RENT

Titolo Originale: RENT
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura: Chris Columbus, Steve Chbosky
Produzione: Michael Barnathan, Chris Columbus, Robert De Niro, Jane Rosenthal, Mark Radcliffe
Durata: 135'
Interpreti: Rosario Dawson, Taye Diggs, Wilson Jermaine Heredia, Jesse L. Martin, Idina Menzel

New York, 1989. Nel degradato East Village, giovani artisti squattrinati vivono d’arte e d’amore, mentre su di loro incombono l’affitto da pagare e lo spettro dell’Aids.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
I pochi comandamenti imposti dalla morale bohémien sono la libertà d’espressione e l’amore, qualunque forma esso abbia. L’omosessualità, le droghe leggere, ogni possibilità è una legittima forma di libertà
Pubblico 
Sconsigliato
Qualche scena sensuale, allusioni sessuali, volgarità.
Giudizio Artistico 
 
La storia è dispersiva, i personaggi mal indagati, nonostante l’impegno e la bravura dei singoli protagonisti

Chissà come l’avrebbero presa i giovani bohémien protagonisti di questo musical ambientato nel 1989, se avessero saputo che, nel giro di pochi anni, il loro quartiere così randagio sarebbe diventato uno dei luoghi di culto della Manhattan radical chic. E che la loro morale anarcoide, contraria ad ogni convenzione, si sarebbe trasformata in legge, assumendo i toni grigi e perbenino del politicamente corretto.

Chissà se si sarebbero mai immaginati che il loro invito a cogliere l’attimo e a vivere l’emozione avrebbe trionfato ovunque, nei film hollywoodiani, nelle serie tv prodotte dai network da loro così disprezzati, nei magazine femminili, sulla carta dei cioccolatini… O se avrebbero mai pensato che i veri ribelli e socialmente reietti del terzo millennio sarebbero stati gli eterosessuali, i cattolici, i padri e le madri di famiglia.

Nei primi anni Novanta,Rent era un musical in qualche modo “rivoluzionario”, una rivisitazione in chiave contemporanea della Boheme di Puccini, che attualizzava la tisi in Aids. Ne erano colpiti alcuni dei personaggi, artisti squattrinati e abitanti abusivi di un degradato quartiere newyorchese. Oggi il testo di Jonathan Larson isuoi anni li dimostra tutti, e la “filologica” versione cinematografica di Chris Columbus fa l’effetto imbarazzante di un vestito demodé. La carica trasgressiva delle origini si è completamente esaurita, con l’esito paradossale che il suo presunto messaggio di “liberazione” dalle catene delle convenzioni è diventato un luogo comune da sbadiglio.

Iltempo ha smascherato la contraddizione di uno stile di vita che vorrebbe celebrare la libertà di espressione mettendo ogni cosa sullo stesso piano. L’esaltazione della differenza a tutti i costi, in questi anni, è inevitabilmente annegata nella melassa uniforme del politicamente corretto. Ma, a ben vedere, come già accade nel film, la rivendicazione della “diversità per la diversità” si annulla da subito in buonismo così zuccheroso da far impallidire il più edificante film di buoni sentimenti.  

Fin dalla prima scena, sentiamo cantare la parola “amore” in tutte le salse. E sotto questa etichetta troppo larga trova spazio un po’ di tutto. C’è l’ossessione di Mark,  aspirante regista, per la sensuale Maureen, che lo ha rimpiazzato con una donna (situazione che oggi spopola nelle serie tv). L’amore “bloccato” tra Mimi e Roger, un musicista che ha perso l’ispirazione insieme alla fidanzata, morta per overdose, e non riesce più a staccarsi dal passato. L’amore omosex tra George e Angel, che vanno a convivere come una famigliola, guarda a caso l’unica coppia felice, che avrà da insegnare qualcosa a tutti.

I pochi comandamenti imposti dalla morale bohémien sono la libertà d’espressione e l’amore, qualunque forma esso abbia. L’omosessualità, le droghe leggere, ogni possibilità è una legittima forma di libertà, proclama La vie boheme, canzone manifesto della combriccola di gay, lesbiche, drag queen, e spogliarelliste.

Ma anche nella vita di questi “artisti” liberi da ogni condizionamento si infiltra la triste realtà, imponendo le sue regole. L’incombere dell’Aids sulle giovani esistenze dei protagonisti arricchisce la storia di un solenne ricatto emotivo. La morte, infatti, santifica il personaggio della drag queen Angel, che ha insegnato a tutti ad amare.

Il pubblico, intanto, continua a sbadigliare. Anche la visione dell’artista povero ed emarginato dalla società, relegato in casermoni freddi e bui (futuri loft per milionari), senza i soldi per pagare l’affitto, ha decisamente fatto il suo tempo. L’idea della creazione artistica come pura espressione della propria “diversità”, oltretutto, suona troppo ingenua e astratta. Il rifiuto a sporcarsi le mani con la prosaica realtà (per il vero bohémien lavorare per la televisione è come vendere l’anima al diavolo!) diventa un alibi per non mettersi mai veramente alla prova.  
Ma non è solo per questo che il film non coinvolge. La storia è dispersiva, i personaggi mal indagati. Nonostante l’impegno e la bravura dei singoli protagonisti (quasi tutti provenienti dal cast di Broadway), il film si riduce a una estenuante carrellata di “numeri” musicali e canori capaci di stroncare lo spettatore medio.

Autore: Chiara Toffoletto


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