2046

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Titolo Originale: 2046
Paese: Francia/Hong Kong
Anno: 2004
Regia: Wong Kar-Wai
Sceneggiatura: Wong Kar-Wai
Durata: 120'
Interpreti: Tony Leung Chiu Wai, Gong Li, Zhang Ziyi, Faye Wong, Maggie Cheung

C'era grande attesa per il nuovo film di Wong Kar-Wai dopo il successo di In the mood for love (1999), da noi classificato come FilmOro. Il personalissimo stile figurativo del regista è stato pienamente confermato ed anzi si è come dilatato nelle immagini computerizzate di un mondo futuro (il protagonista è uno scrittore che scrive romanzi di fantascienza ed immagina di dover raggiungere con un treno che viaggia nel tempo verso l'anno 2046, quando tutto sarà  immutabile e definitivo).

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
L’insostenibile leggerezza di un uomo che preferisce l'amore sognato a quello reale
Pubblico 
Maggiorenni
Per alcune sequenze di rapporti sessuali espliciti
Giudizio Artistico 
 
Una eccezionale ed originale messa in scena al servizio di una storia impalpabile, a volte prolissa

Innanzitutto le ambientazioni: interni angusti dai colori saturi  con strani giochi di pannelli che tagliano a volte mezzo volto, a volte un'intera persona di cui sentiamo solo la voce, mentre su  tutto imperversa il fumo delle sigarette messo lì, con le sue volute, apposta per rompere l'eccessivo ordine della composizione.
Le riprese all'esterno sono rigorosamente bandite se non alcune sporadiche riprese notturne di certi dettagli: una lampada che illumina la pioggia che cade, un muro sberciato a cui si appoggia la bella di turno. 

Si,  le donne, il vero elemento ispiratore dei  film. Belle innanzitutto: se  in The mood for love c'era solo Maggie Cheung (che abbiamo rivisto come donna-guerriero in Hero) ora le donne sono tante: la 26-enne Zhang Ziyi (anch'essa presente in Hero) forse la più bella, ammiratissima nel suo paese; Faye Wong, a noi ancora sconosciuta e poi Gong Li, colei che con  l' ormai classico Lanterne rosse (1991) ci   ha fatto conoscere per la prima volta in Occidente  il fascino il femminile dell' Estremo Oriente. Una o tante, il regista le vede tutte allo stesso modo: sempre eleganti in aderenti e colorati vestiti di seta, ben  truccate in ogni circostanza, lunghi orecchini pendenti, scarpine nere con tacco alto (molte inquadrature evidenziano questa inclinazione feticista dell'autore); esse "conservano imperiosità, mistero, nobiltà, potere" (Natalia Aspesi su La Repubblica).

Se  The mood for love ci aveva interessato per la delicatezza, quasi il pudore di esprimere i propri  sentimenti da parte dei due protagonisti che si sentivano responsabili della  situazione in cui si trovano (entrambi erano già  sposati), qui viene raccontata una storia molto diversa: Chow (Tony Leung) interpreta una sorta di Don Giovanni (il suo mestiere di giornalista lo porta a vivere una vita precaria, spesso in viaggio e sempre in una camera d'albergo) che ha conosciuto molte donne, tutte incontrate nelle  notti fatue di Hong Kong, Shangai o Singapore . Il protagonista è un  esistenzialista perfetto che va in cerca di sensazioni, del vago sospirare di un incontro o dello struggimento di un ricordo, ma è  pronto a fuggire appena l'amore prende le sembianze di una donna concreta, sta per diventare un impegno reale. Lui sorride insensibile  sotto i baffi, novello Clak Gable, alle proposte accorate delle sue donne, anche quando dal loro volto scende una lacrima, forse perché con quella lacrima il loro viso appare più bello.
Intanto il tempo passa e il racconto si snoda come in una spirale: anno dopo anno  ritroviamo il protagonista nello stesso albergo alla vigilia di Natale: un amore è ormai finito ma un'altro sta per subentrare. "Non sapevo che fare della mia vita -dichiara il protagonista - il tempo è tutto quello che ho; debbo pur farci qualcosa".

Se quindi nel film precedente Wong Kar-Wai era stato bravissimo nell’inscenare un  poema dell’incompiutezza, quasi uno  struggente elogio dell’inconcluso, qui la malinconia che traspare  è al servizio di un amore amato più nelle sue implicazioni celebrali, come struggente ricordo che come realtà.

Un autore è grande non solo per quanto compiutamente sa esprimersi con la propria arte ma per come sa cogliere alcune istanze, alcuni  stati d'animo che sono sotterranei e forse  ancora inespressi nell'epoca in cui vive.

Molti hanno elogiato il film proprio per questo secondo aspetto,  come rappresentazione "dell'incapacità di fermare il tempo nel momento in cui lo si vive e nella frustrazione del ricordo, sempre più dolce della realtà e sempre eternamente sfuggente" (Ivelise Perniola su ilCinemante).

Personalmente preferisco ammirare il film per le sue eccezionali ed originali qualità estetiche e sospettare che questa volta il regista si sia fatto prendere dall'ansia di realizzare qualcosa di unico, dove  però la forma ha finito per prendere il sopravvento su una storia fragile,  complessa e troppo  intellettuale. Vi traspare inoltre  qualcosa di intimamente diverso, di estraneo alla nostra sensibilità:  molto probabilmente va individuata nella diversa concezione del tempo: lineare, in continua progressione, per noi occidentali-cristiani, circolare ed eterno per gli orientali e per quel desiderio di annullarsi, quasi una forma di Nirvana, in un mondo senza più emozioni, dove tutto resta fissato nella sua perfezione.

Autore: Franco Olearo


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