KING ARTHUR

Titolo Originale: King Arthur
Paese: USA/Irlanda
Anno: 2004
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: David Franzoni, John Lee Hancock
Durata: 130'
Interpreti: Clive Owen, Keira Knightley, Ioan Gruffud

Nel 452 D.C. i romani decidono di abbandonare l'Inghilterra, ormai non più difendibile. I nativi Britanni, sotto la guida del loro re Artorius (Artù)  riescono ad evitare a lungo l'invasione degli inglesi. Fin qui la storia. Nel film Artù é mezzo romano e mezzo britannico, gli invasori sono sassoni, Ginevra è una guerriera Britannica,..

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un mito cristiano per eccellenza viene trasformato in esaltazione di orgoglioso ateismo, contro ogni forma di superstizione religiosa
Pubblico 
Adolescenti con riserva
Le scene di battaglia sono state sapientemente editate (nessun dettaglio cruento) per evitare il rating di "restricted" in USA. L'unica scena d'amore si ferma ai preamboli. E' stato posto "con riserva "per la necessità di spiegare le idee che vengono trasmesse
Giudizio Artistico 
 
Modesta profondità dei personaggi, scene di battaglia confuse (tranne una valida sequenza sul ghiaccio), musica enfatica

Vi ricordate di "I magnifici sette"(1960)? Sette cowboy decidono generosamente di difendere un villaggio di poveri contadini messicani dai soprusi di una banda di fuorilegge, anche senza alcun ritorno economico.

In "King Arthur" un manipolo di cavalieri sarmati, (popolo dell'Est Europeo conquistato dai romani) hanno l'obbligo di prestare servizio militare per 15 anni e lo fanno ai confini dell'impero, al vallo di Adriano. Li guida Artù, che è invece un un meticcio di padre romano e madre britannica. Terminato i loro servizio per l'Impero, i cavalieri della tavola Rotonda , ora che i Romani hanno deciso di disimpegnarsi dai territori di Albione, si offrono di aiutare il popolo  dei Britanni a difendere la loro terra contro l'invasione dei terribili sassoni.

Le premesse per realizzare un film di puro intrattenimento che attirasse una platea di adolescenti americani nell'alta stagione estiva c'erano tutte:   Jerry Bruckheimer, è il produttore di  la maledizione della prima luna (2003); David Franzoni è lo sceneggiatore del Gladiatore (2000)  mentre la musica è di Hans Zimmer che ha composto la colonna sonora di quest'ultimo film.

L'obiettivo è stato mancato per una serie di motivi: il regista Antoine Fuqua ("Training Day") non è il Ridley Scott del Gladiatore: gli manca  la potenza espressiva delle immagini (ad eccezione per la sequenza della battaglia sul lago ghiacciato e la bella ricostruzione del Vallo e dei castra romani)   ma sopratutto il senso eroico e leggendario  è trattato come un cliché che viene ottenuto a forza di immagini di  cavalieri con stendardo al vento che corrono al galoppo su di un baio  mentre le note  della colonna musicale sono pompate al massimo. Occorre al contrario riconoscere un ottimo lavoro di casting per gli attori di secondo piano (il truce capo dei sassoni ( Stellan Skarsgard) nonché  gli altri cavalieri della tavola rotonda, come il gigantesco Bors (Ray Winstone) e  l'astuto Tristano (Mads Mikkelsen). I protagonisti sono invece tratteggiati a due dimensioni, come gli eroi di un videogame. Solo Artù (Clive Owen) mostra una buona professionalità senza però impegnarsi troppo nel manifestare le sue amletiche incertezze  fra la fedeltà a Roma o alla sua terra materna.

Che dire di Keira Knightley, la Ginevra guerriera? E' in effetti difficile immaginare una ragazza tendente all'anoressico moderno imbracciare una spada pesante svariati chili contro i mastodontici sassoni; è ancor più difficile immaginare che mentre tutti indossano pesanti corazze per prepararsi alla battaglia, lei invece si presenta con un succinto abitino, degno di una collezione per l'alta moda primavera-estate. C'è una cosa però da riconoscere in suo favore: lei è l'unica vera diva del film (ho detto diva, non necessariamente attrice) che buca lo schermo in confronto con  i tenui bassorilievi costruiti dagli altri attori.

Come sempre è  nostro specifico obiettivo in queste recensioni,  sottolineare quale messaggio, neanche troppo implicito,viene trasmesso in questo film. In questo caso c'è l'esaltazione dello spirito di indipendenza, di libertà che c'è in ogni uomo; Artù, dopo che ha preso  l'eroica decisione di non congedarsi ma di combattere per la causa dei Britanni, esclama orgogliosamente che lui è un uomo libero e proprio perché  tale  ha deciso di impegnarsi in  questa missione. Fin qui tutto è molto bello e giusto (sicuramente la parola "libertà" è quella che maggiormente ricorre nei  dialoghi del film) sennonché la libertà, o più precisamente il libero arbitrio va nella direzione di una visione immanente, chiusa a ogni forma di religiosità che viene vista come superstizione e dannosa oppressione (anche il recente Troy, presentava la figura di un eroe che vuole contare solo sulle proprie forze  e  che osteggia ogni riferimento agli dei) .

Per sviluppare questo concetto Artù, unico cristiano fra i cavalieri della tavola rotonda, ci viene presentato come un fervente sostenitore delle idee di Pelagio (quindi la visione di un uomo che da solo può acquistarsi il Paradiso, senza la necessità della grazia divina). "Pelagio dice che tutti gli uomini sono nati uguali e sono figli di Dio" esclama ammirato Artù, quasi parafrasando il primo articolo della costituzione americana (Artù o meglio lo sceneggiatore, evidentemente non sanno che l'uguaglianza di tutti  gli uomini davanti a Dio  è una delle verità fondamentali del cristianesimo, senza disturbare l'eresia di Pelagio). Poi, scoperto che Palagio è stato accusato di eresia  ed ucciso, Artù abbandona la religione cristiana e ritorna fra la sua gente, i Britanni e i loro sacerdoti druidi.

Per aiutare Artù a convincersi della necessità di questo distacco,  la Chiesa viene presentata come un tutto unitario con gli interessi dell'impero (stranamente Artù riceve ordini da un vescovo, invece che da un funzionario imperiale) ed è avida e crudele ( un monaco difende, sotto il pretesto di conservare un luogo sacro, una prigione dove  venivano torturati i dissidenti). In un'altra scena Bors, uno dei cavalieri pagani della tavola rotonda  ridicolizza un monaco, fingendo di mettersi a pregare anche lui e poi esclamando: "Come mai non succede niente?". Si tratta anche in questo caso, di un palese anacronismo,visto che i popoli pagani dell'epoca non credevano nel Dio cristiano ma  credevano comunque nei loro dei; il concetto di ateismo visto come orgogliosa affermazione di autosufficienza è assolutamente moderno.

Autore: Franco Olearo


Share |