Il Signore degli Anelli (La compagnia dell’anello, Le due Torri, Il ritorno del Re

 
Titolo Originale: The Lord of the Ring
Paese: USA
Anno: 2001
Regia: Peter Jackson
Sceneggiatura: di Peter Jackson, Fran Walsh, Philippa Boyens
Produzione: NewLine/Wingnut Films
Durata: 178’ + 179’ + 201’
Interpreti: Elijah Wood (Frodo), Sean Astin (Sam), Ian McKellen (Gandalf), Viggo Mortensen (Aragorn), Orlando Bloom (Legolas), John Rhys-Davis (Gimli), Sean Bean (Boromir), David Wenham (Faramir), Christopher Lee (Saruman), Liv Tyler (Arwen), Hugo Weaving (Elrond), Miranda Otto (Eowyn), Cate Blanchett (Galadriel), Ian Holm (Bilbo)

Realizzare un adattamento della monumentale opera di J.R.R.Tolkien, un testo di oltre 1200 pagine ricchissimo di eventi e personaggi, di luoghi e di creature fantastiche, era un’idea circolata fin dall’uscita del romanzo, tanto è vero che l’autore, un po’ a corto di fondi, ne aveva venduto i diritti. Tuttavia la sfida implicita nel tentativo di dare corpo ad un immaginario tanto ampio e dettagliato (Tolkien descrive luoghi, usi, oggetti, lingue, edifici e specie viventi con una meticolosità certosina, che de resto corrisponde alla fanatica cura del particolare che è propria di tanti suoi adoranti lettori) era evidente e forse al di sopra delle possibilità del cinema anche di soli dieci anni fa.

Valutazioni

Del resto la difficoltà di portare sul grande schermo il genere fantasy è proverbiale. Eppure la forza e il fascino delle vicende de Il Signore degli anelli sembravano in un certo senso essere fatte apposta per costituire la materia di un racconto per immagini, se solo si fosse trovato il modo, anche tecnico, di cogliere lo spirito di questa grande epopea avventurosa e spirituale e trasfonderlo in un film per il grande schermo.

Dopo il modestissimo esito di un film del 1978, che fondeva disegni animati e immagini reali corrette in post-produzione (una pellicola che, tra l’altro, non andava oltre il primo volume del romanzo, La compagnia dell’anello), ecco allora il megaprogetto concepito da Peter Jackson, registra australiano e grande appassionato di Tolkien, che aveva alle spalle una manciata di film interessanti, anche se forse non memorabili (Creature del cielo, Sospesi nel tempo), ma era certo che le nuove tecnologie applicate al cinema (ricostruzione o integrazione digitale di ambienti e addirittura di personaggi) avrebbero consentito di rendere giustizia all’immaginario dello scrittore inglese.

La storia dell’anello del potere, forgiato dall’oscuro Sauron per soggiogare i popoli delle Terra di Mezzo, prende il via in realtà ben prima dell’avvio del romanzo; è noto che Tolkien, filologo di altissimo livello, concepì un mondo dotato di una storia lunga e intensa, il cui peso è ciò che fornisce al suo romanzo più noto un sapore di verità assolutamente unico. Quando la nostra storia prende il via il malefico anello è nelle mani dell’hobbit Bilbo, che lo consegna al nipote Frodo. Seguendo le istruzioni del mago Gandalf, Frodo, accompagnato dal fido servitore Sam e da altri due hobbit, Merry e Pipino, lascia l’amata Contea per raggiungere una delle dimore degli elfi, Granburrone. D qui partirà la Compagnia dell’Anello, con il “folle” scopo di distruggere lo strumento del male, che Sauron si propone di recuperare per distruggere i popoli della Terra di Mezzo. In questa “santa” alleanza, in cui si uniscono, nonostante le perplessità, i rappresentanti delle diverse razze, in un’impresa che ha speranza di riuscire proprio perché sfida la logica del potere e dell’odio propria del Nemico.

Da Granburrone partono dunque Frodo e i suoi amici, Gandalf, l’elfo Legolas, il nano Gimli, Boromir, figlio del sovraintendente del regno umano di Gondor, e Aragorn, un ramingo che in realtà è l’ultimo erede di Gondor. Il percorso della compagnia non sarà facile, sia per le difficoltà che non tardano a insorgere tra i diversi membri (la diffidenza e le opinioni discordanti sull’intero progetto rispecchiano una distanza tra le razze che si è accresciuta lungo i secoli passati), sia per i pericoli del cammino verso l’Est, verso il Monte Fato dove l’anello dovrà essere gettato. Perduto Gandalf nelle miniere di Moria, la Compagnia si disperde dopo un sanguinoso attacco degli orchi di Saruman, uno stregone che si è convertito al male. Frodo prosegue con Sam, presto affiancato dal viscido Gollum, un tempo padrone dell’anello; Legolas, Gimli e Aragorn si mettono sulle tracce di Merry e Pipino, rapiti dagli orchi nonostante l’eroica difesa di Boromir, che riscatta con la sua morte il tentativo di rubare l’anello a Frodo. Da questo momento la vicenda si sviluppa con una serie di fili paralleli. Ritrovato Gandalf, Aragorn e gli altri vanno a Rohan, dove, dopo aver liberato il re dalla malefica influenza del consigliere Vermilinguo, difendono il Fosso di Helm fino all’arrivo dei soccorsi: è la prima vittoria contro Sauron, favorita anche dall’intervento degli Ent, creature antiche e potenti della foresta che si sono mosse dopo secoli grazie all’intervento di Merry e Pipino.

Ma la guerra è solo all’inizio: l’azione si sposta a Gondor, dove Sauron sferra l’attacco più duro. Mentre Aragorn rivendica la sua identità e con essa l’obbedienza di centinaia di guerrieri defunti, Gandalf organizza la difesa della città contro la volontà del sovraintendente Denethor, reso pazzo dal potere e dalla disperazione.

Frodo, Sam e Gollum, intanto sono alle porte di Mordor, ma l’anello ha reso lo hobbit sempre più debole e solo la costante presenza di Sam lo fa andare avanti. Grazie all’estremo sacrificio dei suoi amici, che attirano lo sguardo di Sauron lontano da Frodo, lo hobbit arriverà sul bordo del cratere, ma gettare l’anello sarà la scelta più difficile.

Sconfitto forse per sempre il Nemico i protagonisti della storia affrontano per vie diverse il loro ritorno a casa dopo un’avventura che ha cambiato per sempre la loro vita e la Terra di Mezzo.

Sembrava impossibile sintetizzare tutto questo (e tutto il resto del materiale, dei personaggi e degli eventi che animano le pagine di Tolkien) senza togliere quell’aura di grandiosità, malinconia e forza che essi hanno sulla pagina scritta, senza scontentare gli appassionati, senza sforare il budget, mantenendo la continuità di storia e personaggi negli anni su cui si è distesa la lavorazione.

Alla base di tutto, prima degli effetti e delle intense interpretazioni di tanti ottimi attori, c’è senza dubbio un durissimo lavoro di sceneggiatura.Un impegno durato anni e proseguito anche nel corso delle riprese che si è tradotto in primo luogo in una certa sintesi a livello di plot e di personaggi.

Scompare per esempio nella prima parte Tom Bombadill, protagonista di un episodio importante, ma in fondo circoscritto rispetto alla trama principale; a Faramir vengono attribuite azioni che non compaiono nel romanzo; l’intera dinamica degli ultimi scontri viene rivoluzionata.

Secondariamente Jackson, la moglie Frances Walsh e la sceneggiatrice Philippa Boyens hanno lavorato sulle figure principale al fine di porre in evidenza i dilemmi interiori, le incertezze e le ferite di ognuno, in aderenza ai dettati delle regole drammaturgiche cinematografiche, le stesse che li hanno spinti ad ampliare i ruoli femminili (decisivi, ma piuttosto ridotti nella narrazione di Tolkien), per venire incontro alle esigenze del pubblico contemporaneo.

Significativo in questo senso il lavoro sulla figura di Aragorn, visto come un uomo che, pur dotato di coraggio e determinazione deve ancora accettare fino in fondo un’eredità impegnativa e lo fa veramente solo verso la fine del terzo episodio: nel romanzo questo passaggio precede l’azione de Il Signore degli Anelli, dove Aragorn appare ormai privo di dubbi e incertezze.

Il risultato di tanto lavoro è uno spettacolo che si prende i suoi tempi nel raccontare un’avventura dalle implicazioni morali profonde e decisive; alternando scene d’azione a passaggi lirici e meditativi (senza far mancare dialoghi davvero emozionanti e significativi), Jackson si preoccupa di venire incontro alle aspettative dei lettori di Tolkien (che in un certo senso hanno anche partecipato alla realizzazione del progetto attraverso una rete di rapporti e notizie che ha fatto da costante contorno all’ambizioso progetto), ma anche di catturare un pubblico più ampio di non lettori genericamente interessati al genere fantastico e avventuroso, impresa quest’ultima pienamente riuscita, come testimoniano gli stupefacenti risultati al botteghino.

I tre film hanno dunque un respiro epico d’altri tempi, ma al contempo sono il frutto di una tecnologia all’avanguardia, effetti speciali che per una volta non hanno per mira l’essere visti e ammirati, ma lo scomparire per regalare allo spettatore quell’impressione di verità che è vitale per condividere appieno la narrazione di Tolkien.

Reso possibile da circa sette anni di lavoro complessivo il progetto vince anche la sfida di costruire tre pellicole evidentemente interdipendenti, ma dotate tuttavia di una loro specifica identità: se il primo film parla di fede (in un’impresa apparentemente folle, nei propri compagni, in una sorta di Provvidenza che guida ogni cosa), il secondo ripete all’infinito la parola speranza ed è appunto questo il cuore della parte centrale del racconto. Il terzo film è un inno all’amicizia (forse l’unica declinazione concepibile per gli autori della carità che manca all’appello), incarnata nelle diverse coppie di personaggi, che crescono e maturano verso il loro destino appoggiandosi gli uni agli altri, grazie alla comune certezza di un fine buono a cui è saggio sacrificare persino la vita.

Allora il successo del lavoro di Jackson e della sua equipe sta forse proprio nell’essere riusciti a rispecchiare, forse persino involontariamente, questo sottofondo che è difficile non definire religioso; un’anima che è del romanzo e in qualche modo, al di là dell’eccellente cast e delle spettacolari scene di battaglia, anche delle tre pellicole.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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