PEPPERMINT – L’ANGELO DELLA VENDETTA

Titolo Originale: Peppermint
Paese: USA
Anno: 2018
Regia: Pierre Morel
Sceneggiatura: Chad St. John;
Produzione: HUAYI BROTHERS
Durata: 110
Interpreti: Garner, John Gallagher Jr, Juan Pablo Raba

Riley North è una giovane madre piccolo-borghese la cui vita viene sconvolta quando una gang messicana le uccide il marito e la figlia. Al processo, grazie alla corruzione della polizia e del sistema giudiziario, i colpevoli sfuggono alla giustizia. Riley, sconvolta, scompare e torna cinque anni dopo trasformata in una spietata assassina decisa a farla pagare tutti quelli che hanno distrutto il suo mondo

Valutazioni
Valori e Disvalori 
 
Un’esaltazione della vendetta privata, dove il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sulle sue conseguenze
Pubblico 
Maggiorenni
Scene di violenza ripetuta e brutale.
Giudizio Artistico 
 
In questo action inutilmente violento, le azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, sono alla fine un po’ ripetitive. E anche i cattivi sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi

Il regista Pierre Morel è lo stesso di Io vi troverò, prototipo del più recente filone dell’action “di vendetta” in cui un singolo “vigilante” si prende sulle spalle l’impresa di eliminare intere organizzazioni criminali colpevoli di aver toccato la sua famiglia (lì era Liam Neeson, agente segreto in pensione alla ricerca della figlia), che ha generato un imprecisato numero di epigoni.  

Dai tempi del Giustiziere della notte di Charles Bronson non si contano gli americani più o meno comuni che si, sul grande schermo, in patria o all’estero, si prendono in carico una giustizia maltrattata dalle istituzioni.

Qui la curiosità è che, a fare la parte della castigamatti è una ex casalinga, mite e piccolo borghese, le cui maggiori preoccupazioni, fino alla tragedia, erano state la festa di compleanno della figlia, rovinata dalla compagna di classe spocchiosa, e il mutuo da pagare, mentre i cattivi sono una gang di narcos messicani dai metodi spietati e con ottimi agganci tra polizia e giudici.

Come Riley si trasformi, nei cinque anni che passano tra l’antefatto e il momento della vendetta, nell’intrepida guerriera capace di menare le mani e sparare con fucili d’assalto e di suturarsi una ferita da coltello senza anestesia non è mai chiarito. Il sospetto è che gli autori si siano affidati al passato cinematografico e televisivo della protagonista Jennifer Garner (indimenticabile spia  protagonista  di un classico come Alias, ma anche di un paio di modesti cinecomic) per evitare di spiegare questo come molti altri punti oscuri della vicenda.

Del resto l’impressione è che il dramma iniziale serva solo per giustificare una serie di azioni punitive più o meno spettacolari e incredibili, ma alla fine un po’ ripetitive.

Anche i cattivi, del resto, sono poco più che figurine abbozzate e triti stereotipi, dal giudice corrotto che nemmeno si ricorda il nome della donna che ha “tradito”, all’avvocato mafioso che strapazza la povera testimone traumatizzata, fino al poliziotto che fa la spia per i narcos e sceglie il posto sbagliato dove stare.

Il film cerca una via di originalità sfruttando la messa in scena dell’impatto mediatico della vicenda: tra tv e social media, l’eroina con pistole e fucili che fa fuori i criminali accumula in breve tempo più follower che critici, in omaggio alla mai sopita passione, dentro e fuori dai cinema, degli statunitensi per chi si fa giustizia da solo, particolarmente sentita in un periodo dove il sistema è generalmente percepito come corrotto e inefficiente.

Se la protagonista segue un proprio percorso da giustiziera (appena complicato da qualche ricordo della figlia, che sembra comparire nei momenti più scomodi) dovutamente nobilitato da una collaterale difesa degli emarginati, il film non prova nemmeno ad avventurarsi in una riflessione più complessa sul peso e le conseguenze della violenza privata, che certo renderebbero un pochino più indigesti i popcorn.

Non è questo lo scopo di un action inutilmente violento di cui si sentiva poco la mancanza e in cui il protagonismo femminile viene utilizzato come un’esotica variante del modello più che come un possibile spunto per riflettere (come accadeva ad esempio nel più complesso Il buio dell’anima con Jodie Foster). Il risultato è una pellicola non soltanto moralmente discutibile, ma anche modesta e prevedibile che difficilmente rilancerà la Garner nell’Olimpo 

Autore: Laura Cotta Ramosino


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