PLEASANTVILLE

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Titolo Originale: Pleasantville
Paese: USA
Anno: 1998
Regia: Gary Ross
Sceneggiatura: Gary Ross
Durata: 120
Interpreti: Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, • Jeff Daniels

Siamo in California negli anni ’90. Due gemelli, che frequentano l’high school della loro città e vivono con la madre divorziata, sono caratterialmente diversi. David è un ragazzo introverso appassionato della serie Pleasantville, sitcom degli anni ’50, di cui conose le battute a memoria. Jennifer è una ragazza irrequieta, poco dedita agli studi ma molto impegnata a cercar di conoscere intimamente i ragazzi che le piacciono. Una sera viene da loro un vecchio signore che si spaccia per tecnico televisivo ma in realtà è lì per cataputarli nel mondo in bianco e nero di Pleasantville, nella parte di Bud e Mary Sue Parker, i figli della coppia protagonista. Per quanto si ingegnino, i ragazzi non riescono a ritornare nel mondo reale e non resta loro che stare al gioco...

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il racconto risulta diseducativo perché valorizza la realtà dei nostri istinti (sessualità, ira) senza suggerire che debbono venir convogliati in una giusta direzione
Pubblico 
Adolescenti
Per comprendere correttamente l’ambigua metafora trasmessa dal racconto e per alcuni riferimenti sessuali
Giudizio Artistico 
 
Il film ha trovato una formula efficace (la colorazione dei personaggi della sitcom che vengono “convertiti”) per sviluppare il suo attacco verso un conformismo bigotto ma poi risulta incoerente nelle conclus

Nel 1516 Thomas Moore aveva pubblicato Utopia: aveva immaginato una società pacifica (contrariamente all’Inghilterra del tempo) dove la proprietà privata è abolita mentre il commercio e il denaro risultano inutili, perché il popolo vive solo di ciò che si ottiene coltivando la terra. Le utopie hanno la funzione di portare in evidenza ciò che di buono c’è nell’animo umano, qualora  fosse capace di dominare la sua avidità e  la sete di guadagno.  Le sit-com americane degli anni ’50, quando si viveva sotto l’incubo di una guerra nucleare, avevano lo scopo di portare serenità alle famiglie, quando la sera erano tutte riunite, figli e genitori, davanti al televisore. La serie Pleasantville del 1959 immaginata nel film, si rifà, abbastanza fedelmente,  a Papà ha ragione (Father Knows Best), che durò 203 episodi dal 1956 al 1960, dove ogni problema veniva risolto con ragionevolezza all’interno della famiglia. Pleasantville attacca questo mondo tranquillo e piacevole, dove il papà, tornando dal lavoro, annunciandosi con un “tesoro, sono a casa!”, è sicuro che la moglie abbia già preparato tutto per la cena, dove i ragazzi e ragazze si appartano di sera in macchina nel prato dei fidanzati, esprimendosi con delle effusioni che non superano mai certi limiti,  mentre di giorno, la squadra di basket della scuola riesce sempre a vincere.

Le intenzioni dello sceneggiatore e regista Gary Ross possono inizialmente esser parse buone: gli abitanti  di Pleasantville si rianimano, prendono colore (quasi una metafora del brano di Ezechiele dove le ossa inaridite si ricompongono e prendono vita) appena scoprono le passioni che muovono i loro animi, la bellezza dell’arte e la profondità della letteratura (a Pleasantville i libri hanno le pagine tutte bianche). La parte divertente del racconto sta proprio nel vedere, sotto l’effetto del “cattivo” esempio di David e Jennifer, come i giovani e gli abitanti di Pleasantville escano dai ritmi ordinati di un  mondo sempre uguale e diventino colorati man mano che scoprono le difficoltà e le sfide di un mondo non facilmente prevedibile. Ma è proprio qui che la costruzione del film propone traguardi sbagliati: per la signora Parker scoprire i piaceri de sesso vuol dire tradire suo marito che pur l’ama e trascurare i suoi impegni nei lavori domestici; per il sindaco di Pleasantville vuol dire perdere il controllo dovuto alla sua carica e scoppiare in gesti d’ira; per Jennifer/Mary Sue la scoperta del piacere della lettura vuol dire divorare in un giorno L’amante di Lady Chaterley di D. H, Lawrence. Alla fine, la scoperta delle passioni che ci animano non viene bilanciata da un’altrettanto importante scoperta: la bellezza di una vita che abbia uno scopo, un progetto, all’interno del quale far convergere le proprie pulsioni vitali.

Sono significativi a questo proposito due colloqui. David, tornato nel mondo reale, scopre che la madre non è partita più per il week end con il suo ultimo fidanzato: ha nove anni meno di lei e sarebbe stata un’illusione sentirsi più giovane. La madre, piangendo si confida con il figlio: “quando c’era tuo padre pensavo che tutto andasse bene, che sarebbe andato sempre bene: avevo la giusta casa, la giusta macchina, avevo la giusta vita. Dimmi se si può vivere così a quarant’anni”. La tristezza della madre è giustificata: ha puntato tutto su un felice matrimonio ma le cose non sono andate bene. David invece, risponde, con l’aria di chi se ne intende: “non esiste la casa giusta, la vita giusta, nessuno ha stabilito come si deve vivere”, dando così alla madre una lezione di perfetto nichilismo.  In un’altra scena, tornati a Pleasantville, vediamo Betty Parker conversare amabilmente prima con il marito e poi con l’amante Bill. “Tu sai cosa succederà adesso?”, chiede a entrambi ed entrambi rispondono sorridendo sereni: “non lo so”. Ovviamente il loro destino è nelle loro stesse mani, lei deve decidere se tornare dal marito o restare con Bill ma a quanto pare gli abitanti di Pleasantville, così bravi nello scoprire la forza dei loro istinti, non sono stati capaci di cercare i richiami della loro coscienza.

Alla fine si tratta di un film garbato e divertente nella sua metafora contro il pensiero unico ma è fuorviante nella filosofia di vita che propone come alternativa. Eppoi chi lo ha detto che al pubblico, anche quello di oggi, non piacciano le fiction Tv edificanti? Come spiegare il successo di Downton Abbey, dove non ci sono omicidi, divorzi, droga, lotta di classe ma tutti appaiono gentilii e premurosi verso gli altri

Autore: Franco Olearo


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