LA CENA PER FARLI CONOSCERE

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Titolo Originale: "LA CENA PER FARLI CONOSCERE "
Paese: Italia
Anno: 2006
Regia: Pupi Avati
Sceneggiatura: Pupi Avati
Produzione: Antonio Avati
Durata: 99'
Interpreti: Diego Abatantuono, Vanessa Incontrada, Violante Placido, Ines Sastre, Francesca Neri

Sandro Lanza, star bollita di una soap opera, si sottopone a un intervento di chirurgia estetica che non va come previsto. Sfigurato dal bisturi, tenta un suicidio che assomiglia a una messa in scena per attirare l’attenzione dei media. Al suo capezzale accorrono le tre figlie, che in realtà intendono liberarsi di un padre tanto ingombrante pubblicamente  quanto assente nelle loro vite …

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film è una rappresentazione triste e distruttiva della famiglia, con la convinzione che . dentro ogni legame sentimentale non può che allignare il compromesso, la menzogna, l’infelicità.
Pubblico 
Maggiorenni
Morbosa ossessione che pervade l’intero svolgimento. Scene a contenuto sessuale che coinvolgono un minore.
Giudizio Artistico 
 
Si tratta di uno spunto interessante che è rimasto imploso, affossato da personaggi evanescenti, un ritmo troppo blando, un tono colpevolmente indeciso tra il comico e il drammatico

Da qualche anno, i film di Pupi Avati arrivano sugli schermi cinematografici con la puntualità dei cinepanettoni natalizi di Neri Parenti, o delle commedie di Woody Allen. Se nel primo caso la cadenza annuale è un fatto puramente “industriale”, più interessanti sono le analogie con la produzione del regista newyorchese. Come i film di Allen, infatti, anche quelli di Avati presentano tratti ricorrenti, quasi ossessivi, che, a dispetto della varietà delle trame, finiscono per uniformarli un po’ tutti, rendendo difficile che qualcosa di memorabile si fissi nel ricordo dello spettatore.

Come già in Ma quando arrivano le ragazze, anche ne La cena per farli conoscere si ha l’impressione che uno spunto interessante sia rimasto imploso, affossato da personaggi evanescenti, un ritmo troppo blando, un tono colpevolmente indeciso tra il comico e il drammatico, che di fatto non regala né risate né lacrime.

L’idea di un padre egocentrico e narciso, assente ingiustificato nella vita di tre figlie sparse per l’Europa, che le ritrova nel momento in cui loro cercano di liberarsi definitivamente di lui, poteva essere interessante. E Diego Abatantuono ha la giusta fisicità e ruffianeria per interpretare Sandro Lanza, attore sessantenne dalla carriera poco lusinghiera, finito a fare la star in una soap opera dopo aver coltivato illusorie velleità cinematografiche, una lunga collezione di b-movies e un numero indefinito di conquiste femminili.

Ma un buono spunto non fa una buona sceneggiatura, e infatti Avati fallisce nella scrittura dei personaggi, in particolare di quelli femminili, presenze inconsistenti, passive, a tratti interscambiabili (fatta eccezione per Inès Sastre, aiutata da un più marcato ruolo da “dura”), che intorno ad Abatantuono finiscono per somigliare a dei manichini senza vita. Ma Avati fallisce soprattutto nel cedere a due cliché di cui il cinema italiano sembra non poter fare a meno, e cioè una rappresentazione triste e distruttiva della famiglia, e l’attacco indiscriminato alla volgarità della tv.

Alla fine della cena che avrebbe dovuto dividerlo di nuovo dalle sue figlie, e che invece ha fatto riunire la famiglia come mai era accaduto prima, Lanza/Abatantuono appare un uomo improvvisamente cambiato, desideroso di recuperare il suo ruolo paterno, per la verità anche in modo troppo repentino. A rimanere nella memoria dello spettatore, tuttavia, non è il salvataggio in extremis dei valori familiari, quanto piuttosto la rappresentazione insistita di donne sole e infelici, di matrimoni che assomigliano a prigioni, o per motivi di forza maggiore (è il caso del personaggio interpretato dalla Incontrada, che per salvare il lavoro e l’equilibrio mentale del marito deve cedere a un odioso ricatto sessuale) oppure, semplicemente perché dentro ogni legame sentimentale non può che allignare il compromesso, la menzogna, l’infelicità. E questo, semplicemente, è dato per scontato. Che la Placido e il marito siano una coppia infelice, ad esempio, è in fondo un “a priori”: verrebbe perlomeno da chiedersi perché una ragazza tanto carina e gentile si sia sposata con un cafone che dietro alle apparenze nasconde un animo da maniaco sessuale… La sceneggiatura non si dà nemmeno la briga di azzardare una motivazione: è così e basta, ogni legame è una fregatura, o comunque la perdita di qualcosa. Infatti, delle tre sorelle, l’unica a rinascere e nuova vita è la single che ha puntato tutto sulla carriera: le altre due tornano mestamente alla vita di sempre, accanto ai loro mariti tutt’altro che perfetti.  

Venato del consueto pessimismo del regista bolognese, anche se qui maggiormente dissimulato rispetto ad altri suoi film, La cena per farli conoscere non convince anche per la mancanza di tempi comici e di brio. Anziché ridere o commuoversi, durante la cena lo spettatore partecipa della stessa atmosfera di gelo che si respira nella grande e asettica villa di Betta, un gelo che si infittisce ancor di più con l’ingresso in scena di una improbabile Francesca Neri, donna tradita e abbandonata in preda a un cocktail di alcol e psicofarmaci.

Una storia come questa avrebbe dovuto spingere sui contrasti, le diversità, il divario tra aspettativa e realtà: e invece tutto si stempera in una tonalità grigia, in dialoghi artefatti, in parole bisbigliate sempre a mezza voce, in giudizi glissati (emblematico lo scambio di battute tra Incontrada e Placido all’arrivo inopportuno dell’attempato amante della prima: “Se mi vuoi un poco di bene non devi dirmi niente” “Okay”: fine del dialogo).

La timida speranza regalata da un finale dolceamaro, insomma, non basta a riscattare la sensazione di tristezza lasciata da una galleria di musi lunghi e insoddisfazioni. Così, il richiamo nostalgico e autoironico a un cinema di serie A e pure di serie B, ormai scalzato da una televisione sempre più trash, non dice nulla di nuovo sui tempi, non propone alternative, e finisce per assomigliare –come sempre - a un legittimo quanto noioso lamento fine a se stesso.   

Elementi problematici per la visione: un accenno di scena sensuale, linguaggio volgare

Autore: Chiara Toffoletto


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