IL CLUB DI JANE AUSTEN

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Titolo Originale: The Jane Austen Book Club
Paese: USA
Anno: 2007
Regia: Robin Swicord
Sceneggiatura: Robin Swicord dal romanzo omonimo di Karen Joy Fowler
Produzione: John Calley Productions/Mockingbird Pictures
Durata: 106'
Interpreti: Maria Bello, Emily Blunt, Hugh Dancy, Amy BrennemanZadan Meron e Reiner Greisman per Warner Bros. Pictures

Jocelyn ha come unico centro affettivo i suoi cani e quando gliene muore uno le sue amiche, per tirarla su, decidono di mettere in piedi un club letterario dedicato alla loro scrittrice preferita, Jane Austen. L’idea torna buona quando una di loro, Sylvia, viene piantata dal marito dopo venti anni di matrimonio e tre figli. Del gruppo faranno parte anche Bernadette, sei felici matrimoni alle spalle, Allegra, la giovane figlia lesbica di Sylvia, Prude, un’insegnante di francese trascurata dal marito e concupita da un giovane studente, e Grigg, un informatico amante della fantascienza che Jocelyn vedrebbe bene come “consolazione” per Sylvia e che invece si innamora di lei. Sei incontri mensili (uno per ogni libro della Austen) forniranno ritmo e guida per gli intrecci sentimentali dei sei e dei loro partner.

Valutazioni
Valori/Disvalori Educativi 
 
Nel nome di Jane Austen si celebrano amplessi e passioni etero e omosessuali mentre i percorsi esistenziali di cui narrava la scrittrice trovavano la loro naturale collocazione in un ordine morale razionale e ragionevole
Pubblico 
Maggiorenni
Alcune brevi scene a contenuto sessuale anche lesbico, numerose allusioni sessuali.
Giudizio Artistico 
 
Jane Austen, ultimamente, sembra essere usata come una spezia che copre la povertà tematica ed esistenziale di trame sentimentali prevedibili e meschine

È probabilmente un record che nel giro di pochi mesi una scrittrice venga maltrattata per ben due volte al cinema da pellicole che dichiarano di volerne celebrare l’opera e lo spirito. Non fosse bastata la modestissima biografia con protagonista Anne Hataway  ci pensa questa commedia al femminile (chick flick nella sua versione più fondamentalista) a seppellire la scrittrice inglese sotto il peso dello scomodo ruolo di “maestra d’amore”; un intreccio di vicende sentimentali zuccherose e prevedibili in cui le varie avventure lesbiche della giovane Allegra sono solo la punta dell’iceberg di una confusione sentimentale che alla Austen avrebbe fatto orrore.

L’unico personaggio in grado di suscitare qualche simpatia è quello del giovane Grigg, informatico di successo, appassionato di fantascienza e ciclista tenace, che viene rimorchiato dalla bella Jocelyn con l’intento di “girarlo” all’amica in lutto dopo un repentino divorzio. Il poverino non si rende conto della situazione e innamorato della bella quanto sentimentalmente frigida allevatrice di cani, cerca inutilmente di coinvolgerla nei propri interessi letterari, mentre si presta a interminabili e gallinesche discussioni a tema austeniano armato di un’opera omnia di quella che credeva una saga sullo stile di Asimov. Finirà che in tutto questo chiacchiericcio le uniche osservazioni sensate sui romanzi verranno proprio da lui.

Che il poi il film si concluda con un’irenica tavolata in cui i vari partner maschili (compresi quelli che fino a poco tempo prima amavano solo basket e motori) si coinvolgono entusiasti nella passione letteraria delle loro amate è un’utopia da romanzo rosa che lascia perplessi quanto tristi.

A inizio film la pimpante Bernadette (che corona la vicenda con il settimo matrimonio ma non ha uno straccio di evoluzione in tutto il film) di fronte ai legittimi dubbi di Prudie verso un adattamento delirante di Mansfield Park, sostiene che “un po’ di Jane Austen è meglio di niente”, e forse è proprio questo il problema. Jane Austen, ultimamente, sembra essere usata come una spezia che copre la povertà tematica ed esistenziale di trame sentimentali prevedibili e meschine. Utilizzare i plot dell’autrice come sottotesto di una romantic comedy, quando non se ne condivide, e forse non se ne comprende neppure, in nessun modo la visione del mondo, non fa che evidenziare questa distanza. Jane Austen si rivolterebbe nella tomba sapendo che nel suo nome si celebrano amplessi e passioni etero e omosessuali (che tristezza: una volta a suggellare l’amore reciproco scoperto o ritrovato bastava un bacio, oggi se non si vede un capo di biancheria intima non è vero amore) e non certo perché era una moralista frustrata, ma perché i percorsi esistenziali di cui narrava con tanta profondità trovavano la loro naturale collocazione in un ordine morale razionale e ragionevole (come acutamente notava MacIntyre) che la Hollywood di oggi sembra aver dimenticato.

Autore: Franco Olearo


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