DE-LOVELY

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Titolo Originale: DE-LOVELY
Paese: USA/Gran Bretagna
Regia: Irwin Winkler
Sceneggiatura: Jay Cocks
Produzione: Winkler Films/Potboiler Productions Ltd./United Artists
Durata: 125"
Interpreti: Kevin Kline, Ashley Judd, Keith Allen

Giunto alla vecchiaia, solo e menomato, Cole Porter rivive come in un musical la sua vita: il matrimonio con la bella Linda, sua musa per tutta la vita, che convisse con qualche difficoltà con i numerosi flirt omosessuali del musicista; il successo prima a Broadway e poi a Hollywood. Poi la caduta da cavallo, che gli fece perdere in parte l’uso delle gambe, e la lenta riabilitazione, sempre sostenuto da Linda, che però morì di cancro ai polmoni, lasciandolo solo e senza ispirazione. Ma come in ogni vero musical, il finale è in gloria.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La genialità di Cole Porter sembra giustificare le sue sregolatezze, in una generale confusione tra amore e passione fisica (per non dire semplice soddisfazione sessuale) in nome di una natura che non si può/non si vuole/non si deve cambiare
Pubblico 
Adolescenti
Per le scene moderatamente sensuali e allusivi di una omosessualità praticata
Giudizio Artistico 
 
Bellissime musiche ma il film è complessivamente noioso, complice la sceneggiatura


Deciso ad evitare la melassa e l’educata ritrosia della prima biografia di Cole Porter (Night and Day, del 1946, non a caso citata con una certa ironica condiscendenza), Winkler confeziona un biopic sotto forma di musical, in cui la vita del musicista è ripercorsa da un misterioso “regista” davanti agli occhi del protagonista, che commenta (ma non può intervenire) le performance degli artisti e la chiave di lettura offerta dallo spettacolo, spesso tentando di giustificarsi.

I momenti salienti della vita di Porter sono accompagnati dalle sue canzoni più famose, convenientemente messe in bocca a star della musica pop contemporanea (Alanis Morrisette, Robbie Williams, Elvis Costello, solo per citarne alcuni). E sono decisamente le canzoni la parte più affascinante di questa pellicola, che parte con movenze metacinematografiche (il palco di prova, che si trasforma di volta in volta in New York, Parigi o Venezia, a loro volta fotografate più come palcoscenici che come luoghi reali, gli interventi del regista e di Cole per dirigere gli attori), per poi incanalarsi nelle vie più tradizionali della biografia romanzata, con qualche momento di stanchezza, soprattutto nel finale.

E come molte biografie, nonostante i buoni propositi iniziali (in particolare, quello sbandierato di gettar luce sull’omosessualità, o meglio bisessualità, del musicista e sul suo “lato oscuro”), cade spesso nella tentazione di assolvere il suo protagonista, in questo caso in nome di un’esuberanza artistica (che diventa nella vita una fame di amore – e di sesso- da soddisfare dove meglio aggrada) che non viene placata neppure da un tragico incidente.

Se il regista e lo sceneggiatore non nascondono, infatti, le note di egoismo che si nascondono nel comportamento spensierato di Cole, lo sguardo dello spettatore è impercettibilmente portato ad identificarsi con quello paziente e quasi sempre assolutorio di Linda, che sposa Cole conoscendo bene le sue tendenze sessuali, che sarebbe anche disposta a tollerare le sue avventure purché fossero discrete, che torna ad accudirlo, già malata, quando si spezza entrambe le gambe in una caduta da cavallo e che, a coronamento di tanta disinteressata dedizione, gli trova pure un aitante tuttofare-amante che gli tenga compagnia dopo la sua morte.

La forma del racconto di De-lovely ricorda, per certi versi, quella di una famosa commedia con Don Ameche, Il cielo può attendere, in cui il protagonista, inguaribile Don Giovanni fin dalla più tenera età, ripercorreva una vita di avventure, segnata dall’amore “salvifico” della moglie (anche lì morta prematuramente per una malattia incurabile). Qui, come allora, nonostante le sbandate e i tradimenti, il giudizio finale è di assoluzione: ma mentre allora Belzebù spediva l’imputato in Paradiso in nome dell’amore per la defunta coniuge, qui pare di capire che il regista Gabriel (che potrebbe identificarsi addirittura con l’angelo che suona la tromba del giorno del Giudizio e che guida l’orchestra celeste in un’altra canzone di Porter evocata nel finale) proceda all’assoluzione per meriti “artistici” e ad una metafisica giustizia divina si sostituisce una poetic justice che molto poco ha davvero di morale.

In sostanza, se pure lo spettatore si trova ad empatizzare con Linda, che ha fatto della carriera e della felicità del marito la sua missione (salvo qualche momento di legittima ribellione), si finisce per pensare che tutto sommato tanta bella musica può giustificare il genio e la sregolatezza di Porter, in una generale confusione, tra amore e passione fisica (per non dire semplice soddisfazione sessuale) in nome di una natura che non si può/non si vuole/non si deve cambiare. Tanto più che le canzoni di Porter (bisogna ammetterlo, sublimi) si dimostrano più abili nell’esprimere l’innamoramento e l’ossessione amorosa, che l’amore vero e proprio che resta sempre un po’ una dolce illusione o un malinconico sacrificio.

Autore: Franco Olearo


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