IL TRADITORE

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Titolo Originale: Il traditore
Paese: ITALIA, FRANCIA, BRASILE, GERMANIA
Anno: 2019
Regia: Marco Bellocchio
Sceneggiatura: Marco Bellocchio, Valia Santella, Ludovica Rampoldi, Francesco Piccolo
Produzione: RAI CINEMA; IN COPRODUZIONE CON AD VITAM PRODUCTION, MATCH FACTORY PRODUCTIONS
Durata: 135
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Luigi Lo Cascio, Fausto Russo Alesi, Maria Fernanda Cândido

Alla festa di Santa Rosalia del 1980 ci sono tutti i grandi capi di Cosa Nostra, per sancire un accordo di facciata tra i palermitani e i corleonesi. C’è anche Tommaso Buscetta ma lui non partecipa alla riunione a porte chiuse: è solo “un soldato”. Riparte subito dopo per il Brasile (la patria della sua terza moglie) dove gestisce alcuni suoi “affari” ma le notizie che riceve dall’Italia sono tragiche: è iniziata la guerra di mafia per il commercio della droga e due dei suoi figli sono stati uccisi. Arrestato dalla polizia brasiliana, viene instradato in Italia dove conosce il giudice Falcone, che lo invita a parlare, in cambio dell’immunità. Buscetta non si riconosce più nella nuova violenza di Cosa Nostra e inizia a parlare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Ancora un film dove il giudice Falcone si mostra un puntiglioso servitore dello Stato, cosciente dei rischi che sta correndo.
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di torture senza evidenza di sangue. Scene di intimità amorosa con nudità
Giudizio Artistico 
 
Marco Bellocchio si conferma un grande regista, questa volta nella sua capacità di ricostruire con rigore situazioni realmente avvenute. Eccezionale prestazione di Pierfrancesco Favino nella parte di Buscetta e di Luigi Lo Cascio nella parte di Totuccio Contorno

Tommaso Buscetta è stato, nel 1984, il primo pentito, un pentito d’eccellenza che ha portato a 366 mandati di cattura. Dopo l’arresto di Riina, nel ’93, i due uomini sono messi a confronto in un’aula di tribunale ma il corleonese decide di non parlare. E’ Tommaso che allora che prende la parola e lo incalza dicendo che solo lui, Totò, deve esser considerato un vero traditore perché aveva stravolto lo spirito di Cosa Nostra iniziando a uccidere indiscriminatamente anche donne e bambini.

E’ questa la chiave di lettura migliore che ha dato Bellocchio di questa biografia di un delinquente pentito. Si è sottratto al rischio di farlo diventare un eroe, non ha ipotizzato nessuna forma di conversione all’ordine dello Stato (che sarebbe stato ben poco credibile), non ha nascosto che già a sedici anni era un affiliato a cui era stato dato l’incarico di uccidere. Alla fine il ritratto che ne ha fatto è quello di un uomo incolto (non aveva completato la scuola dell’obbligo), senza particolari ambizioni per il potere (è rimasto sempre un “soldato”) ma che aveva la passione per le belle donne, il sesso ma anche per la famiglia (in tutto ebbe otto figli da tre mogli). L’ipotesi che avesse deciso di parlare perché disilluso dall’organizzazione alla quale si era legato (ma anche perché aveva avuto due figli uccisi) appare quindi verosimile. Ma l‘uomo è sempre qualcosa di molto complesso e Marco Bellocchio ce lo ricorda: se da una parte Buscetta non aveva paura di morire (fu sottoposto in Brasile a feroci torture) dall’altra ci teneva a morire nel proprio letto. La morte era sempre dietro l’angolo e lui lo sapeva: “dott. Falcone, noi dobbiamo decidere solo una cosa: chi deve morire prima, lei o io”, disse una volta al giudice. Solo indirettamente percepiamo le angosce di un uomo che aveva preso una strada dalla quale non si può tornare indietro: il regista a più riprese, ci fa partecipare ai suoi incubi notturni e più volte lo vediamo passare una notte insonne sul terrazzo di casa imbracciando un fucile. Lo stesso Falcone, anche se si trova di fronte a un “pentito” che ha rivelato molti dettagli di Cosa Nostra per ben 45 giorni, lo redarguisce, perché aveva compreso che Buscetta aveva finito di raccontare solo ciò a cui faceva più comodo, tenendo per se i suoi intrallazzi personali.

Non bisogna però pensare che il film sia solo una biografia di Buscetta; lo sviluppo del racconto è chiaro e lineare, c’è la precisa voglia del regista di raccontare i fatti come sono realmente avvenuti, senza aggiungere nulla in più. Ma Bellocchio non rinuncia alla sua vena più genuina, quella di tratteggiare un quadro sociale della Sicilia e dell’Italia degli ultimi vent’anni del secolo scorso e di adottare la sferza su certi vizi nazionali. Ecco che vediamo Buscetta giovane che impunemente può incontrare in carcere una donna per soddisfare i suoi piaceri, un sacerdote imbracciare il mitra perché affiliato a una cosca sotto attacco, un flemmatico Andreotti che si misura un vestito nuovo restando senza pantaloni. Il giorno dopo la strage di Capaci, il regista si attarda in una sequenza dove i tanti mafiosi irrompono in grida di gioia alla notizia.

Nella sequenza del maxi processo, fra mafiosi urlanti, flash dei fotografi, avvocati che cercano di prendere la parola, un giudice incapace di gestire tutto quel tumulto, Bellocchio ci ha regalato sequenze di vero cinema e si conferma un grande maestro.

Autore: Franco Olearo


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