BIUTIFUL

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Titolo Originale: BIUTIFUL
Paese: Messico, Canada, USA
Anno: 2010
Regia: Alejandro González Iñárritu
Sceneggiatura: Armando Bo, Nicolás Giacobone, Alejandro González Iñárritu
Produzione: MENAGE ATROZ, MOD PRODUCCIONES, IKIRU FILMS, FOCUS FEATURES INTERNATIONAL, TELEVISIÓN ESPAÑOLA, TELEVISIÓ DE CATALUNYA
Durata: 138
Interpreti: Javier Bardem, Maricel Álvarez, Eduard Fernández

Uxbal ha una dote particolare: riesce a mettersi in contatto con i defunti e con questo espediente cerca di sopravvivere in un quartiere malfamato di Barcellona assieme ai suoi due piccoli figli (la madre, distrurbata mentalmente, li ha abbandonati). Ben presto Uxbal scopre di avere una malattia che lo condurrà presto alla morte e accetta di collaborare con la mafia cinese...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
In ogni film di Iñárritu la morte regna sovrana. Anche in questo "biutiful" il protagonista Uxbal si trova di fronte a una morte c priva di senso, come è priva di senso è la sua vita, incapace di distinguere la demarcazione che separa il bene dal male. Il film è espressione della postmodernità nichilista dell'autore
Pubblico 
Maggiorenni
Presenza di immagini sgradevoli, linguaggio forte, scene con nudità e uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione di Javier Bardem. Ma Iñárritu, ora senza l'appoggio dello sceneggiatore di Guillermo Arriaga (con lui aveva realizzato Amores Perros, 21 Grammi e Babel) ha realizzato un film minimalista per cercare di rendere più realistico un racconto a tinte fosche e senza speranza

«Papà come si scrive beautiful» domanda Ana al genitore Uxbal, che l’aiuta volentieri, scrivendo «biutiful» sul quaderno degli esercizi della figlia. Un errore, si dirà. La semplificazione di uno spagnolo non bilingue e neppure troppo colto, forse in difficoltà anche con il proprio idioma. Ma non è un caso se il nuovo film del regista messicano Alejandro González Iñárritu sia appunto “Biutiful”. Rappresenta, nell’essenza, la storpiatura dell’universo simbolico che rimanda appunto a «beautiful». Se «beautiful» è il sogno e la luminosità dell’esistenza, «biutiful» è l’esatto opposto: l’incubo e l’oscurità.    

Iñárritu si è imposto come uno dei più quotati registi del  cinema internazionale, grazie ad opere di grande forza visiva ed emotiva: “Amores perros” (2000), “21 grammi” (2003) e “Babel” (2006). “Biutiful” è stato presentato in concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes, dove il protagonista Javier Bardem ha vinto il premio per la migliore interpretazione. Inoltre il film di Iñárritu è nella cinquina finale per l’assegnazione dell’Oscar al miglior film straniero, con eccellenti possibilità di portarsi a casa la statuetta, grazie alla magnetica presenza di Bardem, che concorre anche per il premio destinato al miglior attore protagonista. “Amores perros” rivelò il talento del regista nato a Città del Messico nel 1963. La sua macchina da presa seppe insinuarsi, con estrema abilità, nelle discariche umane messicane, dominate da gang violentissime, povertà estrema, impossibilità di sfuggire un destino implacabile. Il film è riuscito nel compito arduo di mettere tutti d’accordo: critica e pubblico internazionali. Soprattutto le giovani generazioni hanno eletto “Amores perros” quale opera di riferimento. Per rendersi conto di ciò basta soffermarsi sui commenti presenti nei social network dedicati al cinema più frequentati. Un successo di tale portata, per un film di produzione modesta, non poteva che schiudere le porte di Hollywood ad Iñárritu. Così è stato. “21 grammi” e “Babel” sono stati realizzati negli Stati Uniti. Per il primo il regista messicano ha potuto contare su un gruppo di attori “autoriali” di tutto rispetto: Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro, Charlotte Gainsbourg. Nel secondo addirittura ha avuto a disposizione un divo quasi impossibile da scritturare, Brad Pitt, affiancato da Cate Blanchett. Ma solo dall’Europa, culla dell’intellettuale quanto mortifero “cinema d’autore”, poteva arrivare per Iñárritu la vera consacrazione. Ed eccola puntuale con “Biutiful”.
Siamo a Barcellona. La Barcellona dove ogni tanto appare sullo sfondo la maestosità della Sagrada Família ideata da Antoni Gaudí. Ma in questo film nichilista non c’è spazio per il bello. Scordatevi le “ramblas”, la spiaggia, la dolce vita barcellonese. Clima mite, cibo buono, aperitivi e vino. Amicizia e sensualità. Scordatevela la città ideale (per gli americani) culla degli artisti immortalata da Woody Allen in “Vicky Cristina Barcelona” del 2008 (protagonista film è lo stesso Javier Bardem, ma è il fratello lontano - anzi il fratello mai visto - del Bardem di “Biutiful”). La Barcellona di Iñárritu è la cloaca dove confluiscono tutti i mali che stanno divorando come un cancro l’Occidente.             

Nel film di Iñárritu Bardem ha i panni dimessi e sporchi di Uxbal, padre di due bei figli, Ana e Mateo. Li ama teneramente, anche se si capisce che ci vorrebbe una donna a rassettare la casa sporca e fredda dove i tre vivono, o a preparare una cena degna di questo nome, soprattutto se a tavola ci sono bambini. La donna ci potrebbe anche essere. Anzi, ogni tanto si fa vedere la moglie, Marambra. Donna fragile, in difficoltà psicologiche, facilmente dedita all’alcol, all’afasia e al sesso disinvolto. Che mestiere esercita Uxbal? Vive sulle spalle degli extra-comunitari: manodopera clandestina africana (senegalese) e cinese. In ogni film di Iñárritu la morte regna sovrana (alcuni critici hanno parlato di una “trilogia della morte”, aggiornabile con “Biutiful” in “tetralogia”). La morte plana subito su Uxbal, come un avvoltoio: il cancro alla prostata in stato sin troppo avanzato, gli lascia davvero poco da vivere. Tutto è morte in “Biutiful”. E schifo. Strade sporche. Case sporche. Vite sporche. Anime sporche. Violenza, sopraffazione, crudeltà. È così mal ridotta la città santa e modernista che sognava di costruire Antoni Gaudí? È così sprofondato nel nulla e nelle metastasi diffuse il cuore più giovane e palpitante dell’Occidente?

Dalla Spagna alla fine degli anni Settanta del secolo passato arrivò la “Movida”, i cui epicentri erano Madrid e Barcellona. Il regista pop ed artista totale Pedro Almodóvar seppe rendere visivo questo caleidoscopio di esuberanza, vitalismo, travestitismo, cannibalismo e trasgressione. Sulle macerie della Spagna franchista andava in scena con rapidità imprevedibile la morte della modernità europea. E dalle sue ceneri si ergeva possente lo spirito del tempo postmodernista, gravido di mitologia ottimiste, destinato ad andare presto in frantumi. Uxbal ha la stessa fisionomia morale di Paul (Sean Penn), protagonista di “21 grammi”. Entrambi sono “capri espiatori”. Non pagano per errori o malefatte. Non capiscono quale sia il senso della loro vita, e non sanno mai dove si trovi la linea di demarcazione che separa il bene dal male. Destinati alla morte (divorato dal cancro il primo, dal cuore malato il secondo) non si ribellano, né imprecano. Sulle società secolarizzate dell’Occidente si sta approssimando un’Apocalisse divoratrice dei propri figli. La violenza si scarica sugli uomini a caso, con furia bestiale, senza un perché. La morte li colpisce, priva di senso, poiché nell’universo valoriale Dio si è definitivamente allontanato, e nessuno sa più ascoltare, neppure lontanamente, il messaggio evangelico e convertirsi. Iñárritu mette tutto sul conto dell’avidità degli uomini. I forti sfruttano i deboli. Un poliziotto corrotto racconta a Uxbal una storia: il guardiano di una tigre per mesi gli ha dato da mangiare. Erano amici. Sembravano amici. Un giorno l’animale, inspiegabilmente, l’ha assaltato, tagliandogli la faccia in due e uccidendolo. La tigre nella simbologia della sua storia sono gli africani (potrebbero anche essere i cinesi, o gli slavi, o gli indiani, o i turchi), e la morale è chiara: sin che possiamo abbattiamoli prima che questi animali feroci ci facciano del male. In realtà, il vero nemico dell’Occidente sono gli artisti espressione della postmodernità nichilista come il messicano Iñárritu.               

Autore: Claudio Siniscalchi


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