BOWLING A COLOMBINE

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Titolo Originale: BOWLING A COLOMBINE
Paese: USA/Canada
Anno: 2002
Regia: Michael Moore
Sceneggiatura: Michael Moore
Durata: 120'

Accostando in modo volutamente provocatorio interviste, immagini, suggestioni e statistiche, in due ore Michael Moore costruisce il suo personale discorso sulla violenza e l’ossessione statunitense per le armi.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Appassionata invettiva contro l'uso disinvolto delle armi in USA, ma vi è un uso disinvolto di supposizioni non documentate
Pubblico 
Adulti
Nuomerose immagini drammatiche e di violenza
Giudizio Artistico 
 
La regia esterna una forte passione civile anche se il film risulta faticoso da seguire per alcune lungaggini e ripetizioni

Michael Moore, regista del documentario vincitore del premio Oscar nella sua categoria, non perde occasione per portare avanti la sua polemica antipolitica fatta di denunce, statistiche più o meno attendibili e soprattutto di un’indiscutibile capacità di usare i mezzi di comunicazione per esprimere il suo dissenso nei confronti dell’attuale amministrazione americana, della sua politica estera, ma anche dei suoi compromessi con le varie lobby di armi, tabacco e petrolio. Lo ha fatto anche durante la cerimonia di premiazione dell’Academy Awards, citando esplicitamente il Presidente Bush, più che come persona probabilmente come simbolo e sintesi di ciò che ritiene essere alle radici del “male americano” (anche suo predecessore Clinton, viene citato nel documentario a proposito dei “bombardamenti umanitari” in Kossovo).

E se il titolo del documentario di Moore si riferisce ad un episodio specifico - l’uccisione di dodici studenti e di un’insegnante, avvenuta nel 1999 alla Columbine High School di Littleton, per mano di due minorenni – il tema finisce per allargarsi in una ricognizione che prende le mosse da una domanda chiave, “siamo una nazione di maniaci delle armi o semplicemente dei folli?”, per riflettere su una civiltà fatta di violenza e di paura.

Il presupposto che guida il progetto di Moore è quello per cui gli eventi reali spesso finiscono per essere più assurdi (e a volte terribili) di ciò che viene inventato dal cinema e dalla televisione. Perciò, fedele a tale premessa, dopo un breve introduzione autobiografica (Moore è nato nel Michigan, un vero “paradiso degli amanti delle armi”, ed è stato a lungo socio della NRA – National Rifle Association -), il regista si avvicina al nucleo del suo tema attraverso alcuni “casi esemplari”: una banca che regala un fucile a chiunque apra un conto (purché dichiari di non essere malato di mente), un barbiere che vende munizioni dopo il taglio, ma anche i campi dove si addestrano i gruppi paramilitari, pieni di gente comune decisa a difendere la propria famiglia.

L’approccio di Moore, specialmente durante le interviste, è apparentemente neutro, anche se lo spettatore ha spesso la sensazione che il regista abbia contato su un successivo montaggio capace di produrre il desiderato effetto “mettersi il cappio da soli”. Altrove, come contrappunto, compaiono flash ad effetto (modelle armate come Rambo, scene di cartoni animati satirici con una versione rivista e corretta dell’emancipazione nera, le dichiarazioni più o meno imbarazzanti di personaggi celebri) oppure vengono citati dati e statistiche sulla cui correttezza in molti hanno avuto da dire.

Senza dubbio è sconvolgente, sopratutto per un pubblico europeo e in particolare italiano (per cui il problema del diritto alla difesa dei cittadini sta cominciando a diventare tale solo di recente), sentir difendere il diritto a possedere armi e ad usarle laddove ci si senta minacciati e non sufficientemente tutelati dalle forze dell’ordine. Eppure il nodo di tutta la questione sta proprio nella legittimità che la Costituzione americana concede a questa convinzione più ancora che nei casi eclatanti come quello di Columbine. Ed è qui che il documentario di Moore, pur con un gusto per l’eccesso che non sempre giova alla comprensione, propone alcuni interessanti elementi di riflessione.

Quella americana è una cultura in cui i media tendono ad amplificare le minacce ai cittadini, dando l’idea di una società e di un mondo pieni di pericoli, da cui i singoli hanno bisogno (e quindi diritto) di difendersi; un pericolo costituito in primo luogo dalle minoranze interne (si riferisce a questo il titolo del volume di Moore uscito in Italia, Stupid White Men) e poi dal resto del mondo. Che poi gli Americani abbiano avuto in tempi molto recenti una prova dolorosa di quanto il mondo sia davvero “pericoloso”, per Moore è solo la conferma della seconda parte del suo teorema. Questa cultura della paura, infatti, è strettamente connessa agli interessi dei rappresentanti della politica, in grado di esercitare così un maggiore controllo sui cittadini e di convincerli della bontà delle proprie decisioni. In questo sinistro intreccio starebbe la specificità degli Stati Uniti, una specificità in grado di dare ragione dell’esorbitante numero di morti per arma da fuoco, che non ha corrispettivo neppure in nazioni in cui l’accesso alle armi è egualmente facile.

Ma se in questa condanna Moore centra senza dubbio un punto significativo, risulta meno convincente quando gioca su “coincidenze” suggestive, ma in fondo inconsistenti, come quella per cui il giorno del massacro al Columbine fu lo stesso in cui gli USA lanciarono sul Kossovo il maggior numero di bombe. Questa corrispondenza, infatti, o viene letta come simbolica di un imperdonabile e incorreggibile istinto alla violenza proprio del popolo americano, aggiungendo carburante ad un antiamericanismo pernicioso e spesso qualunquista, oppure deve restare quello che è, cioè un accostamento di dati importanti, ma in realtà eterogenei.

In questi ed in altri snodi (forse irresponsabili nel loro essere proposti senza sufficienti filtri interpretativi) risiede il limite di questo lavoro, talvolta anche faticoso da seguire per alcune lungaggini e ripetizioni, un documentario per altro sicuramente interessante perché capace di individuare e mettere ironicamente alla berlina i rischi e le contraddizioni impliciti in alcune tendenze di una società ed un paese che restano il modello dominante della nostra epoca. Meno giusto che si finisca per ricordarne solo gli errori (in una rapida carrellata si presentano i misfatti della CIA e della politica estera USA negli ultimi cinquant’anni), trascurando i meriti storici e le istanze di libertà e democrazia proprie di quel Paese e di quella gente verso i quali noi pure siamo debitori.

Per gentile concessione di Studi Cattolici

 

Autore: Franco Olearo


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