LA MALA EDUCACION

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Titolo Originale: LA MALA EDUCACION
Paese: Spagna
Anno: 2004
Regia: Pedro Almodóvar
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Produzione: Austin e Pedro Almodòvar per el deseo s.a.
Durata: 105'
Interpreti: Gael Garcia Bernàl, Fele Martinez, Javier Camara

Regia di , soggetto e sceneggiatura di   ; produzione di  Spagna 2004, durata:
Pedro Almodóvar, dopo gli esordi vitalistici e confusi degli anni della movida, ha via via imparato ad usare una retorica straordinariamente efficace per muovere il sentimento degli spettatori, e in particolare del pubblico femminile.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film ideologicamente estremo: il regista si esprime mosso dal risentimento. I sacerdoti sono tutti indistintamente cattivi e i protagonisti sono tutti omosessuali
Pubblico 
Sconsigliato
Scene di nudo e/o di sesso. Ripetuto uso di droghe. Per la posizione estrema e squilibrata del regista
Giudizio Artistico 
 
Scene di nudo e/o di sesso. Ripetuto uso di droghe. Per la posizione estrema e squilibrata del regista

Forse l’apice di questa abilità, nella sua carriera, è stato Tutto su mia madre, dove egli ricorreva al dolore di una madre per la morte del figlio adolescente, per portare avanti una storia che sosteneva in pratica l’inutilità del genere maschile (gli uomini, se non erano gay o travestiti erano dementi, criminali o inesistenti). Ma appunto, queste sue personali convinzioni ideologiche sono portate avanti in storie costruite con effetti “patemici”, cioè sentimentali, forti e primari, straordinariamente efficaci: gran parte del pubblico si commuove e commovendosi si lascia anche “muovere” (benché di solito non se ne accorga), verso le idee del regista. Meno estremo in questa ideologia era il penultimo suo film, Parla con lei –dove almeno gli uomini erano uomini e le donne donne- mentre invece in La mala educación l’assunto da dimostrare sembra aver forzato la mano al regista spagnolo, che ha realizzato un film ideologicamente estremo e narrativamente pasticciato, anche se giocato con le consuete abilità nella messa in scena: grande sensibilità visiva e gusto per i colori forti e caldi (i titoli di testa sono come al solito un piccolo capolavoro), un uso emotivamente magistrale della musica, che qui viene usata a sottolineare sapientemente alcuni momenti chiave della storia, un’ottima direzione degli attori.

            Come al solito, Almodóvar non risparmia le svolte da soap per alzare il tasso emotivo di una storia che a guardarla freddamente appare non solo radicalmente inaccettabile nelle sue tesi, ma anche assai poco convincente nella sua logica: troviamo morti, scambi di identità, amore e violenza sessuale, ricatti e omicidi. La differenza con Dallas o Beautiful, però è che qui tutti i personaggi –i quattro principali e due dei tre personaggi secondari- sono omosessuali.

            Siamo nel 1977 (avvisiamo il lettore che lo informeremo anche della fine del film) e Ignacio torna - dopo anni che non si vedevano- a trovare Enrique, ormai diventato un regista famoso e gli porta un racconto autobiografico, La visita, da cui Enrique sembra affascinato al punto di volerne fare un film. Ignacio molti anni prima era stato compagno di collegio di Enrique e lì aveva subito le violenze sessuali di padre Manolo, mentre però si innamorava di Enrique. Enrique verrà allontanato dal collegio. Il racconto che viene portato a Enrique narra di un Ignacio adulto, ormai un travestito, che torna da padre Manolo a chiedergli conto di quello che ha fatto e a ricattarlo. Il punto è che il regista Enrique non è molto convinto che Ignacio sia proprio lui: qualcosa gli dice che non è così. E infatti verremo a scoprire che non si tratta di Ignacio, ma del fratello Juan, che si spaccia per Ignacio mentre Ignacio – che era diventato veramente un travestito e un drogato- è morto per un’overdose. Ma la sua morte è stata causata proprio dall’ex padre Manolo, ora ridotto allo stato laicale e di professione editore, che era entrato in contatto con Ignacio e il fratello proprio cercando il manoscritto di La visita. Manolo si era quindi innamorato di Juan: entrambi infastiditi per le eccessive richieste di denaro di Ignacio, che minacciava di gettare Manolo, ora sposato e con figli, in uno scandalo, avevano pensato bene di metterlo a tacere con un’overdose. Enrique si era già accorto che Ignacio era in realtà Juan, ma La mala educación finisce con la scoperta delle dinamiche di questo delitto (nel racconto, invece, che fa da spunto al film che Enrique sta girando, Ignacio viene ucciso da un altro prete, collaboratore di padre Manolo, che gli rompe l’osso del collo con una facilità e una non chalance tale che sembra che nella vita non abbia mai fatto altro che il killer…). 

            La mala educación, finanziato dalla Warner, è stato lanciato sia nelle immagini, sia nella campagna pubblicitaria, come una storia sulle storture della vita nei collegi cattolici e sull’abuso da parte dei sacerdoti. In realtà questa è una componente di avvio della storia che non viene però approfondita. E’ curioso il fatto che nel cinema sembra ormai uno sport internazionale quello di parlar male –come categoria in sé- solo e unicamente dei cattolici. Quando si fa un film su un poliziotto corrotto, si fa vedere che altri poliziotti sono onesti. Se per caso (nel cinema raro, invero) un monaco buddista ha dei dubbi, si fa vedere che esistono altri monaci buddisti molto felici, e così via per qualsiasi categoria di persone. L’unica categoria che sembra ammettere solo criminali è quella dei preti e delle suore: erano peggio dei nazisti tutte (non qualcuna, tutte) le suore (e tutti i preti) di Magdalene, sono pessimi individui entrambi i preti che si vedono in La mala educación: uno abusa di un bambino e l’altro ammazza a sangue freddo. Il fatto che poi padre Manolo getti l’abito alle ortiche è una magra consolazione: speriamo che sia per un rigurgito di buon senso dell’autore del film e non solo perché serviva averlo ormai come editore per riannodare le fila del racconto…

            Però il film non va tanto nella direzione della polemica anti-cattolica: si vede che la logica del racconto ha preso le mani al regista, perché invece nelle parole di Almodóvar –compresa una intervista adorante effettuatagli dalla nota critica cinematografica Mara Venier dal pulpito di Domenica in nel pomeriggio di domenica 10 ottobre 2004 su Raiuno- la sintesi del film era, che la “cattiva educazione è quella cattolica”. Il film, come dicevamo, non dedica molto spazio agli episodi della scuola (forse, con queste premesse, è una fortuna), che sono piuttosto l’avvio di una storia che poi si svolge fra sniffate di droga, locali per travestiti, sesso per soli uomini, ecc. Nel film non c’è un vero climax, non c’è un vero percorso interiore del protagonista, che appunto scopriamo non essere la persona che si pensava che fosse: solo qualche sorpresa per tenere su le emozioni dello spettatore, ma alla fine rimane sostanzialmente il vuoto. Certo, Almodóvar cerca di rendere più o meno credibile, per i minuti che dura il film, un mondo in cui l’unica donna che appare per pochi minuti è la madre dei due fratelli e in cui tutti –come dicevamo- sono omosessuali o accettano rapporti omosessuali come se fosse la cosa più normale di questo mondo.

In un’intervista di lancio del film (Corriere della sera, 28.9.04, p.39), a proposito della decisione del governo spagnolo di riconoscere i matrimoni fra omosessuali, vengono riportate le seguenti frasi del regista: “Se il mio cinema può aver influenzato questa decisione? Magari”. Certo, questo –come ammette lo stesso regista- è un film cupo, in cui ogni personaggio ha dei gravi lati oscuri con cui fare i conti.

Certo anche è che Almodóvar ha portato tanto avanti le sue ossessioni –e il risentimento è tanto poco un buon consigliere per un regista- che questo film sul mercato internazionale ha avuto molto meno successo delle sue due opere precedenti e anche in Italia, Paese pur notoriamente ipertollerante (sarà perché cattolico?) con qualsiasi presa di posizione anche estrema, il film ha incassato molto meno dei precedenti.

Autore: Armando Fumagalli


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