MARE DENTRO (L. Cotta Ramosino, A. Fumagalli

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Titolo Originale: Mar Adentro
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Alejandro Amenabar
Sceneggiatura: Alejandro Amenabar, Mateo Gil
Produzione: Himenóptero/Sogecine, UGC Images, Eyescreen, TVE Canal +, TVG, Filmanova Invest, Eurimages/ICAA
Durata: 125'
Interpreti: Javier Bardem, Lola Duenas, Belén Rueda

Ramón Sampedro, paralizzato da quasi trent’anni in seguito ad un tuffo andato male, rivendica il suo diritto a darsi la morte. Intorno a lui c’è chi lo sostiene della sua battaglia –un’avvocatessa malata, i membri di un’associazione pro eutanasia- e chi cerca di convincerlo che la vita vale la pena di essere vissuta.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Pubblico 
Sconsigliato
Film fortemente parziale intorno a una tesi preconfezionata. Modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico, così diverso da come avvenne nella realtà
Giudizio Artistico 
 
Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica riescono a convincere e a commuovere lo spettatore

Il film di Amenábar, che già con i suoi lavori precedenti (The Others e Apri gli occhi) aveva dimostrato di avere una visione del mondo e della vita tutt’altro che positiva (nel migliore dei casi la realtà è una menzogna e l’uomo può solo (di)sperare di accorgersene), ha conquistato prima il Leone d’Argento e poi l’Oscar 2005 come miglior film straniero, portando da Venezia in tutto il mondo lo scottante argomento dell’eutanasia.

Mar Adentro(in italiano Mare dentro, che ribalta il senso del titolo originale – “in alto mare” -, come in una delle strazianti poesie del protagonista), a parole dichiara di non essere un film costruito per “far giurisdizione”.

Ché, anzi, Ramón, il protagonista in cerca della morte (Javier Bardem, anche lui premiato a Venezia come miglior attore), non si stanca di rivendicare la singolarità del suo caso e della sua richiesta. Dichiara di non permettersi di giudicare gli altri (tetraplegici o meno), ma per questo pretende di non essere giudicato da nessuno. Trascorre le sue giornate in una frustrante immobilità talora interrotta da momenti onirici che gli permettono di cancellare, in un attimo, i quasi trent’anni trascorsi dall’incidente che lo ha reso invalido. Non sappiamo in che momento della sua esistenza Ramón abbia deciso di farla finita, ma ora questa volontà di morte, come dice in un’altra poesia, è il suo primo pensiero da quando si sveglia.

Se a questo punto in scena entrano tribunali ed avvocati (più o meno personalmente coinvolti nella questione), dunque, è solo per evitare a chi decidesse di aiutare Ramón una possibile condanna per omicidio nel nome di quelle che uno degli avvocati definisce “credenze metafisiche”, che nulla hanno a che fare con uno Stato laico.

Se non ci fosse questo “intoppo”, sembra dirci il film, tutto potrebbe essere risolto come una “faccenda personale”, come la gestione non discutibile di una “proprietà privata” (la vita, per l’appunto) in cui lo Stato non dovrebbe mettere becco.

Ramón Sampedro era un tempo un affascinante giramondo, ma da 26 anni è immobilizzato da uno sfortunato tuffo nell’acqua bassa: vediamo la sua vita fatta delle cure quotidiane garantite dall’amorevole cognata (ma anche dal nipote adolescente, dal fratello taciturno e dal vecchio padre, che –con sfumature diverse- non condividono e non capiscono la volontà di Ramón di morire). Quella vita che è una semplice proprietà a cui Ramon, come ciascuno, dovrebbe avere il diritto di rinunciare qualora non soddisfi più le sue aspettative.

Al di là di tutte le discussioni, obiezioni e prese di posizione, accuratamente e anche poeticamente drammatizzate nella pellicola attraverso il ventaglio di personaggi secondari, il nodo si stringe di fatto intorno a questo giudizio ultimamente negativo che nella testarda costanza di Ramón percorre sotterraneo l’intero film, annichilendo ogni alternativa e senza lasciare quasi vie d’uscita allo spettatore.

Il film è scritto, girato e recitato straordinariamente bene. La varietà dei personaggi, la qualità della recitazione, la bellezza delle immagini e della musica (composta dallo stesso regista) riescono a convincere e a commuovere lo spettatore, al servizio però –in modo non smaccato, ma sottile, intelligente e per questo molto più efficace- di una tesi preconfezionata e tutta da discutere.

Quello che rimane non spiegato –se alla fine del film ci si pone con libertà qualche domanda- è da dove viene la così pervicace volontà di morte di Ramón. Da dove viene, per esempio, la sua decisione – mai messa in discussione nel film- di limitarsi a vivere nel proprio letto, di non uscire mai dalla sua stanza, quando ci sono persone in condizioni peggiori delle sue, che riescono a muoversi, a svolgere attività lavorative; secondo un altro tetraplegico a cui accenneremo fra poco, Ramón, col tipo di lesione che aveva, sarebbe stato per es. in grado di arrivare, con un po’ di esercizio, a guidare un modello apposito di automobile. Il film invece prende come un dato di fatto sin dall’inizio –senza discuterla, se non in modo del tutto superficiale- la volontà di morire di Ramón, quindi senza indagarla davvero, senza sforzarsi di spiegarla: se si fosse fatta questa domanda, il film sarebbe stato molto utile a tutti noi, anche ai malati come Ramón, che invece trovano qui una soluzione bell’e pronta ai loro problemi e ai problemi di chi li assiste: farsi eliminare. Nei vari dibattiti nati a partire dal film vengono infatti riportati casi di malati che hanno preso esempio dal film decidendo di finire la loro vita. E giova ricordare che un caso come quello di Ramón fosse unico proprio per la pervicace volontà di morire del malato: la grandissima maggioranza delle persone nelle sue condizioni si impegnano invece a “risalire”, a lavorare, a cercare di avere una vita il più normale possibile. Era stata proprio l’inspiegabile -ed eccezionale- volontà di morte di Ramón a renderlo ideale per sollevare, ben prima del film di Amenábar, un “caso” politico, portato dall’associazione pro-eutanasia che lo sosteneva, come bandiera per la legalizzazione della “morte dolce”.

Almeno tre spie indicano la forte – ma ben nascosta- parzialità del film. La prima è non voler dar spazio ai motivi per cui Julia, l’avvocatessa con malattia degenerativa che diventa amica di Ramón e a un certo punto aveva deciso di morire con lui, cambia idea e sceglie la vita. Capiamo che ha cambiato idea, ma nel film non ci viene detto perché.

La seconda è il modo offensivamente caricaturale in cui viene trattato l’intervento di un sacerdote cattolico che cerca di dissuadere Ramón dai suoi propositi suicidi. Non solo –diversamente da tutti gli altri personaggi- non viene visto con un minimo di partecipazione. Non solo gli si fa dire una frase mal riuscita e antipatica, ma lo si fa accompagnare da due giovincelli rappresentati come insicuri e un po’ deficienti, e la scena in cui lui vorrebbe raggiungere Ramón per parlare con lui, ma non riesce a causa della sedia a rotelle troppo ingombrante, è trattata con un’ironia distanziante davvero fastidiosa. L’episodio riprende una relazione che in realtà fu quasi solo epistolare con un sacerdote della Prelatura dell’Opus Dei, don Luis De Moya, paralizzato in modo ancora più grave di Ramón (lesione C4 mentre Ramón aveva una C7), che pregò per lui e cercò di convincerlo che valeva la pena continuare a vivere. Don Luis, che oggi si muove su una sedia a rotelle automatizzata e svolge il suo ministero sacerdotale di cappellano universitario con una certa normalità, ha raccontato la sua esperienza in un bel libro uscito anche in Italia (Sobre la marcha, trad. it. Strada facendo, edizioni Cercate, Verona ; molte informazioni sul caso Sanpedro sono anche sui siti internet www.luisdemoya.org e www.muertedigna.org ).

Quanto al film, si potrebbe continuare con altri dettagli per nulla innocenti. Per es. il più fiero oppositore all’eutanasia è il fratello di Ramón, che è rappresentato come una persona “antica”, retrograda, che non sa dire altro che “Io sono il tuo fratello maggiore” e “Finché ci sono io in questa casa non si uccide nessuno”. I membri dell’associazione pro-eutanasia sono invece tutti simpatici, cordiali, affettuosi, equilibrati: addirittura una ragazza partorisce un bel bambino nel corso del film.

L’altra dimensione su cui il film tace è il carico di sofferenze e –a giudicare dalle dichiarazioni degli interessati, anche di ostilità e di odio- che queste scelte portano con sé. Qualche mese dopo l’uscita del film, Ramona Maniero (che nella pellicola diventa “Rosa”) ha dichiarato –nel momento in cui il reato veniva prescritto- che è stata lei a versare il cianuro e ad aiutare Ramón a morire. Questa dichiarazione ha portato a una replica piena di ostilità, per non dire –purtroppo- di odio, da parte della cognata di Ramón, Manuela, che ha dichiarato senza mezzi termini che Ramona è un’assassina e che, se potesse vederla impiccata, lo farebbe oggi stesso. “Non la perdonerò mai” ha dichiarato ai giornali spagnoli, aggiungendo che questa donna aveva trattato malissimo Ramón, lasciandolo pieno di piaghe, quando a casa sua invece era stato sempre bene. La donna ha inoltre ipotizzato che questa dichiarazione sia stata fatta per denaro, dato che Ramona non ha un lavoro e vive ora con un uomo anch’esso senza lavoro.

La realtà è quindi ben più complessa e più amara delle immagini idilliache finali del film, con mare e spiaggia su cui si libra l’anima (ma non aveva negato di credere all’aldilà?) del povero Ramón.

Certo, la questione dell’eutanasia, quando prende la forma del diritto al suicidio, è una di quelle in cui emerge più chiaramente come la discriminante finale sia fra chi crede che Dio sia un Padre e abbia Lui nelle mani la nostra vita e chi pensa che invece tutto finisca qui. Ma anche nel trattare le dimensioni solo umane del problema, una maggior completezza  e onestà di questo film che ha –purtroppo, occorre dire, perché è al servizio di una tesi assai pericolosa- una fattura così ben elaborata, sarebbe stata del tutto auspicabile. Di fatto questo film diventa istigazione al suicidio per chi è malato, e –come iniziano a testimoniare alcuni tetraplegici- fa venire voglia di dire a chi li vede: perché, visto che soffri tanto, non la fai finita?

Rendendo esemplare il caso di Ramón Sampedro, Amenábar non ha fatto né a loro né a noi un bel servizio.

Luisa Cotta Ramosino e Armando Fumagalli

Per gentile concessione di: Studi Cattolici

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Autore: Luisa Cotta Ramosino


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