SORRY WE MISSED YOU

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Titolo Originale: Sorry We Missed You
Paese: UK, Francia
Anno: 2019
Regia: Ken Loach
Sceneggiatura: Paul Laverty
Produzione: Sixteen Films, Why Not Productions, Wild Bunch, BFI, BBC Films, Les Films du Fleuve, France 2 Cinéma
Durata: 101
Interpreti: Kris Hitchen, Debbie Honeywood, Rhys Stone, Katie Proctor

Ricky, Abby, Liza Jane e Seb sono una famiglia che vive a Newcastle. Ricky, dopo aver perso numerosi lavori a causa della crisi economica, decide di mettersi in proprio affidandosi ad un franchising di corrieri. L’obiettivo è quello di poter dare una volta alla sua vita e a quella dei suoi cari, acquistando una casa, invece di continuare a vivere in affitto. Per farlo deve vendere l’auto della moglie Abby, che è assistente domiciliare e acquistare un furgone per le consegne. Gli orari di lavoro, però, particolarmente duri mettono a dura prova la tenuta della famiglia e l’educazione dei figli e le esigenze del mercato, non transigono: non badano alle persone e alle loro esigenze, non tengono conto neanche della salute, ma richiedono che tempo e relazioni vengano sacrificati per riuscire a guadagnare sempre più denaro

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
La partecipata denuncia di un capitalismo senza regole non è accompagnata da una proposta costruttiva che conduca a un mondo migliore.
Pubblico 
Tutti
Giudizio Artistico 
 
Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film e Ken Loach, con il suo stile essenziale, riesce a farci entrare nell'intimità di una famiglia sottoposta a una difficile prova

Con il suo ventiseiesimo lungometraggio, Ken Loach completa, almeno idealmente, una “riflessione cinematografica” iniziata con il suo precedente film Io, Daniel Blake (Palma d’oro a Cannes 2017, David di Donatello, Bafta, Cesar, London Critics). Se nella precedente pellicola il regista si era concentrato sulla dimensione politica e sociale dello stato inglese, con le relative conseguenze sul welfare a scapito delle persone in stato di necessità, qui l’invito è a considerare le conseguenze della precaria situazione economica generale sulle persone e sulla famiglia.

Attraverso le caratterizzazioni dei personaggi si può cogliere la critica di Leach. I due datori di lavoro di Ricky e Abby, infatti, potrebbero essere considerati la personificazione del mercato liberista: Maloney, il responsabile dei corrieri e la responsabile delle assistenti domiciliari (che non si vede mai, se ne sente solamente la voce attraverso un cellulare). L’esigenza di mantenere alti gli standard produttivi, la necessità di un buon feedback da parte dei fruitori dei servizi, chiedono alla famiglia Turner di sacrificare quasi tutto: tempo di coppia, tempo di svago con i figli, tempo di riposo, salute fisica. Se all’inizio l’attività lavorativa di Ricky veniva presentata alla stregua di una libera professione in vista di una crescita e di un benessere economici mai raggiunti prima, ben presto si rivela essere una forma moderna di schiavitù: quattordici ore di lavoro al giorno, esposizione al rischio di incidenti, sanzioni di vario tipo e rimborsi delle cose danneggiate. Così come la datrice di lavoro di Abby: numerosi appuntamenti durante la giornata, dal mattino presto alla sera tardi, qualche volta anche il sabato sera (sacrificando il momento di svago familiare).

Se i genitori soffrono, non meno i figli: Liza Jane deve imparare presto ad essere autonoma su tante cose, non potendo contare sul supporto dei genitori sempre impegnati al lavoro, Seb che con la sua ribellione adolescenziale (mettendo a rischio la sua stessa riuscita scolastica) cerca di attirare l’attenzione dei suoi familiari.

Una prospettiva, quella del regista inglese, che lascia un retrogusto amaro, senza speranza fintantoché le cose restano così. Una lettura ben lontana da quella del sogno americano fatta da Gabriele Muccino ne La ricerca della felicità o da quella della guerra tra poveri fatta da Bong Joon-ho nel suo recente successo Parasite (o nel suo precedente lavoro Snowpiercer).

Cast e sceneggiatura danno un grande spessore al film. La pellicola permette di approfondire anche pensieri e stati d’animo dei personaggi: il desiderio di “riscatto sociale” e di benessere che Ricky Turner (interpretato da Kris Hitchen) vorrebbe per la propria famiglia, deve fare i conti con un lavoro che promette indipendenza, ma si rivela peggiore di qualsiasi lavoro dipendente.

Abby Turner (interpretata da Debbie Honeywood) che ama la sua famiglia, cerca di essere presente (in particolare con i figli e le loro esigenze), cerca di supportare il marito nelle sue scelte anche quando queste costano sacrifici e lo portano a grandi frustrazioni poi riversate sulla famiglia stessa.

Liza Jane (interpretata da Katie Proctor) e Seb (interpretato da Rhys Stone), due figli che in modo diverso cercano di arrangiarsi nel far fronte all’assenza dei genitori impegnati nel lavoro per garantire loro un futuro.

L’ottima regia di Loach riesce a far emergere ogni cosa attraverso dialoghi e immagini. Il suo passato di documentarista emerge in più momenti, in particolare si mostra nelle sequenze di intimità familiare: il dialogo del protagonista con figlia in un momento di pausa pranzo durante le consegne, le discussioni e i confronti che spesso la famiglia Turner vive a tavola.

Nel complesso è un buon film, impegnativo, che aiuta a riflettere sui rapporti umani in un contesto dove il mercato sembra dettare legge in ogni situazione.

Autore: Francesco Marini


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