LA VITA DAVANTI A SE'

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Titolo Originale: The life Ahead
Paese: ITALIA
Anno: 2020
Regia: Edoardo Ponti
Sceneggiatura: Ugo Chiti, Edoardo Ponti
Produzione: Paolomar
Durata: 94
Interpreti: Sophia Loren, Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri, Diego Iosif Pirvu, Abril Zamora

Donna Rosa è una energica, anziana signora, di origini ebraiche che vive a Bari e che ospita in casa figli di prostitute, per evitare che vengano affidati ai servizi sociali. Già molto impegnata, accetta di malavoglia di prendersi cura di Momo, un ragazzo orfano di dodici anni, di origini senegalesi, che ha già dato prova del suo spirito selvaggio rubando proprio a lei dei candelabri che stava per vendere al mercato. Alloggiato in casa di Rosa, Momo continua a perseguire il suo obiettivo di indipendenza (diventa anche un pusher della droga) per riscattarsi dalla sua condizione di ragazzo senza origini, ma trova un’oasi di tranquillità presso Joseph, un mercante di tappeti presso cui ha iniziato a lavorare. Intanto la signora Rosa manifesta sempre più spesso l’esistenza di una sofferenza interiore che la porta a rifugiarsi in cantina dove ha costruito il suo angolo di pace, come faceva da piccola quando si nascondeva sotto le baracche del campo di Auschwitz…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
I personaggi esprimono tolleranza priva di pregiudizi in un contesto multietnico, solidarietà fra emarginati che sanno dare generosamente quel poco che hanno
Pubblico 
Adolescenti
Il contesto in cui si svolge la storia è quello della prostituzione e dello spaccio della droga anche a scuola. Lessico volgare
Giudizio Artistico 
 
Recitazione superba di Sophia Loren (si parla di una candidatura all'Oscar) ma anche il piccolo Ibrahima Gueye è molto bravo. Una regia tranquilla, forse troppo, che trasforma una possibile storia realistica in un racconto edificante

Diciamoci la verità: il primo impulso che ci spinge a vedere questo film è la curiosità di scoprire se Sophia Loren, a 86 anni, è ancora quella grande attrice che abbiamo conosciuto. E’ vero che anche il soggetto del film è interessante: il libro omonimo a cui si ispira, di Romain Gary, ha vinto il premio Goncourt nel 1975 e nel 1977 ne è stato ricavato un film francese con Simone Signoret, che ha vinto il premio Oscar come miglior film straniero ma se ci volessimo limitare a voler rivedere la nostra Sophia, le aspettative sarebbero magnificamente confermate. Nulla delle sue doti artistiche è andato perduto: è sempre lei, una napoletana un po’ sfrontata dai toni burberi che le servono per nascondere il suo grande cuore; in questo film non c’è l’intensità dolorosa della madre di La ciociara (non sarebbe stato necessario) ma manifesta una certa pacata melanconia che non è certo tristezza ma serena accettazione di una realtà che , dopo una lunga vita, ha portato cose  belle e cose brutte e da questa esperienza ne è scaturito un senso provvidenziale della vita. “E’ proprio quando non ci credi che succedono le cose belle. E’ rassicurante”: dice Rosa a Momo. Sophia non ha paura di mostrarsi senza trucco, a  tenersi i capelli lunghi e scompigliati ma c’è un motivo per questo: lei è una leonessa agli occhi di Momo e le ricorda sua madre quando era in Africa e anche Joseph, il tappezziere presso cui lavora, gli ricorda che per l’Islam, la religione del ragazzo, il leone è simbolo di forza, pazienza e fede.

La sceneggiatura giustamente semplifica il racconto rispetto al testo originale (e al film del 1977 che lo ricalcava fedelmente) e si concentra sulla trasformazione di Momo e sui destini di Rosa. L’unica ricchezza di Momo è un pugno di ricordi della madre quando lui era piccolo e ballavano spesso insieme.  Reagisce con rabbia a questa sua fragilità ostentando aggressiva spavalderia verso tutto e tutti. “Non volevo esser un ragazzo come gli altri”: racconta Momo. Nonostante cerchi la propria affermazione con facili soluzioni come furtarelli e spaccio di droga, ha comunque due mentori d’eccezione: Joseph e Rosa. . Il tappezziere Joseph  cerca di far leva sulla fede, sulla ragione  (“non occorre la violenza: la parola è l’arma più letale”) e sulla cultura. E’ lodevole il suo richiamo ai classici della letteratura in particolare a I Miserabili di  Victor Hugo (citato indirettamente a inizio film con il furto di candelabri): “il bene e il male dipendono da come ascolti le persone e come le sai ascoltare”: è l’interpretazione che Joseph dà del libro. Ma il suo appello al senso di responsabilità di Momo non porta frutti.  Decisivo è invece l’intervento di Rosa: il culmine del loro rapporto avviene quando lei, che non si trova in buona salute, chiede a Momo di aiutarla a non esser porata in ospedale. “Sei un tipo tosto ma so che sei di parola”. E’ a partire da quel momento che Momo diventa adulto: ora ha una responsabilità verso un’altra persona che le sta a cuore, ha un compito da assolvere. Se Sophia è superlativa, molto bravo anche Ibrahima Gueye nella parte di Momo. Sa mostrare di essere un ragazzo vendicativo ma anche tenero con chi lo tratta con rispetto e delicatezza.

Lo scenario in cui si svolge questo bel racconto di formazione è insolitamente pacato, sia nelle riprese di Bari (non ci sono sequenze in ambienti degradati) che nel disegno dei personaggi secondari.

Il mercante di droga se ne sta tranquillo nel suo ufficio a distribuire il "prodotto" ai vari pusher e poi si concede una divertente cenetta con piacevoli ragazze (niente pistole o rese dei conti secondo lo stile Gomorra o Suburra) e la prostituta Lola se ne torna a casa dopo il "lavoro" per ritrovare  il suo figlioletto e sembra non abbia un protettore che le dica quanto guadagnare e dove lavorare (siamo lontani da Adua e le compagne

Si tratta chiaramente di una scelta stilistica su cui si può essere d’accordo o meno ma in fondo dispiace che la trasformazione di Momo  non assuma i connotati di una realtà possibile ma quelli di un racconto edificante che tende alla favola.

Autore: Franco Olearo


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