LA FORESTRA DEI PUGNALI VOLANTI

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Titolo Originale: Shi mian mai fu/House of flying daggers
Paese: Hong Kong/ Cina
Anno: 2004
Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Zhang Yimou
Produzione: Edko Films, Zhang Yimou Studios
Interpreti: Zhang Ziyi, Takeshi Kaneshiro, Andy Lau, Dandan Song

 Nel 2001 La tigre e il dragone di Ang Lee è stato il deciso apripista delle susseguenti massicce importazioni di cappa e spada cinese. Un successo di pubblico ben diffuso dai media ha tolto ai distributori ogni dubbio superfluo e la moda, inseguendo il successo per codificarlo in tendenza, si è presto occupata di farne un’occasione etnico-autoriale da non perdere.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La violenza è solo un presupposto per giochi di danza rappresentati come schemi di geometrica armonia. Visione favolistica della bellezza della natura
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
È un’immedesimazione che entusiasma, il dominio della materia e la sperimentazione visiva sono senza pari, ma alla lunga il racconto ne risente e la sceneggiatura ne esce trascurata

Una regolare dose di wuxiapian (ruscelli e montagne cinesi, combattimenti e sospensione nel tempo) improvvisamente è stata decretata universalmente necessaria: dove minimalismo europeo e massimalismo americano non esaudiscono più tutte le richieste di entertainment, entrano in gioco i generi esotici, escursioni rarefatte in un altro da sé cinematografico.

Si tratta in realtà di territori inesplorati quanto può esserlo un villaggio di vacanze che però, come quest’ultimo, mantengono un forte fascino visivo e di narrazione proprio in virtù del contesto, cioè grazie alla tradizione antica di cui si fanno citazione moderna.

Ora, a distanza di qualche anno e di analoghe produzioni di cappa e spada, sembra possibile dire che La tigre e il dragone fu invero sopravvalutato, ma questo non impedisce di seguire con interesse lo sbarco armato in Occidente di un genere tanto omaggiato in Oriente. A tal punto che anche Zhang Yimou, dopo un iniziale e manifesto disinteresse per volteggi e guerrieri volanti, ha pensato bene che quando non si può combattere un nemico è meglio farci un film. Anzi due. E, dopo l’interessante prova del pur farraginoso Hero, forse ancora troppo autoriale e riflessivo per attingere il genere “puro”, ecco La foresta dei pugnali volanti che si giova della pratica di Hero e nel contempo porta la forma a compimento iperuranico: è un manuale di alta scuola, è la bibbia del wuxia.

Splendide coreografie e combattimenti vorticosi passano, senza più remore, in primo piano, ma senza contorcimenti barocchi, senza esotismo ricercato. I personaggi sono ridotti di numero, i temi concettualmente troppo profondi espunti, affinché nulla sia d’ostacolo al genere. E Zhang Yimou ne ha conquistato ormai una conoscenza solida, è tutt’uno con il potere trascinante della saga, con le sfide di arti marziali, con le imboscate nelle foreste di bambù. È un’immedesimazione che entusiasma, il dominio della materia e la sperimentazione visiva sono senza pari, ma alla lunga il racconto ne risente e la sceneggiatura ne esce trascurata. I suoi tre protagonisti, una ballerina cieca, una guardia militare, un ribelle affiliato a un gruppo di cospiratori (i “Pugnali volanti” appunto) si muovono come marionette poetiche in un teatrino di agguati, combattimenti, rivelazioni che si susseguono una dentro l’altra. La ricerca visiva e di ritmo restano stupefacenti, ma la narrazione perde colpi e, mentre il tema portante del film rimane improvvisamente relegato sullo sfondo, qualche passaggio ci sembra di vederlo più di una volta, poi a mezz’ora dal finale, che ci aspettavamo epico e risolutivo, per giunta veniamo bendati e trasportati controvoglia dentro un melodramma a inviti.

Partito da premesse eccellenti, Yimou commette l’errore di puntare tutto e solo sullo stile, sulla confezione, su una foresta di stilemi volanti che esasperano con grande professionalità il lato favolistico del wuxia, però senza trascinare con sé anche la sceneggiatura, come a dire che al cospetto di cotanta qualità visiva sarebbe superfluo voler seguire anche una storia compiuta.

Giunto al bivio tra sublime e precipizio, Yimou imbocca convinto il secondo con quel cambio finale di registro che incrina la fede nel wuxia e anche nelle intenzioni del regista.

Grazie ad alcune scene memorabili, però, La foresta dei pugnali resta un’opera di prodigiosa perizia tecnica che distilla in ogni fotogramma un concentrato di cultura visiva cinese e segna un nuovo punto di riferimento con cui le declinazioni moderne del genere dovranno per forza misurarsi.

Autore: Giulia Gibertoni


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