IO NON HO PAURA

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Titolo Originale: IO NON HO PAURA
Paese: Italia
Anno: 2003
Regia: Gabriele Salvatores
Sceneggiatura: Niccolò Ammanniti, Francesca Marciano
Durata: 108'
Interpreti: Giuseppe Cristiano (Michele), Mattia di Pierro (Filippo), Aitana Sanchez-Gijon (Anna), Diego Abbatantuono (Sergio)

Nella bellezza assolata della Sicilia il dodicenne Michele scopre il coetaneo Filippo imprigionato in una buca; superando la paura della verità che quella scoperta nasconde troverà il coraggio di aiutare il ragazzo offrendo anche una possibilità di riscatto al padre coinvolto nel rapimento.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La purezza dell'infanzia come forza di conversione per gli adulti
Pubblico 
Adolescenti
Per alcune scena di violenza in particolare sulla madre di Michele
Giudizio Artistico 
 
La regia di Salvatores e la sceneggiatura di Ammanniti, riescono a farci vedere il mondo attraverso gli occhi dell'infanzia

Tratto dal romanzo di Niccolò Ammanniti e proposto dall’Italia come candidato all’Oscar, l’ultimo film di Gabriele Salvatores riesce in effetti a centrare un obiettivo generalmente mancato (forse anche perché raramente cercato) dalla gran parte delle pellicole italiane: convince pubblico e critica, ottiene un ottimo risultato al botteghino e ha tutte le carte in regola per trovare spazio anche sui mercati esteri.

La vicenda è semplice come una fiaba (uno stile di racconto che la pellicola sfrutta con intelligenza a livello di immagini e moduli narrativi), ma niente affatto banale perché presenta, attraverso gli occhi curiosi e attenti di un bambino, un percorso realmente significativo.

La ricostruzione meticolosa e poetica della vita di un minuscolo paese della Sicilia centrale (anche se il film è stato girato in Basilicata) alla fine degli anni ’70, fatta di giornate sempre uguali e sempre diverse, di ritmi antichi e dell’attesa quotidiana della novità (anche quando coincide solo con un paio di scarpe nuove o con un giocattolo ai nostri occhi ormai “vecchio”), è, infatti, la premessa necessaria ad ambientare l’avventura della crescita del piccolo protagonista.

Fedele alla premessa di osservare ogni cosa attraverso i suoi occhi, il regista gioca forse in modo eccessivo sulla poeticità del paesaggio e la prevedibilità di alcune figure (gli sterminati campi di grano, il personaggio della madre non del tutto risolto), ma riesce a raccontare con grande partecipazione il percorso di Michele: la sua tenerezza nei confronti della sorellina (durante quei giochi di bambini che tradiscono la tentazione della crudeltà a cui gli adulti hanno già ceduto), lo sbigottimento nella scoperta di ciò che si nasconde nella buca e poi la sfida che quell’evento pone al ragazzo.

Così a poco a poco ci accorgiamo che è lo stesso Michele a rendere la sua vicenda un racconto, perché egli opera una ricostruzione necessaria rendere l’esistenza comprensibile fino in fondo.

Il primo elemento da comprendere è proprio l’Altro, il povero esserino affamato ed esausto che si affaccia dal buio e può fare paura solo alla sua prima apparizione.

Michele e Filippo il prigioniero sono costruiti per essere, almeno visivamente, l’uno l’opposto dell’altro: bruno e spavaldo il primo, ma anche semplice e ingenuo nel suo approccio alla realtà; simile ad albino e quasi cieco il secondo, perfino raffinato nel ricostruire la sua esistenza di recluso, una figura in cui la violenza subita ha è già insinuato il senso del male e del dolore (vissuto nella convinzione dell’abbandono da parte dei genitori); sono loro, così lontani, ma al tempo stesso uniti dalla loro essere alle soglie di una nuova epoca della vita, i protagonisti della fiaba nera di cui Michele si è reso narratore.

In questa storia si scopre fin troppo presto chi sono gli orchi: adulti e quasi adulti (pochi anni separano i bulletti che giocano con Michele dai ragazzi che partecipano al sequestro), che a poco a poco rivelano il volto nascosto dietro il fascino folcloristico della ricostruzione d’epoca e d’ambiente; è la loro miseria (come anche il silenzio complice di chi è disposto a veder morire un bambino per uscire dalla povertà), subito pronta a diventare violenza, che convince Michele a mettersi in gioco nel rapporto con l’Altro, anche se questo significa mettere in discussione quel padre troppo spesso assente (ma comunque sempre amato).

Senza scomodare nozioni di psicologia dell’inconscio (evocate da quella buca nascosta in cui è imprigionato un bambino che si crede morto), la storia che Salvatores è riuscito a narrare è prima di tutto quella di un’amicizia tra ragazzi, difficile nelle sue premesse ed esigente nei suoi esiti. La poeticità del mondo di Michele, infatti, deve far presto i conti con l’urgenza di scelte morali importanti e difficili, scelte di fronte alle quali, e questo è il secondo tema del film, proprio il coraggio di un bambino è capace di interrogare la coscienza di un adulto, il padre di Michele, proiettandolo verso un finale riscatto.

Le armi di Michele, però, non sono solo le filastrocche infantili che lo guidano nel salvataggio notturno, ma anche la certezza inattaccabile dell’amore del padre (anche se lo sa coinvolto con il cattivo Abatantuono il bambino non esita ad andargli incontro nel finale della vicenda) ed è per questa ragione che il passaggio all’età adulta, pur segnato dalla violenza, può tradursi non in una tragica perdita dell’innocenza, ma nell’evoluzione positiva del rapporto tra genitore e figlio.

Il percorso di Michele, infatti, invece di trascorrere da un’illusoria età dell’oro fatta di giochi e libertà verso un’adolescenza e una maturità segnate dall’iniziazione alla violenza e al crimine, gli permette di diventare, invece, veicolo di salvezza per suo padre, mostrando con l’impeto spontaneo e testardo della sua affettività che solo la verità rende liberi e che la redenzione è sempre possibile.

(Per gentile concessione di: Studi Cattolici)

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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