LE CONSEGUENZE DELL'AMORE

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Titolo Originale: LE CONSEGUENZE DELL'AMORE
Paese: Italia
Anno: 2004
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Davide Procacci per Fandango Indigo Film/Medusa
Durata: 110
Interpreti: Toni Servillo, Olivia Magnani, Adriano Giannini, Raffaele Pisu

Titta Di Gerolamo, commercialista al soldo della mafia, vive da quasi dieci anni in una sorta di esilio dorato in una cittadina svizzera. La sua vita scorre sempre uguale, tra le camere di un albergo e una “visita” settimanale alla banca per consegnare una valigia piena di contanti. Ma l’imprevisto si presenta sotto le spoglie di una affascinante barista e il solitario Titta, senza immaginare quali potrebbero essere le “conseguenze dell’amore”, si lascia travolgere fino al tragico epilogo.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una meditazione, priva di veri e propri risvolti morali, sul meccanismo e le implicazioni del risveglio di un uomo emotivamente narcotizzato. Il regista si astiene dal giudicare le relazioni del protagonista con la mafia ed il suo uso della droga
Pubblico 
Adulti
Diversi momenti di tensione e violenza; alcune brevi scene di nudo e uso di droga
Giudizio Artistico 
 
Il film è una riflessione elegantemente confezionata (la scelta e l’uso delle musiche e l’attenzione al sonoro, ma anche la fotografia sono davvero degne di nota), ma che lascia il sospetto di un gioco un po’ intellettuale, che finisce per generare noia

Paolo Sorrentino (autore del molto celebrato Un uomo in più) afferma che la prima idea per questo film sia nata dai suoi molti pellegrinaggi in albergo, dimore asettiche e anonime di schiere di “uomini d’affari” dalle misteriose occupazioni, sulla cui storia e destino aveva iniziato ad interrogarsi.

E il mistero di quest’uomo di mezza età, dallo sguardo espressivo quanto impenetrabile, è al centro di molta parte del film, anche perché quello che sappiamo del suo passato per gran parte della pellicola è frutto di implicite deduzioni, almeno fino a quando la barista Sofia pretende che il suo “ammiratore” le riveli chi è, un “chi è” che naturalmente va ben oltre quello banalmente anagrafico. E per spiegare chi è, Titta racconta la sua storia di solitario per necessità, visto che dieci anni prima un investimento sbagliato per conto della mafia lo ha condannato all’esilio in un’anonima ma riconoscibilissima città della Svizzera italiana.

Quanto Titta ha rivelato allo spettatore in precedenza, attraverso una serie di monologhi, ha a che fare soprattutto con la sua esistenza attuale, fatta di silenzi e lunghe attese, attese di un evento che si ripete (la consegna della valigetta e il versamento in banca), ma anche, forse, di qualcosa che venga a spezzare una monotonia soffocante e maligna. Una monotonia e una routine in cui Titta inserisce, senza grandi differenze, un lavaggio mensile del sangue e la settimanale dose di eroina e dalla quale non può e forse neppure vuole liberarsi.

Anche le conversazioni telefoniche, se così si possono chiamare, con la ex moglie e i figli sono poco più che un moto involontario di un’affettività non ancora del tutto svanita, ma che trova difficile esprimersi anche di fronte alla visita del rumoroso e “incasinato” fratello (interpretato da un Adriano Giannini un po’ sopra le righe).

Eppure la vita ha ancora in serbo un imprevisto, una sfida, proprio nella persona della bella barista Sofia, esasperata dall’apparente disinteresse che l’ospite dimostra nei suoi confronti e pronta a reclamare da lui un riconoscimento umano, fosse pure soltanto un saluto.

Di fatto, come lo spettatore ha già avuto modo di notare e come Titta ammette senza troppa fatica, questa indifferenza è tutta apparente, perché in realtà da lungo tempo lo sguardo dell’uomo segue e annota i movimenti della ragazza. Una volta provocata e risvegliata, però, l’umanità di un individuo è dura da riaddormentare, anche se, paradossalmente, proprio per la sua lunga atrofia, si esprime in modi assolutamente sproporzionati, come il dono di un’auto da centinaia di migliaia di euro.

Se il centro del film, come dice il titolo (astutamente ammiccante e interrogativo) sono le “conseguenze dell’amore”, Sorrentino appare convinto che esse non possano essere altro che tragiche. Una delle famose valigette con i soldi sporchi della mafia siciliana viene rubata, Titta se ne impadronisce e, anche di fronte ad un’intera “commissione” mafiosa, si rifiuta di rivelare cosa ne abbia fatto, decretando la sua morte.

Sofia, che per molti aspetti, a parte la sua innegabile vitalità, resta per lo spettatore un mistero ancora più grande dello stesso Titta, mette in moto una trasformazione dagli esiti imprevedibili, ma è anche, seppure involontariamente, la causa del suo tragico epilogo: ferita in un incidente (unico escamotage drammaturgico un po’ trito e pretestuoso in una trama per il resto abbastanza imprevedibile), non si presenta all’appuntamento con Titta e questi parte per la Sicilia e per quel confronto che non gli lascia scampo.

Pur essendo popolato da mafiosi, il film di Sorrentino non è un film sulla mafia (sulle conseguenze etiche della connivenza di Titta con investimenti illegali e sul suo coinvolgimento nel riciclaggio del denaro sporco il regista/autore non offre indicazioni e neppure pone problemi), piuttosto una meditazione, priva di veri e propri risvolti morali, sul meccanismo e le implicazioni del risveglio di un uomo emotivamente narcotizzato.

Una riflessione, bisogna ammetterlo, elegantemente confezionata (la scelta e l’uso delle musiche e l’attenzione al sonoro, ma anche la fotografia sono davvero degne di nota), ma che lascia il sospetto di un gioco un po’ intellettuale, che potrebbe generare noia, anche se nulla impedisce allo spettatore più sensibile e con la tendenza alla sovrainterpretazione di cogliervi qualche vaga e pessimistica allegoria del vivere d’oggi.

 

Autore: Franco Olearo


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