L'ARIA SALATA

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Titolo Originale: " L'ARIA SALATA"
Paese: Italia
Anno: 2006
Regia: Alessandro Angelini
Sceneggiatura: Angelo Carbone e Alessandro Angelini
Produzione: Rai Cinema e BiancaFilm
Durata: 85'
Interpreti: Giorgio Pasotti, Giorgio Colangeli, Michela Cescon

Fabio, educatore in un carcere, affronta ogni giorno le difficili storie di vita dei detenuti, ma anche le minacce, gli scatti d’ira, le ingiustizie perpetrate da alcuni colleghi. Con un modo di fare pratico e severo, che nasconde in realtà una forte carica empatica per i vari carcerati con cui entra in contatto, cerca di metterli sulla buona strada per ottenere al più presto un permesso o uno sconto di pena. Un giorno si trova improvvisamente davanti suo padre, appena trasferito da un altro carcere, che non lo riconosce. Lo sgomento e la difficoltà a controllare le forti emozioni a lungo represse lo condurranno a seguire l’uomo prima da lontano, senza svelarsi, poi ad affrontarlo di colpo a muso duro, con rabbia e insieme con la speranza di chiudere finalmente un cerchio rimasto aperto per vent’anni

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Film dalle emozioni prorompenti soprattutto accompagnate dal senso di colpa e dalla certezza che non c’è possibilità di cambiare il corso delle cose.
Pubblico 
Adolescenti
Una breve scena sensuale.
Giudizio Artistico 
 
Interpretazioni intense di Colangeli e Pasotti. La sceneggiatura segue una sola direzione con intelligente coerenza. Il finale costituisce una nota fuori tono

Una fotografia dai toni lividi e bluastri fa da cornice alle vicende di Fabio (Giorgio Pasotti) che, inaspettatamente incontra suo padre, dopo averlo inconsciamente cercato per anni scegliendo proprio il lavoro di educatore nelle carceri. L’incontro è mozzafiato perché i due protagonisti sono ritratti in modo non banale, con spigoli plausibili, incertezze e poca speranza residua e sostenuti dalle interpretazioni intense di Colangeli e Pasotti.

Il padre, Luigi Sparti, dopo aver ucciso un uomo, si è trovato ad affrontare vent’anni di carcere senza buoni avvocati, senza protezioni interne o esterne e completamente ignorato dalla famiglia. Epilettico, non ha mai tentato di ottenere sconti di pena in modo obliquo, neppure scrivendo una lettera di scuse alla famiglia dell’assassinato, non credendo mai in fondo nella possibilità del perdono, e desiderando, nello stesso tempo, di girare le lancette dell’orologio e vivere una vita completamente diversa: finalmente quella in “bella copia”, perché della “brutta copia” è pentito fino alle lacrime. Senza sentimentalismi, Sparti è ritratto ottimamente, indurito eppure ancora sognatore, senza speranza e infiacchito dalle leggi non scritte del carcere e dalla mancanza di relazioni umane, eppure ancora guidato dal miraggio del “fuori”, dalla possibilità di incontrare una donna, avere un bambino, rifarsi una vita.

Non sa ancora che sta parlando a suo figlio.

Le emozioni sono prorompenti e sconosciute, ingestibili, troppo sottili, troppo grandi, soprattutto se si presentano tutte insieme accompagnate dal senso di colpa e dalla certezza che non c’è possibilità di cambiare il corso delle cose.

Il regista sceglie di conseguenza un finale brusco che renda ragione di queste muraglie insormontabili e del profondo dolore di non poter tornare indietro. Questa ci sembra però una nota un po’ fuori tono, troppo dura, nella ricerca di un realismo sì coraggioso, ma che prende così la piega, a due passi dalla fine, di uno schiaffo inaspettato, poco plausibile. La provenienza del regista dal mondo del documentario e la sua esperienza di volontariato a Rebibbia potrebbero certo far da supporto all’obiezione che la vita non di rado ammannisce schiaffi gratuiti a chi meno li merita. Eppure Sparti rappresenta a questo punto più di un individuo di cui seguire qualche fotogramma documentaristico: è un personaggio reale ma allo stesso tempo un simbolo che viene costruito e condiviso nella narrazione e che rischia di perdere di senso se siamo accompagnati gradualmente dentro al racconto e poi ne siamo sbattuti fuori quando è ancora troppo presto.

Dal punto di vista strutturale, segnaliamo una nota narrativa scialba, ma per fortuna assai dimenticabile, cioè la breve sottotrama che sembra giustapposta al film senza una ragione chiara: sono i pochi cenni alla vita privata di Fabio, che si trova a disagio nella relazione sentimentale con una ragazza ricca (debolissima interpretazione di una semisconosciuta e non molto promettente Katie Saunders), figlia di padre moralmente discutibile e che, preferendo sentirsi privilegiata senza sensi di colpa, non intende discutere con il fidanzato le origini della fortuna del genitore. Non pare una storia destinata a durare.

Tornando di nuovo all’asse vivo della narrazione, va sottolineato come rabbia compressa e al contempo desiderio di conoscenza dell’altro siano sempre sottesi ad ogni scena dei due comprimari, sempre presenti, eppure mai abusati: ciò sia detto ad elogio di una sceneggiatura che segue una sola direzione con intelligente coerenza.

La sceneggiatura evita cioè tutte le tentazioni a buon mercato: il sentimentalismo facile da fiction televisiva genitori-e-figli, gli episodi “già visti” da sottomondo criminogeno, le concessioni d’ambiente a una negatività “stereotipata”, fotocopia a metà tra Pasolini e una rappresentazione americana delle carceri.

Insomma le trappole erano tante ma gli sceneggiatori le dribblano tutte, scrivendo una storia che se ne infischia della prima legge dell’economia e francamente è in grado di sorprendere anche lo spettatore più abulico e rassegnato a un cinema italiano fatto di format.

Mentre questo cinema è emozionante anche per sottrazione. Diciamolo subito: l’abbraccio vero tra Luigi Sparti e Fabio non c’è mai, ma la lotta verbale tra i due è un abbraccio continuo, protratto, insolubile.

Autore: Franco Olearo


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