INTO THE WILD

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Titolo Originale: INTO THE WILD
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Sean Penn
Sceneggiatura: Sean Penn dal romanzo di Jon Krakauer “Nelle terre estreme”
Produzione: Art Linson e Bill Pohlad per Focus Features International/River Road Entertainment/Paramount Vantage
Durata: 148'
Interpreti: Emile Hirsch, Marcia Gay Harden, William Hurt, Catherine Keener

Appena finito il college il ventiduenne Christopher McCandless, che ha alle spalle una famiglia agiata, ma affettivamente povera, fa perdere le sue tracce e comincia un viaggio senza meta attraverso gli Stati Uniti. Attraverso numerosi incontri e spogliandosi progressivamente di ogni cosa, Chris, che nel frattempo si è dato il soprannome di Alex Supertramp (super-viandante), matura la decisione di trascorrere un lungo periodo solitario nei territori più impervi dell’Alaska. Messo alla prova dalla natura selvaggia Alex/Chris fa i conti con il suo percorso e il suo passato fino a maturare una profonda consapevolezza. Deciso a tornare a casa, però, si trova intrappolato da un fiume e finisce per morire di fame, non senza però riuscire finalmente a dare un senso al suo peregrinare.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Allo spettatore non può sfuggire l'orientamento religioso della vicenda, nonostante che questa impostazione sia stata smentita dal regista
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune scene di nudo, linguaggio scurrile
Giudizio Artistico 
 
Sean Penn, sensibile e sobrio nel presentare il suo fragile eroe mostra grande maestria nel mescolare il tema della rapporto con la natura selvaggia con il percorso di maturità interiore del protagonista

L’utopia di un uomo posto di fronte alla natura selvaggia e in quanto tale liberato dalla ferita del peccato (originale?) proprio e altrui.

Giunti al termine del viaggio (fisico e spirituale) intrapreso dal giovane Christopher McCadless, nelle lande sterminate e solitarie dell’Alaska (ma non così solitarie da non offrire rifugio in un provvidenziale bus abbandonato..), si coglie infine più chiaramente qual è la molla che ha spinto questo ragazzo apparentemente privilegiato a lasciare tutto e a spogliarsi progressivamente dei suoi possessi in nome di una ricerca dell’autenticità sempre più esigente.

La famiglia presente, ma portatrice di una violenza nascosta e di una originaria menzogna capace di modificare la stessa identità di Chris (da figlio legittimo a “bastardo”), l’insoddisfazione verso un percorso esistenziale preordinato, il desiderio di scoprire e incontrare luoghi e persone differenti

Quando scompare dalla vita dei suoi Chris non è poi molto diverso da tanti velleitari coetanei che, usando autori più meno significativi come guida spirituale, mandano al diavolo la vita “normale” per un periodo di controllata follia giovanile. Chris, però, è diverso, a partire dalla scelta delle sue guide (Thoreau e Jack London) che lo riallacciano alla grande tradizione americana che rivendica nel rapporto con la natura una fonte di forza e integrità.

Così come è diversa la natura dei suoi incontri con vari outsider della società di oggi (dal contadino anarchico delle grandi pianure agli attempati hippie che segnalano la crisi di quel modo di vita, fino all’anziano ex soldato ex alcoolista che con la fede ha ritrovato la sobrietà, ma anche la solitudine).

Senza pretendere di giudicare le scelte altrui, ma in fondo ancora frenato dal risentimento nei confronti dei genitori, Chris/Alex è costretto a guardare sempre più a fondo in se stesso, e finisce per credere di poter trovare nell’isolamento totale la mitica fonte di una totale rigenerazione. Il suo è un vero e proprio percorso di ascesi, come ben segnala anche il breve ma significativo passaggio nel campo hippie dove Chris rifiuta le avance di una giovanissima ospite.

La pellicola prende come riferimento i giorni dell’ascesi in Alaska e i pensieri dello stesso Alex annotati su un diario essenziale, ma ritorna al passato attraverso flashback distesi. Così il regista Sean Penn, sensibile e sobrio nel presentare il suo fragile eroe, può anche permettersi di indagare le radici di una società americana anni Novanta non priva di contraddizioni e, con una voluta e preziosa trasgressione all’unità del punto di vista, dare conto anche del doloroso cambiamento che si consuma nella famiglia McCadless.

L’esito finale è un dramma largamente annunciato e tuttavia, a dispetto delle dichiarazioni del regista che nega la presenza di un orientamento religioso della vicenda, allo spettatore non può sfuggire (anche perché è dichiarato non solo nelle parole dell’ultimo interlocutore di Chris, ma anche nelle sue ultime frasi e nello sguardo rivolto al cielo) che l’ultimo esito del percorso del protagonista va ben oltre un generico e irenico panteismo naturalistico.

Chè, anzi, Chris avrà ben chiaro che la Natura può essere ostile e crudele e la speranza dell’uomo non risiede tanto in una solitaria (e ultimamente impossibile) comunione con essa, ma nel rapporto con i suoi simili, possibile solo a partire dal perdono e dall’accettazione del limite proprio e altrui (un tema già annunciato nel bel rapporto con la triste madre hippie interpretata da Catherine Keneer).

Venuto a patti con il suo passato e con se stesso, Alex può tornare ad essere Chris (rinunciando all’identità fittizia di super-viandante); e se pure non avrà modo di cogliere i frutti terreni di questa riconciliazione con se stesso e il mondo, lascia come dono ai suoi una coscienza vera e profonda del valore della vita (non a caso è la morte inutile di un alce, da lui stesso causata, a dare avvio alla crisi e alla catarsi di Chris) e dei suoi doni.

Autore: Luisa Cotta Ramosino


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