E ALLA FINE ARRIVA POLLY

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Titolo Originale: Along came Polly
Paese: USA
Anno: 2004
Regia: John Hamburg
Sceneggiatura: John Hamburg
Produzione: Jersey Films, Loofah Productions
Durata: 90'
Interpreti: Ben Stiller (Reuben), Jennifer Aniston (Polly)

Reuven Feffer, esperto di rischi per una grande compagnia di assicurazione, viene tradito dalla moglie durante la luna di miele ed è costretto a rimettere in discussione tutta la sua vita. Quando poi ad una festa ritrova Polly, sua compagnia di scuola alle medie, inizia con lei una relazione destinata a sconvolgere completamente la sua vita e le sue convinzioni.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'esaltazione dell'autenticità entra in conflitto con la normalità e con un impegno stabile degli affetti
Pubblico 
Adolescenti
Per il linguaggio spesso scurrile, due brevi scene di sesso, alcune situazioni volgari
Giudizio Artistico 
 
In bilico fra i riferimenti a Woody Allen e i film alla Porky's, il film é gradevole ma le caratterizzazioni dei personaggi restano in superficie

A più di dieci anni dallo storico prototipo della commedia sentimentale contemporanea, Harry ti presento Sally, sembra che parlare di amore e relazioni uomo donna sia diventato sempre più difficile per il cinema, come dimostra la pochezza di tante pellicole.

Sarà che le identità maschili e femminili sono sempre meno definite, sarà che i rapporti di coppia sono visti sempre di più come una partita in cui si vince o si perde piuttosto che un luogo di crescita e collaborazione, fatto sta che le storie d’amore di oggi sembrano sempre meno convincenti e finiscono per cercare in espedienti più o meno fini ed efficaci il carburante perso in termini di profondità psicologica e verità umana.

É quello che accade anche in questa esilissima commedia che, d’altra parte, spara le sue migliori cartucce con la scelta del cast: Ben Stiller, già star di Ti presento i miei (a cui probabilmente guarda, ma da lontano, questo film) e di molte pellicole di comicità demenziale; Jennifer Aniston, che, dopo la chiusura della storica sit-com Friends, cerca di consolidare la sua carriera cinematografica facendo leva su un look etnico minimale e sulla sua innata simpatia, ma soprattutto il comprimario di lusso Philip Saymour Hoffman (sembra ormai che registi di drammoni e commedie costruiscano apposta ruoli per lui, forse nella speranza di salvare pellicole non troppo riuscite), nel ruolo di un attore mitomane e strabordante.

La commedia gioca sul noto meccanismo degli opposti destinati ad attrarsi: da una parte c’è Reuven, igenista, maniacalmente programmatore, apparentemente soddisfatto della vita che si è scelto e costruito; dall’altra Polly, un tempo forse simile a Reuven (erano insieme rappresentanti all’ONU degli studenti alle scuole medie), ma ora trasformata in una giramondo amante di tutto ciò che è etnico, insolito, scorretto e poco pulito.

A farli ritrovare è la crisi del modello-Feffer, che coincide con il repentino fallimento del matrimonio di lui, tradito da una moglie che doveva essere la donna giusta per costruire una famiglia.

Purtroppo la strada che il protagonista percorre per “andare incontro” all’amata (una strada che fino all’ultima scena sembra essere solo a senso unico, visto che Polly non cambia di una virgola) è fatta, sopratutto nella prima parte, di disavventure che sembrano riportare all’immaginario di American Pie  piuttosto che ai sofisticati battibecchi delle migliori commedie americane.

Viene da pensare che la necessità di forzare l’aspetto più scurrile delle situazioni derivi paradossalmente dal non aver sufficientemente forzato le nevrosi delle due controparti; le caratterizzazioni dei due protagonisti, per altro, pur molto dettagliata, finisce per restare in superficie, senza riuscire mai a suggerire un vero insight, uno squarcio in profondità sui due personaggi.  E questo spiega anche la mancanza di una vera scintilla di conflitto autentico tra Reuven e Polly, così come la corrispondente possibilità di disegnare un percorso di reciproca, anche se difficile, comprensione e maturazione.

Così succede che la (dis)educazione sentimentale ed esistenziale di Reuven perda progressivamente mordente, lasciando che lo spettatore si goda molto di più lo show dell’amico del protagonista (Hoffman, appunto), anche se questo non lo libererà dai suoi ragionevoli dubbi sulla morale complessiva della storia.

Una morale, enunciata da Reuven nella canonica dichiarazione d’amore (naturalmente non esente dall’immancabile tocco trash), che parla del lasciarsi andare e del non programmare (neanche un matrimonio, tra l’altro, anche se la povera Polly alla fine sembrerebbe anche interessata), del valorizzare il rischio e l’imprevisto come elemento positivo, perché in essi risiede la possibilità che accada qualcosa che cambia la vita.

Ma se questo sguardo positivo sulla realtà è un atteggiamento che si può anche condividere, meno convince da una parte il carattere assolutamente irragionevole di questo rischiare (evidente nella polizza che Reuven suggerisce di stipulare così come in alcuni dei gesti “esemplari” nella storia d’amore) dall’altra l’idea il fatto che l’esaltazione dell’autenticità debba per forza coincidere con la condanna della normalità (che si fa coincidere con un certo perbenismo), sotto sotto considerata la tomba dell’amore e della realizzazione di sè.

Autore: Franco Olearo


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