BREACH - L'INFILTRATO (Francesco Arlanch)

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Titolo Originale: Breach
Paese: USA 2007
Anno: 2007
Regia: Bill Ray
Sceneggiatura: Adam Mazer, William Rotko, Billy Ray
Produzione: Universal Pictures, Intermedia, Outlaw Pictures
Durata: 111'
Interpreti: Chris Cooper, Ryan Philippe, Laura Linney, Caroline Dhavernas

Al giovane Eric O’Neill, aspirante agente dell’FBI, viene assegnato il ruolo di assistente di Robert Hanssen, agente dell’FBI da quasi venticinque anni, con l’incarico di riferire ai suoi superiori ogni movimento di quest’ultimo, che è stato segretamente sottoposto ad un’indagine interna. Ad Eric sembra un incarico con poche prospettive finché viene informato che Hanssen, spia dell’Unione Sovietica, è probabilmente uno dei peggiori traditori nella storia degli Stati Uniti.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Questo film può far pensare al pubblico che conosce superficialmente il cattolicesimo, che l’essere traditore di Hanssen sia una conseguenza dell’essere un cattolico devoto o almeno che fra questi due termini non ci sia nessuna contraddizione
Pubblico 
Adolescenti
Una scena sensuale e alcuni dialoghi di contenuto volgare.
Giudizio Artistico 
 
La rinuncia a sviscerare i contrasti al cuore di questa storia rendono il film una specie di gesto a vuoto, che lascia nello spettatore la sensazione di un che d’incompiuto, di sospeso invano

Breachè ispirato ad una storia vera. L’agente Hanssen, catturato nel 2001 grazie al prezioso contributo del giovane O’Neill, sta tuttora scontando l’ergastolo in un penitenziario di massima sicurezza in Colorado. Nella sua ventennale attività di spionaggio a beneficio dell’Unione Sovietica ha compromesso la copertura di circa 50 collaboratori dei servizi segreti del suo paese, provocando la morte di almeno tre di loro. Il dato sull’entità del danno economico provocato da Hanssen è tale che l’FBI lo mantiene riservato.

Il film girato da Billy Ray, tuttavia, più che sui dettagli tipici del thriller spionistico (codici segreti, doppiogiochismi, dissimulazioni) si concentra sul rapporto fra Hanssen e il giovane O’Neill. Il primo è presentato come un personaggio segnato da contraddizioni estreme: agente zelante, ma insofferente alle regole delle procedure interne del Federal Bureau of Investigation; marito devoto e padre amorevole di sei figli, ma uso a condividere con un amico i filmati dei suoi rapporti sessuali con la moglie; cattolico fervente (ne viene sottolineata la quotidiana partecipazione alla Messa, la recita del Rosario, l’abituale lettura del Catechismo, l’ardore apostolico), ma traditore efferato del suo Paese.

Il secondo è presentato come un giovane in cui si vedono in nuce alcune contraddizioni speculari a quelle di Hanssen: O’Neill è meticoloso, ma ambizioso; innamorato della moglie, ma meno di quanto lo sia della propria carriera; cattolico, ma solo per tradizione famigliare.

Il cuore di Breach sembrano dunque essere le contraddizioni di questi due personaggi e il loro reciproco riecheggiare. Ma proprio qui, al suo cuore stesso, sta il problema del film. Breach si limita infatti a presentarci i suoi due contradditori protagonisti senza offrirci alcuna chiave non dico per scioglierne le contraddizioni, ma almeno per aiutarci a seguirne i contorti nodi. Peggio. Pone esplicitamente come irrilevante la questione sul perché Hanssen fosse diventato una spia e sul perché O’Neill, dopo essere stato protagonista, appena all’inizio della sua carriera, di una delle più brillanti operazioni di controspionaggio nella storia degli Stati Uniti, abbia deciso di lasciare l’FBI per dedicarsi alla professione di avvocato. L’uomo è fatto così… il perché non significa niente, si limita a commentare Hanssen a commento delle sue azioni.

La rinuncia a sviscerare i contrasti al cuore di questa storia rendono il film una specie di gesto a vuoto, che lascia nello spettatore la sensazione di un che d’incompiuto, di sospeso invano. Sensazione che probabilmente contribuisce a spiegare i magri incassi raccolti al botteghino e alimenta il sospetto che il reale interesse nel produrlo fosse non il caso in sé (basta una rapida ricerca in internet per rendersi conto che la vera storia dell’indagine contro Hanssen contiene molti episodi, particolarmente “gustosi” da un punto di vista cinematografico, che gli autori hanno completamente ignorato), né la storia così come costruita dagli sceneggiatori (due dei quali assoluti esordienti), che non brilla certo per particolare efficacia. Il reale interesse sembra piuttosto risiedere nel fatto che Hanssen fosse un cattolico “devoto” e un soprannumerario dell’Opus Dei (esplicitamente citata nel film). Tale  circostanza, dopo il fenomeno del Codice da Vinci, ha presumibilmente attratto l’interesse su questa storia, che permetteva di assecondare, e dunque alimentare, la cosiddetta “leggenda nera” sull’Opera, punta più visibile dell’iceberg di pregiudizi anticattolici andato formandosi in questi ultimi anni.

Del “devoto cattolico” Hanssen viene così sottolineato il vieto maschilismo (“Non sopporto le donne con i pantaloni. Gli uomini portano i pantaloni”), l’orientamento politico decisamente conservatore (“Al mondo non servono altre Hillary Clinton”), il moralismo violento (“Ho visto in tv una donna, naturalmente lesbica, con suo figlio. Parlava a favore dei matrimoni gay. Ho quasi strappato a forza il cavo dal muro”), l’invadente proselitismo e la continua insistenza sull’opportunità di avere una famiglia numerosa.

Che aria tirasse, del resto, lo si era capito subito. Il film comincia mostrando l’intervento video, del maggio 2001, in cui John Ashcroft, l’allora Attorney General degli Stati Uniti (equivalente del nostro Ministro della Giustizia), riferendosi al recente arresto di Hanssen, dichiarava che era stata riparata la più grave breccia (da cui il titolo del film) che inficiava il sistema di sicurezza americano. Ora: quale thriller spionistico comincia dando come primissime informazioni non solo l’identità della spia, ma anche la circostanza che la spia è stata assicurata alla giustizia? Evidentemente l’interesse era un altro e infatti dall’intervento video che John Ashcroft conclude ricordando allarmato che la libertà della società americana è minacciata da molti nemici, si passa direttamente all’inquadratura di Robert Hanssen, due mesi prima dell’arresto, inginocchiato in una chiesa a recitare il Rosario.

In altre parole, il problema è che questo film può far pensare al pubblico che non conosce il cattolicesimo o lo conosce superficialmente, che l’essere traditore di Hanssen sia una conseguenza dell’essere un cattolico devoto o almeno che fra questi due termini non ci sia nessuna contraddizione: infatti il film, mentre presenta agenti dell’FBI che sono ben diversi da Hanssen lascia sullo sfondo altri cattolici (in primis la moglie stessa di Hanssen, anche lei ovviamente ingannata dal marito e qui ridotta a una figura da sfondo) che ovviamente considerano mentire su questioni così importanti e tradire il proprio Paese un peccato ben più grave di tanti altri. Che il cattolicesimo di Hanssen e lo stesso Opus Dei siano state vittime di quest’uomo dalla doppia personalità è una cosa che il film non solo non dice direttamente, ma non fa capire neanche indirettamente.

Certo, la mania di persecuzione è una fissazione ben più dannosa di qualunque forma di persecuzione, e ha come effetto sicuro quello di distorcere la realtà. Ma siamo sicuri che se Hanssen, invece che cattolico, nonché soprannumerario dell’Opus Dei, fosse stato un convinto buddista, o uno zelante ebreo, o un fervente luterano, l’idea di questo film avrebbe attratto l’interesse di un qualunque produttore?

Autore: Franco Olearo


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