WEST WING Tutti gli uomini del Presidente

 
Titolo Originale: WEST WING
Paese: USA
Anno: 1999
Produzione: NBC
Interpreti: Martin Sheen, Bradley Whitford, Richard Schiff, Stockard Channing, Alan Alda, Allison Janney, Moira Kelly

La serialità statunitense dell’ultimo decennio ci ha sempre più educati ad apprezzare il lato oscuro della grande città. Siamo stati sedotti con l’accorato affresco di un’umanità in cerca di sé.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Tutti i personaggi si sentono capaci di una responsabilità - quella del bene della Nazione - intimamente avvertita come un privilegio. Anche se di idee liberal in fatto di sessualità, il Presidente trova la sua forza dal suo avere una storia matrimoniale felice ed egli agisce avendo un retroterra affettivo consolidato.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Senza scadere nel sentimentalismo, la serie riesce a creare queste atmosfere costruttive con una calibrata alternanza di teatralità e di naturalismo interpretativo nell’azione professionale.

Abbiamo seguito i beniamini delle serie mediche, dei polizieschi, deilegal drama, alle prese con l’anima cinica e alienante della convivenza metropolitana. Siamo stati avvertiti da queste fiction a non illuderci sulla risposta ai più intimi perché dell’uomo: ai super professionisti del teleschermo la risposta svanisce ogni volta tra le mani, quasi un lusso (invero una responsabilità) che sembra non  addirsi alle loro esistenze al limite.

Di diritto si iscrivono al club del workaholism, degli “alcoolizzati dal lavoro”, anche i personaggi di West Wing, fiction ideata da Aaron Sorkin, prodotta dalla Warner Bros. dal 1999 in poi, vincitrice di numerosi Emmy, trasmessa in Italia fino al novembre scorso il venerdì in seconda serata su Rete 4 e di probabile reintroduzione nei palinsesti Mediaset. La serie racconta il lavoro niente meno che dello staff del Presidente degli Stati Uniti d’America. Si tratta tuttavia di una produzione interessante che lascia intravedere benefiche possibilità narrative per un auspicabile futuro della serialità. Vogliamo sottolineare il tono emotivo di fondo di West Wing, privilegiandolo rispetto agli aspetti politici (il clima è fieramente e dichiaratamente liberal, a tutto detrimento della parte repubblicana; il Presidente democratico, che ha saltato il militare e che ha una figlia al college e una moglie arrembante, allude a Clinton, depurandolo da incontinenze adolescenziali e dandogli il volto di Martin Sheen a ricordare tanto quello di Kennedy).

Capo del personale, responsabile delle comunicazioni,  speech writer,  portavoce e consulente politico affiancano l’inquilino della Casa Bianca Josiah Bartlet - Sheen per l’appunto - adoperandosi a che la sua agenda straripante sia rispettata al minuto secondo. Se E.R. passerà alla storia per le defibrillazioni al cardiopalma, West Wing si fisserà nell’immaginario del pubblico per le scene di trasferimento di Presidente e staff: tra una cena di beneficenza e un comizio elettorale, tra una limousine e l’Air Force One, in queste fasi la macchina da presa carrella indietro a precedere l’avanzata a grandi passi del gruppo che, contemporaneamente, saluta le televisioni, discute su come rispondere ad attacchi politici appena annunciati, ragiona sul crollo della borsa, si cimenta in dialoghi scoppiettanti fatti di vicendevoli, cameratesche  frecciate.

 Lo Studio Ovale è ovviamente il fulcro attorno a cui ruota il lavoro vorticoso negli uffici e corridoi dell’Ala Ovest. E’ il teatro di riunioni essenziali e incisive, cronometrate. Il pubblico vi è periodicamente chiamato a raccolta insieme con i personaggi e viene messo a pari sullo stadio in cui è giunta la complicata vertenza parlamentare, diplomatica, economica o giurisdizionale affrontata dall’episodio. In questi passaggi è ripresa in maniera sintetica e schietta la complessità dei problemi che la serie rende nel particolare tecnico, chiedendo uno sforzo di concentrazione non indifferente (dai sondaggi inaffidabili a causa di una formulazione della domanda che non ha tenuto conto del grado di interesse del tema, alle politiche di tassazione difficilmente quantificabili nei loro pro e contro). Le questioni sono esplicitamente affrontate nel loro significato morale con riferimento tradizionale a Dio,  patria e famiglia. Avviene così che la vittoria al Senato sulla limitazione della vendita di armi conta come successo dell’amministrazione, ma soprattutto per il bene della gente. Ancora, non essersi avvalso dell’opzione che il Presidente ha di bloccare una condanna a morte risponde certo a condizionamenti politici forti; Bartlet, però, avverte il peso della sua responsabilità personale e di una scelta che è lui a non aver fatto, dovendone rispondere, da cattolico, in coscienza.

 Si mantiene dunque costante una forte tensione propositiva. A differenza di E.R., per i personaggi di West Wing sarebbe improprio parlare di “predestinati”, di condannati all’eroismo. Restano certo professionisti esigenti con se stessi; il loro sforzo si dispiega però nella tonalità emotiva euforizzante dell’anelito a provarsi tutti insieme capaci di una responsabilità - quella del bene della Nazione - intimamente avvertita come un privilegio. Sono dunque i designati a vivere un’avventura che affrontano con lo spirito di “pionieri”, sapendosi al centro di un’esperienza che pochi hanno la fortuna di poter raccontare.    
La consonanza palpabile dei protagonisti su un fine di prosperità collettiva, effonde nelle puntate di West Wing l’afflato dell’epopea, l’atmosfera emotiva accogliente del western classico, sia pure lanciata su ritmi di azione frenetici, in un contesto decisamente urbanizzato del tutto diverso dalla Monument Valley.  

Le fasi di introspezione e autoanalisi dei personaggi sono meno frequenti che in altri successi recenti (I Soprano, per esempio). Il lirismo dalle note individualistiche è sempre frenato prima che possa connotarsi di tinte ansiogene. Le parentesi di introversione di ciascuno sono interrotte ogni volta dal compagno che intuisce e mette a segno osservazioni capaci di liberare nuova vitalità. E’ indicativa la bella puntata in cui Josh Lyman, lo spregiudicato vice capo staff, è segretamente informato di essere stato selezionato, a differenza dei compagni, per il rifugio antiatomico presidenziale in caso di attacco nucleare. La notizia lo scuote, riacutizza il ricordo infantile per la perdita della sorellina durante un incendio da cui solo si era salvato, con acuto senso di colpa. Sarà la portavoce C.J., strappata a Josh la confidenza, a riportarlo sulla necessità della selezione e a spiegargliene il valore che essa ha per il lavoro dei suoi stessi colleghi. 

 L’introspezione termina ogni volta nel rinnovato senso di un’idea di umanità che torna al centro dei pensieri dei personaggi. Lo si nota alla fine della puntata citata, quando il Presidente in persona, accettando la restituzione del pass da parte di Josh, che si è deciso nonostante tutto a rimanere con gli altri sino alla fine, presolo in disparte, elogerà la dedizione e l’umanità di ciascun membro dello staff, tracciandone un intenso, affezionato ritratto.

Osservazioni analoghe possono essere fatte sull’alleggerimento della conflittualità interna alle caratterizzazioni dei protagonisti. La serie costruisce disequilibri caratteriali ampiamente mantenuti entro i limiti dell’autostima di ciascuno. Ne vengono ricavati spunti di commedia e non di scontro: un’altra differenza importante, per esempio, rispetto a E.R.. Così, il protagonismo decisionista del Presidente Bartlet  non è mai inconsapevole delle proprie sbavature ed è punteggiato da richieste di rassicurazione sinceramente aperte ai consigli.

Senza scadere nel sentimentalismo, la serie riesce a creare queste atmosfere costruttive con una calibrata alternanza di teatralità e di naturalismo interpretativo nell’azione professionale. In alcuni frangenti i personaggi rispondono con profondo senso del dovere, in altri non rinunciano ad esprimere nel compito la specifica verve che ognuno di loro intimamente coltiva, togliendosi soddisfazioni personali. La loro singolarità diventa fonte di atteggiamento creativo rispetto al lavoro, suggerendo un rapporto armonico e padroneggiato con esso.

Al Presidente, per esempio, lo staff si rivolge,  nonostante la confidenza e l’amicizia, con il sussiego dovuto a un’istituzione, a un simbolo. Questo atteggiamento lo aiuta nei momenti difficili per rinsaldarne la fermezza. La formalità che lo circonda offre però a Bartlet anche la chiave per istrioniche arringhe ai collaboratori in cui la sua esuberante personalità, con ostentata prosopopea, si prende gioco di sé e degli altri, giovandosi divertita del diritto ad avere l’ultima parola nelle discussioni.

West Wing riesce anche, attraverso le differenze generazionali nel gruppo, a coltivare un certo senso di apertura alla crescita esistenziale dei giovani professionisti. Bartlet e il suo capo staff, Leo McGarry, per la loro età matura si impongono implicitamente come modelli di umanità agli altri trentenni in carriera. Sono i centri morali della serie cui è riconosciuta la dote dell’esperienza.

Di questo impianto, però, il valore familiare si giova solo in modo parziale. Certo la sua visibilità si lega agli stralci di vita coniugale del Presidente con la first lady, tanto più incisivi quanto più rubati alla pressione della vita pubblica. Vi sono gli atteggiamenti protettivi verso la figlia (va detto, però, che Bartlet, da buon liberal, ha vedute “apertissime” su sesso e omosessualità), e le esplicite dichiarazioni sull’importanza del nucleo. Soprattutto, poi, lo spettatore percepisce che la forza del Presidente dipende anche dal suo avere una storia matrimoniale che lo accompagna nella vita pubblica, dal fatto che egli agisce come uomo e come padre, avendo una realizzazione extraprofessionale e un retroterra affettivo consolidato.

Tuttavia questo aspetto sfiora soltanto la mentalità dei giovani single dello staff, che non ne fanno menzione riguardo a se stessi. Ne consegue che la famiglia appare un po’ come un “privilegio presidenziale” (anche McGarry è lasciato dalla moglie che si sente trascurata dal marito superimpegnato). La fiction si risolve pertanto in un’originale commistione di genere.  Una serie familiare classica, di cui si mantiene la tipica figura paterna forte (Bartlet), ne limita gli spazi di azione domestica e lo cala in un contesto iperprofessionale,  dotato di sfumature antropologicamente ed emotivamente costruttive.

In West Wing, sul valore della famiglia, che, da John Ford a Bonanza, aveva fatto grande il mito della frontiera, splende dunque un sole ancora velato dalle foschie della  political correctness.

Per gentile concessione di Studi Cattolici 

Autore: Paolo Braga


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