NATIVITY (Olearo)

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Titolo Originale: The Nativity Story
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Catherine Hardwicke
Sceneggiatura: Mike Rich
Produzione: Marty Bowen e Wyck Godfrey per Temple Hill Entertainment e New Line Cinema
Durata: 90'
Interpreti: Keisha Castle-Hughes, Oscar Isaac, Ciaràn Hinds, Hiam Abbass

Maria vive con i suoi genitori nel piccolo paese di  Nazareth. Sono agricoltori, allevano pecore,  ma è faticoso andare avanti e non sempre c'è abbastanza da mangiare per tutti. Il più piccoli, quelli che ancora non vanno a lavorare nei campi, sono amorevolmente educati con le parole dei salmi e dei profeti. Maria, che ha 15 anni,  è contrariata: i genitori hanno organizzato il suo matrimonio con Giuseppe, un giovane che lei conosce molto poco. Poi una mattina, mentre si trovava a lavorare nei campi, un angelo le appare,...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben tratteggia la personalità di Giuseppe, giusto e buono, mentre Maria non sembra avere quella fede costruita sulla preghiera che le hanno fatto dire "si"
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di violenza da parte della soldataglia potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Ottima ricostruzione della Palestina di 2000 anni fa e bravi tutti gli attori; solo Maria appare a volte inespressiva

La regista Catherine Hardwicke aveva affrontato con Thirteen, il mondo delle ragazze che si trovano nella loro prima adolescenza. Ragazze d'oggi naturalmente,  californiane che vivono in famiglie disgregate, in cerca di forti sensazioni e con la fretta di crescere. In Nativity ci troviamo di fronte a una storia ben diversa, in un altro contesto  ma la regista sembra quasi aver trovato qualcosa, nel ritratto della quindicenne Maria nonostante i duemila anni di distanza,   che la unisce queste ragazze-donnne:  è quello stato di attesa, quella voglia di conoscere e capire, quella fragile dolcezza, quell'atteggiamneto di disponibilità verso il mondo che le circonda e che le fa scivolare oggi, quando non hanno riferimenti su cui contare, in esperienze distruttive  ma anche ad accettare ieri, la più incredibile delle proposte: diventare la madre del Figlio di Dio.

La Hardwicke ha ambientato molto bene la storia, conferendole la giusta dose di realismo: Nazareth  è  un povero paese di contadini, dove si fa fatica a sfamare tutta la famiglia e la notte si dorme per terra sul pagliericcio, tutti assieme nell'unica stanza grande. Il palazzo di Erode a Gerusalemme, fatto di spesse e alte mura, è alquanto disadorno, coerentemente con il suo stato di piccolo regno della provincia romana. Anche l'arrivo dei soldati del re, quel loro spogliare  contadini dei loro averi (e mettere in schiavitù i loro figli, se necessario) è tratteggiato con spietata crudezza. Un realismo che però non va in contraddizione  con l'ingresso nella storia con il soprannaturale, qui espresso con l'annuncio dell'angelo a Maria, a Giuseppe e infine ai pastori, con la luce della stella che nella notte illumina la grotta di Betlemme.. A prima vista può sembrare che le tuniche sempre ordinate e pulite dei protagonisti della nostra storia, anche quando si trovano al lavoro dei campi, sia la solita svista della scenografia (in quanti film abbiamo visto attori impegnati in lotte furibonde che esibiscono  camice fresche di bucato e capelli assolutamente incollati); in realtà  si tratta di una giusta rappresentazione della dignità ineliminabile dell'uomo, anche in condizioni di estrema povertà, quella dignità che deriva loro da essere in colloquio con Dio, come in alcune belle sequenze in cui è protagonista Giuseppe. 
Solo l'episodio dei re magi, simpatici compagnoni restii a compiere il lungo viaggio fino a Betlemme perché troppo abituati a circondarsi di comodità, oltre a fungere da alleggerimento comico della storia, viene tratteggiato con toni da favola natalizia .

Molto ben sviluppata la figura di Giuseppe, desideroso di essere giusto ma al contempo buono e incapace di fare del male: appare molto naturale quando decide di non ripudiare la sua promessa sposa. Vi sono altri momenti originali tutti per lui, come quando, durante il lungo viaggio da Nazareth a Betlemme, rinuncia al suo misero pasto per dar da mangiare al mulo, in modo che possa trasportare Maria sana e salva.   L'attrice  Keisha Castle-Hughes (la ragazza delle balene) presta il suo volto acerbo per raccontarci  la parabola di questa  una ragazza semplice che scherza con le amiche, poi diventa promessa sposa con un marito scelto dai genitori secondo le usanze dell'epoca, infine impegnata a dare ragionevolezza ad un evento così straordinario (la visita alla cugina Elisabetta) fino al viaggio pericoloso verso Betlemme in stato di gravidanza avanzata. La giovane attrice  lavora però troppo per sottrazione fino a diventare a volte inespressiva. Ci saremmo aspettati il ritratto di una ragazza di fede, intenta spesso mettersi in colloquio con Dio per la quale l'annuncio dell'angelo, anche se dai contenuti straordinari, è in linea di continuità nei confronti di una vita vissuta a realizzare la parola di Dio. La Maria che ci viene proposta è invece molto preoccupata dei suoi problemi terreni (l'accettare un marito che gli è stato imposto) e l'apparizione dell'angelo appare come una discontinuità nella sua esistenza.
Non mancano, per chi li vuol cogliere, i riferimenti  simbolici: come quando Maria, caduta in acqua mentre attraversa il fiume Giordano, si vede avvicinata a un serpente che rimanda a quello di Eva  e il ritrovamento, da parte dei soldati, nella grotta di Betlemme ormai vuota  (Giuseppe e Maria sono già fuggiti in Egitto), di una culla di legno con dentro abbandonato  un lenzuolo per fasciatura,  preannuncio del sepolcro vuoto

Il film complessivamente ha il dono della semplicità, è un racconto lineare che trasmette, per chi le accetta,  serenità e speranza.

Autore: Franco Olearo


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