CAST AWAY

Titolo Originale: CAST AWAY
Paese: USA
Anno: 2000
Regia: Robert Zemeckis
Sceneggiatura: William Broyles Jr.
Durata: 143'
Interpreti: Tom Hanks, Helen Hunt

Come dimostrano i dati del box office e le lunghe file di spettatori all’ingresso delle sale cinematografiche, Cast Away è sicuramente il film che più ha segnato il panorama cinematografico delle prime settimane del 2001. Oltre che per il successo di distribuzione, questo film merita una particolare attenzione perché la storia narrata, proseguendo la riflessione su un tema che sta particolarmente a cuore al regista, si impone come una di quelle metafore che in maniera piuttosto scoperta tentano di istituire dei riferimenti ideologici per l’orientamento dell’uomo americano in particolare e dunque occidentale in generale.

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Combattendo la disperazione, il naufrago vince prima la battaglia per sopravvivere, poi quella per avere ancora speranza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Per alcune scena ad alta tensione drammatica
Giudizio Artistico 
 
L'accoppiata Zemeckis-Hanks funziona ancora come in Forrest Gump. Bravissimo Hanks che in questo caso subisce anche una trasformazione fisica; bravo narratore Zemeckis di una storia che non è di avventura ma intimista

L’intreccio, combinazione di Robinson Crusoe e de Il Fu Mattia Pascal è presto raccontata. Chuck Noland (Tom Hanks) è un ingegnere delle FedEx, la maggiore azienda di trasporti degli Stati Uniti. È fidanzato con Kelly (Helen Hunt). Nel corso di uno dei frequenti viaggi per conto dalla propria azienda, l’aereo su cui viaggia è costretto ad ammarare in mezzo all’Oceano Pacifico. Chuck si sveglia su un’isola sperduta. Assistiamo alle traversie che affronta per sopravvivere finché, 4 anni dopo, trova il coraggio di imbarcarsi su una fragile zattera. Viene ripescato in mare da una nave da carico, ma, tornato a casa, trova che la fidanzata, credendolo morto, si è sposata con un altro. All’ex ingegnere della FedEx non resta che riconsegnare al mittente un ultimo pacco, l’unico che aveva lasciato chiuso fra quelli sospinti come lui sulla spiaggia dell’isola.

Questa trama, per la situazione-limite in cui pone il protagonista, gettato in un mondo estraneo, si presta in modo immediato ad imporsi come riflessione sul senso dell’esistenza umana messa alla prova dall’arbitrio del destino. Il film presenta infatti una molteplice variazione sul tema della separazione dalla persona amata: assistiamo infatti, oltre alla vicenda di Chuck e Kelly, al tradimento di una donna innamorata e alla morte di cancro della moglie di un collega del protagonista. Il film sembra dunque porsi questo interrogativo: perché vale la pena continuare ad affrontare un futuro che può riservarci sorprese così dolorose?

Questo interrogativo circa la natura, provvidenziale o arbitraria, del destino umano sembra percorrere quasi tutti i film di maggiore successo fra quelli firmati da Robert Zemeckis: Ritorno al futuro (con i relativi sequel) e Forrest Gump in particolare.

La saga dei Ritorno al futuro (sceneggiata dallo stesso Zemeckis) risponde alla questione posta difendendo, seppur in modo molto ironico e divertito, una tesi piuttosto forte: ogni essere umano è direttamente responsabile del destino che lo attende. Homo faber fortuanae suae: se potessimo tornare indietro nel tempo, con l’opportuna perizia, potremmo migliorare il nostro presente. È solo una questione tecnica ottimizzare il rapporto fra le conseguenze positive e quelle negative dei cambiamenti che introduciamo nel continuum temporale della nostra vita.

Gli anni ’90 hanno lasciato il segno sulla visione americana del destino e l’attenuazione dell’ottimismo alla base dei film girati da Zemeckis è un sintomo emblematico. Ce ne accorgiamo riflettendo su quella che è la frase tematica che caratterizza Forrest Gump, uno dei più significativi personaggi cinematografici degli ultimi anni: “La vita è come una scatola di cioccolatini. Non sai mai quello che ti capita”. In modo semplice ed efficace questa massima esprime un profondo cambiamento dell’orientamento rispetto alla natura del nostro destino (espressa anche da una delle sequenze più famose di questo film: il lento cadere di una piuma sospinta dal vento): l’essere umano, creatura finita, non ha a completa disposizione il proprio futuro, la scelta libera ha sempre una componente di rischio e la realizzazione della felicità un che di aleatorio.

Il personaggio di Forrest Gump sollevò fin da subito numerose polemiche circa il suo essere un ritardato. A mio avviso Eric Roth, lo sceneggiatore di questo film (e di altri film interessanti e profondi come Insider, L’uomo che sussurrava ai cavalli, Mr. Jones, L’uomo del giorno dopo) girato da Zemeckis, ha voluto presentare due personaggi, Forrest e l’amica Jenny, che attraversano in modo diverso i decenni più tormentati della storia americana (il Vietnam, la contestazione giovanile, la lotta contro la discriminazione razziale, la violenza contro le più alte cariche dello stato). Forrest attraversa questi anni senza venirne travolto, mentre Jenny subisce tutti gli sbandamenti di un epoca fino a morire di Aids. Molti hanno dunque letto nel film questa tesi: l’unico modo per sopravvivere alla storia e difendersi dalle avversità del futuro è quello di ignorare la storia stessa rifugiandosi in un oasi di ingenua semplicità. Non credo si voglia difendere una tesi semplicistica come questa. Forrest è un uomo felice, nonostante i dolori che attraversa, non perché è stupido e non capisce ciò che sta avvenendo. È un uomo felice perché il suo sguardo, all’inizio per necessità poi sempre più per scelta consapevole, non si fa distrarre da ciò che è importante: l’amore per Jenny e per la madre, l’amicizia leale, la fedeltà al proprio dovere, la capacità di elaborare un lutto con profondità (espressa dalla famosa sequenza della lunga corsa da una costa all’altra degli USA). La straordinaria esperienza che si prova seguendo questo film (e che ne ha determinato il clamoroso successo) risiede nel fatto che alla fine lo spettatore si accorge che un uomo che per tutta la storia gli è stato presentato come ritardato è invece una persona a cui desidera profondamente assomigliare.

Forrest è insomma una specie di Pinocchio postmoderno che affronta un interessante percorso di formazione. Da bambino è riuscito a liberarsi dai pesanti sistemi tutori per la sua spina dorsale imparando a correre in modo autonomo. Da grande ha imparato a liberarsi dalla forma di tutela psicologica che la madre gli aveva suggerito (rispondere a chi lo considerava uno stupido con un convinto, ma ripetitivo, “stupido è chi lo stupido fa”). Il momento in cui Forrest dimostra di essere cresciuto è particolarmente emozionante: lo vediamo trovare il coraggio di dichiararsi alla donna che ama, affermando con chiarezza che lui non è stupido, e non perché “non fa lo stupido” ma perché sa amare e sa cosa amare significhi.

L’orientamento hollywoodiano espresso dal film di Zemeckis sembrava insomma dirci: non sappiamo cosa il futuro abbia in serbo per noi, una devastazione generazionale, la nostra nazione sconfitta in una guerra atroce, la morte di nostra madre o della donna della nostra vita: l’importante è conservare il coraggio, in genere giudicato (con un certa invidia)un po’ ingenuo, di amare. Forrest, alla fine del film, oltre ad aver salvato il proprio miglior amico, è padre di un bambino che nessuno chiamerà stupido.

La tesi di Cast Away, sebbene il film abbia molti caratteri in comune con quello precedente, suona piuttosto diversa perché nell’insieme la storia è venata da un senso di amarezza assente da quella di Forrest. Come Forrest Gump anche Chuck Noland deve fare i conti con un destino crudele. Ma mentre il primo film si conclude con il protagonista ai lati della strada da cui è appena partito lo scuolabus con a bordo suo figlio, il secondo si conclude con il protagonista ai bordi di un incrocio sperduto nella campagna americana: è indifferentemente possibile intraprendere una qualsiasi via. L’unica direzione che abbia un minimo senso è quella dell’indirizzo del mittente di quel pacco che, come lui, è sopravvissuto al naufragio (noi sappiamo che appartiene alla donna tradita nelle prime sequenze del film).

I due finali sono per certi versi significativamente speculari, ma hanno un gusto innegabilmente diverso. Entrambe i film sostengono che l’uomo non può dominare il proprio futuro (nemmeno un ingegnere ossessionato dal tempo come Chuck Noland), ma quanto fragile risulta la serenità dello sguardo che Chuck rivolge alle strade che gli sono aperte davanti!

Inoltre Cast away si differenzia da Forrest Gump in un punto decisivo per la questione generale che pongono: il confronto con la morte. Forrest elabora i propri lutti in modo molto vero: un dolore straziante per la morte in guerra dell’amico Buba, la lunga corsa verso le coste dello stato americano per la morte della madre, quasi a voler acquisire la consapevolezza del limite che segna l’esistenza creaturale, e infine l’amore per il piccolo figlio, per trovare un senso alla morte di Jenny. Di fronte alla morte Chuck si comporta in modo molto diverso: l’amico gli confida che la moglie è gravemente ammalata di cancro e lui, per quanto addolorato, non trova di meglio che raccomandargli l’indirizzo di un abile medico. Seppellito sull’isola il corpo del pilota dell’aereo, non trova miglior commento che un laconico “È tutto”. Probabilmente in fase di montaggio è stata poi significativamente tagliata una sequenza a mio avviso fondamentale: il fallito tentativo di suicidio messo in atto da Chuck in un momento di disperazione sull’isola. Questa sequenza ci viene solo raccontata più tardi dal protagonista, mentre confida ad un amico il senso che lui trova nella propria storia: vale la pena continuare ad affrontare il futuro perché non sai mai cosa ti possa portare la prossima onda: a volte un naufragio, altre volte il necessario per andarsene dall’isola su cui sei naufragato.

Questa frase sembra chiudere una parabola di riflessione dell’ideologia hollywoodiana espressa dal cinema di Zemeckis su come tutelare la propria felicità contro il futuro: da una specie di allegro titanismo del Marty McFly di Ritorno al futuro, fino al rassegnato minimalismo del naufrago Chuck Noland. Continuo a preferire la coraggiosa ingenuità di Forrest Gump.

Autore: Francesco Arlanch


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