QUALCOSA DI BUONO (Francesco Marini)

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Titolo Originale: You're Not You
Paese: USA
Anno: 2014
Regia: George C. Wolfe
Sceneggiatura: Jordan Roberts. Shana Feste
Produzione: Daryl Prince Productions 2S Films DiNovi Pictures
Durata: 102
Interpreti: Hilary Swank, Emmy Rossum, Josh Duhamel

Kate è felicemente sposata con Evan ed è una bravissima pianista. Le viene diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). All’inizio della malattia viene amorevolmente accudita dal marito, ma con il degenerare della patologia i due si trovano a dover assumere una persona che si prenda cura di lei mentre il marito è al lavoro. Così, entra nella loro casa e nella loro vita Bec: una giovane donna inesperta e disordinata. Kate decide comunque di tenerla e, tra le due donne, nasce un’amicizia profonda che aiuterà Kate ad affrontare il tradimento del marito, la riconciliazione con lui e il termine della sua malattia. Ma sarà anche per Bec l’occasione per maturare e per trovare la forza di realizzare il suo sogno di cantautrice.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Una ragazza che vive una vita disordinata, incapace di progettare il suo futuro, trova, nell’impegno di prendersi cura di una donna malata, il senso da dare alla sua vita. Ma l’altra donna, affetta da una malattia degenarativa, ha una visione negativa del suo stato, un fastidio per gli altri e per se, da affrontare stoicamente.
Pubblico 
Maggiorenni
Linguaggio scurrile, uso sporadico di droga, la sessualità viene gestita come distrazione di una notte, adulterio
Giudizio Artistico 
 
Il film si avvale dell'interpretazione di due grandi attrici; la sceneggiatura e la regia hanno descritto con realismo l'evolversi della malattia così come le reazioni difforni dei parenti e delle amiche di fronte all'ineluttabilità della prossima fine

Una sceneggiatura tratta da un romanzo, You’re Not You (titolo originale anche del film) della scrittrice Michelle Wildgen, che parla di malattia e di morte. Già Quasi amici nel 2011 ci aveva fatti avvicinare al mondo della malattia con i toni della commedia, La teoria del tutto nel 2014 aveva portato sul grande schermo l’avventura umana di Stephen Hawking mostrando la maturazione di una mente geniale in un corpo che perde le sue abilità. Con Qualcosa di buono (sempre del 2014, anche se uscito in Italia nel 2015) siamo di fronte ad un film drammatico, al femminile, che costringe lo spettatore a confrontarsi con una malattia incurabile, degenerativa e mortale e con le scelte che questa situazione costringe a fare.

Un bel film che non scade mai in scene patetiche, strappalacrime e non cede a facili moralismi. Lo spettatore non si trova mai a provare pena per Kate, ma ne condivide la fatica, la battaglia interiore ed esteriore, le domande profonde e i drammi. La sensazione di essere di peso agli altri, cosa fare con il marito che la tradisce, le amiche e i parenti spaventati dalla malattia e (alcuni) quasi incapaci di empatia.

Di fronte ad una patologia che non lascia scampo sono davvero numerose le reazioni: chi pensa che le cose andranno meglio pur sapendo che non succederà, chi accetta con rassegnazione, chi combatte per dare dignità alla sofferenza… ognuna di queste trova un suo spazio sullo schermo.

Se in Million Dollar Baby, Hilary Swank (che interpreta Kate) aveva proposto al pubblico l’eutanasia come soluzione di fronte all’esito ineluttabile di un incidente, qui invece si cambia registro. Kate sceglie di non fare l’intervento di tracheotomia e quindi di non essere attaccata al respiratore artificiale. Scelta moralmente lecita, anche se può essere discutibile. Unitamente a ciò decide di morire non in ospedale, ma a casa propria.

Non passano inosservati, purtroppo, tre aspetti. Il linguaggio molto scurrile: se Bec parla in maniera volgare a causa della sua estrazione sociale (e culturale… anche se è iscritta all’università), poi sembra “corrompere” Kate e la induce a dire parolacce (cosa che prima non faceva mai, anzi). L’uso di droghe: viene considerato un passatempo lecito, in particolare come consolazione di fronte alle disgrazie della vita. Infine la sessualità: non tanto per le scene di intimità portate sullo schermo, quanto per la concezione che c’è di essa. Per esempio, la Bec ha una considerazione abbastanza superficiale della cosa, Evan la considera una dimensione che non può mancare ad un uomo (quindi da vivere fuori dal matrimonio, qualora all’interno non sia più possibile).

La struttura della sceneggiatura è davvero ben costruita. All’inizio la protagonista indiscussa è Kate, con la sua vita bella e felice. Con la comparsa della malattia, arriva sulla scena di Bec, che fa da spalla. Piano piano, però, avviene una svolta, un’inversione di ruoli. Bec prende sempre di più in mano la sua vita e diventa protagonista, Kate va spegnendosi per il degenerare della malattia e diventa spalla. Questo permette di mettere bene in mostra l’evoluzione dei due personaggi principali, la loro trasformazione nell’arco della narrazione.

Hilary Swank conferma la sua bravura attoriale già riconosciuta con il Premio Oscar ricevuto per il film di Clint Eastwood. Si vede come abbia studiato la SLA e il suo decorso per poterne riproporre in scena i movimenti e le modulazioni vocali. Anche la giovane Emmy Rossum (che interpreta Bec) riesce ad essere convincente nel proporre il suo personaggio con una storia molto complessa alle spalle, un desiderio grande di felicità e realizzazione davanti a sé e un presente che le sta insegnando come costruire il suo futuro.

Josh Duhamel (che interpreta Evan), pur avendo uno spazio minore, comunque rende bene il suo personaggio: marito apparentemente perfetto e premuroso inizialmente, traditore abbandonato, uomo pentito e innamorato della moglie da cui si è dovuto allontanare temporaneamente.

Gli altri personaggi (i genitori delle due donne, gli amici e le amiche), seppur minori, contribuiscono in modo significativo: infatti, portano sullo schermo le domande e le perplessità che lo spettatore sente nell’affrontare questa storia drammatica.

Fotografia, montaggio e sonoro rendono il film scorrevole, senza indagare in maniera invasiva i corpi (in particolare i corpi malati), ma cercando di raccontare attraverso le immagini la maturazione interiore dei personaggi.

Il risultato finale è davvero  buono, nonostante tratti  un argomento drammatico. Apprezzabile anche perché ricco di pathos, senza però cercare di commuovere il pubblico.

Autore: Francesco Marini


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