QUO VADIS

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Titolo Originale: Quo Vadis
Paese: USA
Anno: 1951
Regia: Mervyn LeRoy
Sceneggiatura: S.N. Behrman, Sonya Levien e John Lee Mahin
Produzione: Metro-Goldwyn-Mayer
Durata: 171
Interpreti: Robert Taylor, Deborah Kerr, Peter Ustinov, Leo Genn

Nel 67 d.c. il console Marco Vinicio, comandante della XIV legione, dopo tre anni di vittoriose campagne militari, torna finalmente a Roma. In attesa della celebrazione del suo trionfo, viene ospitato in casa dell’ex console Aulo Plauzio. Qui incontra Licia, la sua figlia adottiva e ne prova da subito una forte attrazione. Anche Licia non è insensibile a fascino del condottiero ma ciò in cui credono è ancora troppo divergente. Licia si è convertita al cristianesimo, crede nella pace, nell’uguaglianza fra tutti gli uomini e nell’amore universale. Marco, da buon soldato, è convinto che la lotta sia l’unico mezzo, per Roma, per portare la sua civiltà ai popoli barbari. La loro relazione sembra irrealizzabile ma quando Marco viene a sapere che Licia sta rischiando la morte a causa dell’incendio dei quartieri poveri di Roma eseguito per la follia di Nerone, corre a salvarla…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film mette bene a confronto la logica di potenza e sopraffazione, espressione del mondo pagano con la nascita di una nuova civiltà basata sul rispetto di ogni uomo e sull’amore, portata da Gesù Cristo
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Il film manifesta in tutti i suoi aspetti (sceneggiatura, regia, recitazione, scenografia, costumi, ..) un’alta professionalità e se qualche volta eccede nei toni enfatici, questi erano congeniali alle realizzazioni kolossal degli anni ‘50

Quo Vadis è datato 1951, in tempi molto particolari per il cinema americano. La televisione era diventata una seria minaccia e le case di produzione facevano a gara per realizzare kolossal che attirassero pubblico nelle sale (Sansone e Dalila (1949) della Paramount, Davide e Betsabea (1951) della Twentieth Century Fox e poi arrivava questo super-colosso,  per la regia di Mervyn LeRoy, il re dei film western, della Metro-Goldwyn-Mayer che mostrava la ricchezza delle case di produzione di quel tempo:  30.000 comparse (ovviamente niente computer grafica), oltre 100 set, 63 leoni, 7 tori, 450 cavalli, 32.000 costumi. Un’altra particolarità del film è quella di esser stato fra i primi a venir girato interamente in Italia (l’inizio della cosiddetta Hollywood sul Tevere) ed è stato una scuola di attori e attrici (qui nelle vesti di comparse) del calibro di Richard Burton, Elisabeth Taylor e la nostra Sophia Loren. Anche Sergio Leone era fra gli aiuti registi.

Bisogna però riconoscere che tutti questi mezzi sono posti al servizio del racconto, non c’è nessuna volontà di stordire il pubblico con la magniloquenza. Se il film può avere ancora un’ottima presa sul pubblico di oggi, ciò è dovuto a una sceneggiatura di alta professionalità. Basti osservare la progressione dell’incontro-scontro-amore fra Marco e Licia: se percepiscono fin dal primo incontro, la forza magnetica dell’attrazione fisica, le loro mentalità sono profondamente diverse. Marco, il personaggio meglio riuscito, persegue una logica di possesso e cerca di lusingarla invitandola a seguire le forze naturali che si muovono dentro di lei -“goditi la tua bellezza, ama tu che sei fatta per amare”- ma al contempo la sua onestà gli impedisce di fare qualcosa che lei possa disapprovare.  Licia si muove su un altro piano, parla di un amore che può essere solo gratuito, di rispetto e di dedizione per l’altro. Anche il tema della fede è trattato in modo realistico: non c’è nessuna facile, immediata conversione di Marco ma progredisce lentamente man mano che lui si avvicina di più alla sensibilità di Licia. Ci sono come due storie in questo film che si muovono in parallelo: quella privata, fra Marco e Licia e quella pubblica fra un impero romano forte delle sue istituzioni ma minato dai capricci degli imperatori e la nuova legge promulgata da Cristo, sintetizzata dai due discorsi di Pietro, soprattutto l’ultimo, nel Colosseo, davanti allo stesso imperatore, quando pronuncia la sua profezia: “Qui dove regna Nerone oggi, Cristo regnerà per sempre!”.

Può destare perplessità la figura di Nerone, un uomo fragile, facilmente influenzabile, alla ricerca continua dell’affermazione di se stesso. Peter Ustinov sviluppa questo personaggio con interna coerenza (fu l’unico a vincere un premio, come non protagonista), ma anche se non possiamo avere alcun riscontro storico, questa interpretazione di Nerone appare una presa in giro troppo semplicistica del potere imperiale del tempo.

Autore: Franco Olearo


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