ELIZABETHTOWN

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Titolo Originale: ELIZABETHTOWN
Paese: USA
Anno: 2005
Regia: Cameron Crowe
Sceneggiatura: Cameron Crowe
Produzione: Paramount
Durata: 133'
Interpreti: Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

Drew Baylor, brillante designer, affronta il fallimento del suo primo grande progetto, una scarpa dall’aerodinamica rivoluzionaria. Proprio mentre sta preparandosi ad un fantasioso harakiri, però, riceve la notizia della morte del padre che non vedeva da tempo. Costretto a tornare a casa e poi ad affrontare un lungo viaggio per recuperare la salma presso la famiglia di origine, Drew conosce Claire, una bella hostess dall’ottimismo incrollabile. Sarà lei, insieme alla calorosa famiglia ritrovata, a guidare Drew in un percorso di riscoperta della propria vita.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film riconoscere alla famiglia il valore di un radicamento di cui prima o poi ognuno scopre il bisogno, mentre al lavoro e alla realizzazione personale non si nega uno spazio, ma non senza un ragionevole distacco
Pubblico 
Pre-adolescenti
Giudizio Artistico 
 
Il film che scorre come un meccanismo ben oliato e l’intersecarsi delle vite dei due personaggi dà vita a passaggi di una comicità leggera e rassicurante. Tutta la seconda parte del film è però penalizzata da qualche lungaggine di troppo

Ci sono casi in cui dire di un film che ha una bella fotografia o una bella colonna sonora è solo un modo gentile di evitare una stroncatura, sottolineando le qualità di un elemento importante, ma non decisivo nella costruzione di una storia.

Ma quando il regista del film è Cameron Crowe (Singles, Jerry Maguire, Quasi famosi), allora partire dalla colonna sonora può essere un modo diverso, ma altrettanto appropriato, di affrontare tutto l’insieme.

E non si parla, in questo caso, di una colonna sonora originale e composta sulle immagini di un racconto già strutturato che impone ritmo e temi, ma di una compilation di canzoni più o meno note che il regista e sceneggiatore ha composto in parallelo alla sceneggiatura attingendo alla sua memoria personale, (ri)costruendo per i suoi personaggi (e per i loro interpreti) un passato (e un futuro) sulle note di brani dei generi più diversi, pezzi d’autore e assolute novità.

Il risultato è un film che scorre come un meccanismo ben oliato pur presentando una struttura piuttosto inconsueta, un on the road tinto di rosa e commedia in cui non manca qualche lacrimuccia (si continua a dimenticarlo, ma c’è di mezzo un funerale oltre ad un fallimento lavorativo di proporzioni colossali) mentre scorrono le immagini di un’America profonda tutta da riscoprire.

Dietro il progetto c’è la mano produttiva di Paula Wagner e Tom Cruise e davanti agli occhi del pubblico una coppia di interpreti piacevoli e affiatati, Orlando Bloom e Kirsten Dunst (futura Maria Antonietta per Sofia Coppola), protagonisti di una storia d’amore curiosa forse perchè sembra non partire mai e quando lo fa si consuma via cellulare o, appunto, attraverso una scaletta musicale dalla precisione cronometrica rinnovando alcune delle più trite situazioni da corteggiamento.

Nel film c’è il meglio e il peggio dell’America di oggi. Il giovane Drew Baylor, infatti, è un giovane e geniale designer che, come si suol dire, ha avuto la grande occasione e l’ha usata per disegnare la scarpa da ginnastica dei suoi sogni, la Spasmodica, un modello dal profilo futuribile che forse nessuno di noi oserebbe mai mettersi ai piedi. Ma la scarpa non vende e Drew si è guadagnato d’un colpo un bel licenziamento e un due di picche memorabile dalla fidanzata sexy e carrierista. Da buon samurai del sogno americano, dunque, Drew è pronto ad immolarsi su una cyclette appositamente modificata quando riceve la chiamata della sorella, che annuncia la morte del padre, notizia che Drew accoglie, diciamocelo, con molta meno emozione di quella dimostrata sul posto di lavoro. “I’m fine”, sto bene, è la frase che gli sentiamo ripetere nella versione americana, per i primi cinque minuti del film…

Ma Drew non sta bene per niente e ad accorgersene subito è la vulcanica hostess Claire, incontenibile, invadente, decisa a scuotere quel passeggero evidentemente troppo apatico mentre viaggia verso la sperduta località del titolo, dove dovrà consumare i riti funebri del caso tra parenti tutt’altro che serpenti. L’intersecarsi delle vite dei due personaggi, prima casuale, poi sempre più “voluto”, dà vita a passaggi di una comicità leggera e rassicurante, vicina a quella delle commedie di una volta a cui il regista rende esplicito omaggio.

Cameron Crowe dimostra un talento particolare nel costruire personaggi e situazioni che tendono a strabordare dallo schermo, aggiungendo particolari e circostanze che non si esauriscono nello spazio della storia principale; in questo senso la sua scrittura resta evidentemente imperfetta nel non chiudere tutti gli spunti lanciati, nel lasciare anche ai personaggi secondari lo spazio di una vita propria oltre l’arco della narrazione filmica. Tutto il contrario di tante “commedie ad orologeria” che si limitano a mettere in fila gli ingredienti necessari, ma qualche volta stancano proprio per la loro soffocante meccanicità. Questo naturalmente significa che a volte alcune scene rischiano di “prendergli la mano”, come quelle lasciate all’istrionica bravura di Susan Sarandon, che impazza nella commemorazione finale del marito defunto tra l’imbarazzo generale. Tutta la seconda parte del film è, in effetti, penalizzata da qualche lungaggine di troppo che, tuttavia, non toglie allo spettatore il piacere di seguire il percorso dei personaggi.

Elisabethtown, però, è anche un’immersione in un’America poeticamente ritratta come luogo di rapporti da ritrovare, un altrove che Drew percorre con occhi stupiti, mentre lentamente elabora un lutto che per tutto il film nemmeno lo spettatore riesce a prendere sul serio. Così le case che si aprono per accogliere Drew sono popolate di personaggi pieni di calore, di piatti di cibo genuino e fumante, di infiniti parenti di cui nessuno può ricordare i nomi, ma che nonostante ciò rivendicano uno spazio nel cuore; e il tutto è descritto con il puntiglio affettuoso di chi sfoglia il proprio album di famiglia.

Crowe sfiora e glissa con abilità il rischio del patetismo, ma si preoccupa di stemperare le situazioni più mielose con un’ironia benevola che ha il coraggio di riconoscere alla famiglia il valore di un radicamento di cui prima o poi ognuno scopre il bisogno, mentre al lavoro e alla realizzazione personale non si nega uno spazio, ma non senza un ragionevole distacco che li renda niente più della ciliegina sulla torta.

Così alla fine del suo viaggio Drew si ritrova un po’ al punto di partenza, ma con una chance in più per scegliere se e come essere felice di nuovo. In fondo, sembra suggerirci Crowe, siamo noi a costruire la compilation della nostra vita.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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