitata per lavoro nei Caraibi.

Natan è figlio di due mondi inconciliabili tra loro che non consentono ai suoi genitori di vivere insieme, eppure questo bambino particolare riesce a muoversi con la stessa spontanea disinvoltura tra le due opposte realtà: da un lato quella urbana quando è con la madre, dall’altro quella più selvaggia e naturale quando vive con suo padre. “Io a volte penso che Dio ci ha fatto incontrare esplicitamente per fare Natan” dice infatti Roberta per sintetizzare la sua storia con Jorge.

Il mare, la natura e l’anziano pescatore Matraca sono gli elementi ancestrali su cui si basano la fotografia e il racconto di quest’opera deliziosa. In Alamar Natan rappresenta la sintesi vivente di tutta la poesia, il fascino e la spettacolare vitalità di una natura selvaggia, ricca e incontaminata. Attraverso i suoi occhi, mentre accompagna il padre e il nonno Matraca a pescare nelle acque limpide del Banco Chinchorro, si rivela tutto lo splendore e l’armonia di un paesaggio stupefacente.

Jorge accompagna con amorevole dedizione suo figlio a compiere un’esperienza avvincente in simbiosi con la natura anche quando questa appare più ostile e selvaggia. Il padre insegna a suo figlio come adattarsi ad uno stile di vita più semplice, ridotto ai bisogni essenziali, ma che al tempo stesso regala emozioni uniche, come l’incredibile amicizia di un airone, l’emozionante caccia alle aragoste o la faticosa pesca del barracuda a mani nude.

Banco Chinchorro è stato dichiarato Riserva Naturale della Biosfera nel 1996 dall’UNESCO e costituisce la più grande barriera corallina del paese. Alamar rappresenta l’occasione per osservare questo ambiente naturale senza porsi con un approccio troppo intellettuale e distante. La storia basata sulla relazione padre-figlio e lo stile di riprese molto ravvicinate conferiscono ad ogni paesaggio un aspetto anche personale, intimo e assai tenero. Tutto il film racconta il fascino di una relazione tra l’uomo e una natura imponente e dura ma anche accogliete, una relazione fondata sulla base degli stessi sentimenti di rispetto e amore, dedizione e gioia su cui si fonda il rapporto tra padre e figlio.

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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IL RISVEGLIO DI UN GIGANTE- LA VITA DI SANTA VERONICA GIULIANI

Inviato da Franco Olearo il Mar, 02/21/2017 - 08:37
 
Titolo Originale: Il risveglio di un gigante - La vita di santa Veronica Giuliani
Paese: ITALIA
Anno: 2016
Regia: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna
Sceneggiatura: Valeria Baldan, Giovanni Ziberna, Fra Emanuele
Produzione: Sine Sole Cinema s.r.l.
Durata: 99
Interpreti: Diana Hobel, Abigail Pintar, Stella Blasizza, Diego Ziberna, Mandy Marzari, Enrico Bergamasco

Orsola nacque a Mercatello, nel Ducato di Urbino, il 27 dicembre 1660, ultima figlia di Francesco Giuliani e Benedetta Mancini. La coppia aveva avuto sette figlie femmine, due delle quali avevano intrapreso la vita monastica. La madre morì quando lei aveva solo sette anni e quando sentì anche lei la vocazione monastica, incontrò il rifiuto del padre. Alla fine anche il genitore riconobbe la genuina vocazione di Orsola e la ragazza entrò nell'ordine delle Clarisse cappuccine nel 1677 a 17 anni, nel monastero di Città di Castello, cambiando il nome da Orsola a Veronica. Si impegnò da subito nel perfezionamento delle virù religiose, si abituò all’obbedienza esercitando tutti i servizi del monastero ma mostrò soprattutto una grande spiritualità, dedicando le sue ore di orazione a meditare Cristo sofferente sulla croce e dedicando le sue preghiere e le sue mortificazioni alla conversione dei peccatori e alle anime del Purgatorio. Veronica esprimeva in questo modo una genuina vocazione personale che era anche un segno del periodo barocco in cui visse, incentrato sulla meditazione della passione di Cristo e su grandi mortificazioni. Quando la santa ricevette la stigmate si crearono intorno a lei sospetti risentiti da parte delle consorelle che finirono per causarle una condanna del Sant’Uffizio. La sentenza venne presto revocata e Veronica fu nominata badessa del convento dimostrando di essere, oltre che una grande mistica, dotata di senso pratico e di grande umanità nel trattare le consorelle. Il suo confessore e poi il suo vescovo, le imposero di redigere un diario giornaliero delle sue esperienze mistiche, cosa che lei compì diligentemente per 35 anni ed oggi disponiamo di un documento unico, un diario di 22.000 pagine. Morì nel 1727; le sue stigmate erano state riconosciute già nel 1697; fu beatificata nel 1804 e canonizzata nel 1839. Nel 1980 i vescovi dell'Umbria e delle Marche hanno inoltrato alla Congregazione per la dottrina della fede la richiesta del riconoscimento a santa Veronica Giuliani del titolo di dottore della Chiesa.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La vita spirituale, la mistica di una grande santa del ‘600
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna sono riusciti nel difficile compito di raccontarci, attraverso delle immagini, le esperienze mistiche di una santa. . Efficace accompagnamento della colonna sonora
Testo Breve:

Veronica Giuliani, vissuta alla fine del ‘600, clarissa cappuccina del convento di Città di castello, è stata dichiarata santa per le sue intense preghiere in favore di tutti i peccatori e delle anime del purgatorio, un viaggio nelle esperienze mistiche della santa reso possibile dall’abbondanza di informazioni che scaturiscono dal suo diario intimo di 22.000 pagine

La prima caratteristica che salta agli occhi nel vedere questa docu-fiction sulla storia umana e spirituale di santa Veronica Giuliani è il coraggio. I registi Valeria Baldan e Giovanni Ziberna non hanno esitato a portare lo spettatore nel cuore delle meditazioni e delle  orazioni della santa ricostruendo cineatograficamente gli incontri che lei ha avuto con Gesù, con Maria ma anche con il diavolo. Si tratta di una vera immersione nella vita mistica di questa santa della fine del ‘600 incuranti del fatto che oggi, non solo chi è lontano dalla fede ma anche tanti laici cristiani, si sentono lontani dalla spiritualità di chi vive in clausura. Per trovare un tipo di “immersione” simile, dobbiamo risalire probabilmente a Il grande silenzio (2004), incentrato su una giornata di clausura nella Grande Chartreuse, il più antico monastero dei certosiniIn effetti, come ha sottolineato mons Renzo Lavatori, in uno dei suoi commenti registrati per il documentario: “santa Veronica è da ammirare ma non da imitare”, perché i carismi che lei ha ricevuto sono da ritenersi eccezionali. 

Durante l’ora e mezza del film, oltre a una rievocazione dei fatti salienti della sua vita, a riferimenti alla devozione popolare (si dice che da neonata rifiutasse il latte materno nel giorno di venerdì)  e ai commenti degli esperti, si ha modo di “partecipare” alle visioni mistiche che la santa ha avuto, ricostruite grazie alla messe di informazioni che scaturiscono dal suo diario. L’inesausta tensione spirituale della santa era protesa a “patire per amore”, in espiazione vicaria per i peccatori e le anime del purgatorio. “Io do il mio sangue per risparmiare il vostro”, ha lasciato scritto nel suo diario, rivolta al Cristo sofferente in croce. La santa ha avuto anche terribili visioni delle sofferenze dell’inferno e del purgatorio ma anche tanti colloqui consolanti con la Madonna. Appena insignita della massima responsabilità del suo monastero, corse subito a inginocchiarsi alla statua della Madonna supplicando che fosse lei la badessa. Lo stesso diario da lei compilato ha un’insolita caratteristica: è scritto in seconda persona, come se scrivesse sotto diretta dettatura della Santa Vergine, fino alla frase finale del diario: ““Di tutte queste cose tu non conoscesti niente eppure desti il consentimento a tutto secondo il volere di Dio.  Fa' punto”.

Il racconto del percorso spirituale della santa porta alla ribalta il tema dell’espiazione vicaria, cioè del procurarsi volontariamente mortificazioni dolorose, non per purificarsi dalle proprie debolezze ma per “esser con Cristo strumento di riparazione dei peccati degli uomini”. La passione e morte del Redentore è certo un mistero e si tratta di un argomento delicato, che esula dagli impegni di queste pagine.

Già l’allora cardinale Ratzinger, nel suo magnifico Introduzione al cristianesimo aveva criticato la posizione di Anselmo di Canterbury secondo cui “la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da un’infinita espiazione”.  Sottolineava infatti che “non è il dolore in quanto tale che conta bensì la vastità dell’amore che dilata l’esistenza al punto dal riunire il lontano col vicino, dal ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore, con Dio”

E’ indubbio che per Veronica il dolore le scaturiva, non certo dalle sue mortificazioni, ma dal percepire l’infinita distanza fra il Cristo Redentore, al quale si sentiva misticamente vicina e i tanti peccati e debolezze degli uomini.

La santità di Veronica resta indiscussa al di là di questi dibattiti. Come commenta una suora intervistata per il documentario: “nel processo di canonizzazione, la santità di Veronica e non è stata verificata sui fenomeni che ha avuto e sulle stigmate, ma come lei ha vissuto le sue virtù cardinali e teologali”.

Spesso, quando vengono realizzati film o documentari che raccontano la vita di un santo, è opportuno concentrarsi sulla bellezza del messaggio trasmesso, sorvolando sulle qualità tecniche dell’opera, spesso modeste. Non è il caso di questo film, dove il regista Giovanni Ziberna (che ha fatto la gavetta come montatore di Ermanno Olmi) assieme a Valeria Baldan hanno mostrato grande padronanza dei mezzi tecnici. A dire il vero la professionalità non è mai sufficiente se non è accompagnata da una forte adesione a ciò che si vuole trasmettere. Il fatto che Giovanni, cresciuto in una famiglia atea, colpito dalla figura di santa Veronica, sia stato battezzato solo da adulto, sembra proprio un altro miracolo compiuto da chi nel lontano ‘600, ha pregato intensamente per la conversione di tutti.

Il fim uscità in DVD per l'autunno 2017 e per richiedere delle proiezioni in sala si può contattare qui:  http://www.sinesolecinema.com/santaveronica/prenota.html

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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FOOTPRINTS - IL CAMMINO DELLA VITA

Inviato da Franco Olearo il Sab, 02/04/2017 - 20:33
 
Titolo Originale: Footprints - El Camino de Tu Vida
Paese: Spagna
Anno: 2016
Regia: Juan Manuel Cotelo
Sceneggiatura: Juan Manuel Cotelo, Alexis Martinez
Produzione: Infinitomasuno
Durata: 89

Phoenix, Arizona. Padre Sergio, un parroco cattolico di origine spagnola, pubblicò, qualche anno fa, un annuncio. Un invito a percorrere il Cammino di Santiago di Compostela a piedi: 1000 Km in 40 giorni. Stava cercando in questo modo di realizzare un sogno che aveva coltivato fin da piccolo ma che poi non aveva potuto realizzare quando si era trasferito in America. Inaspettatamente, nonostante il grande impegno che comportava un’impresa del genere, risposero positivamente altri 10 giovani o quasi giovani.…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il cammino di Santiago è visto attraverso gli occhi di dieci pellegrini in un genuino e profondo atteggiamento di ricerca spirituale
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il regista ha saputo scavare nell’animo di dieci pellegrini in cammino verso Santiago, non trascurando di rendere, con una magnifica fotografia, la bellezza della natura di quelle zone. E’ è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016
Testo Breve:

Dieci americani decidono di percorrere a piedi i mille chilometri del Cammino di Santiago. Il regista ha saputo narrarci molto bene il percorso spiritale di questi pellegrini, colpiti dalla ricchezza delle vestigia religiose del percorso e dall’incanto  della natura

 

Perché viene compiuto il Cammino di Santiago? Più in generale, perché una persona decide di lasciare tutto per un certo periodo della propria esistenza e si presta al duro impegno di camminare per miglia e miglia per raggiungere una meta lontana? Vari film hanno cercato di dare risposta a questa domanda. Fra i più recenti possiamo ricordare Wild:  una giovane donna che tenta in solitaria di  percorrere a piedi le mille miglia del Pacific Crest National Scenic Trial, un trekking lungo la costa del Pacifico. In quel caso si trattava di una sfida che una donna faceva con se stessa, per lasciare alle spalle un periodo vissuto da tossicodipendente e con tanti uomini diversi fino al divorzio dal marito. Si trattava di una forma di rigenerazione (su basi esclusivamente umane), un porsi a distanza da una realtà che portava solo infelicità, avviare una sfida che risvegliasse le proprie energie fisiche e spirituali, che le dessero il coraggio di ripartire su nuove basi.

Qualcosa di diverso è mostrato dal film Into the wild: un giovane si avventura per i sentieri dell’Alaska per rimuovere da sè una situazione di rapporti familiari difficili ma in questo caso il suo, a differenza di quello presentato in Wild, è un cammino di ascesi (si spoglia progressivamente di tutto ciò che non è vitale per la sopravvivenza). Il suo rapporto con la natura, anche se il regista, Sean Penn, non lo presenta in modo esplicito, ha un riferimento soprannaturale, è una ricerca di Assoluto. Non si tratta più di scappare per poi ritrovarsi, ma di muoversi per cercare.

Ancora totalmente laico ma non privo di connotazioni spirituali, è stato Il cammino per Santiago. Un padre, chiuso nel dolore della morte del figlio, decide di percorre il cammino per onorare la sua memoria e portare a termine un desiderio che il ragazzo gli  aveva espresso. Durante il cammino il padre incontra e conosce altri pellegrini come lui: vengono in questo modo alla luce le tante possibili motivazioni per questo viaggio: come riscoperta di se stessi, come “voto” fatto a qualcuno, come ringraziamento o come purificazione.

Al contrario, Footprints – Il cammino della vita si connota quasi subito come un cammino squisitamente spirituale.

Il film inizia presentandoci gli undici personaggi che si preparano al cammino, le cui motivazioni sono le più diverse. Se John sta cercando di chiudere un passato fatto di alcool e droga, Kevin vuole definitivamente comprendere se il sacerdozio è la sua vera vocazione; se Tiny deve rimuovere dal suo animo recenti, troppi, lutti familiari, Pedro, introverso, ha bisogno di crescere e di uscire da un suo mondo dove vive chiuso in se stesso. Tutti, accettano la guida di padre Sergio, il promotore dell’iniziativa, spagnolo di origine ma che da anni vive in Arizona e che vuole realizzare un sogno che ha concepito fin da bambino. Tutti sono attratti dalla fama del Cammino di Compostela, il luogo dov’è stato sepolto san Giacomo e dove da secoli migliaia di pellegrini hanno dato testimonianza dei sicuri benefici raggiunti, umani e spirituali.

Dopo un inizio dove è ancora intatto l’entusiasmo iniziale, confortati dai bellissimi panorami del golfo di Santander, iniziano le prime serie difficoltà. E’ ormai terminata la baldanza iniziale, l’impresa diventa reale e si fa sentire sulle loro carni. Di fronte a percorsi anche di 40km al giorno, manca il fiato per l’altitudine, gli zaini sono pesanti, iniziano i dolori alle ginocchia, si è persa la voglia di scherzare e ridere ma soprattutto, arriva il pericolo più temuto: le dolorose vesciche ai piedi. “Soffrendo, si inizia subito a concentrarsi su se stessi a compatirsi, ma una persona chiusa nel proprio dolore soffre incredibilmente di più -  commenta Ignacio Munilla, il vescovo di S. Sebastian, che ha visto passare tanti pellegrini - deve concentrarsi invece sull’ideale che lo fa camminare“. “La sofferenza aiuta a maturare - dice don Sergio ai suoi compagni - non dobbiamo vincere i momenti difficili, dobbiamo superarli. E come si superano? Con la speranza”. Quel cammino, iniziato dai dieci pellegrini per soddisfare se stessi, inizia a trovare una ragione diversa, più profonda, proprio uscendo da se stessi.

Dagli zaini si inizia a togliere quello che non è strettamente indispensabile: un altro fondamentale esercizio per vivere del poco. I più deboli fanno rallentare tutto il gruppo, qualcuno ha anche la febbre. I dieci sono arrivati a porsi la domanda fondamentale: “questo cammino è solo una prova per scoprire chi è il più forte?” Il gruppo supera felicemente anche questa prova: i più lenti si afferreranno allo zaino dei più veloci e ci si alternerà in testa alla colonna. I componenti stanno imparando a vivere come fratelli.

Il cammino non è solo fatica ma è ricco di conforti e stimoli spirituali: la messa ogni giorno, il rosario da recitare camminando, i momenti di riposo impiegati con un lettura spirituale, la visita a Loyola, la città natale di S. Ignazio; il conforto di scoprire, davanti alla sua statua, che anche San Francesco compì il pellegrinaggio fino alla tomba di San Giacomo, per impetrare una intercessione a favore dell’ordine che stava per costituire; l’arrivo al Santo Toribio de Liebana dov’è conservata una reliquia della Santa Croce; il sudario di Cristo nella cattedrale di Oviedo. Da quel momento in poi, ogni prova psicologica è stata superata e una gioia contagiosa anima tutto il gruppo: l’obiettivo è stato raggiunto ancor prima di arrivare a Compostela: tutte le prove sono state superate ed è come se da quel momento tutto il pellegrinaggio fosse in discesa fino alla meta.

Juan Manuel Cotelo è riuscito, con questa docu-fiction, a raggiungere un obiettivo arduo ma entusiasmante: raccontare la storia di un viaggio spirituale e ha realizzato, fra i tanti film e documentari sullo stesso tema, forse l’opera più approfondita sul Cammino di Santiago de Compostela, che ha attirato da secoli santi e comuni peccatori.

Un’ottima fotografia fa onore ai magnifici paesaggi che si incontrano lungo il percorso e, nella sua produzione più recente, è forse il lavoro più compiuto e armonioso realizzato da Cotelo. Footprints è stato il documentario più visto in Spagna nel 2016 e sarà disponibile nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 28 Febbraio 2017. Per sapere quando e dove verrà proiettato nella propria città bisogna consultare il sito italiano: www.footprintsilfilm.com oppure la pagina Facebook INFINITO+1 ITALIA. Condizione indispensabile perché il film si diffonda, è la richiesta della proiezione attraverso la sezione “CHIEDILO” del sito sopracitato. Maggiori saranno le richieste, meno arduo per la distribuzione italiana convincere i gestori a proiettarlo.

Autore: Franco Olearo
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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VADO A SCUOLA: IL GRANDE GIORNO

Inviato da Franco Olearo il Dom, 10/16/2016 - 07:07
 
Titolo Originale: Le grand jour
Paese: FRANCIA
Anno: 2015
Regia: Pascal Plisson
Sceneggiatura: Olivier Dazat e Pascal Plisson
Produzione: WINDS, YMAGIS, HERODIADE CON LA PARTECIPAZIONE DI OCS E FRANCE 5
Durata: 88
Interpreti: Nidhi Jha, Albert Gonzalez Monteagudo, Deegii Batjargal, Tom Ssekabira

Quattro storie. L’undicenne cubano Albert è un piccolo talento della boxe ma sua madre gli ha posto la condizione di andare bene a scuola per riprendere gli allenamenti e meritarsi di entrare nella prestigiosa Sport-Study Academy dell’Avana. La coetanea mongola Deegii, sostenuta dalla famiglia, si produce quotidianamente in durissimi esercizi per diventare contorsionista circense. Il diciannovenne ugandese Tom studia presso l’Autorità per la salvaguardia della fauna nel Parco Nazionale Queen Elizabeth, di cui intende diventare ranger. La quindicenne indiana Nidhi ha il bernoccolo della matematica e coltiva il sogno di studiare al Politecnico per diventare ingegnere. Ce la faranno? Chi la dura la vince…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’impegno di quattro ragazzi, decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita difficili. L’appoggio di adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, quando è necessario
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Un documentario che si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Più debole l’episodio ambientato in India
Testo Breve:

Dopo il successo del primo Vado a scuola, un documentario su quattro ragazzi delle zone povere del mondo che lottano, aiutati dai loro genitori, per realizzare i loro sogni 

Nel precedente Vado a scuola il documentarista francese Pascal Plisson aveva raccontato pericoli e avventure che quattro bambini, abitanti di altrettanti poverissimi angoli della terra, dovevano affrontare semplicemente per raggiungere i banchi della loro classe. Il film ottenne un rispettabile successo di pubblico (facendo in patria meglio di kolossal come Oblivion e Lincoln) e il premio César (l’equivalente transalpino dei nostri David di Donatello) per il miglior documentario.

Il grande giorno è di quel film un seguito ideale e, anche se stavolta non si parla di scuola, i temi della storia restano gli stessi: l’impegno e l’abnegazione nello studio da parte di quattro ragazzi decisi a far fiorire una loro passione, vincendo condizioni di vita apparentemente scoraggianti. Ad appoggiare i giovani protagonisti, inoltre, ci sono adulti che li motivano, li incoraggiano, li correggono, ne accolgono gli sbagli e – dove necessario – li aiutano ad accettare e giudicare con serenità le sconfitte.

Come per il precedente documentario, anche stavolta l’ispirazione per Plisson è nata da un episodio accadutogli per caso: “Sei anni fa” – racconta il regista – “ho incontrato un bambino di dieci anni in un treno in Russia. Veniva da un piccolo villaggio della Siberia ed era seduto vicino a me. Mi ricordo che indossava un cappello chapka rovinato e aveva un violino sulle ginocchia. Leggeva uno spartito. Gli ho chiesto cosa stesse facendo lì da solo. In realtà i suoi genitori e il suo villaggio avevano fatto una colletta per permettergli di partecipare a un’audizione in una grande scuola di musica a San Pietroburgo. Ho trovato questa cosa incredibile. È riuscito a convincere la giuria e la sua vita si è trasformata. Ha ottenuto una borsa di studio e ha reso fiero il suo villaggio. Da quest’esperienza mi è venuta l’idea di realizzare un film sui bambini che lottano per realizzare i propri sogni”.

Da un punto di vista tecnico, il film si mantiene agile soprattutto grazie al montaggio, che alterna in maniera accattivante i segmenti delle quattro storie, ritardando la conclusione di ognuno al momento giusto. Rispetto agli altri tre, è un po’ debole la vicenda della ragazza indiana, che non può contare né su uno scenario spettacolare (come avviene per l’episodio ambientato nella sontuosa natura ugandese), né sull’attrattiva di discipline, di per sé belle da guardare, come la boxe e le attività circensi (in cui sono coinvolti il ragazzino cubano e la bambina mongola).

Il grande giorno è un film utile da mostrare ai ragazzi, non tanto per convincerli a mettersi di buzzo buono a studiare (l’uso moralistico di questi prodotti solitamente sortisce l’effetto opposto) quanto per educarli a guardare culture diverse e a scoprire coetanei, che abitano in posti lontanissimi, animati dallo stesso anelito che orienta le loro scelte e il loro cammino. Un percorso – il loro – di crescita ed emancipazione sociale in cui, in tempi di omologazione obbligatoria e globalizzazione sfrenata, fa piacere veder emergere la specificità di ogni diverso Paese, come una risorsa da preservare e di cui essere giustamente orgogliosi. 

Autore: Raffaele Chiarulli
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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WHERE TO INVADE NEXT

Inviato da Franco Olearo il Mar, 05/10/2016 - 16:26
Titolo Originale: Where to invade next
Paese: USA
Anno: 2015
Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Produzione: Dog Eat Dog Films, IMG Films
Durata: 119

Michael Moore simbolicamente invade una serie di nazioni per prenderne spunto e migliorare le prospettive degli USA e scopre che le soluzioni ai problemi più radicati in America esistono già in altri paesi del mondo

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
l film parte dal principio apprezzabile del rispetto della dignità dell’uomo e del suo diritto alla felicità ma propone spesso idee e soluzioni forzate, a volte semplicistiche, non universalmente applicabili, sebbene ne abbia la pretesa, e soprattutto non sempre veramente rispettose della persona e della vita, come quella di ritenere che le leggi a favore dell'aborto favoriscono l'emancipazione della donna
Pubblico 
Adolescenti
Per la maturità necessaria per giudicare le tematiche affrontate
Giudizio Artistico 
 
Michael Moore si conferma un ottimo comunicatore, riesce a trasmettere concetti a volte elaborati con semplicità sconcertante e con un ritmo brioso e accattivante che non annoia mai
Testo Breve:

Michael Moore in giro per l'Europa alla ricerca di buone idee per il suo paese. Un documentario ironico e divertente ma alquanto semplicistico su temi che meriterebbero un maggiore approfondimento

 

“Ho invaso il vostro grande paese per rubare le vostre idee migliori”: così il regista Michael Moore torna sul grande schermo dopo sei anni di assenza con una delle sue nuove inchieste scomode e divertenti. Questa volta però, dice il documentarista, la sua intenzione è quella di visitare una serie di nazioni europee per “raccogliere i fiori e non le erbacce”; in altre parole Moore intende prendere spunto dalle eccellenze degli altri paesi per migliorare gli USA.

La sfida era quella di fare un film sull’America senza girare un solo fotogramma in America. Così, provocatorio ed esilarante come sempre, Michael Moore, nella veste di “invasore” pacifico che gira il mondo in cerca di esempi virtuosi da importare nel proprio paese, è riuscito a conquistare il pubblico nelle sale americane.

Where to invade next è un film decisamente demagogico ma simpatico, attraverso il quale il famoso documentarista intende mostrare, non solo ai propri concittadini, che in realtà le soluzioni ai più comuni e radicati problemi politici e sociali, come l’occupazione, l’istruzione, le tasse, la sanità, il sistema carcerario e bancario, esistono già nei diversi paesi del mondo e, cosa ancor più sorprendente, nella maggior parte dei casi sono state concepite proprio ispirandosi ai principi e agli studi nati negli USA.

Moore parte per il suo viaggio di conquista dell’Europa proprio dall’Italia, dove apprezza il trattamento lavorativo offerto dalle grandi aziende che garantiscono ferie e maternità ai propri dipendenti. Passa poi in Francia, Finlandia, Slovenia, Germania, Portogallo, Norvegia, Islanda e arriva persino in Tunisia.

La sua ricerca parte da un principio lodevole e fortemente condivisibile, Moore sembra cercare soluzioni politiche che essenzialmente siano incentrate sul valore e sul rispetto della persona umana e sul suo diritto ad una esistenza dignitosa e felice. L’idea di sottolineare e raccogliere quanto di positivo le varie politiche dei diversi Paesi d’Europa offrono è originale e meritevole. Il film inoltre ha il ritmo brioso, allegro, semplice e ironico proprio di Moore.

Tutto ciò è apprezzabile però a patto di tener presente che, per quanto sia un abilissimo comunicatore, il regista di questo lavoro resta pur sempre un uomo di spettacolo, non una guida politica e ancor meno morale.

Con Where to invade next infatti Michael Moore arriva a dimostrare quasi che il sogno americano è vivo un po’ ovunque tranne che in America. Eppure sembra non tenere conto delle circostanze particolari in cui ciascun Paese vive, come l’estensione del territorio, il clima, il numero di abitanti, la storia e la cultura di ogni popolo, che favoriscono lo sviluppo di alcune idee politiche invece che altre. Ma, cosa ancor più importante, in più di un passaggio Moore propone al pubblico un salto logico non dimostrabile e decisamente forzato. Come quando afferma che in Tunisia la legge in favore della libertà di scelta sull’aborto avrebbe favorito l’emancipazione della donna e di conseguenza anche lo sviluppo della democrazia.

Nel trattare altri temi il film ha inoltre il difetto di non presentare in modo del tutto oggettivo i vari aspetti e le diverse conseguenze di alcune soluzioni presentate come eccellenti. Quando Moore ad esempio sostiene che l’educazione sessuale nelle scuole in Francia ha significativamente ridotto il numero delle gravidanze in età adolescenziale, non tiene in considerazione le ricadute che questo genere di educazione porta nello sviluppo delle capacità affettive e relazionali dei giovani.

 

Autore: Vania Amitrano
In Televisione
In televisione: Non è presente in televisione


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