VICE – L’UOMO NELL’OMBRA

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Titolo Originale: Vice
Paese: Usa
Anno: 2018
Regia: Adam McKay
Sceneggiatura: Adam McKay
Durata: 132
Interpreti: Christian Bale, Amy Adams, Sam Rockwell, Steve Carell, Jesse Plemons, Tyler Perry, Alison Pill;

L’ascesa politica di Dick Cheney, vicepresidente di George W. Bush, dal nativo Wyoming ai corridoi del potere di Washington, animato da un’insaziabile sete di potere e sostenuto dalla leale moglie Lyanne…

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Il ritratto di un genio del male, dove il male è descritto come male. Spetta all’autore la responsabilità di averci, in coscienza, fatto un ritratto onesto del personaggio
Pubblico 
Adolescenti
Turpiloquio e immagini di torture e violenze
Giudizio Artistico 
 
Ottima interpretazione Christian Bale ma il film non riesce a focalizzare le più intime motivazioni del protagonista, i meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé,

Con lo stesso stile brillante e ironico, a metà tra la fiction e il documentario, utilizzato nel suo precedente film The big short, per raccontare un argomento complesso come la crisi dei mutui subprime, Adam McKay questa volta prova a trovare un chiave di accesso ad uno dei personaggi più decisivi e insieme misteriosi della storia politica americana recente, Dick Cheney.

Un film dichiaratamente “di parte”, tanto che McKay si para dalle accuse di una visione troppo liberal affrontando la questione in uno degli inserti para-documentaristici in cui mette in scena degli ipotetici focus group come quelli usati dai veri politici per interpretare e dirigere l’opinione pubblica su argomenti spinosi come la guerra in Iraq. Infatti, la pellicola negli Usa ha diviso il pubblico e non ha replicato il successo del precedente, anche se si è guadagnato sei nomination ai Golden Globe (Christian Bale con la sua eccellente e camaleontica performance nei panni del protagonista si è portato a casa il premio) e sicuramente attirerà l’attenzione anche agli Oscar.

Accanto a Bale, in un cast all star (che dovrebbe in parte aiutare il pubblico a orizzontarsi nella miriade di personaggi dell’arena politica americana che intersecano il percorso di Cheney, a volte solo per una scena o due) spicca Amy Adams, nei panni della consorte Lyanne, fondamentale per la discreta ma costante ascesa del consorte, leale, spietata e dominata da un’ambizione che può realizzare solo per interposta persona. Una sorta di Lady Macbeth all’americana, insomma, come non troppo sottilmente suggerisce anche il regista mettendo in scena un immaginario dialogo “alla Shakespeare” nel momento di una delle decisioni cruciali nella vita della coppia.

È uno dei pochi momenti di quasi trasparenza per un personaggio che resta nonostante gli sforzi straordinariamente opaco, i cui meccanismi di pensiero più profondi e personali, a parte la devozione al potere in sé, il film non riesce (e forse colpevolmente non prova nemmeno) a focalizzare.

Da ex studente universitario ubriacone e senza ambizioni, che solo l’ultimatum della fidanzata porta a un cambio di rotta, a “stagista” del congresso, pronto a seguire le orme di uno spregiudicato Ronald Rumsfeld (Steve Carell), senza apparenti reali convinzioni a parte il perseguimento di un ruolo all’interno dell’establishment (il film lascia intendere che anche l’opzione repubblicana sia più che altro una scelta di comodo all’interno dell’amministrazione Nixon), di Cheney fino ad un certo punto non si intuiscono doti o abilità eccezionali, se non l’abilità di “spararle grosse” sembrando sempre ragionevole.

Sinceramente pare troppo poco per giustificare una carriera politica che attraversa quattro decenni e trova il suo coronamento in una vicepresidenza totalmente sui generis: di fatto Cheney ottiene da un ingenuo George  W. Bush junior (Sam Rockwell, mimetico, ma per ragioni di scrittura assai meno convincente di quanto lo fu Josh Brolin nel biopic di Oliver Stone dedicato al presidente repubblicano) un potere inaudito per una carica fino ad allora considerata un niente e la gestisce con spregiudicatezza per ricambiare favori a vecchi amici e per potare a termine un progetto a lungo covato, quello con quello della guerra in Iraq.

A parte l’evidente devozione alla famiglia (se il sostegno della moglie è fondamentale per la sua scalata, Cheney si dimostra incrollabilmente leale oltre che a lei anche alla figlia Mary, dichiaratamente omosessuale, per cui si rifiuta di sostenere le posizioni di Bush rispetto ai matrimoni gay), Cheney resta però un mistero, mentre la quantità di argomenti portati in campo e la velocità con cui gli altri personaggi entrano ed escono dalla storia non aiuta il pubblico a trarre qualche conclusione più specifica che non sia che l’uomo sia stato un discreto genio del male.

Un’opinione con cui per altro molti degli spettatori si saranno già avvicinati al film, che rischia quindi di “predicare ai convertiti” perdendo l’occasione di un affondo umanamente più intrigante anche se rischioso.

Autore: Laura Cotta Ramosino


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