L'ultimo dominatore dell'Aria

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Titolo Originale: The last Airbender
Paese: USA
Anno: 2010
Regia: M. Night Shymalan
Sceneggiatura: M. Night Shymalan
Produzione: Scott Aversano, Frank Marshall M. Night Shymalan per Blinding Edge Pictures/The Kennedy/Marshall Company/ Paramount Pictures
Durata: 103'
Interpreti: Dev Patel, Noah Ringer, Jackson Rathbone, Nicola Peltz

In un mondo diviso in quattro nazioni, ciascuna con il dominio di un elemento (Acqua, Aria, Fuoco e Terra), a garantire l’equilibrio è l’Avatar, unico a poter comunicare con gli spiriti e controllare tutti gli elementi. Ma da cento anni l’Avatar è scomparso e la nazione del Fuoco porta la guerra in tutto il mondo senza trovare oppositori. L’arrivo di un bambino misterioso, Ang, su cui tutti vogliono mettere le mani, cambierà le cose…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.
Pubblico 
Pre-adolescenti
Qualche scena di combattimento impressionante per i più piccoli.
Giudizio Artistico 
 
I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po' deludenti. I protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente

Chiunque non se la sappia cavare con le scene d’azione dovrebbe lasciar perdere il genere fantasy. E Shamalyan, a suo tempo autore di film riusciti come Il sesto senso, ci dimostra qui di non avere il gusto e la stoffa per questo genere di cose. I combattimenti a base di arti marziali sono lenti e modesti, quelli che sfruttano le abilità di dominatori degli elementi dei protagonisti un po’ deludenti (tranne quello finale del piccolo Ang, che solleva il mare in stile Antico Testamento) mentre al suo mondo alternativo, nonostante un 3D un po’ posticcio, manca il senso del meraviglioso cui ci hanno abituato la trilogia de Il Signore degli Anelli o di Narnia.

Gli si scuserebbe questa mancanza di mezzi tecnici se almeno fosse in grado di offrirci una storia affascinante e coinvolgente. Invece anche in questo il regista (che produce e scrive, ispirandosi a una serie di cartoni animati di Nickelodeon) fallisce miseramente.

I suoi protagonisti sono dotati di una psicologia elementare e a volte persino incoerente, a partire dal piccolo Avatar riluttante, per continuare con i suoi compagni di viaggio e con coloro che lo inseguono, il malvagio generale Jao e il tormentato principe Zukko, potenzialmente il personaggio più interessante della saga.

La sua back story di figlio rinnegato in cerca di riscatto viene raccontata, come molti altri particolari rilevanti della vicenda, in flashback confusi e antidrammatici, mentre la voce fuoricampo, un po’ invadente, della giovane Katara irrompe qua e là a raggiungere informazioni che potrebbero arrivare dentro la storia e non da fuori.

Con questo fantasy zoppicante Shamalyan sembra intenzionato a compiere la stessa operazione che a suo tempo John Travolta tentò con La guerra dei mondi, cioè di veicolare con una storia una vaga ideologia pseudo-religiosa. Là si trattava di Scientology, qui di una versione annacquata di metafisica e di cosmologia buddista, con tanto di reincarnazioni, meditazione, distacco, Yin e Yang, in tutto per la verità buttato lì in maniera insieme didascalica e confusa.

Il piccolo Avatar viene scelto, proprio come accade con il Dalai Lama, facendogli riconoscere degli oggetti appartenuti al suo predecessore (ovvero la sua precedente incarnazione) e cresce in mezzo a monaci arancione-vestiti, medita in posa da Illuminato e deve accettare il suo ruolo di salvatore dell’umanità superando le passioni di rabbia e vendetta.

Il problema è che Shymalan sembra aver rinunciato al sentimento e alle passioni nel suo stesso racconto, e tratta i suoi molti (troppi) personaggi più come i cartoni bidimensionali a cui si ispira che come persone, con il risultato che non ci si affeziona a nessuno di loro, mentre le lezioncine filosofiche finiscono per risultare pesanti per i bambini (gli unici a cui una struttura narrativa così elementare potrebbe piacere) e indigeste anche agli adulti.

La pellicola era evidentemente prevista come la prima di una serie, ma visti i modesti risultati al botteghino è probabile che la chiusa zoppicante e insoddisfacente segni la fine delle velleità del regista indiano in questo campo.

Autore: Laura Cotta Ramosino


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