LA 25ma ORA

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Titolo Originale: The 25TH Hour
Paese: Usa
Anno: 2002
Regia: Spike Lee
Sceneggiatura: David Benioff
Interpreti: Edward Norton (Monty), Philip Seymour Hoffman (Jacob), Barry Pepper (Francis), Rosario Dawson (Naturelle)

A distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, sono arrivati sui nostri schermi due film che hanno urlato il loro amore-odio per New York: "Gangs of New York" di Martin Scorsese e "la 25ma ora" di Spike Lee.
Più corale e violento il primo, sviluppa una teoria (che non è piaciuta in patria) secondo la quale la Grande Mela si è sviluppata partendo da un caos primitivo di lotte tribali ed è cresciuta sulla spinta dei più violenti e sulle ceneri dei tanti perdenti.

 

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L'ingordigia del protagonista che non ha accettato una vita tranquilla ed onesta ma ha iniziato a spacciare droga
Pubblico 
Maggiorenni
Per scene di violenza, continui riferimenti alla droga
Giudizio Artistico 
 
Ottimi gli attori, eccezionale Spike Lee con un montaggio lento che accresce la tensione

Ne "La 25ma ora", più intimista e dolente, vediamo il protagonista, Monty, spacciatore di droga, bianco, pizzicato dalla polizia, guardarsi allo specchio di una toilette pubblica e scaricare tutta la sua collera in un'invettiva-rap contro i negri, i poliziotti violenti, i cinesi, gli italiani, i gay, i ricchi dei quartieri alti, insomma tutto il melting pot che costituisce la gloria esasperante di questa città, quella promiscuità fastidiosa che ha sempre anticipato ciò che sarà il resto del mondo di qui a qualche decennio.


Entrambi i registi non hanno potuto non fare i conti con la ferita dell'11 settembre. Più discreta la presenza, per ovvii motivi di distanza temporale, in "gangs of New York" (in una rapida sequenza finale, Scorsese ci mostra il profilo di NY fino ai giorni nostri); più disturbante nel film di Spike Lee.
In una scena memorabile,due amici di Monty, Francis, un operatore di borsa di successo e Jacob, un timido insegnante di high school, discutono davanti ad una finestra che dà sulla voragine lasciata dal crollo delle twin towers. Visto dall'alto, intravediamo in un grigiore uniforme, pochi operai intenti a rimuovere, anche di notte, quell'immenso cumulo di macerie. Noi a malapena riusciamo a prestare attenzione al colloquio dei due amici: restiamo incollati a guardare quell' enorme orbita vuota, che ci attira come una vertigine.

Ritengo sia questa una peculiarità dei registi americani: raccontano storie di uomini qualunque che però; non possono fare a meno di misurarsi continuamente con i miti della loro nazione. Esemplare la scena finale: Monty, accompagnato in auto dal padre, sta andando verso la prigione che lo inghiottirà per sette anni, secondo la severa legge che colpisce gli spacciatori di droga. Monty chiude gli occhi e per un breve tempo si trova immerso nel sogno americano: è sufficiente puntare il muso della macchina verso Ovest, fermarsi in una sperduta cittadina, rifarsi una identità, iniziare un lavoro semplice ed onesto, sposare la ragazza che si ama, avere tanti figli ed infine invecchiare serenamente.

A quel sogno si si è sempre aggrappato Monty, aiutato dal suo aspetto elegante e gentile: la sua collocazione per eccellenza è nella Middle Class e nonostante avesse avuto fin da giovane problemi con la giustizia (era stato espulso dalla scuola perché scoperto a spacciare droga ai suoi compagni), aveva raggiunto una certa agiatezza proprio continuando a vendere droga, in connessione con la mafia russa. Adesso che è stato scoperto e condannato a sette anni, non ha rimpianti ma piuttosto se la prende con se stesso per esser stato troppo ingordo, per non aver saputo fermarsi al momento giusto. Lee ci racconta appunto le ultime 24 ore di libertà Monty; il suo atteggiamento è sempre gentile secondo la sua natura, fa ciò che è giusto fare nell'ultimo giorno di libertà (salutare il padre, i suoi due migliori amici, congedarsi dalla banda dei russi, trovare qualcuno a cui affidare il suo cane, chiarirsi con la sua donna, sospettata di essere stata proprio lei a fare la soffiata alla polizia) ma dentro di sé si alternano la rassegnata accettazione per una giusta punizione alla struggente visione di ciò che poteva essere e non è stato.
Sotto questo aspetto la vicinanza con gli avvenimenti dell' 11 settembre creano una singolare assonanza: anche nel resto di New York si continua a vivere a lavorare, ma la ferità sta li, a pochi passi.

Il regista riesce a farci compenetrare perfettamente in questo stato d'animo: a cominciare dal montaggio, dal taglio delle scene, che è lento, senza fretta, come appesantito dalla stessa angoscia che Monty si porta nel cuore.

Ci troviamo di fronte al film più profondo che il regista di colore abbia fatto finora; bravissimo Edwart Norton nella parte di Monty.

Il film è crudo nel linguaggio ed in alcune scene di violenza. Immorale la figura del protagonista. Intenso il rapporto padre/figlio. Spike Lee si conferma un grande regista.

Autore: Franco Olearo


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