LA NINA SANTA

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Titolo Originale: La nina santa
Paese: Italia/Argentina/Olanda/ Spagna
Anno: 2004
Regia: Lucrecia Martel
Sceneggiatura: Lucrecia Martel
Produzione: Lita Stantic/ El Deseo/ La Pasionaria /R & C, Produzioni/Teodora Cinema/ Fondazione Montecinema verità/ Hubert Bals Fund
Durata: 106'
Interpreti: Mercedes Moran, Carlos Belloso, Maria Alche,

Amalia, adolescente argentina in preda ai primi turbamenti sessuali e a confuse domande sulla sua vocazione suggerite dalle lezioni di catechismo, identifica la sua missione nella redenzione del Dott. Jano, un medico ospite di un convegno nell’albergo gestito dalla madre di lei, Helena,  sposato ma propenso a molestare le ragazzine. Anche Melena, divorziata insoddisfatta con problemi di udito, ha da parte sua messo gli occhi sul Dott. Jano. Slanci di corpo e spirito finiscono per mescolarsi causando non pochi problemi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’ostilità ad un certo tipo di educazione, non soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.
Pubblico 
Adulti
Film fortemente sconsigliato ad un pubblico adolescente per la presenza di diverse scene sensuali e di nudo e una scena di masturbazione esplicita.
Giudizio Artistico 
 
Film manifesta lo stile personalissimo dell'autrice: la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione; in numerosi tratti risulta statico. Il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta

Il film scritto e diretto da Lucrecia Martel è stato prodotto da Almodovar e la cosa è evidente sin dalle prime inquadrature: pur non aderendo all’estetica esuberante del regista spagnolo (il film è tutto giocato sui toni spenti del grigio e del marrone e volutamente coperto da una patina un po’ vecchiotta che ci farebbe volentieri spostare l’azione negli anni Sessanta), La nina santa riprende molti dei temi portanti della sua cinematografia recente. L’ostilità ad un certo tipo di educazione, qui nemmeno e soltanto cattolica, quanto religiosa in senso lato, l’attenzione insistita (si sarebbe tentati di definire perversa, ma diciamo pure iperrealistica) al dettaglio corporale, la confusione (voluta) tra aspirazioni spirituali e pulsioni sessuali e terrene.

Con il corollario non esplicito ma inevitabile che le prime non sono che la rappresentazione confusa e sublimata delle seconde e in quanto tali l’unico loro esito possibile o ragionevole è fondersi in esse. In effetti, mentre, forse a torto, l’ultima opera di Almodovar è stata letta come un atto d’accusa alla mala educacíon della Chiesa, va notato che nel film della Martel non compare nemmeno un prete o un crocefisso, anche se le litanie mariane recitate, con la stessa intensità e mancanza di coscienza di un mantra o di un training autogeno, dalla giovane protagonista e dalla sua amica sono un’evidente stoccata anticlericale. L’unica voce, assai poco autorevole, anche se esteticamente suggestiva, del punto di vista spirituale, è quella di una giovane insegnante (catechista? non è chiaro nemmeno quello) che sentiamo cantare, incerta ma con grande commozione, i versi dell’inno Vuestra soy come introduzione ad un incontro di spiritualità per adolescenti tutto incentrato sul tema della vocazione. Che tanta commozione debba essere provocata, più che da mistica devozione, da turbamenti ben più carnali, è il suggerimento che offre immediatamente Josephina, amica del cuore di Amalia, che ha già risolto a modo suo i contrasti tra i precetti religiosi in materia di sesso prematrimoniale e le sue “simpatie” per un giovane cugino.

Di fatto la meditazione comunitaria parrebbe risolversi nella discussione di materiali fotocopiati dalle fonti più varie, dalla mistica alla superstizione popolare, in un pot pourry folkloristico ma decisamente poco razionale, che nulla sembra avere a che fare con la reale esperienza delle ragazzine.

Così, mentre l’inno di Santa Teresa d’Avila definisce la vocazione come una disponibilità semplice ed appassionata di fronte ad una presenza così concreta ed umana da poter essere chiamata come uno sposo terreno, le ragazzine si perdono a domandarsi se la chiamata di Dio si presenti come una voce notturna o un bel segnale luminoso.

Salvo poi concretizzarsi, per la confusissima Amalaia, nelle avances stradali di un molestatore, a cui bisogna salvare l’anima, anche se non si capisce bene come. La missione della ragazzina si attua infatti in una sorta di reiterata offerta del proprio corpo e in un generico appello alla bontà (“Tu sei buono” sussurra in un orecchio Amalia al dottore, nella cui camera si è insinuata per l’ennesima volta).

Chi sente delle voci, però, (e l’ironico richiamo a Giovanna d’Arco, vista la giovane età della protagonista, non sembra casuale) farebbe meglio a considerarle il fastidioso risultato di troppi tuffi in piscina, come suggerisce il dott. Jano alla madre di Amalia, in un estemporaneo consulto audiometrico.

Altrimenti il rischio è di scambiare le “sane” pulsioni dell’età con altre cose, “orribili”, le definisce la madre di Josephina, “sciocchezze”, con più condiscendenza, quella di Amalia, tutte due, per altro, piuttosto disattente a quello che le rispettive figlie fanno del loro tempo libero.

La Martel ci descrive, con una certa abile finzione di realismo, un panorama umano squallido e vuoto di significato (la storia di fatto si tronca senza giungere ad una vera e propria conclusione e far esplodere tutti i propri conflitti). Un’impressione di desolazione esistenziale probabilmente non del tutto voluta dall’autrice, ma che è, almeno in parte, l’inevitabile risultato della negazione ostinata della specificità e irriducibilità della dimensione religiosa e spirituale dell’essere umano che è il presupposto della pellicola.

La recensione farà inserita  nel libro di prossima pubblicazione:

Scegliere un film 2005

Autore: Laura Cotta Ramosino


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