LOVE ME GENDER

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Titolo Originale: Love Me Gender
Paese: ITALIA
Anno: 2018
Produzione: Stand By Me
Durata: 4 episodi di
Interpreti: Chiara Francini

L’attrice Chiara Francini va in giro per l’Italia a intervistare persone e famiglie che sono in conflitto con il loro sesso, coppie di omosessuali, bisessuali, famiglie di divorziati risposati, persone con l’inclinazione al crossdressing

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film teorizza la ricerca di una felicità che vuol dire soprattutto perseguire i propri desideri privati, anche quando questo vuol dire tradire gli impegni presi e considerare i bambini come qualcosa che si può “ordinare”.
Pubblico 
Maggiorenni
Occorre maturità per discernere l’ideologia deformante con la quale sono stati presentati alcuni casi reali
Giudizio Artistico 
 
L’attrice Chiara Francini gestisce con simpatia e allegria interviste anche delicate sul tema del cambiamento di sesso, dell’omosessualità e delle famiglie aperte ma l’ottimismo che traspare dal documentario sfocia in una eccessiva esemplicazione dei casi presentati

“Sono Chiara Francini… quando andavo a scuola il mondo non era come oggi: era più definito, i ruoli erano diversi, c’erano i maschi e le femmine, c’erano i padri e le madri, i mariti e le mogli. Adesso invece apro la porta di casa e chi ti incontro? Il mio migliore amico che è gay e che si è sposato con il suo compagno. I miei vicini che sono divorziati eppure hanno rapporti bellissimi con gli ex e le loro nuove famiglie. E un mio collega attore ha deciso di cambiare sesso”

Con questa overture, iniziano le quattro puntate di questo documentario-inchiesta di propaganda sull’ideologia gender, condotta dall’attrice Chiara Francini, che è stato già proposto dal canale La Effe e ora è disponibile su SKY.

Bisogna riconoscere che l’inizio del documentario è onesto e i propositi sono chiari: la Francini vuole andare in giro per l’Italia a cogliere quelle situazioni, quei personaggi che consentano di dimostrare che l’ideologia gender è la lente migliore per leggere e interpretare i comportamenti della società di oggi. In effetti la Francini è molto brava nell’infilarsi con simpatia nell’intimità di certe persone e contribuisce a dare al documentario quel tono di allegria che è poi il vero obiettivo di questo lavoro: la felicità è dietro l’angolo, basta solo non seguire schemi mentali che sono ormai obsoleti. Se da una parte i casi reali presentati, proprio perché tali, meritano il massimo rispetto, dall’altra dobbiamo analizzare la sovrastruttura ideologica che è stata costruita su di essi, attraverso dei commenti fuori campo. E’ bene quindi analizzare, una ad una, le principali interviste che sono state fatte.  

Vengono presentate innanzitutto alcune realtà del mondo animale che dovrebbero contribuire a sottolineare come all’interno di alcune specie esista una sostanziale indifferenza sessuale. Si parla ad esempio delle cernie, che sono ermafrodite e che cambiano sesso in funzione delle esigenze del branco. Tutto vero ma dobbiamo però trarre delle conclusioni che sono opposte a quelle della Francini. Per quei pesci, come per tutti gli animali, la generazione di nuovi individui della loro specie è di importanza primaria e la sessualità è funzionale a questo obiettivo fino al punto, come per le cernie, di cambiare sesso se mancano femmine o maschi all’interno del branco. Anche il caso dei pinguini è stato falsato. Come abbiamo appreso da quel bellissimo film- La marcia dei pinguini, dopo che le femmine hanno deposto l’uovo, sono i maschi che lo covano, mentre le femmine vanno a rifocillarsi. Se poi dei maschi covano delle uova che sono rimaste abbandonate, ancora una volta è la logica della sopravvivenza del branco che prevale, senza disturbare l’inclinazione omosessuale come fa la Francini. Sarebbe molto bello se anche nelle nostre società si ponesse nel giusto risalto l’importanza della generazione di nuove vite e si desse priorità al sostegno delle coppie eterosessuali che dispongono di questa dote esclusiva.

Nella prima puntata viene presentata una famiglia con due papà e tre bambini ottenuti con l’utero in affitto in Canada (la terminologia adottata è molto filtrata: si parla di “gestazione per altri”). Su questi aspetti è bene chiarire che non si tratta di essere retrogradi o progressisti, di credere in una religione o no ma molto semplicemente e più direttamente, dobbiamo parlare di diritti: quelli dei nascituri e dei bambini. Il diritto per loro di essere il frutto dell’amore del proprio padre e della propria madre, di essere portati in grembo e allattati dalla a madre, di essere educati da quei genitori che li vedono per quello che sono: il loro amore che è diventato carne, che è sangue del loro sangue e ossa delle loro ossa. Nel tentativo maldestro di esaltare la legge canadese, la coppia gay chiarisce che la donna che dona l’ovulo deve restare anonima e deve essere diversa dalla donna che lo porta in grembo. Come dire che la funzione della madre è stata tagliata a fettine, come un saporito salamino. Viene poi presentata una “famiglia allargata”. Si tratta di una espressione che sottende il fatto che un uomo, Valerio, ha prima sposato Pamela e poi Claudia, facendo una figlia, Iris, ora adolescente, con il primo e altri due figli con il secondo matrimonio. Si tratta di un insieme di persone, grandi e piccole dove, a loro dire, non importa il ruolo che hanno, ma “è importante volersi tutti bene” e si riuniscono, per il pranzo domenicale, tutti intorno allo stesso tavolo. Iris, passa i giorni dispari con la madre e i pari con il padre. Naturalmente tutto appare idillico ma se lo è in apparenza, il merito va alle due donne (l’uomo appare assolutamente inutile, si è limitato a combinare questo pasticcio) che hanno un cuore di madre e cercano di costruire un ambiente il più accettabile possibile per i ragazzi. La deliziosa Iris dichiara di essere contenta di stare con il padre e la madre a giorni alterni perché così “cerca di tenere unita la famiglia”. Lei, che innocentemente si è trovata in questa situazione causata dal tradimento del padre agli impegni presi, sa cosa deve fare per il bene di tutti e dà il buon esempio a degli adulti che sembrano meno maturi di lei.  Anche in questo caso viene in soccorso il cinema: il film Quel che sapeva Maisie mostra in tutta la sua dolorosa realtà lo straniamento, il disagio di una bambina spedita come un pacco avanti e indietro fra un padre e una madre divorziati.

Un’altra storia interessante viene raccontata nel documentario: quella di una donna che dopo dieci anni di matrimonio con un uomo, decide di andare a vivere con un’altra donna. Veniamo informati del dolore che questa situazione ha creato nell’uomo, delle lunghe battaglie legali sostenute, fino alla rassegnazione di oggi. Anche in questo caso si parla a sproposito di “felicità”. Come si fa a essere felici nel dissociarsi dagli impegni presi? Forse che il fatto di essere bisessuale, omosessuale, libera la coscienza dal discernere il bene e il male? Anche per questa situazione abbiamo un film da proporre: Disobedience. Una donna, sposata con un giovane di una comunità ebraica ortodossa e con un figlio, incontra di nuovo la passione della sua giovinezza (un’altra donna). La donna saprà comprendere il valore superiore delle sue responsabilità nei confronti del figlio e del marito che le vuol bene evitando di riaccendere passioni giovanili.

Nelle quattro puntate vengono presentate delle persone che si trovano a disagio nei confronti del proprio sesso, anche pre-adolescenti. Si tratta di situazioni molto delicate e che necessitano, oltre che di un medico specialista, anche di tanto amore e saggezza da parte dei genitori. Desta quindi perplessità l’intervista a una dottoressa che, riguardo a quei farmaci che bloccano la crescita naturale per dirigerla verso caratteristiche maschili o femminili in funzione della scelta fatta, abbia usato toni tranquillizzanti sull’assenza di possibili rischi di questi “metodi”. Che la scelta sia difficile è sotto gli occhi di tutti, a dispetto della eccessiva disinvoltura con la quale è stato affrontato questo tema nel documentario. Nathan Fleming: era questo il nome della donna belga che aveva cambiato sesso e poi aveva chiesto e ottenuto nel 2013 l’eutanasia di stato per le “insopportabili sofferenze psichiche” causate da questa trasformazione.

Autore: Franco Olearo


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