AGORA Recensione di Franco Olearo

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Titolo Originale: Agora
Paese: USA, Spagna
Anno: 2009
Regia: Alejandro Amenàbar
Sceneggiatura: Mateo Gil, Alejandro Amenàbar
Produzione: Hinenòptero, Mod Producciones, Telecinco Cinema, Cinebiss
Durata: 126'
Interpreti: Rachel Weisz, Max Minghella, Asharaf Barhoum, Sami Samir

Il film di Alejandro Amenàbar tratta di un luogo e di un'epoca estremamente interessanti. Nel IV secolo la  mezzaluna di costa che  da Alessandria d'Egitto si porta fino a  Efeso, Pergamo, Antiochia, Costantinopoli,  racchiudeva, con l'eccezione di Roma, le città più popolose del mondo allora conosciuto, ricche di storia, cultura e di arte.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film ideologico che vuole dimostrare come tutte le fedi finiscano per essere irrazionali, intolleranti, violente. Il film ricostruisce i fatti avvenuti alla fine del IV secolo ad Alessandria d'Egitto con sufficiente aderenza alle fonti storiche dell'epoca
Pubblico 
Adolescenti
Scene di violenza fra partiti avversi. Una sequenza di nudo molto rapida. E' necessaria una buona preparazione sulla storia del mondo antico per poter giudicare analizzare criticamente la tesi portata avanti dall'autore
Giudizio Artistico 
 
Eccezionale ricostruzione dell'antica Alessandria d'Egitto. Buona prova dell'attrice Rachel Weisz nei panni della scienziata e filosofa Ipatia.

Era da poco iniziato il terzo periodo del rapporto fra cristianesimo e paganesimo: dopo quello delle persecuzioni e quello della libertà religiosa a partire da Costantino, era iniziata la fase di un cristianesimo maggioritario e dal 380, con  l'editto di Tessalonica  dell'imperatore Teodosio, gli era stato riconosciuto lo status di religione di stato.
E' un momento decisivo anche per il raggiungimento di una compiuta comprensione della nuova fede: nel concilio di Efeso del 431  che vide contrapposti il patriarca  Cirillo di Alessandria (figura determinante per questo film) e Nestorio, patriarca  di Costantinopoli, venne confermata la visione del primo: l'inscindibilità cioè fra la natura umana e quella divina in Cristo, portando in piena luce il significato dell'incarnazione e consentendo che Maria venisse appellata come madre di Dio.

Indubbiamente questi passaggi epocali non furono indolori: come ancor oggi è difficile trattenere i tifosi di squadre opposte alle partite di calcio, anche allora i seguaci della vecchia  e della nuova fede, quando diventavano folla,  avevano bisogno di un potere civile dal polso fermo e di guide spirituali che ne riconoscessero l'autorità. Quando nel 387 a Gallinico fu bruciato un tempio pagano e una sinagoga da alcuni monaci esaltati che erano stati provocati a loro volta e fu ordinato dall'imperatore al vescovo locale di ricostruire il tempio, S. Ambrogio riconobbe il diritto dell'Imperatore di "emendare il malfatto" ma si oppose a che i cristiani operassero a favore di un culto che non era loro.

E' strano quindi che un periodo così interessante sia stato approfondito (con l'autorevole eccezione de serial TV  Agostino della Lux Vide andato in onda su RaiUno) da due autori che con il cristianesimo vogliono aver poco a che fare : Alejandro Amenàbar con Agora  e lo scrittore egiziano Youssef Ziedan con il suo libro Azazel, vincitore del premio internazionale 2008 per il miglior romanzo in lingua araba (edizioni Neri Pozzi, 2010).
Mentre il regista spagnolo è sopratutto un antireligioso che vede tutte le fedi come superstizioni cariche di intollerante dogmatismo, l'autore egiziano ricostruisce il conflitto fra Atanasio e il vescovo Cirillo di Alessandria al concilio di Efeso prendendo le difese di quest'ultimo; la concezione di Atanasio orientata a privilegiare la natura divina su quella umana è più consona alla sensibilità di un mussulmano.

Il film Agora si può definire ideologico: l'autore ha qualcosa di preciso da dire e plasma il materiale narrativo a beneficio di ciò che vuole effettivamente trasmetterci. Lo era anche il suo lavoro precedente,  Mare dentro sul tema dell'eutanasia: in esso si poneva come assioma la libertà di ognuno di decidere quando e come morire e venivano ridicolizzati  tutti i personaggi che nel film  la pensavano diversamente.
Questa volta il suo comportamento è più accorto: la ricostruzione dei fatti dell'epoca, per quel poco che ci è stato tramandato è sufficientemente attendibile (con le eccezioni che diremo) e i personaggi del tempo ci sono tutti: Ipatia e il padre Teone, geometra e filosofo; il patriarca di Alessandria Teofilo a cui succede nella carica Cirillo (lo storico Tillemont di lui aveva detto: "San Cirillo è santo, ma non si può dire che tutte le sue azioni siano sante" ). Il prefetto Oreste, che cercò di contrastare Cirillo (in modo molto più deciso di quanto appare nel film) e come risposta fu colpito con il lancio di una pietra dal monaco Ammonio, che fu immediatamente giustiziato. Ci sono anche i parabolani, una confraternita per il soccorso agli infermi, "che di fatto costituivano un vero e proprio corpo di polizia che i vescovi di Alessandria usavano per mantenere nelle città il loro ordine»" secondo quanto ci tramanda lo storico Socrate Scolastico.

Il film concentra il racconto su due episodi realmente avvenuti: la distruzione del tempio di Serapide nel 391 con la piccola biblioteca ad esso annessa per mano degli incolti cristiani (anche se il film lascia intendere che si sia trattato della grande e più famosa biblioteca di Alessandria ) e la cacciata degli ebrei dalla città su istigazione di Cirillo. Infine la barbara uccisione di Ipatia da parte dei fanatici parabolani, ritenuta in grado di influenzare negativamente il prefetto Oreste, la cui gravità non può essere in alcun modo attenuata.

L'innesto dell'ideologia di Alejandro nella storia inizia proprio con la  figura di Ipatia. La sua visione atea e distante da qualsiasi fede ("il vostro Dio non ha dimostrato di essere più giusto o più dignitoso dei suoi predecessori - io credo nella filosofia")  la rende una illuminista ante litteram (più propriamente una kantiana, con la sua fiducia nella ragion pura; in realltà la vera Ipatia,  seguace del neoplatonismo, fu certamente in grado di concepire una visione trascendente della realtà).
Anche il  concetto  di tolleranza da lei espresso  ("sono più le cose che abbiamo in comune che quelle che ci dividono")  è veramente prematuro: dovremo aspettare il seicento o meglio ancora il settecento per coglierne le prime espressioni.  L'alternativa che l'autore porta avanti per mezzo del personaggio Ipatia rispetto a quei periodi turbolenti ma appasionanti, quella cioè di una scienziata, tutta dedita agli studi ma indifferente  al sentire dei più, è troppo elitaria e  debole per essere efficace. Più che la tolleranza,  ciò che era conosciuto nel mondo pagano era piuttosto un sincretismo fra tanti dei per una  fede che cotituiva un  fatto squisitamente  pubblico; il cristianesimo porta invece per la prima volta le categorie del vero, del falso e dell'intimo convincimento in un discorso religioso. 

Ciò che è mancato al regista  è il dare una risposta nel suo film a come mai fino a quel momento (cioè fino a quando il cristianesimo non è diventato religione di stato) questa fede  sia stata capace di diffondersi in modo spontaneo senza che alcuno la imponesse, fino a venir accettata liberamente dalla maggioranza della popolazione, fenomeno che non ha eguali nella storia e che sarebbe continuato anche dopo che l'impero romano (e quindi anche dopo quegli stessi imperatori che l'avevano imposta),  sarebbe crollato.
Unica eccezione, una rapida sequenza nella quale l'autore sottolinea l'impegno e l'originalità della nuova fede nel prendersi cura dei malati e dei più bisognosi.

Si potrebbe accettare il film del regista spagnolo come una critica costruttiva, un messaggio contro ogni forma di fondamentalismo, uno stimolo per evitare gli errori del passato, ma questa ipotesi non è percorribile.

Se infatti non possiamo che deprecare insieme a lui il fatto che degli esseri umani perdono la vita per dei conflitti religiosi, non siamo con lui nel successivo passo logico: la condanna  della fede di per sè, in qualsiasi forma, perché fonte di fanatismo, violenza, divisione fra i popoli e chiusura alla ricerca libera della ragione.

La fede cristiana viene travisata in molti passaggi del film. La Sacra Scrittura viene interpretata alla lettera per divenire un'arma contro gli avversari (strano, visto che proprio il cattolicesimo non si può definire una "religione del libro").
Il cristianesimo viene accusato di disprezzare la cultura classica; al contrario, negli stessi anni in cui si sviluppa la storia, al concilio di Efeso si vedrà quanto fecondo sia stato l'incontro fra cristianesimo e filosofia greca: quest'ultima fornirà  quella terminologia e quei concetti che saranno determinanti per  risolvere delicate dispute teologiche.
L'idea che la nuova fede trascuri o disprezzi il mondo femminile si scontra contro il fatto che furono proprio le donne  un fattore determinante per la sua diffusione, grazie alla dignità conseguita con l'indissolubilità del matrimonio  e la condanna dell'aborto e dell'infanticidio, un tempo decisione inappellabile del pater familias.
L'autore infine non riesce a trattenersi da una feroce ironia, quando subito dopo le immagini della morte di Ipatia, una didascalia appare sullo schermo  per ricordare che il vescovo Cirillo è stato fatto santo dalla Chiesa. In realtà, all'epoca in cui visse Ipatia, Cirillo si preoccupò sopratutto di contrastare gli  eretici e gli ebrei della città; i suoi scritti specificatamente contro i pagani sono datati nel 420-430, molto dopo la morte della scienziata.

Amenàbar, questo enfant prodige del cinema spagnolo,  sa sicuramente muovere la macchina da presa e portare avanti la narrazione in modo coerente ed efficace. La rappresentazione dei templi, delle strade di Alessandria, l'agorà dove gli uomini antichi erano soliti riunirsi e discutere di tutto,  sono forse le più belle immagini del mondo classico che sono apparse sullo schermo. Il fiilm ha goduto di un sostanzioso contributo dal governo spagnolo e si vede. Come europei  possiamo che esser orgogliosi del fatto che in termini di tecnologia digitale il film non ha nulla da invidiare ai blockbuster americani.
Rachel Weisz interpreta molto bene la figura di una scienziata dedita agli studi ma che sa anche essere madre, sorella, consigliera dei suoi allievi.

Autore: Franco Olearo


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