I Fiori di Kirkuk

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Titolo Originale: Golakani Kirkuk
Paese: IRAK, ITALIA, SVIZZERA
Anno: 2010
Regia: Fariborz Kamkari
Sceneggiatura: Fariborz Kamkari, Naseh Kamkari
Produzione: Faroutfilms, T&C Films, Oskar, Visual K Productions
Durata: 115
Interpreti: Morjana Alaoui, Ertem Eser, Mohammed Zaoui

Irak, 1988. La guerra con l'Irak sta per terminare. Najla, laureatasi in medicina a Roma, torna nella sua città natale, Kirkuk per cercare Shrenko, laureatosi anche lui a Roma e poi ritornato in patria senza dare più notizie. Najla riesce a ritrovarlo, il loro amore si riaccende ma debbono fronteggiare la nuova situazione: lui è curdo mentre lei è sunnita e Saddam Hussein ha da poco avviato l'operazione Al-Anfal che ha l'obiettivo di perpetrare un genocidio nei confronti dei curdi. Intanto Mokhtar, un giovane ufficiale irakeno ama sinceramente Najla e vorrebbe sposarla...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La protagonista si batte con tenacia per il proprio amore e per difesa dei curdi, ma non manca di una certa spregiudicatezza machiavellica
Pubblico 
Adolescenti
Alcune immagini di corpi di uomini sottoposti a tortura. Un tentativo di violenza su una donna senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Il regista /sceneggiatore mostra molto entusiasmo e passione nel ricostruire il genocidio del popolo curdo ma finisce per mettere troppa carne sul fuoco

Al-Anfal (il bottino) è il nome della sura 8  che celebra la vittoria dei mussulmani contro una tribù pagana avversaria. Lo stesso nome è stato dato da Saddam Hussein all'operazione militare che aveva l'obiettivo di decimare la minoranza  curda nel Nord del suo paese. Si calcola che durante l'operazione morirono 180.000 persone fra uomini, donne e bambini  per molti dei quali non furono mai trovati i corpi. L'operazione si svolse fra l'aprile e il settembre del 1988. In quel periodo l'occidente sosteneva l'Irak nella guerra contro l'Iran e non è da escludere che le armi chimiche usate contro i curdi fossero di origine occidentale.
Il giovane regista curdo-iraniano Fariborz Kamkari ha voluto con questo film rievocare quella tragedia riuscendo per la prima volta dalla fine della guerra, a realizzare le riprese interamente in Irak (in particolare nella stessa prigione di Topzawa vicino a Kirkuk e a Bagdad, nel quartiere curdo di Chorja).
L'iniziativa è particolarmente meritoria: realizzare un film in Irak è stato un segno concreto di ritorno alla normalità; lo è anche aver messo insieme una troupe dove sono stati presenti rappresentanti di diverse  popolazioni islamiche (Moriana Alaoui, tunisina,  interpreta Najla e Mohammed Zaoui,irakeno,  interpreta Mokhtar): per tutti è stata una sincera presa di coscienza e una esplicita denuncia dei delitti commessi durante il regime di Saddam.

La protagonista è Najla, una ragazza sunnita di famiglia benestante  che ha studiato medicina a Roma e  ora torna in Irak per cercare Shrenko, suo compagno di studi e connazionale,  che è tornato a Kirkuk senza dare più notizie.
Najla è ospite della casa dello zio (i suoi genitori sono morti) e questa parentesi familiare offre al regista lo spunto per tratteggiare  con ironia alcuni personaggi:  la cugina invidiosa dei suoi vestiti di fattura occidentale; lo zio bonario ma intransigente, scrupoloso nel sottolineare la sua posizione di responsabile della buona reputazione della ragazza; il cugino, che non rinuncia a ricordarle sua doverosa e completa sottomissione ai voleri degli uomini di casa.

Anche il triangolo amoroso che si sviluppa nella storia fra lei sunnita,  il fidanzato curdo e lo spasimante non corrisposto, ufficiale irakeno non manca di originalità, sopratutto nella figura di Mokhtar, il personaggio più riuscito, combattuto fra l'amore di lei , il senso del dovere nei confronti dei suoi comandanti. Sufficientemente onesto  per  comprendere e ammirare Naja, è al contempo incapace di superare le convenzioni della sua società che non prevede che le donne possano essere libere di scegliere il proprio destino.
Troppo "carico" invece il personaggio di Naja: assunto come elemento di congiunzione di tutta la storia, risulta impegnato su troppi fronti per risultare credibile. Esordisce come dottoressa volontaria  che cerca di soccorrere alcuni clandestini curdi ma accetta in seguito di venir assoldata nell'esercito irakeno per lavorare nel carcere Topzawa (espediente narrativo che consente di raccontare le varie fasi del genocidio). La sua disinvoltura nel fare il doppio gioco  la fanno apparire più machiavellica che reale.

Il regista dichiara apertamente di essersi formato sui classici del cinema italiano. In effetti il film ha una struttura complessa e se la prima parte del film, più serena, sembra ispirarsi alla commedia all'italiana, la seconda, quando l'operazione Al-nfal è in pieno atto, vira in tragedia e certe sequenze all'interno del carcere, incluse le torture, ricordano Roma città aperta. 

Alcuni critici hanno accusato il film di ingenuità formali; quest'opera prima, della durata di quasi due ore, sembra impegnata a mostrare  l'ampiezza della gamma narrativa dell'autore; in effetti  una maggiore  sintesi avrebbe giovato alla coerenza della storia.

A sua difesa occorre osservare  come anche Fariborz Kamkari ha dovuto fronteggiare il non difficile compito di raccordare la sensibilità orientale con la cutura occidentale da lui da tempo assimilata. Operazione solo in parte riuscita in Persepolis, dove viene manifestata una netta preferenza per il mondo occidentale e in Donne senza uomini  troppo sbilanciata verso la fiaba e  un eccesso di simbolismo.

Kamkari è il primo che si pone nel mezzo e se certi passaggi possono venir interpretati come ispirati al melò di stampo occidentale, dobbiamo considerarli frutto della sua formazione orientale sopratutto in due aspetti: nell'amore visto nella sua capacità di elevare l'anima e segnare il destino di tutta la propria esistenza e nel  martirio, nel suo valore purificatore.. 

Autore: Franco Olearo


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