BLACK BOOK

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Titolo Originale: Zwartboek
Paese: Olanda/Belgio/Germ./Gran Bretagna 2006
Anno: 2006
Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Paul Verhoeven e Gerard Soeteman
Produzione: San Fu Malta, Jens Meurer, Teun Hilte, Jos van der Linden, Frans van Gestel e Jeroen Beker per Fu Works
Durata: 135'
Interpreti: Carice van Houten, Sebastian Koch, Thom Hoffman, Derek de Lint

La giovane ebrea Rachel sfugge miracolosamente al massacro della sua famiglia da parte dei nazisti che hanno occupato la natia Olanda. Unitasi alla resistenza la ragazza riesce a insinuarsi nelle grazie di un potente comandante tedesco di cui diviene l’amante. Tra i due sboccia l’amore e le cose si complicano ancora di più  quando cominciano a nascere i sospetti sulla presenza di un traditore che vende gli ebrei in fuga ai nazisti. Arriva la liberazione, ma  Rachel, creduta complice del tradimento che è costato la vista a molti partigiani, viene internata in un campo per collaborazionisti. Viene liberata da un vecchio compagno ma le  sue disavventure non sono ancora finite…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il regista sembra sopratutto interessato a creare le occasioni per mostrare quadretti scabrosi e morbosetti a tematica sado-nazista, a fare un uso pornografico della storia
Pubblico 
Sconsigliato
Numerose scene di violenza, di nudo e a contenuto sessuale molto insistite. Sconsigliato per le motivazioni espresse nel riquadro valori/disvalori
Giudizio Artistico 
 
La pellicola, dal punto di vista della messa in scena e dell’approfondimento dei personaggi resta sotto la mediocrità di una produzione televisiva nemmeno tanto prestigiosa

Regista dalla produzione discontinua, che ha costruito la sua fama su una manciata di pellicole scandalo (Basic Instinct, Showgirls), Verhoeven ha portato al festival di Venezia 2006 una personale ricostruzione della resistenza olandese al nazismo con l’intento sbandierato di mettere il dito nella piaga dei soprusi che i vincitori, di qualunque parte essi siano, impongono ai vinti.

A farsi carico del racconto, che pare sia ispirato ad una storia vera (ma sui modi e la misura dell’adattamento è dato dubitare…), è una giovane ebrea che, persi di vista i genitori durante un rastrellamento, ne passa di tutti i colori prima di approdare (è la cornice, molto televisiva, del racconto) in un kibbutz israeliano pronto per essere attaccato dagli Arabi…

La pellicola, che dal punto di vista della messa in scena e dell’approfondimento dei personaggi resta sotto la mediocrità di una produzione televisiva nemmeno tanto prestigiosa, è stata accolta con le prevedibili polemiche legate alle accuse di revisionismo storico, ma, bisogna dirlo, la correttezza della ricostruzione è davvero l’ultimo dei suoi problemi.

Verhoeven, infatti, sembra molto più interessato a creare le occasioni per mostrare quadretti scabrosi e morbosetti a tematica sado-nazista piuttosto che a curare la coerenza di un racconto in cui le svolte si susseguono a ripetizione senza riuscire a coinvolgere né emozionare fino ad un colpo di scena finale largamente prevedibile e una conclusione amara (la punizione del colpevole) e piena di ambiguità.

Sarà perché la protagonista per prima non sembra affatto colpita dalle tragedie che la circondano; sarà perché la critica agli eccessi di tutte le parti appare di maniera (e come al solito non mancano gratuite stoccate contro i cristiani, che difendono l’ebrea solo a patto che reciti le preghiere e poi si esibiscono in crudeli catechismi contro i collaborazionisti). Sarà perché il racconto sembra curiosamente sospeso in una dimensione atemporale (che cosa avvenga nel resto del mondo nessuno sembra saperlo e la liberazione arriva come un fulmine a ciel sereno), comunque sia il risultato è una pellicola che non avvince sul piano dell’intreccio, non commuove pur squadernando una sequela impressionante di morti, non suscita dubbi scomodi con il racconto “amorale” di una storia d’amore (quella improbabile tra Rachel e l’ufficiale delle SS con tardivi e poco motivati pentimenti sul suo operato) che risulta solo fastidiosa.

Forse Verhoeven intendeva scandalizzare mostrandoci che il confine tra buoni e cattivi è quanto mai labile e l’eroismo non tarda a mostrare i suoi piedi d’argilla; forse voleva esaltare il semplice istinto di sopravvivenza, in mezzo a tante tragedie e tanti orrori, l’unico punto fermo non solo per Rachel, ma anche, in un modo o nell’altro, per tutti quelli che la circondano.

Di fatto, però, finisce per essere sempre e solo quello che ricordavamo dai tempi di Basic Instinct, cioè uno che si diverte a mettere in scena nudità assortite e violenze in quantità, che in questo caso, con la scusa di celebrare gli eccessi del potere, di fatto riesce solo a disgustare con il suo uso pornografico della storia.

Autore: Franco Olearo


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