LA REGINA DEGLI SCACCHI - THE QUEEN'S GAMBIT

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Titolo Originale: The Queen's Gambit
Paese: USA
Anno: 2020
Regia: Scott Frank
Sceneggiatura: Scott Frank, Allan Scott
Produzione: Flitcraft Ltd, Wonderful Films
Durata: 7 episodi di 50'
Interpreti: Anya Taylor-Joy, Bill Camp, Moses Ingram, Marielle Heller

Beth Harmon ha otto anni quando entra nell’orfanatrofio: sua mamma è morta e il padre aveva abbandonato entrambe molto tempo prima. Un giorno, nello scendere nel seminterrato per fare delle pulizie, scopre che il guardiano, l’anziano e taciturno signor Shaibel, gioca a scacchi da solo. Dopo molta insistenza, convince quel signore a insegnarle come si gioca e scopre presto un suo talento eccezionale. Adottata da una famiglia senza figli, Beth prosegue nei suoi allenamenti fino a iscriversi al suo primo torneo regionale che vince facilmente. Ormai è pronta a sfruttare il suo talento anche in gare internazionali...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ben rappresentati i valori dell’amicizia e l’aiuto che molti adulti danno per contribuire alla maturazione della protagonista orfana. Sono presenti situazioni negative ma rappresentate come tali: separazioni coniugali, uso di alcool e droga. I rapporti sessuali presenti non si elevano al di sopra di un puro rapporto occasionale
Pubblico 
Adolescenti
Uso di droga e alcool, incontri sessuali occasionali senza nudità
Giudizio Artistico 
 
Sono molti i pregi di questo serial: ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, ma soprattutto la sceneggiatura è in grado di approfondire tutti i personaggi grazie soprattutto a sapienti dialoghi

I tornei internazionali di scacchi, gli alberghi di lusso che li ospitano, gli uomini, i bambini e le poche donne  che frequentano quel mondo, anzi vivono di quel mondo, impiegando ogni momento libero da gare per esercitarsi, costituisce il contesto dominante di questa serie. A ogni puntata sentiamo il click che fa partire quell’orologio che stabilisce inesorabilmente quanto tempo impiega un giocatore a decidere la prossima mossa, ascoltiamo gli esperti parlare di apertura siciliana, sgambetto della regina (da qui il titolo originale) eppure non possiamo definirlo un serial di contesto. Anche se quei critici che hanno recensito il serial e sono al contempo appassionati di questo gioco, hanno definito le ricostruzioni delle partite assolutamente impeccabili, non siamo coinvolti nel dettaglio delle mosse ma percepiamo comunque la tensione della partita, l’intensa concentrazione dei duellanti, fino alla finale stretta di mano che suggella la vittoria di uno e la perdita dell’altro. Il tema (ma uno dei tanti temi) che affronta il serial è più ampio: la gestione del talento, lo scoprire che si può essere bravi in qualcosa e si ha voglia di applicarsi intensamente per esso. Ciò succede a maggior ragione per Beth, che rimasta orfana, è priva di radici e sta costruendo tutta se stessa intorno a quel talento. Una scelta pericolosa, perché quando viene il momento della sconfitta, Beth si accorge che dentro di sé c’è il vuoto assoluto, non ha costruito significati più ampi per la propria vita e per lei non c’è altro che annullarsi nell’alcool e nella droga, come effettivamente avviene in un periodo nero della sua vita. Aldo Grasso, nel recensire questo serial sul Corriere della Sera, ha detto giustamente che gli scacchi sono stati spesso usati come metafora della vita (basti ricordare la partita finale con la Morte ne Il Settimo Sigillo) ma per Beth è una vera e propria scelta di vita, come lucidamente dichiara in una intervista: “Esiste tutto un mondo in quelle 64 caselle: mi sento sicura, lì posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile”. E’ vero che a priori non potrà mai sapere la prossima mossa dell’avversario ma sa di sicuro che avverrà in quel mondo chiuso delle 64 caselle. E’ proprio questo il limite di Beth, il suo sottrarsi all’imprevedibilità del mondo reale, in particolare l' abbandonarsi al rischio del rapporto con gli altri e si proteggerà a lungo con un atteggiamento anaffettivo, proprio per continuare a mantenere il controllo della propria vita. Quasi per contrasto la sceneggiatura lascia ampio spazio ai personaggi che ruotano intorno a lei, che sanno esprimere umanità, amicizia, affetto e quando ha bisogno di aiuto, sanno serrare le fila intorno a lei. Non hanno il suo talento ma qualcosa che lei non ha: sanno donare. Come Jolene, la compagna di college di un tempo, che le presta i dollari necessari per andare in Russia per la sua sfida maggiore, anche se quei soldi sono stati messi da parte per l’università; come Benny, ex ragazzo prodigio degli scacchi che supera lo spirito di rivalsa  verso colei che l’ha battuto, per formare una squadra di supporto per la sua sfida finale con il russo Borgov.

I pregi di questo serial sono tanti: l’ottima interpretazione di Anya Taylor-Joy e degli altri co-protagonisti, la meticolosa ricostruzione degli interni e degli esterni in stile anni ’60, l’eleganza dei vestiti che sfoggia la protagonista ma soprattutto la sceneggiatura. Non si tratta di uno stile brillante, come quello di Aaron Sorkin (The Social Network, Molly’s Game, Steve Jobs) né carico di imprevedibile tensione come quello di Vince Gilligan (Breaking Bad, Better Call Saul) ma ordinato, composto, quasi da scacchista. Puntata dopo puntata seguiamo la corsa di Beth al pieno successo ma in parallelo, in ogni episodio, viene messo a fuoco un personaggio per volta, tratteggiato con molta cura. Nella prima conosciamo il vecchio Shaibel, forse la figura più toccante, un vecchio emarginato di poche parole, che a poco a poco si affeziona a quella bambina intraprendente. Nel secondo episodio fa la sua comparsa la madre adottiva, una donna fragile, abbandonata dal marito, che ama bere ma che trova una forma di riscatto nel cercare di essere una buona madre. La lista prosegue, nelle altre puntate con altri ragazzi, prima concorrenti e poi amici.

Ci sono due valori irrimediabilmente sconfitti in questo serial: la famiglia e il significato della sessualità. Le due famiglie che ci vengono presentate, quella originale di Beth e quella adottiva, sono entrambe fallimentari, per colpa di uomini egoisti e mediocri. Il serial, sembrerebbe aderire all’ideologia del woman power   (la madre ripete sempre alla piccola Beth: “gli uomini vogliono farti vedere come si fanno le cose ma tu lasciali blaterare e fai sempre quello che ti va di fare”) però è indubbio che ci sono nel serial molti personaggi maschili positivi e nel mondo degli scacchi, dominato da figure maschili, non traspaiono comportamenti  misogini. Beth, diventata maggiorenne, ha rapporti sessuali, del tipo scaccia-solitudine, dettati dalla simpatia del momento o da un eccesso di alcool bevuto. Si tratta di una sensualità anaffettiva da consumo, forse un po' troppo ante-litteram, visto che la vicenda si svolge negli anni ’60. Quando incontra in un supermercato una sua vecchia compagna di liceo, questa si mostra felice per la sua vita serena, con un marito e  un figlio appena nato. Beth comprende che quello non è il suo mondo: il suo obiettivo-ossessione è cercare di battere gli avversari più difficili: i campioni russi.

La storia non racconta fatti realmente accaduti  ma è ricavata dall’omonimo  romanzo di Walter Tevis

Autore: Franco Olearo


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