LE CHIAVI DI CASA

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Titolo Originale: LE CHIAVI DI CASA
Paese: Italia
Anno: 2004
Regia: Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Stefano Rulli, Sandro Petraglia
Durata: 105'
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Charlotte Rampling, Andrea Rossi

Gianni è un giovane padre (Kim Rossi Stuart) che non ha mai voluto essere padre. La donna che amava aveva solo 19 anni quando era morta dando alla luce un bambino, Paolo, nato tetraplegico spastico. Gianni  non lo ha mai voluto vedere e  Paolo (Andrea Rossi) é stato allevato dalla sorella della madre. Ora il ragazzo  ha 15 anni e Gianni  accetta di accompagnarlo all'estero in una clinica specializzata.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Un padre decide di amare quel figlio che non voleva conoscere. Manca la serenità della speranza
Pubblico 
Pre-adolescenti
Il realismo della cure a cui sono sottoposti i bambini disabili in una clinica specializzata potrebbe impressionare i più piccoli
Giudizio Artistico 
 
Una regia spesso disadorna privilegia il realismo documentaristico

Gianni guarda incuriosito una vecchia foto di suo figlio che non ha mai visto. E' alla stazione; sta per prendere il treno per Berlino per accompagnare Paolo in una clinica per bambini come lui. E' lo zio del ragazzo che gli fa vedere la foto:quello zio che fino a quel momento si è si è preso cura di Paolo e che ora,  senza rancore né gelosie, invita  il padre naturale ad andare alla scoperta del ragazzo  che si nasconde dietro quel corpo ferito.

Gianni sale in treno, raggiunge il figlio nello scompartimento: Paolo lo approccia subito con allegria, con la confidenza di una persona conosciuta da sempre. Gianni è contento della scoperta ma è impacciato, non sa fino a che punto deve aiutarlo (nel camminare, nel vestirlo, nel fare la pipì) o lasciare che orgogliosamente risolva da solo le  sue  difficoltà  quotidiane. In ospedale, una signora (Charlotte Rampling) che da vent'anni si dedica ad accudire la  figlia con la stessa infermità, se ne accorge subito: "mi sembra che lei si vergogna di suo figlio".

In effetti Gianni, pur con buone intenzioni, ha appena iniziato il coinvolgimento totalizzante che  comporta stare vicino a suo figlio e ai suoi misteri. Se tra loro due ci sono  momenti di allegra intimità, questi sono subito seguiti da capricciose impuntature,  da automatismi di difesa e se Paolo ha una sorta di serena filosofia intorno alle cose del suo piccolo mondo (ma anche per una ragazza norvegese , che ha conosciuto chattando via Internet)  improvvisamente si mettere a compiere gesti  di cui lui stesso non sa darsi una ragione. Gianni, dopo il soggiorno a Berlino ed un viaggio in Norvegia per fargli conoscere la sua amica di "rete", ha imparato a conoscerlo ed ora ha iniziato ad amarlo. Basta con le cliniche; vivrà  a casa sua, con sua moglie e il suo piccolo figlio.

Il regista non ci regala  un finale consolatorio: proprio quando Gianni ha manifestato i suoi sentimenti  ed il suo impegno per il futuro, percepisce fino in fondo l'angosciosa presenza  di quel lato oscuro e misterioso che vive in quell'essere così tenero e che li  renderà sempre lontani e diversi, senza  la consolante  possibilità di ragionare, quella rassicurante prevedibilità  a cui ci appoggiamo quando amiamo una persona.

Gianni Amelio, forse per evitare di cadere nel sentimentalismo, ci immerge interamente nella fenomelogia della condizione del giovane handicappato. Le inquadrature durano quanto devono durare per dar tempo a Paolo di esprimersi o forse di non esprimersi affatto, senza molto curarsi delle regole dell'armonia della narrazione e spesso della stessa capacità di attenzione dello spettatore.

Il registra centra in pieno l'obiettivo di farci conoscere sia la ricchezza dell'umanità nascosta di chi si trova nella condizione di disabile, sia l'eroismo intenso ma spesso fragile degli adulti che si debbono prendere cura di loro. . Vi è però come un cielo basso che copre tutta la storia; manca, come succede invece in tutte le storie vere, il lato allegro e felice della vita, anche se potrebbe sembrare assurdo parlarne in questo caso. Manca a mio avviso, la giovinezza. La giovinezza è quella che hanno tanti volontari che si preoccupano di queste creature più fragili a cui possono regalare un poco della loro allegra incoscienza, che spesso non hanno i genitori, troppo preoccupati o intimoriti. Manca l'allegria di una vita in famiglia, ragazzi sani disinvoltamente assieme a ragazzi che  non lo sono (situazione resa molto bene  nel film "il mio piede sinistro"- 1989 di Jim Sheridan); famiglia che forse Paolo sta per raggiungere, nella parte della storia che non ci è stata raccontata.

Autore: Franco Olearo


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