LETTERE DA IWO JIMA

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Titolo Originale: Letters From Iwo Jima
Paese: USA
Anno: 2006
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Iris Yamashita
Durata: 150'
Interpreti: Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya, Tsuyoshi Ihara

Il generale Tadamichi Kuribayashi ha accettato l'incarico di comandare i soldati che dovranno  difendere l'isola di Iwo Jima dal  assalto degli americani ormai prossimo. La flotta giapponese è stata distrutta, gli ultimi aerei sono partiti per difendere la madrepatria: i difensori non avranno alcun soccorso e dovranno combattere fino all'ultimo uomo. Molti sono pronti a compiere il loro dovere; pochi pensano di arrendersi, altri, come il panettiere Saigo cerca di tornare sano e salvo dalla sua giovane moglie...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ogni popolo ha le sue specifiche tradizioni, più o meno sbagliate, ma i singoli individui sanno alla fine compiere il proprio dovere
Pubblico 
Adolescenti
Alcune violenti scene di battaglia. Sia giapponesi che americani infieriscono sui prigionieri inermi
Giudizio Artistico 
 
La regia asciutta e rigorosa di Clint Eastwood sa dare corpo a un film ricco di contenuti senza molte concessioni allo spettacolo

Il generale Tadamichi Kuribayashi  è gravemente ferito; in base a quel che gli detta il suo onore di ufficiale giapponese, deve fare karachiri. Si rivolge al soldato che gli sta accanto e gli chiede: “questo terreno è ancora giapponese?” Si riferisce al piccolo spiazzo davanti al mare verso il quale si è faticosamente trascinato: l’isola è ormai in mano agli americani ma il generale sa che l' ultimo atto della sua vita può essere compiuto solo sul suolo sacro giapponese.

Clint Eastwood ha avuto con questo film l’incredibile capacità, aiutato dalla sceneggiatrice nippo-americana Iris Yamasita, di diventare giapponese fra i giapponesi, di calasi nella mentalità  di quei soldati e ufficiali che più di 60 anni fa difesero l’isola di Iwo Jima, territorio giapponese a tutti gli effetti, sicuri che il loro unico destino era la morte con onore perché la madre patria non aveva più una flotta né un’aviazione da mandare in soccorso.

Il film vuole essere la guerra vista dai vinti, l’esatto simmetrico del suo precedente Flags of Our Fathers. Le differenze sono però sostanziali: il primo era un film di guerra classico, con sbarchi, navi, bombardamenti; nella battaglia vista dai giapponesi la vita si svolge in prevalenza nel sottosuolo e nei bunker scavati dai difensori; si grida raramente perché i protagonisti parlano sottovoce per non esser individuati dai nemici. Nella versione della battaglia vista dagli americani la vicenda si spostava  frequentemente in madrepatria anche allo scopo di allentare la tensione drammatica, mentre in Letters from Iwo Jima i ricordi della vita in  Giappone prima della partenza per la guerra sono rari e si svolgono in interni o nel buio della sera. Nelle scene sull'isola il colore è stato denaturato fin quasi al bianco e nero per avvicinarsi di più al colore della cenere che ricopre quest’arida terra vulcanica. I personaggi parlano in lingua originale con sottotitoli per tutta la durata del film, di  due ore e venti minuti. Tutti questi elementi orientano lo spettatore ad assistere a un film di contenuti,  senza molte concessioni allo spettacolo.

Ciò che resta uguale in queste ultime due opere del regista  è l'impianto narrativo: in entrambe un pugno di  uomini reagiscono in modo diverso a ciò che dall'alto viene loro imposto: nella versione americana si tratta del dovere di partecipare alla propaganda bellica anche quando eroi non lo si è mai stati (i veri eroi sono morti); in quella giapponese la patria ordina a 20.000 giapponesi di resistere a 100.000 americani fino all'estremo sacrificio. Il tenente Ito non sopporta di doversi porre sulla difensiva e desidera solo morire con onore combattendo contro gli americani; il fornaio Saigo, che ha lasciato in patria la giovane moglie in attesa, cerca di compiere il suo dovere ma fa di tutto per salvare la pelle; Shizumu, diventato soldato semplice dopo esser stato espulso dall'accademia militare perché poco bellicoso, non riesce più a trovare un suo posto nella rigida classificazione di ruoli che la società gli impone e cerca di arrendersi agli americani.  Solo il generale Tadamichi Kuribayashi è l'eroe perfetto: cosciente del proprio destino, organizza una efficace strategia difensiva che renderà estremamente ardua la conquista dell'isola e che eviterà che si compia un sacrificio fanatico quanto inutile dei suoi uomini.
Perché anche questo film di Clint Eastwood ha il respiro di una grandiosa opera  di respiro universale? Non certo per le sue doti tecniche (la sua regia è senz'altro classica) ma forse perché negli ultimi lavori ha deciso di puntare tutto sull'uomo, sul rappresentare quel drammatico destino che unisce uomini di latitudini diverse, piccoli soldati o grandi generali. Di scoprirli per quel che sono, fragili esseri aggrappati ai loro affetti, spesso pieni di difetti ma capaci, di fronte a un tragico destino che li sovrasta, di conservare o ritrovare la propria dignità di uomini.

Autore: Franco Olearo


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