ANCHE LIBERO VA BENE (C. Toffoletto)

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Titolo Originale: ANCHE LIBERO VA BENE
Paese: Italia
Anno: 2005
Regia: Kim Rossi Stuart
Sceneggiatura: Linda Ferri, Domenico Starnone, Francesco Giammusso, Kim Rossi Stuart.
Produzione: Carlo Degli Esposti
Durata: 108'
Interpreti: Kim Rossi Stuart, Barbora Bobulova, Alessandro Morace, Marta Nobili

Il piccolo Tommi, undici anni, vive con il padre Renato e la sorella maggiore Viola, dopo che la madre li ha abbandonati. La famiglia sta faticosamente costruendo un nuovo assetto intorno al padre. Ma il fragile equilibrio si spezza quando la donna ritorna, implorando il marito e i figli di riaccoglierla in casa…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Mettere in scena solo famiglie disastrate può indurre a pensare – erroneamente - che questa sia la normalità. Per gli sceneggiatori raccontare situazioni “patologiche” è una comoda scorciatoia al ricatto emotivo.
Pubblico 
Maggiorenni
Turpiloquio, blasfemia, violenza verbale, qualche scena sensuale.
Giudizio Artistico 
 
Questa opera prima ha una marcia in più. Forse perché al centro, viene posto il rapporto, intenso ma imperfetto, tra un padre e suo figlio.

Per il suo esordio alla regia, Kim Rossi Stuart ha scelto una storia di dissesto familiare. Dopo Muccino, Comencini, Moretti, Capuano, Faenza e tanti altri amanti degli “interni in frantumi”, forse il cinema italiano non sentiva davvero il bisogno dell’ennesimo film su una famiglia in crisi. Ma sembra che i nostri registi non sappiano, non vogliano o non possano raccontare altro. Del resto - e questo sarà sempre un alibi inattaccabile -, storie del genere fotografano una realtà esistente, fatta di adulti incapaci di volersi bene, di padri o madri assenti ingiustificati, di figli che ne pagano le dolorose conseguenze. Però mettere in scena solo famiglie disastrate può indurre a pensare – erroneamente - che questa sia la normalità. Non dimentichiamo, poi, che per gli sceneggiatori raccontare situazioni “patologiche” è una comoda scorciatoia al ricatto emotivo.

A difesa di Kim, comunque, diremo che qui non troverete isterismi gratuiti alla Muccino, né il compiacimento un po’ sadico della Comencini, o la malinconica assoluzione di Moretti. Questa opera prima ha una marcia in più. Forse perché al centro, prima ancora della rottura tra un uomo e una donna, viene posto il rapporto, intenso ma imperfetto, tra un padre e suo figlio. Anche Libero va bene, più che un racconto di infanzia incompresa alla Truffaut, è la storia della crisi di un padre vista attraverso gli occhi del figlio. E di come questo uomo troppo solo e troppo ferito venga strappato alla disperazione dall’abbraccio del suo bambino.

Di mezzo, comunque, non ci viene risparmiato niente. Siamo chiamati a toccare il fondo insieme a quel che resta di una famiglia, a mettere il dito nella piaga lasciata da una donna, madre e moglie, in perenne fuga da se stessa e dalle sue responsabilità. La prosaicità dei dettagli di una casa dove manca da troppo tempo una presenza femminile (il padre che gira senza mutande, le flatulenze usate come saluto), l’inaudita violenza verbale che il padre vomita sui figli, anche e soprattutto quando parla della loro madre, l’esasperato realismo delle scene di collera, che si spinge fino alla blasfemia: tutto ci viene sbattuto in faccia senza sconti.   

Testimone e protagonista silenzioso di questo viaggio in una famiglia privata del suo perno è Tommi, undici anni. Il ragazzino ha imparato presto a fare i conti con il vuoto lasciato da una pessima madre (Barbora Bobulova) che “va e viene”. La bella e fragile Stefania, infatti, prima sparisce, poi torna in lacrime, e poi sparisce nuovamente, inseguendo uomini ricchi, sicuramente diversi dal semplice e un po’ rozzo Renato (interpretato con la solita bravura dallo stesso Kim Rossi Stuart). L’uomo, impulsivo ed “esagerato” negli slanci d’affetto quanto nella collera, cerca di tenere unita la sua famiglia come meglio può, nonostante i suoi limiti caratteriali e i problemi di lavoro che lo affliggono (cerca di mettersi in proprio come cameraman, ma non gli è facile starsene al suo posto). La sorella maggiore Viola, un’adolescente in piena fase ormonale, tormenta  il timido Tommi con i suoi atteggiamenti da lolita e le prese in giro di rito. Ma in fondo è evidente che questi tre si vogliono bene, e che hanno un disperato bisogno di stare attaccati l’uno dell’altro, anche fisicamente, per non crollare.

L’ennesimo ritorno di Stefania innesca in tutti un meccanismo di timida speranza: ma ormai, proprio come Renato, anche Tommi ha imparato a diffidare delle promesse di una donna che non è in grado di ricambiare il suo amore.

E mentre cerca di tenere a bada i sussulti emotivi scatenati dall’andirivieni della mamma, Tommi vive le esperienze di ogni altro ragazzino, portandosi negli occhi una lucidità e una malinconia che struggono (bravissimo e ben diretto il piccolo Alessandro Morace). Riservato e taciturno, Tommi scivola nelle situazioni e negli ambenti lasciando comunque un segno su chi lo circonda (l’amichetto del palazzo, il compagno handicappato, la ragazzina di cui si innamora), quasi suo malgrado. Tommi ha i desideri di ogni altro ragazzino, ma forse, diversamente da altri, ha imparato sulla sua pelle che a volte è necessario censurarli. Per questo non insiste più di tanto col padre, quando tenta di dirgli che vorrebbe fare calcio, e non nuoto.

Ma non si può continuare a reprimere i proprio bisogni. Quando Renato crolla, dopo l’ultima fuga di Stefania, padre e figlio arrivano a un drammatico punto di rottura.

E sarà Tommi a recuperare il rapporto, sgattaiolando in casa nel buio della notte, attaccandosi a quel bisogno più forte di ogni obiezione. L’abbraccio tra i due è commovente, ma non si esaurisce nell’emozione di un attimo: padre e figlio, infatti, si avvicinano veramente solo quando arrivano, ciascuno dei due, a sacrificare qualcosa dei propri progetti (“Anche libero va bene...”).

La lezione più grande che un bambino può insegnare a un adulto completamente allo sbando è forse questa: la semplicità di riconoscere nell’altro una presenza troppo preziosa per potervi rinunciare. E che sia un figlio a doverlo ricordare a suo padre è un triste segno del nostro tempo, marchiato dalla tragica latitanza dell’adulto.

Costruito intorno a un sottilissimo filo di speranza, autentico nell’ispirazione e nelle intense prove recitative dei suoi attori, Anche libero va bene riesce ad essere più sincero e meno distruttivo di altri film del suo genere. Però stupisce vedere quanto queste giovani famiglie somiglino a monadi completamente ripiegate su se stesse, prive della minima rete di amicizie e rapporti al di fuori delle mura domestiche.

Il dubbio che quella rappresentata non sia affatto la normalità ci sfiora, giustamente, ancora una volta. Ma non possiamo non registrare che, per la famiglia in crisi, il guaio peggiore è non avere nessuno a cui chiedere aiuto. Anzi, forse la crisi comincia proprio da qui.

Autore: Franco Olearo


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