ORO VERDE . C'ERA UNA VOLTA IN COLOMBIA

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Titolo Originale: Pájaros de verano
Paese: COLOMBIA, DANIMARCA
Anno: 2018
Regia: Ciro Guerra, Cristina Gallego
Sceneggiatura: María Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal
Produzione: BLOND INDIAN FILMS
Durata: 125

Negli anni ’60 il popolo dei Wayúu viveva ancora di pastorizia nella terra arida del Guajira (Colombia) e manteneva intatta la propria cultura. A quei tempi Rapayet, un meticcio, chiede di sposare Zaida, la giovane figlia del capo della famiglia Pushaina. Ma Ursula, la madre di Zaida, non vede di buon occhio un matrimonio con un alijuna (un meticcio) e chiede, per il consenso della famiglia, un pegno notevole:30 capre, 20 mucche, 2 muli e 5 collane. Rapayet ha un’idea: ha scoperto che i giovani americani presenti nella regione, appartenenti ai Peace Corps, sono in cerca di marijuana e si è ricordato che suo cugino Anìbal è in grado di coltivarla nella sua tenuta. L’accordo è fatto: gli americani comprano da lui la marijuana e i soldi iniziano ad arrivare…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il film racconta con insolito rigore sociologico, gli effetti devastanti della sete di guadagni facili che finiscono per sradicare tradizioni centenarie
Pubblico 
Adolescenti
Situazioni di violenza più alluse che presentate. Alcune rapide scene di nudo
Giudizio Artistico 
 
I registi Ciro Guerra e Cristina Gallego riescono a raccontare, con grande potenza poetica un piccola storia familiare che ha risonanza nazionale per il destino di violenza a cui è stata condannata la Colombia a causa del commercio della droga

Ursula deve preparare sua figlia Zaida, per il giorno in cui si esibirà nella danza dell’amore, che la qualificherà come donna da marito. Le indica le dita della mano, che rappresentano “La famiglia, la nonna, il nipote dello zio, il nipote del nonno”. Il messaggio è chiaro: la famiglia, il clan, l’appartenenza al popolo wayúu è tutto ciò che conta.  “Se c’è famiglia c’è rispetto. Se c’è il rispetto c’è l’onore, se c’è l’onore c’è la parola. Se c’è la parola, c’è la pace”. Veniamo introdotti, fin dall’inizio del film, in una società retta da regole tribali. Chi fa parte della famiglia viene protetto sempre e comunque dal suo clan, anche se commette degli errori. Le figlie si sposano solo con il consenso dei familiari. Se ci sono degli screzi fra le famiglie del clan, viene stabilita una riparazione. La trattativa viene condotta da i “messaggeri della parola” che sono sacri e non possono essere toccati. Se la trattativa fallisce, si apre una guerra fra le famiglie rivali. Chi è a capo della famiglia, in questo caso Ursula, deve controllare che le regole del clan vengano rispettate da tutti e ha il compito di custodire accuratamente il talismano che costituisce la fonte della fortuna e della prosperità di tutta la comunità. Suo è anche il compito di vaticinare, interpretando il volo degli uccelli (da qui il titolo originale del film: Birds of Passage )

Si tratta di una struttura sociale molto forte e collaudata, se è vero che i Wayùu “hanno resistito ai pirati, agli inglesi e agli spagnoli. E ai governi che hanno cercato di dirci come avremmo dovuto vivere”.

Prima ancora delle vicende dei protagonisti, anzi proprio per mezzo di questi, il film si concentra sul tema centrale della storia: la “tenuta” di un’organizzazione sociale che ha resistito per secoli, di fronte all’impatto con un’altra società, quella americana; un impatto devastante non perché l’altra è ricca e potente ma perché è edonista e consumista. Il regista non riesce a trattenere il suo disprezzo verso i giovani hippies americani (siamo alla fine degli anni ’60) che con il pretesto di far parte dei Peace Corps sono venuti in Colombia con le loro ragazze, una forma di vacanza sulle coste del Pacifico, alla ricerca di marijuana.   Se un’organizzazione tribale era sopravvissuta a pirati, agli spagnoli, agli inglesi, perché dovrebbe cedere proprio ora? Ora la minaccia è più subdola: non si tratta di una potenza straniera che vuole imporsi con la forza ma è proprio il paradigma etico dei Wayùu a entrare in crisi. Non è la vendita di marijuana a degli stranieri a generare crisi di coscienza ma è la scoperta della spirale del guadagno e del potere del denaro che rompe quell’ equilibrio fondato sull’orgoglio familiare che sapeva però riconoscere anche i diritti delle altre famiglie. A uno a uno, in una spirale drammatica, vengono violate tutte le sue leggi: prima quelle che definivano i rapporti con le donne, poi il vincolo più sacro: il rispetto dei “messaggeri della parola”. Le scene iniziali di tranquilla vita agreste di trasformano verso la fine del film in battaglie fra clan rivali degne dei miglior film hollywoodiani di gangster. La sceneggiatura inserisce momenti di riflessione intima fra i protagonisti: si interrogano sui vaticini espressi dai voli degli uccelli ma non c’è nessun fatalismo in loro: piuttosto la coscienza che stanno tutti perdendo la loro anima: quella personale e quella del loro popolo. Il personaggio più interessante è proprio Rapayet: è l’unico che non si lascia travolgere dall’avidità ma neanche imprigionare dalla camicia stretta delle leggi della famiglia. Riconosce valori superiori come quelli di non uccidere e di cercare sempre la pace. In fondo, questo Oro verde non esprime solo la potenza corruttrice del consumismo americano ma anche l’incapacità di una società tribale di esprimere valori universali.

Il film ha la struttura di una tragedia greca (è diviso in canti e il racconto è preceduto e concluso da un cantore che anticipa e commenta le tristi vicende) e sviluppa bene la psicologia dei singoli personaggi. Solo i cattivi, che sono irrimediabilmente cattivi, sembrano ossequiare schemi astratti di malvagità senza speranza.

Autore: Franco Olearo


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